Venerdì, 21 Febbraio 2020

OLTREPÒ PAVESE - IL DUCA DENARI SI STARÀ RIGIRANDO NELLA TOMBA

Il Duca Denari, patron della vera La Versa e del Consorzio di Tutela della Prima Repubblica, insieme con Angelo Ballabio e Pietro Riccadonna, indimenticati enologi impegnati in un Oltrepò brillante e qualitativo si staranno, certo, rigirando nella tomba. Il nuovo che avanza, mi hanno raccontato a un tavolo dell’Osteria del Giuse di Stradella, sta infatti asfaltando la qualità percepita del Metodo Classico locale, proponendolo in promozione al discount a 4.59 euro la bottiglia a un mese da Natale, momento magico per le vendite nel segmento della spumantistica. Tutta da ridere anche la scheda del prodotto sul sito della catena nazionale di discount, nella quale si legge letteralmente:

«Quando si parla di spumanti italiani di solito alla mente sovviene la Franciacorta. In Lombardia, però, c’è un’altra area meritevole di essere menzionata: l’Oltrepò Pavese. Qui - si legge sul sito - si producono spumanti metodo classico a base Pinot Nero che non temono competizione alcuna né dalle produzioni del Franciacorta né dalle più famose etichette di Champagne». Per chi legge vale a dire che tanta qualità e vocazione meritano la mirabolante spesa di 4.59 euro a bottiglia, in promozione volantino però, mentre quando il prezzo è intero si parla di 5.49 euro. Pazzesco. Negli anni in cui i produttori di filiera (veri) cercano di fare immagine, lo “champagne” locale (definizione errata ma che rende l’idea) finisce a scaffale e sui volantini al prezzo di un Metodo Martinotti da battaglia, un prodotto come ne esistono a centinaia.

Tutto questo non succede ad opera di qualche imbottigliatore ma per mano della prima cantina cooperativa del territorio, Terre d’Oltrepò, realtà che ha in mano il mercato e che vinifica la metà delle uve della quarta zona di produzione d’Italia e la prima di Lombardia (a volumi). La logica della damigiana è trasferita alla bottiglia con tappo a fungo, non con un Metodo Classico qualunque ma con una “private label” DOCG Oltrepò Pavese (Denominazione d’Origine Controllata e Garantita), il vertice assoluto secondo la legge italiana sulle denominazioni.

Si dice che nessuno possa far niente per evitarlo, colpa del mercato brutto e cattivo, come se il mercato lo si dovesse sempre subire trasformando in carne da macello ogni denominazione, indistintamente, per vuotare le cantine alla svelta senza badare troppo al fatto che un nome di denominazione appartenga a tutti coloro che lo rivendicano. Dall’altra parte vi sono poi coloro che puntano il dito sulle piccole e medie aziende che hanno preferito uscire dalla denominazione e che i loro metodi classici li imbottigliano come VSQ (vino spumante di qualità) senza riportare il nome territoriale, spiegando che ciò crea disvalore e non valorizza. Provate a dar loro torto di fronte allo scaffale del discount, magari aggiungendo che nulla si può… Ma per capire meglio, mi sono fatto spiegare da chi negli anni dal 2005 al 2007 prese parte ai lavori per portare il Metodo Classico Oltrepò Pavese dalla DOC alla DOCG, un fatto di prestigio indiscusso per una zona di produzione intelligente.

Mi hanno raccontato che all’epoca a dirigere il Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, presieduto da Vittorio Ruffinazzi, era Carlo Alberto Panont, fuoriclasse dei direttori di consorzio, con entrature politico-istituzionali altissime. Tutto il lavoro venne svolto con metodo, nella certezza che il territorio in cui è nato il Metodo Classico italiano nel 1865 (primato conteso con Canelli) meritasse di veder sganciate le proprie bollicine dall’unico disciplinare-madre (come l’astronave-madre dei Visitors) che schiacciava la produzione in termini di qualità percepita di una referenza che doveva diventare simbolo. Panont, che aveva precedentemente avuto esperienze in Franciacorta e Valtellina, riteneva che l’Oltrepò avesse in 2.800 ettari di Pinot nero la forza di fuoco che altrove mancava per elevare le bollicine italiane (in zona Franciacorta e Trentodoc si lavorava di più con lo Chardonnay). Il lavoro per arrivare all’ottenimento della DOCG dalla vendemmia 2007 fu tantissimo. Nacque poi il nome consortile Cruasé, per valorizzare parallelamente la pura espressione rosa del Pinot nero Metodo Classico delle colline oltrepadane. Entrambe le Ferrari sono però rimaste in garage con le gomme a terra.

Anche il Cruasé - mi ha raccontato uno dei fautori del progetto abortito - fu infatti intaccato sul nascere da svendite in grande distribuzione (sebbene non a 4.59 euro a bottiglia) e molti blasonati produttori presero subito le distanze da “colleghi” che non avevano capito che un nome di marchio meritava di essere difeso e valorizzato da tutti, anche in termini di posizionamento di prezzo. Panont si voltò e si trovò condottiero di nessun esercito e migrò verso altri lidi: dopo aver diretto Ascovilo (associazione dei consorzi di Lombardia), contribuito ad avviare con dedizione l’Enoteca Regionale della Lombardia di Broni, condividendo un lungo lavoro con l’attuale presidente ed ex sindaco Luigi Paroni, fu chiamato a dirigere il Centro Riccagioia: il suo sogno era farne la San Michele all’Adige dell’Oltrepò Pavese, centro studi e ricerca. Sogno infranto anche questo, per l’incapacità del territorio di fare rete e della politica, miope, di dare continuità concreta a dichiarazioni d’intenti. Sono rimaste le dichiarazioni, che si susseguono incessanti sui giornali locali, mentre Panont è migrato altrove e oggi dedica la sua professionalità ad altre zone vitivinicole italiane più mature, responsabili e consapevoli. Oggi l’Oltrepò Pavese ha 13.000 ettari di vigneti, ma la DOCG Oltrepò Pavese Pinot nero Metodo Classico vale solo 300.000 bottiglie l’anno (la Franciacorta su 3.000 ettari ha prodotto 17 milioni di bottiglie nel 2018).

Quelle dell’Oltrepò sono pochissime, ma si svendono pure quelle. Sarà che si è abituati con il resto ed è facile estendere il modello? Ai posteri l’ardua sentenza, ai viticoltori le briciole, insieme alle speranze e alle promesse di una classe politica che ha commesso molti errori ma che dà ancora lezioni e porta tutti a spasso come i cagnolini ai giardini, in piazza Buttafuoco o giù di lì. Ognuno fa il suo mestiere, ma qualcuno lo fa davvero male. Mandateci una cartolina dal Merano Wine Festival, sperando che presto il francobollo non costi più di una bottiglia DOCG.

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