Lunedì, 18 Novembre 2019

VOGHERA - «LA NOSTRA È SEMPRE STATA UNA FAMIGLIA UN PO’ INSOLITA, COLTA E VOTATA ALL’ALTRUISMO»

Una famiglia radicata al proprio territorio, ma anche cosmopolita e aperta, con il filo conduttore dell’altruismo e della generosità che lega fra loro i suoi membri. Stiamo parlando degli Anselmi, vogheresi doc che da generazioni si distinguono in città per i loro meriti culturali e soprattutto umani, per la loro attività a sostegno degli altri e per tanti riconoscimenti collezionati per i motivi più disparati. A cominciare dal bisnonno maestro elementare, passando per il nonno capitano di marina e per il papà amatissimo dottore, le sorelle Laura detta “Luli” e Susanna Anselmi ci hanno aperto il libro dei ricordi familiari, per omaggiare i grandi uomini da cui tanto hanno imparato.

La vostra è una famiglia particolare, di cui nelle ultime generazioni hanno fatto parte tre grandi uomini. Il bisnonno Francesco, il nonno Alfredo e il papà Giulio Cesare.

«Sì, la nostra è sempre stata una famiglia un po’ insolita, colta anche in un’epoca in cui la cultura non era alla portata di tutti, e votata all’altruismo. Gli uomini Anselmi, a parte il nonno Alfredo che era militare in marina, sono sempre stati insegnanti o medici, due professioni che in modi diversi si occupano del prossimo. E c’è sempre stata anche una vena artistica in casa, un certo feeling con la scrittura. Abbiamo avuto delle zie poetesse, e lo stesso papà scriveva dei versi bellissimi».

Il personaggio più curioso del vostro albero genealogico è senza dubbio il nonno Alfredo, a cui peraltro è stata dedicata da poco una messa solenne alla chiesa dei frati. Hanno partecipato tante autorità militari, la Marina lo ricorda ancora con molto affetto.

«Il nonno era senz’altro un tipo formidabile. Nato il 22 marzo 1875 a Palata, in provincia di Campobasso, dove il bisnonno era stato trasferito dopo l’Unità d’Italia per la campagna di alfabetizzazione della popolazione, si arruolò in marina a soli sedici anni. Partì nel 1891 come semplice cannoniere e frequentò poi l’Accademia navale di Livorno, diventando finalmente capitano nel 1923. Fu poi destinato alla difesa marittima di Pola dal 1923 al 1933 e successivamente dal 1935 al 1936 e ancora nel 1939 e dal 1940 al 1943. Come si evince dalle date, affrontò in servizio ben tre guerre: la campagna d’Abissinia e i due conflitti mondiali».

A bordo di navi che hanno letteralmente fatto la storia.

«Sì, è stato capitano dell’Amerigo Vespucci, della Giulio Cesare (nostro padre si chiamava così in onore della nave, perché all’epoca della sua nascita era imbarcato proprio su quella corazzata), sull’Italia, sulla Terribile, sulla Garibaldi, l’elenco è lunghissimo. E durante il servizio ha ottenuto decine di riconoscimenti, tra cui la Medaglia Commemorativa per l’opera di soccorso prestata a Messina nei luoghi devastati dal terremoto del 28 dicembre 1908. Una curiosità, questa, che come spiegheremo dopo lo accomuna a nostro padre».

Voi il nonno non lo avete conosciuto, è scomparso nel 1952. Cosa vi raccontava di lui vostro padre?

«Era un tipo duro, d’altri tempi, sempre in divisa, ma non così severo come voleva far credere. Papà raccontava sempre della sua infanzia a Pola, in Croazia, della vita trascorsa in mare insieme a lui, e quando si arrabbiava con noi tirava fuori gli insegnamenti paterni, ci diceva “E adesso mi date del lei e rispondete signorsì signore!”. Non doveva essere facilissimo essere figli del nonno Alfredo, aveva dei metodi un po’ particolari. Per insegnargli a nuotare lo fece gettare legato in mare: “o impari o affoghi”, gli disse. L’idea ci terrorizzava quando eravamo piccole, ma mio padre imparò eccome, si lanciava dai ponti delle navi, e l’amore per il mare non lo ha mai abbandonato».

Deve aver viaggiato moltissimo…

«Oh sì. Ha girato il mondo. A casa abbiamo ancora cartoline d’epoca che giunsero qui da ogni angolo del pianeta. C’è una cartolina di Nagasaki precedente allo sgancio dell’atomica, e poi ci sono statue e oggetti di ogni tipo, collezionati in anni e anni di servizio».

E ora veniamo al papà Giulio Cesare, scomparso nel 2013. Chirurgo e urologo, è stato a lungo primario di chirurgia all’ospedale di Voghera. Lo conosceva tutta la città.

«Lo conoscevano e lo amavano tutti, soprattutto i suoi pazienti. Nonostante in famiglia fosse un po’ tradizione fare i dottori, per lui la medicina era davvero una vocazione, e svolgeva la professione con autentica passione. Talmente tanta che a noi non è mai venuto in mente di proseguire le sue orme: ci rendevamo conto che la dedizione era una componente fondamentale per fare il medico, che non era un mestiere che si potesse fare solo per far contenti i genitori. E lui per questo non ha mai insistito».

Che tipo era?

«Simpaticissimo, un vero spasso. In reparto, se qualcuno era sconfortato, lui si inventava mille scherzi per tirarlo su di morale, e agli anziani preoccupati cercava di spiegare le operazioni in dialetto (che peraltro, non essendo cresciuto qui, non parlava troppo bene). E poi era molto buono, si affezionava sinceramente ai suoi pazienti. Ricordo una bimba dell’orfanotrofio che non parlava con nessuno se non con lui. Dopo averla conosciuta venne a casa e ci chiese quali erano i nostri giochi preferiti, li prese e glieli regalò. Noi ci rimanemmo malissimo, ma lui non volle sentire ragioni: disse che quella bambina non aveva mai avuto nulla, e che si meritava il più bello dei nostri giochi, non qualcosa che avevamo scartato».

Come il nonno, anche il papà ottenne un riconoscimento importante…

«Sì, nel 1996 è stato nominato Commendatore della Repubblica. Non sappiamo chi abbia segnalato il suo nome, ma chiunque sia stato probabilmente lo fece per ringraziare papà del suo impegno nel soccorrere i feriti del disastro ferroviario di Voghera, avvenuto nel 1962. Papà aveva 35 anni allora, era un medico giovane, ma in quel carnaio riuscì a mantenere i nervi saldi più di tanti altri medici più navigati. Amputò gambe e braccia, lavorò per ore e ore incessantemente. Era un grande uomo e un grande medico, e manca tanto a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo».

di Serena Simula

  1. Primo piano
  2. Popolari