Mercoledì, 22 Novembre 2017

“USATI COME CAVIE”

Da Chernobyl. “Non ho fretta. Nel 1986 un medico mi diede cinque anni di vita.  E sono ancora qui…”: Aleksey Moskalenko attende paziente di fianco al checkpoint, infagottato in una divisa militare troppo grande. All’occhiello, il distintivo del trentennale del disastro di Chernobyl, quando – nella notte fra il 26 e il 27 aprile – il reattore 4 della centrale nucleare ucraina esplose provocando il peggiore incidente della storia dell’energia atomica. Moskalenko, all’epoca ventinovenne, era vicecapo della locale unità di polizia. Reso invalido dalle radiazioni che ancora oggi ne tormentano l’anima e il corpo, si mantiene facendo la guida turistica. Ci conduce fino al punto esatto dove si trovava all’1.23 di quella notte maledetta, quando un lampo squarciò l’oscurità.

“Vidi grandi sfere nere sollevarsi nel cielo e una luce giallo-verde tutt’attorno. Quindi una grande nuvola, credo di vapore – racconta – Il mio capo ci ha chiamati alla radio e ci ha detto di andare verso il reattore. Ci hanno fatto indossare le divise perché eravamo in borghese, ma nessuno ci ha detto di mettere indumenti protettivi. Pensavamo che sarebbe bastato pulire un po’ perché il reattore continuasse a funzionare.” Com’è noto, le cose non andarono così. Ma questo Aleksey e i suoi commilitoni non lo sapevano, come non lo sapevano le centinaia di migliaia di “liquidatori” mobilitati per cercare di contenere i danni dell’esplosione.

Le stime sulle vittime del disastro di Chernobyl sono molto controverse: si va da un minimo di poche migliaia fra morti accertate e presunte, secondo le cifre fornite dal Forum dell’Onu, a un massimo di qualche milione di decessi, come è stato stimato da un rapporto di Greenpeace che calcola anche le conseguenze dell’incidente. Quello che è certo, però, è che l’incidenza fra i cosiddetti “liquidatori” è altissima.

L’Unione Chernobyl Ukraine è la prima associazione di veterani della centrale, fondata ormai 31 anni fa. È presieduta dall’ingegnere Vladimir Kobcic, ottant’anni e almeno sette denti d’oro. Impiegato alla centrale sin dal 1977, Kobcic non ha mai smesso di difendere la gestione statale dell’energia nucleare, oggi come allora. È rimasto fino in fondo un uomo di partito, fedele alla causa suprema dello Stato.

Quando parla dei danni che hanno subìto i lavoratori, tuttavia, il suo racconto è impietoso: “Quando abbiamo registrato l’associazione c’era ancora l’Urss, eravamo 3100 – racconta con voce ferma nonostante l’età – Oggi siamo rimasti meno di 1500. E tutti i sopravvissuti sono disabili. Tutti.”

Kobcic punta il dito contro la legge del 29 dicembre 2014, con cui sono state pesantemente tagliate le pensioni e con cui sono stati aboliti molti dei privilegi residui dei liquidatori: “Ai tempi dell’Urss abbiamo elaborato le leggi con l’allora primo ministro Nikolaj Ryzkov. Lavoravamo su turni di 15 giorni, quando non eravamo alla centrale andavamo a Mosca a parlare con il governo. Ma la norma del 2014 ci ha lasciati senza protezione e quasi senza pensione.”

Le vecchie leggi di cui chiede il ripristino assicuravano garanzie molto ampie proprio perché scritte con la collaborazione di rappresentanze dei liquidatori. Senza casi analoghi nella storia dell’energia nucleare, non c’erano nemmeno precedenti di giurisprudenza.

E allo stesso modo nemmeno i medici avevano troppi elementi scientifici a disposizione per valutare i casi clinici cui si trovavano di fronte.

Nel libro Preghiera per Chernobyl del premio Nobel per la Letteratura Svetlana Aleksievic una madre sopravvissuta ricorda: “I medici si giustificavano dicendo di aver ricevuto direttive che imponevano di considerare i casi di invalidità come malattie comuni. Fra venti o trent’anni, dicevano, quando si sarà formata una banca dati sufficiente, si potrà stabilire un nesso fra determinate malattie e radiazioni ionizzanti.”

Nel frattempo, però, liquidatori ed abitanti di Chernobyl pagano sulla propria pelle il conto di quella inesperienza.

Anatoly e Vera Terno abitano a New Zalecie, uno dei tanti villaggi per profughi spuntati come funghi nei mesi successivi all’incidente. Nel 1986 lavoravano entrambi alla centrale, lui come operaio all’escavatore, lei commessa in un negozio di elettronica.

“Ci hanno detto che era solo un incendio nella centrale, di non preoccuparci e di tornare al lavoro – racconta il marito lisciandosi i baffoni – Il giorno dopo l’esplosione sono addirittura andato a pescare al fiume. Solo l’indomani ci hanno evacuati.”

Un ritardo colpevole, che ora costa ad Anatoly problemi agli arti, al cuore e alla tiroide. Dopo l’incidente non può più lavorare, gli è stata riconosciuta una disabilità “di seconda categoria, almanacca ripercorrendo le cartelle cliniche. Ha una pensione da 3mila grivnia al mese, poco più di cento euro. In Ucraina lo stipendio medio non è molto più alto, ma comunque c’è chi riesce ad assicurarsi le “pensioni d’oro”, da 7mila a 10mila grivnia. Basta presentare un falso permesso di disabilità – naturalmente acquistato al mercato nero – e il gioco è fatto.

Un vero e proprio schiaffo in faccia ai disabili veri, spesso costretti a sottoporsi a cure mediche sperimentali. “Ci davano medicine nuove per vedere se facessero bene o male – ricorda Aleksey – Ci facevano provare nuove cure, come a tante cavie.”

giift

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