Sabato, 23 Giugno 2018

DALLE PARROCCHIE DI STRADELLA, BRONI E REDAVALLE AL VILLAGGIO DI EMDIBIR, IN ETIOPIA

“Chicco per Emdibir” è un’organizzazione di volontariato delle parrocchie di Stradella, Broni, e Redavalle, nata con l’intento di trasferire competenze agroalimentari a giovani e famiglie dei paesi emergenti in Etiopia, affinchè siano promotori del proprio sviluppo. Altri obiettivi importanti dell’associazione sono sensibilizzare sulle problematiche dei paesi in via di sviluppo e promuovere gemellaggi e scambi culturali tra realtà italiane e di questi paesi.

Elena Passadori, membro del Consiglio Direttivo dell’Organizzazione, ci racconta come è nata l’idea di fondare Chicco per Emdibir.

«è nata perché tra i miei amici di infanzia ci sono persone che hanno studiato all’Università di Piacenza, con cui mi sono confrontata dopo che nel 2012 sono tornata da un’esperienza di volontariato in Etiopia, precisamente nella Eparchia (la Diocesi) di Emdibir. Ero andata con un’associazione brianzola ed eravamo stati presso una missione di questa Diocesi, che ha le scuole e una piccola clinica ed è gestita da quattro suore indiane. Durante questa esperienza avevo fatto il doposcuola con i bimbi.

Ma nelle gite domenicali e guardandomi un po’ attorno, avevo notato che, nonostante il panorama fosse verdeggiante, non coltivavano niente. Loro mangiano essenzialmente il cocho, che è una sorta di pagnotta, che realizzano macinando il tronco e le radici di una pianta che cresce abbastanza spontaneamente, chiamata falso banano. Questa poltiglia viene avvolta in foglie e sotterrata, a volte anche per tanti mesi. Viene fuori una sorta di pane, però è tutto amido: questo permette loro di non sentire i morsi della fame, ma in realtà è malnutrizione, perché, soprattutto per i bambini, non ci sono le proteine necessarie.

Al mio ritorno, insieme con altre persone, tra cui professori dell’Università di Piacenza, abbiamo iniziato a ipotizzare un progetto di aiuto. Questi professori, tra l’altro, avevano già esperienza di progetti in India e in Congo, soprattutto per quanto riguarda la creazione di centri pilota per l’agricoltura. Ci siamo confrontati con il Vescovo Monsignor Musiè Ghebreghiorghis per capire come poter iniziare a muoverci e preparare un piano d’azione».

A questo punto, quindi, com’è andata?

«Far partire un progetto a distanza è sempre molto difficoltoso, soprattutto perché loro hanno una mentalità molto diversa e distante dalla nostra, proprio in termini di progettazione. Quindi individuare degli obiettivi, delle attività, delle scadenze intermedie è stato il nostro primo passo. All’inizio ci siamo un po’ scoraggiati, perché le cose andavano molto per le lunghe. Nel frattempo, noi avevamo solo un progetto appoggiato alla Caritas di Tortona…poi abbiamo cercato di confrontarci con gente che avesse esperienze simili e tra queste persone abbiamo incontrato un dirigente della Ferrero, che con amici e colleghi aveva messo in piedi anni prima un’associazione per fare delle azioni analoghe in Eritrea. Ed è stato proprio lui a suggerirci di creare un’associazione. Abbiamo quindi creato la nostra organizzazione nel marzo 2014: in particolare ci hanno sostenuto fin da subito le parrocchie di Stradella e Broni e le parrocchie di Don Francesco Favaretto, che è un mio amico d’infanzia».

Non saranno mancate le difficoltà…

«Dopo aver racimolato un po’ di fondi siamo partiti, ma in effetti le difficoltà ci sono state. Ci siamo infatti trovati nell’agosto 2015 a capire cosa fare, se destinare i soldi in questo progetto o ad altri. Abbiamo deciso quindi di mandare un volontario per qualche mese…in modo che ci fosse una persona occidentale, quindi con un modo di pensare vicino a noi, per monitorare passo dopo passo i lavori».

Come è avvenuta la scelta?

«Tramite annunci. Il volontario Giorgio Gotra è stato la nostra carta vincente, perché si è rivelato molto bravo anche nel management: è andato là con determinati obiettivi e li ha realizzati. Le cose così hanno preso un’altra piega e abbiamo cercato di individuare un team locale che potesse seguire e mandare avanti le attività: questo è molto importante perché non si può pensare di stare là sempre e si vuole proprio rendere autonoma quella popolazione. Il team al momento presente è formato da un economo, un agronomo e una ragazza di diciassette anni, molto brava e motivata. In tutto ciò si è avviata anche una bella collaborazione con la Diocesi di Udine, che è presente sullo stesso territorio da diversi anni con un progetto logistico molto grande, e con loro condividiamo il Progetto Mission».

La produzione agricola cosa prevede?

«Tutto quello che serve per il consumo locale e che ‘riesce bene’, in base al terreno e al clima… quindi pomodori, patate e tutti gli ortaggi. Finora abbiamo avuto buoni risultati e siamo stati anche fortunati perché non ci sono stati attacchi di parassiti. Il sistema di produzione è ancora da mettere a punto… Andremo a fine mese a fare un sopralluogo e verrà con noi anche un laureando, Alberto Maserati, che avrà il compito di individuare le colture più adatte, sulla base del fabbisogno energetico e delle condizioni del terreno, del clima e dell’accesso all’acqua, che rimane un problema pesante nei periodi di secca»

Durante il prossimo viaggio cosa farà?

«Gli obiettivi sono due: vedere con i nostri occhi lo stato dell’arte e capire come impostare i lavori in un’ottica di allargamento e poi andare dalle suore, in un paese distante 40 km. Loro ci hanno chiesto fondi per comprare le materie prime per la mensa scolastica… noi potremmo anche attrezzarci per dare loro questi soldi, ma poi tutti gli anni si ripresenterebbe lo stesso problema. Invece vorremmo ripetere lì lo stesso esperimento fatto dall’altra parte: renderli quindi autosufficienti, in modo tale che la gente del posto possa anche lavorare e produrre. Non è semplice, proprio perché si tratta di un paese isolato: bisognerebbe trovare un equilibrio giusto di collegamento con il centro vescovile».

Come è nato il nome dell’associazione?

«Embidir è il nome del villaggio principale e della Diocesi. Il progetto iniziale si chiamava “Un chicco di grano” ed era stato molto studiato come nome: l’avevamo scelto perché è piccolo e perché richiama alla pagina evangelica di qualcosa di piccolo che si offre per costruire qualcosa di più grosso, di più fruttuoso. Poi altre assonanze, come il fatto che il chicco si semina e noi siamo chiamati a seminare anche senza guardare il risultato».

Al momenti quanti siete nell’associazione?

«Abbiamo un consiglio direttivo di sette persone e come associati dipende dagli anni…siamo un numero che varia tra i 70 e i 100. La direzione tecnica è composta dai professori Giuseppe Bertoni e Vincenzo Tabaglio, dal dottor Andrè Ndereymana e dalla professoressa Luisa Dalla Costa. Abbiamo però necessità di estendere la visibilità…».

In che modo?

«Avremmo bisogno della possibilità di poter costruire un budget con finanziamenti un po’ più stabili. Stiamo quindi guardando sia al panorama dei finanziamenti tramite ad esempio la Cei, piuttosto che al altri enti. Stiamo però cercando di organizzare anche degli eventi che diano visibilità… come per esempio una cena di beneficenza…».

                                   

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