Giovedì, 19 Settembre 2019

GREENWAY VOGHERA -VARZI, . «CI AUGURIAMO CHE TUTTI I FONDI VENGANO UTILIZZATI AL MEGLIO»

La maggior parte della popolazione non riesce ad attribuire più alcuna importanza all’ambiente circostante e questa mancanza di sensibilità nei confronti della natura si rispecchia di conseguenza sulle amministrazioni, le quali promuovono interventi sul territorio che non rispettano i principi ecologici e biologici che stanno alla base della vita e del sostentamento umano. Il risultato è l’esistenza di distese chilometriche destinate all’agricoltura intensiva senza alcun albero, senza alcun accenno di rete ecologica. La situazione ecologica si presenta altrettanto gravemente nelle grandi città dove la natura viene modellata a piacimento di ingegneri che Le conferiscono forme che hanno ben poco a che vedere coi fondamentali principi ecologici della Madre Terra. Nel progettare parchi urbani viene attribuita maggiore importanza alla componente architettonica rispetto a quella naturalistica. Il risultato è una vegetazione che non presenta alcuna valenza ecologica e non è in grado di apportare alcun beneficio alla città.

Probabilmente è giunto il momento di cambiare rotta, altrimenti se si continua a vivere con questo stile intensivo, a breve la natura non sarà più in grado di sostenerci. è necessario ristabilire, il più in fretta possibile, quell’equilibrio tra uomo e natura, rinnovare l’ecologia del paesaggio, attribuendo ad esso maggiore importanza e riconoscendolo come sistema vivente. Abbiamo intervistato Filippo Pozzi, di Cappelletta di Borgo Priolo, giovane laureato in scienze e tecniche agrarie,  specializzato in architettura del paesaggio  per capire meglio le  problematiche del nostro territorio in questo campo.

Filippo, prima di specializzarsi all’Università, lei si è diplomato all’Istituto Tecnico Agrario “Carlo Gallini”, quindi la sua passione per la natura ha avuto un ruolo fondamentale per la scelta del suo percorso di studi?

«Vivo in campagna da quando sono nato e amo la natura sin da  piccolo quando avevo propensione a stare fuori, a seguire mia nonna in giardino. Si può dire sia stata lei la figura fondamentale che mi ha fatto nascere la passione per l’osservazione degli insetti e delle piante. Amavo anche molto lavorare nell’orto con lei e già allora avevo un orto personale che coltivavo con molta cura. Poi ho frequentato l’Istituto Agrario a Voghera con indirizzo Gestione Ambiente e Territorio  perché, non avendo terreni agricoli, ero più interessato alla gestione del verde e nel 2010 mi sono iscritto all’Università di Milano alla Facoltà di Scienze e Tecnologie Agrarie. Il curriculum era denominato “Sistemi del verde” ed era già orientato allo studio delle piante ornamentali piuttosto che a quello delle classiche piante agrarie. Finiti i tre anni mi sono iscritto al corso Magistrale inter-ateneo a Genova – Torino – Milano  e  ho conseguito la Laurea  in Architettura del paesaggio».

Finita l’Università, come si è attivato per trovare un’occupazione?

«Intanto, negli ultimi anni di frequenza all’Università, ho avuto la fortuna di svolgere un tirocinio in uno studio di progettazione del verde di Milano, da un Agronomo, la dott.sa Neonato, uno studio multidisciplinare cioè composto da una naturalista, una forestale, due agronomi e questo mi ha permesso di approfondire la tematica della progettazione del paesaggio. Ho poi analizzato il settore per cui mi sono laureato ed ho mandato diversi curricula senza alcun successo. Facendo delle ricerche , ho trovato poi un corso per “giardinieri d’arte” alla Reggia di Venaria Reale, un corso gratuito finanziato dai Fondi Europei e dalla regione Piemonte, sono stato ammesso tramite colloquio e frequentandolo, ho potuto ottenere maggiori competenze  dal punto di vista pratico che erano quelle che mi mancavano  perché progettando molto al computer e vedendo le cose dal punto di vista teorico si perde di vista la vera applicazione in campo. Mi sono reso conto che molti progetti di tipo naturalistico nascono da figure professionali come architetti e geometri che spesso non hanno niente a che fare con il settore del verde perché non fa parte proprio della loro formazione. Molto frequentemente queste figure professionali, vedono le piante come degli oggetti mentre le piante sono degli esseri viventi, hanno bisogno di un terreno particolare  e adatto a loro, di nutrimento, di speciali condizioni climatiche, tutte cose di cui bisogna tener conto quando si mettono a dimora perché hanno anche uno sviluppo finale molto diverso. Ad esempio in Oltrepò Pavese mi capita spesso di vedere cedri o  abeti rossi, che andavano di moda negli anni’70, che hanno raggiunto dimensioni ragguardevoli e questo implica un problema di tipo scalare, cioè sono stati utilizzati alberi troppo grandi per il luogo di messa a dimora e spesso compromettono e danneggiano le strutture, vengono abbattuti o sono soggetti ad un’operazione definita capitozzatura che è la cosa peggiore che si possa fare ad un albero, perché questi tagli di grandi dimensioni decretano la fine dell’albero e , parlando dal punto di vista del paesaggio, sono anche molto deturpanti».

Il corso alla Venaria Reale le ha dato la possibilità di svolgere un interessante stage all’estero, ce ne vuole parlare?

«Sì, c’era la possibilità di aggiudicarsi uno dei sei posti per uno stage alla Reggia di Versailles e, sostenendo una prova di francese, ne ho ottenuto uno. è stato molto interessante ed è durato quattro settimane. Vivevo in un appartamento a Versailles, iniziavo alle 7.30 del mattino e finivo verso le cinque del pomeriggio lavorando con équipes di giardinieri diversi e questo mi ha dato la possibilità di confrontarmi con vari settori. Ad esempio la prima settimana  ho lavorato nel potager di Alain Ducasse, celeberrimo chef stellato francese con ristorante al Plaza Hotel di Parigi e mi occupavo del grande orto singolare anche dal punto di vista estetico. Una cosa che mi ha molto interessato è stata la scarsa presenza di attrezzi a motore, quasi tutto il lavoro veniva svolto con gli attrezzi a mano con grande attenzione per le piante. In Italia  non c’è molta cultura per i parchi e i giardini come ad esempio in Inghilterra e in Francia; spesso e volentieri vediamo lavorare personale non specializzato che danneggia le piante con potature non adatte o con l’utilizzo di attrezzi sbagliati. Tornando allo stage, la seconda settimana ho lavorato al “Petite Trianon”, il giardino di Maria Antonietta, la terza al villaggio bucolico di Maria Antonietta, al Mamo de la Renne e infine nel “Grand Trianon”, la reggia esterna a quella principale. Al termine di questo stage mi hanno proposto di rimanere a lavorare per un periodo con un contratto a tempo determinato di quattro mesi rinnovabile e io ho accettato, occupandomi  principalmente nel borgo della regina e nel “Grand Trianon”».

Lei ha lavorato a Versailles fino alla fine del 2018, perché poi ha deciso di tornare in Oltrepò?

«Ecco, questa è una bella domanda (ride). Sono tornato perché io credo che ci sia ancora la possibilità in Italia di lavorare in questo settore, gli italiani sono i capostipiti nella storia del giardino  cosiddetto all’italiana che i francesi ci hanno copiato. Secondo me è un peccato che tutti gli specializzati se ne vadano e vorrei provare a dare il mio contributo soprattutto  nella mia zona o in Italia in generale».

Cosa le piacerebbe fare?

«Il mio progetto sarebbe quello di aprire una mia attività e quindi di avere uno studio di progettazione e realizzazione del verde, un progetto ancora un po’ da definirsi. Vedo che soprattutto nella nostra provincia di giardini e verde urbano se ne occupano molti, come le dicevo prima, con poche competenze e specializzazioni. Ci sono i vivaisti che sono i produttori di piante che possono sì consigliare il cliente ma di solito orientano in base alle piante che hanno a disposizione. Servirebbero persone competenti che lavorassero con le amministrazioni comunali per le scelte delle piante e la progettazione degli spazi verdi. Non ci sono piante più o meno belle ma, come le dicevo prima, non tutti i tipi di piante possono essere utilizzate sempre. Le faccio un esempio. A Voghera ci sono alcune strade dove sono state piantate delle robinie che non sono per niente adatte perché hanno le spine e rami che si rompono facilmente con le intemperie atmosferiche. Spesso e volentieri le amministrazioni comunali si lamentano perché la cura del verde pubblico è molto costosa ma a volte gli alti costi dipendono proprio dalla messa a dimora di specie sbagliate. Le faccio un altro esempio. Nell’ottocento c’erano molti grandi viali alberati soprattutto di platani perché abbiamo importato questo modo di pensare dai francesi  e tutt’ora ritroviamo ancora a Voghera alberi di platano e di celtis che hanno carie del legno importanti con potature non adeguate, a volte drastiche, molto dannose per la pianta. Purtroppo le amministrazioni pubbliche hanno una visione non sempre adeguata del verde mentre per la Francia, l’Inghilterra e tutti i paesi nordici il verde pubblico è un investimento sul futuro perché migliora la qualità della vita delle persone. L’Oltrepò pavese però è ancora abbastanza fortunato dal punto di vista naturalistico perché è stato risparmiato dall’eccessiva urbanizzazione, il paesaggio non è tanto cambiato nel tempo e quindi ci sono molte aree naturali come  i due Siti di Interesse Comunitario, il Monte Lesima e i Sassi neri di Pietra Corva. Purtroppo queste bellezze naturali non sono facilmente raggiungibili per via del dissesto delle strade e la mancanza di collegamenti adeguati».

Nei giorni scorsi è arrivato il via libera della Conferenza dei Servizi di regione Lombardia, ultimo passaggio burocratico che consentirà il completamento della Greenway da Voghera a Varzi. Attualmente il percorso arriva fino a Rivanazzano e mancano circa 20 chilometri di ciclopedonale fino a Varzi. In primavera  prenderanno il via i lavori per i quali la Provincia ha stanziato circa 3 milioni di euro grazie anche alla partecipazione ad un bando di Fondazione Cariplo. Come vede l’attuazione di questo progetto?

«Allora, il termine greenway tradotto dall’inglese significa letteralmente tragitto verde; si tratta di “corridoi” sviluppati lungo vie di comunicazione già utilizzate in passato, dedicati ad una circolazione dolce, ovvero ad una mobilità ciclopedonale. Le greenways più note, nascono grazie alla riqualificazione di linee ferroviarie dismesse, come nel caso oltrepadano della linea Voghera-Varzi. Le ex infrastrutture ferroviarie possiedono caratteristiche tecniche ottimali per essere convertite in percorsi ciclopedonali: sono collocate su un tracciato ben definito con un limitato numero di intersezioni, il destino della ferrovia è di controllo pubblico, la massicciata ferroviaria normalmente è una buona base su cui lavorare, la pendenza è modesta e regolare. Inoltre il processo di conversione è reversibile nel caso in cui si manifesti l’interesse di riavere una linea ferroviaria. Le greenways sono strategiche perché hanno un’enorme potenzialità esercitando diverse funzioni al servizio del paesaggio: di trasporto per una mobilità lenta, turistico-ricreativa, educativa ed ecologica. Un buon progetto di greenway dovrebbe considerare queste valenze relazionate tra di loro per ottenere un connubio vincente. L’ex linea ferroviaria Voghera-Varzi si trova in una posizione strategica nel contesto paesaggistico dell’Oltrepò Pavese, è un asse Nord-Sud che permette al fruitore di immergersi in una moltitudine di paesaggi differenti passando dalla città all’alta Valle Staffora. Questo potenziale può essere ottimizzato perseguendo una serie di obiettivi ed azioni quali l’unione delle risorse storico-culturali con quelle ambientali creando degli itinerari alternativi opportunamente indicati sulla greenway (monumenti di particolare interesse, itinerari CAI), la connessione dei centri di vita facendo rete con attività e servizi facilmente raggiungibili dal tragitto (strutture ricettive, ristorative, sportive), l’aumento della biodiversità locale mettendo a dimora siepi e filari con specie vegetali di interesse faunistico (piante da bacca per l’avifauna, piante mellifere che attirano api e farfalle). Inoltre bisognerebbe calendarizzare in modo consolidato eventi ricorrenti con caratteri didattico-ambientali, sportivi, enogastronomici attraverso realtà ed associazioni locali (visite guidate, maratone, fattorie aperte). Ci auguriamo che tutti i fondi vengano utilizzati al meglio e che venga curato maggiormente l’aspetto ecologico-botanico per meglio godere dell’ambiente circostante. Un turista che percorre la greenway ha la fortuna di far parte di un paesaggio, nella fattispecie del paesaggio molto vario dell’Oltrepò perché si passa dalla pianura, alla collina, e pian piano si sale nella fascia altitudinale più alta della valle».

di Gabriella Draghi

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