Mercoledì, 08 Luglio 2020
 

FORTUNAGO - “LA GENTE CHE ARRIVA DA FUORI CI FA I COMPLIMENTI, MA IMMANCABILMENTE CI CHIEDE IL PERCHÉ LE STRADE SIANO COSÌ MALMESSE”

Birre artigianali, pane e focaccia da farine autoctone, salumi e formaggi di produttori locali, verdure dell’orto: il Birrificio Stuvenagh fa tutto in casa e si prepara ad una nuova stagione all’insegna del km0 e della musica live. Con alcune novità. «A partire da quest’anno anche il pane e tutti gli impasti saranno realizzati con le farine ottenute dai nostri grani» spiega Jacopo Baruffaldi, che insieme ad Ambrogio Bellorini dal 2014 produce birra nel cuore della terra del vino, proprio accanto ai locali dell’azienda di famiglia che da generazioni si occupa di viticoltura. Nel cuore dell’Oltrepò, ai piedi del Castello di Stefanago, comune di Fortunago, il Birrificio che prende in prestito il nome dall’antica dicitura celtica del piccolo borgo mira a diventare uno degli alfieri del “made in Oltrepò” e ad adottare una filiera il più corta possibile. Situato sul crinale che separa tre valli: Coppa, Schizzola e Ardivestra, nel mezzo di un territorio incontaminato, lo Stuvenagh ha (quasi) tutto per dichiararsi indipendente dalle forniture tradizionali di cibo e bevande.

Baruffaldi, come mai questa scelta?

«La nostra azienda ha certificazione biologica dal 1998, quello di produrre in modo naturale quello che mangiamo e beviamo è una filosofia che abbiamo da sempre. Lo scopo è quello di dare dei prodotti sani, di provenienza certificata, e di promuovere finalmente questo territorio in modo concreto, dando nuova linfa alle sue vocazioni».

Che tipologia di grani utilizzerete per produrre le vostre farine?

«Il progetto, nato insieme all’associazione Grani di Tradizione Oltrepo, fondata un anno fa da una dozzina di aziende di queste valli, prevede l’utilizzo appunto di grani antichi da panificazione, biologici e biodinamici. Vogliamo arrivare a chiudere la filiera attraverso l’associazione per produrre pani con marchio “grani di tradizione Oltrepò”. A luglio ci sarà il primo raccolto».

Immaginiamo si tratti di una produzione di nicchia, sulle colline non c’è spazio per coltivazioni intensive…

«Produrremo una trentina di ettari tra tutte le aziende, almeno nella fase iniziale del progetto».

Parliamo di birra. L’Oltrepò è la terra del vino, come mai la scelta di puntare sulle “bionde”?

«In realtà quello delle birre artigianali è un mondo in espansione, i microbirrifici si stanno sviluppando un po’ ovunque. Poi diciamo che vogliamo produrre quello che ci piace bere, il vino già lo produciamo in azienda da generazioni, così dal 2014 abbiamo aggiunto la birra».

Tutto fatto da voi anche in questo caso? Filiera chiusa?

«Quasi. Il birrificio è in uno stabile alle spalle del nostro pub, i cereali sono tutti coltivati da noi, così come le spezie che usiamo per aromatizzare, come coriandolo e zenzero. Mancano ancora i malti speciali e il luppolo. L’anno scorso lo avevamo piantato ma il clima troppo arido non gli ha permesso di sopravvivere. Ritentiamo quest’anno».

Che tipo di birre sono?

«Per essere delle artigianali vanno un po’ in controtendenza. Le artigianali create in Italia sono tendenzialmente a gradazione piuttosto elevata, sugli 8-9 gradi, da meditazione. Noi invece abbiamo puntato su birre più leggere, sui 4-5 gradi, che siano beverine, sul modello delle bionde tedesche come ad esempio la pils, tanto per essere chiari. Ne abbiamo di sei tipi diversi, dalla chiara alla rossa alla stout. Questa estate presenteremo anche la settima: una Oltrepò Pale Ale, sul modello delle Apa americane tanto di moda in questo momento».

Che caratteristiche avrà?

«La base è “ale”, sarà rustica, con una parte di farro e cereali non maltati e zenzero prodotti da noi».

C’è anche un pub collegato al birrificio?

«Sì, vendiamo le nostre birre, i nostri vini e prodotti rigorosamente made in Oltrepò, come salumi e formaggi di aziende agricole delle nostre valli. La nuova stagione inizierà il 26 maggio, saremo aperti tutti i sabati e le domeniche fino a settembre, con musica live ed eventi a tema».

Che tipo di clientela avete? L’Oltrepò risponde a queste iniziative?

«Chi viene qui lo fa per godersi la tranquillità delle colline. Tanta gente arriva da Pavia o Milano, ma abbiamo una buona “fan base” anche da queste parti. Non tanto di giovanissimi, che forse preferiscono ancora la movida salicese o della pianura».

La carenza di infrastrutture in Oltrepò è da sempre un grosso problema. La situazione vi penalizza?

«Decisamente sì. Le strade fanno pietà, il gelicidio dello scorso dicembre ci ha isolati dal resto del mondo per due giorni. La gente che arriva da fuori ci fa i complimenti, ma immancabilmente ci chiede il perché le strade siano così malmesse. Noi giriamo le lamentele ai politici locali, nella speranza che trovino una soluzione. Lavorare qui è difficile proprio perché la zona è disagiata da quel punto di vista. Il nostro pub è stagionale proprio per questa ragione. Quando arrivano freddo e maltempo, con strade in queste condizioni, nessuno tenta la sorte per raggiungerci e lavorare con continuità è impossibile. Un peccato. Come noi altre aziende sono nella stessa situazione. Da anni ci lamentiamo ma finora nulla si è mosso».

di Nicolò Tucci  

 
 
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