Domenica, 21 Luglio 2019

TORRAZZA COSTE: «MANCAVA UNA PROPOSTA CULTURALE ALTERNATIVA, ECCO PERCHÉ SIAMO QUI»

Da ormai quattro anni i locali dello storico ex “Cinemà” di Torrazza Coste sono la casa dell’associazione culturale “Pocapaglia”, nata nel 2014 per iniziativa di cinque famiglie torrazzesi che hanno raccolto la sfida di creare un polo culturale che gravitasse intorno a quei locali, ristrutturati e in ottime condizioni, ma senza destinazione d’uso. Negli anni l’associazione ha messo in fila concerti underground, corsi di ballo, incontri per collezionisti di chitarre, degustazioni di prodotti artigianali, giocoleria, corsi per ragazzi e molto altro. A raccontare questa avventura è il vicepresidente e socio fondatore Stefano Conca Bonizzoni.

Come nasce il progetto “Pocapaglia”?

«Nasce dalla voglia di ridare senso e prendersi cura di un luogo in cui molti di noi erano cresciuti essendo stato il punto di ritrovo per molte generazioni. Era stato ristrutturato grazie a un finanziamento della comunità europea ma non veniva più in alcun modo utilizzato. Ci siamo chiesti cosa servisse di più al paese e ci siamo risposti che si trattava di offrire un luogo dove accedere alla cultura di ogni tipo, che fosse musicale, teatrale, laboratori per bambini, corsi di inglese o di giocoleria».

E avete fatto tutto da soli o il Comune vi ha aiutato?

«Abbiamo iniziato senza alcun finanziamento o aiuto da parte del Comune, ma pagando un regolare affitto e gli allacci alle forniture energetiche e relative spese».

Che tipo di attività svolgete?

«Abbiamo iniziato con i concerti. Contest musicali per band giovanili per arrivare poi a inserire laboratori per ragazzi il pomeriggio. Le cose che hanno più funzionato sono stati il laboratorio di giocoleria, che abbiamo portato avanti per tre anni con spettacoli molto interessanti e il tango, che ancora adesso funziona e che proponiamo il giovedì una volta al mese. Poi c’è il folk, con la valorizzazione della musica tradizionale del nostro territorio, quindi delle 4 provincie. A questo proposito in collaborazione con CTM musica e Downtown Studio di Pavia abbiamo inventato una formula di scambio culturale in cui a un gruppo folkloristico locale si abbina, un sabato al mese, un gruppo che proviene da tutt’altra realtà. Abbiamo combinato incontri tra musicisti tradizionali dell’Appennino e Bretoni ad esempio e attraverso iniziative di questo tipo siamo riusciti a farci conoscere anche oltre i confini».

In quanti siete?

«I soci sono in tutto una cinquantina, dei quali 15 sono quelli che danno anche una mano pratica nell’organizzazione e realizzazione di eventi. Non sono pochi per una realtà come la nostra, dato che in questo modo riusciamo a dividerci i compiti».

Come mai un circolo e non un locale vero e proprio? Quali sono i vantaggi?

«Un locale avrebbe come logica principale il profitto e saremmo vincolati a un certo modo di proporre le cose, perché logicamente bisogna tirarci fuori uno stipendio. Oggi la musica e la cultura non tirano, o perlomeno dalle nostre parti fanno molta fatica. L’esempio classico sono i concerti, che in giro sono sempre meno e attirano sempre un ristretto numero di persone. C’è troppa omologazione in giro, locali molto simili tutti concentrati in pochi luoghi, con la stessa musica di sottofondo. Una logica che non ci appartiene. Noi nel nostro microcosmo cerchiamo di fare qualcosa di diverso, qualcosa che ci piace e che riteniamo meritevole a prescindere dal tornaconto economico e questo ci è permesso perché non avendo un locale vero e proprio non dobbiamo trarne un profitto».

Gli svantaggi?

«Pochi soldi a disposizione, non c’è un investimento privato e chi ci lavora lo fa da volontario senza percepire un euro, per cui ha un tempo ed energie limitate da giocarsi nel progetto…Poi potrei dire il fatto che la nostra offerta di prodotti, cibo e bevande è estremamente limitata: abbiamo in pratica esclusivamente birre, vini e salumi locali e in una piccola selezione. Tutto rigorosamente a km0. Per noi è una buona cosa, si intenda, ma di sicuro il pubblico “medio” è abituato ad un’altra offerta e questo può essere per noi un limite nell’essere attrattivi».

Quali sono le difficoltà principali che avete incontrato in questi anni?

«Direi riuscire a costruire un pubblico che possa apprezzare e partecipare a una proposta culturale diversa. Siamo un’associazione e quindi offriamo un servizio molto diverso da quello di un locale tradizionale: dai tempi più lunghi di attesa alla scelta ridotta per cibo e bevande, come detto. Questo a volte penalizza perché è ancora molto radicata l’abitudine a muoversi in posti diversi, come pub o ristoranti».

Cosa ne pensa del panorama artistico in Oltrepò?

«Che è una scena ricchissima di talenti, dalla musica al teatro al cinema. Abbiamo delle risorse incredibili ma il problema è che in zona mancano posti dove esprimersi e, soprattutto, manca un pubblico curioso».

Come si entra a far parte del “Pocapaglia”? è necessario tesserarsi?

«Non siamo un circolo arci quindi non è necessario tesserarsi. Siamo un’associazione culturale che può essere sostenuta con una donazione, in cambio della quale riconosciamo una tessera. L’aiuto più prezioso è la partecipazione attiva, tra la presenza agli eventi, il supporto al bancone o in altre situazioni pratiche».

Obiettivo per il futuro?

«Principalmente direi: resistere. Poi stiamo valutando, come associazione, di spostarci anche in altri luoghi».

di Christian Draghi

agierre-marzo TecnoSerramenti-copia lidobuca-copia studio-medico-tagliani panificio-santa-maria-AGOSTO-copia

  1. Primo piano
  2. Popolari