Martedì, 16 Luglio 2019

PONTE NIZZA - «MANCANO DA QUESTE PARTI I RISTORANTI”

è stato il più agguerrito, il più tenace, il più originale tra i concorrenti dell’ultima edizione di Masterchef. Dando sempre il massimo a ogni prova, sfidando prima di tutto se stesso e poi gli altri concorrenti, Alberto Menino (24 anni, tortonese) è riuscito ad arrivare al terzo posto, vedendosi sfuggire per un pelo l’occasione della finale, disputata invece dall’ucraina Cateryna e dal marchigiano Simone, che ha poi vinto il programma. Uscito di scena con una discreta dose di rabbia e qualche recriminazione, Alberto ha superato tutti gli ostacoli previsti dalla trasmissione senza nessun attimo di cedimento, battendosi sempre con la massima concentrazione e distinguendosi nel gruppo per creatività e preparazione tecnica. Da qualche settimana è tornato a casa e soprattutto all’azienda di famiglia a Ponte Nizza (dove insieme al padre gestisce un negozio di prodotti tipici e dove è stato festeggiato anche dal sindaco Tino Pernigotti, che gli ha consegnato una targa ricordo) per raccogliere le idee e vagliare i progetti a cui dedicarsi nei prossimi mesi. Innamorato dell’Oltrepò, sta considerando quale sia la strada migliore da intraprendere adesso, coltivando il sogno, prima o poi, di aprire un proprio ristorante a due passi da casa.

Alberto, passata l’arrabbiatura?

«Assolutamente no! Scherzi a parte sì, mi è passata, anche se il rimpianto di non aver vinto o comunque di non essere andato in finale è rimasto. La conclusione ha lasciato un po’ di amaro in bocca ma l’esperienza in sè è stata indescrivibile, in tv si vede una minima parte di quello che accade, non si capiscono bene le dinamiche e i tempi. Esserci dentro però è totalmente diverso, ti metti alla prova come non hai mai fatto prima, e in poco tempo cresci enormemente, sia dal punto di vista della cucina che dal punto di vista caratteriale».

Sta dicendo che si è calmato?

«Sembra incredibile ma sì, mi sono tranquillizzato un po’. Ho un carattere vivace, molto forte, e spesso mi capita di rispondere male soprattutto alle critiche che mi vengono mosse. In questo caso, invece, credo di essermi controllato bene, di aver accettato con maturità gli appunti che mi sono stati fatti di volta in volta e di essere migliorato anche da questo punto di vista».

La sensazione, in effetti, è che i giudici alla fine abbiano premiato un po’ la simpatia.

«Più che la simpatia direi forse la storia, il contorno dei concorrenti. Io non ho alcun dramma alle spalle, fortunatamente sono un ragazzo normale con una famiglia normale, e forse è sembrato che non avessi abbastanza da raccontare. Però questo era un talent show, non un reality show, ed era giusto che fossero premiati il talento e le capacità piuttosto che la storia personale».

Di certo non le hanno reso le cose facili. Su nove mistery box è arrivato tra i migliori sei volte, eppure non le hanno mai concesso la vittoria. Sembrava quasi fatto apposta, forse per spronarla a fare ancora meglio?

«O forse per farmi arrabbiare! L’ho trovato un atteggiamento un po’ fastidioso da parte dei giudici, ho avuto la sensazione che conoscendo il mio carattere volessero proprio farmi saltare i nervi, forse anche per attirarmi le antipatie degli altri concorrenti. Indipendentemente da questo, però, io ho sempre lottato e gareggiato contro me stesso, degli altri mi è sempre importato poco. Il mio avversario sono sempre stato io, quello che mi interessava era mettermi alla prova di volta in volta, non superare gli altri. Esattamente come quando sono a casa e nel frigo non c’è niente: la sfida è creare qualcosa di buono con quello che ho, inventarmi un piatto dal nulla».

E fra Cateryna e Simone chi avrebbe fatto vincere?

«Cateryna, sicuramente. Ho sempre detto che se fossi andato in finale con Cateryna o se mi avesse sbattuto fuori lei lo avrei accettato più di buon grado. La sua cucina è molto più simile alla mia, in alcune prove ha rischiato molto di più rispetto a Simone, senza per questo voler togliere qualcosa a lui. Nell’ambito della cucina tradizionale è molto bravo, solo che dal mio punto di vista è meno innovativo di altri. Cioè, anche io parto spesso da ingredienti e piatti tradizionali ma cerco sempre di portarli nel 2018, di svecchiarli e renderli più interessanti. Lui è forse più legato al passato, e inevitabilmente ha azzardato meno durante tutto il percorso».

Le chiedo un’ultima cosa su Masterchef poi andiamo oltre: l’amore per lo chef Barbieri, che ha sempre detto di ammirare molto, era corrisposto o meno?

«Televisivamente è sembrato di no, hanno utilizzato in maniera funzionale al programma un siparietto simpatico che si è venuto a creare, in cui sembrava che non approvasse troppo il mio lavoro o la mia ammirazione nei suoi confronti. In realtà, in quei pochi secondi che abbiamo avuto di tanto in tanto per scambiare qualche parola coi giudici si è sempre mostrato molto aperto e disponibile, anzi gli è scappato anche qualche complimento. Mi ha detto che lo stupivo sempre ogni volta che passava davanti alla mia postazione, e questo mi ha davvero gratificato».

Cosa sta facendo adesso?

«Sto organizzando un po’ di eventi e mi sto guardando intorno per cercare di capire quali dovranno essere le mie prossime mosse. Nel frattempo ho registrato un paio di puntate su AliceTv (una andrà in onda il 13 aprile) in cui ho cucinato due piatti per il pubblico, ma per il momento non ho ancora nessun altro progetto ufficialmente avviato».

Masterchef apre davvero delle porte?

«Diciamo che devi essere bravo tu ad aprire quelle giuste. Di proposte ne sono arrivate parecchie ma tante non erano vicine alla mia idea di cucina, così qualcosa mi sono cercato da solo. D’altronde niente arriva dal cielo, bisogna cercarsi le proprie opportunità e mettercela tutta per farle fruttare».

Che progetti ha per il futuro?

«In questo momento il mio progetto ideale è questo: lavorare per un paio d’anni in cucine rinomate, studiare, fare stage e maturare un po’ di esperienza osservando i grandi chef. Poi, quando la mia ragazza avrà finito l’università, prendermi un po’ di tempo (magari sei mesi, magari di più) per viaggiare con lei, scoprire posti e sapori diversi, aggiungendo agli ingredienti che già conosco quelli che provengono dai paesi più lontani. E poi, ovviamente, tornare a casa per aprire un mio ristorante».

Qui in Oltrepò?

«Sì, qui in zona, vicino a casa. Io sto bene dove sono nato, non ho la smania di affermarmi a Londra, a New York o in chissà quale grande città. Mi piace la quiete, mi piacciono i nostri paesaggi e i nostri ingredienti, non sento il bisogno di spostarmi. Anzi, il mio sogno è proprio quello di rimanere dove sono, e di valorizzare con il mio lavoro un territorio poco sfruttato e poco conosciuto. So che qui non c’è molto da fare (per non dire che non c’è proprio niente) ma vorrei dare il mio contributo per aiutare questo territorio a crescere».

Ha detto diverse volte di sentirsi più oltrepadano che piemontese...

«Al nord siamo tutti abbastanza chiusi, ci facciamo tutti i fatti nostri, ma il lombardo ho la sensazione che sia un po’ più aperto del piemontese. Penso a una città come Milano, così cosmopolita e piena di vita, e mi ci sento più affine. Ma penso anche alle colline dove lavoro tutti i giorni, alla mia nonna che vive qui, e mi rendo conto di avere un legame più forte con questa zona rispetto al tortonese. Con questo non voglio nulla togliere alla città dove vivo, che si trova in una posizione strategica e che mi consente in un’ora di essere in Liguria, in Lombardia e in Emilia Romagna. Una risorsa non da poco dal punto di vista culinario, perchè mi ha consentito di conoscere bene i sapori di tre regioni invece che di una sola».

E a proposito di Oltrepò, parliamo un po’ della ristorazione. La sensazione è che ci siano ottime potenzialità ma poco sfruttate, è d’accordo?

«In questa zona si predilige la formula dell’agriturismo o dell’osteria, posti in cui mangi tanto e bene, per carità, ma da cui esci scoppiando. Questo è un peccato perchè come giustamente diceva anche lei le potenzialità ci sono eccome, ma le si sfrutta poco e il livello rimane sempre lo stesso. Mancano da queste parti i ristoranti raffinati, dove l’idea di cucina sia più originale, i posti dove se mangi dall’antipasto al dolce esci sazio ma non strapieno. Però sono fiducioso che un locale del genere potrebbe funzionare anche qui: la gente c’è e si sta abituando a una cucina di maggiore qualità, dunque non vedo perchè non provarci».

Come lo immagina il suo ristorante?

«Un posto piccolo, elegante, con venticinque o trenta coperti al massimo. Ai miei clienti proporrei i prodotti della tradizione locale rielaborandoli attraverso un’idea di cucina giovane e creativa. Userei tecniche particolari e poco gettonate, servirei piatti che richiamano sapori noti senza mai essere banali. Vorrei stupire chi assaggia i miei piatti senza disorientarlo, attingere al passato per creare qualcosa che parli un linguaggio fresco e contemporaneo».

di Serena Simula

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