Giovedì, 19 Settembre 2019

OLTREPÒ PAVESE - «BUONI I NOSTRI PINOT NERI, MA A LIVELLO INTERNAZIONALE CI SI CONFRONTA SU DEI PALCOSCENICI DOVE È DIFFICILE COMPETERE»

Secondo una ricerca pubblicata in occasione del Vinitaly 2015, l’87% dei giovani tra i 18 e i 35 anni consuma vino; il vino è la bevanda alcolica preferita dal 49% di essi; il 71% è disposto a spendere fino al 40% in più per un biologico. A guidare la scelta sono solo marginalmente la marca (5%) o il packaging (8%). Piuttosto, invece, l’attenzione al territorio (18%), alla qualità dei prodotti (12%) e alla sostenibilità.

Il ‘‘come’’ parlare a questa ampia fetta di mercato è un tema non abbastanza dibattuto. Parlare ai giovani con le medesime strategie comunicative di trent’anni fa è folle, eppure diffuso. E non spingiamoci a disquisire di digital marketing e web reputation. Terminologie ‘‘arabe’’ alle nostre latitudini.

Uno che però capirebbe di cosa stiamo parlando è Matteo Maggi, deus ex machina di Colle del Bricco, giovanissima azienda di Torre Sacchetti, presso Stradella. Non che il Maggi sia fissato con il web e con le nuove tecnologie; tutt’altro. Le utilizza con parsimonia ma in modo corretto. L’80% del suo lavoro, come dichiara lui stesso, si svolge nella vigna. Lì bisogna non aver paura di sporcarsi le mani. Nonostante la giovane età sua e della sua azienda (nata nel 2012), numerosi sono gli estimatori. Merito di idee chiare e ben raccontate. La prima: il mercato va influenzato e non seguito. La seconda: se ti vuoi rifare il naso per necessità è un conto, se lo fai per passare da bello a bellissimo è un altro ed è sbagliato. Chi ha orecchi, intenda. E chi ha il naso ancora attaccato alla faccia, annusi in direzione di Torre Sacchetti. Sentirà odore di novità.

La viticultura è parte della storia della sua famiglia?

«Non avevamo un’azienda di famiglia; ma una parte, un nucleo, esisteva già. Ricordo, da che ho memoria, delle vendemmie con i parenti. Mio nonno (da parte di mio padre) ha ereditato e poi ingrandito un primo insieme di vigneti, fino ad arrivare a una superficie di tre ettari. Ma per lui questo non è stato mai il primo lavoro: conferiva le uve totalmente alla cantina di Broni. Un hobby, sia per lui, sia per mio padre negli ultimi anni. L’unico della mia famiglia che viveva grazie al vino era mio bisnonno, che lavorava alla cantina sociale di Montù Beccaria. Mio padre aveva provato prima di me a mettersi in proprio, ma il nonno gli ha messo un po’ i “bastoni fra le ruote”, per così dire. Era un uomo vecchio stampo, e allora c’era il mito del posto fisso…».

Quale è stato il punto di partenza che l’ha portata a sviluppare un’attività imprenditoriale?

«Io ho studiato comunicazione e marketing. Facevo poi tutt’altro lavoro, in un’agenzia che si occupa del lato artistico degli eventi commerciali, a livello internazionale. Non avevo ancora finito l’università quando ho iniziato a lavorare. In famiglia abbiamo sempre fatto il vino per il nostro uso quotidiano, circa 300 litri, che si consumavano tutti durante l’anno. Per gioco ho voluto iniziare a farlo in prima persona, e si vede che mi è piaciuto, dato che poi è diventato il mio lavoro. In realtà sono sempre stato appassionato di vino, ma aver provato a vinificare mi ha fatto scoccare in testa una scintilla».

Come questa scintilla si è trasformata in un fuoco solido?

«Nel 2012 si è svolta la mia ultima vendemmia non professionale. Due mesi dopo, a tavola, dopo cena, mio papà ha buttato lì l’idea di vendere i terreni, perché non riusciva più a seguirli. Lì mi è scoccata un’altra scintilla».

Bella questa immagine, di un futuro che si decide a tavola, in famiglia.

«Qualcuno diceva che gli affari migliori si fanno a tavola. Vedremo col tempo se ho fatto un affare…».

Come è arrivato nella struttura dove ha oggi la sede aziendale?

«Mi sono messo alla ricerca di una struttura che potesse diventare la mia cantina, e l’ho trovata qui a Torre Sacchetti, con circa due ettari di vigneto, per lo più da reimpiantare. Così ho passato da gennaio a novembre 2013 a preparare la mia tesi di laurea, a studiare i loghi per la mia nuova attività e a imparare le operazioni colturali, come la potatura. Fino alla vendemmia del 2013 ha lavorato più mio padre rispetto a me per l’azienda. Ufficialmente la prima vendemmia è stata quella del 2013. E allo stesso anno risalgono quindi i miei primi test di enologia. Ho dovuto documentarmi, ovviamente, a livello enologico; per cercare di capire come funzionava il tutto».

Autodidatta, quindi. Come ha impostato il suo lavoro di cantina?

«A livello aziendale ho un’impostazione abbastanza artigianale. Non faccio nulla che non sia strettamente necessario, sia in cantina che in vigneto. Il mio lavoro si svolge per l’80% in vigneto e per il 20% in cantina. Nella vigna, per esempio, non diserbo e faccio i trattamenti solo con rame e zolfo, senza alcun sistemico; infatti da quest’anno vorrei fare anche richiesta di conversione in biologico».

Vuole dirci il perché di questa scelta che sa di ‘‘antico’’?

«È più basso il rischio di trovare residui sui grappoli - residui che comunque non dovrebbero esserci nei sistemici. In più le piante hanno dei sistemi immunitari: e così facendo, io cerco di mantenere quella protezione. È una scelta personale, che si rivede anche un po’ anche nelle attività di cantina. Io non sono contro l’utilizzo della chimica, però ho una visione dell’enologia che ha a che fare con la necessità. Mi spiego: se ti vuoi rifare il naso perché necessario è un conto, se lo fai per passare da bello a bellissimo è un altro conto, ed è sbagliato. Tant’è che, per fare un altro esempio, io non uso lieviti selezionati, faccio un pied de cuve con le mie uve».

Ovvero?

«Raccolgo un 5/10% dei grappoli migliori, la metto in un mastello, la schiaccio con i piedi – perché è il metodo più pratico per pigiare piccole quantità – e la lascio a fermentare da sola. Dopo un tempo di latenza di tre o quattro giorni lo inoculo».

Queste abitudini, però, rendono praticamente impossibile ottenere un vino uguale fra un anno e l’altro; dunque il prodotto sarà meno riconoscibile e forse più difficile da far capire al pubblico…

«Io ricerco proprio anche la differenza fra le annate. Infatti non ho un vino uguale ogni anno. Simile sì, ma si nota molto la differenza. Io lo vedo come un punto di forza. Ho scelto un percorso di nicchia, che mi permette di valorizzare quello che ho soprattutto dal punto di vista dei vigneti. Anche perché non sono un enologo».

Un enologo, però, che bazzica da queste parti c’è… Un nome che è una garanzia.

«Collaboro con Mario Maffi. Ci troviamo di tanto in tanto, assaggiamo i vini in progresso, e mi dà qualche consiglio. Soprattutto a livello degustativo. Mi è capitato di fare dei rimontaggi o dei travasi perché lui percepiva una riduzione del vino che io nemmeno mi sognavo. E aveva ragione».

Considerando il suo percorso professionale, che parte da una formazione in comunicazione e marketing, pensa di aver portato una qualche novità rispetto alle pratiche tradizionali degli altri viticoltori – e mi riferisco soprattutto al lato commerciale?

«Portato di nuovo probabilmente no. Più che altro, non scendo a compromessi».

Sotto il profilo del prezzo?

«Prezzo, condizioni, qualsiasi cosa. Cerco anche di lavorare scremando, cioè scegliendo i clienti. Fra l’altro non ho un agente. Sono i clienti che hanno iniziato a cercarmi. Qualche appassionato di vino ha iniziato a chiedermi di assaggiare i miei prodotti e questi sono gli unici clienti che ho in provincia. Un po’ per scelta, perché a livello commerciale è la più battuta dai produttori dell’Oltrepò e quindi non ci sono molti spazi, e un po’ per necessità. Per la parte commerciale ho iniziato di recente a lavorare con alcuni distributori, anche perché io sono da solo. Ma gli agenti, in provincia di Pavia, sono difficili da trovare. Anche alcuni distributori che operano in Lombardia o a livello nazionale non hanno un agente sul nostro territorio».

Dove si trovano i suoi principali clienti?

«Adesso soprattutto a Milano, in Veneto, in Emilia-Romagna… è solo da settembre che ho iniziato a collaborare con una distribuzione nazionale».

Un punto di svolta. Vuole parlarcene?

«Si tratta di una società che distribuisce esclusivamente vino naturale, che in precedenza non aveva in catalogo vini dell’Oltrepò Pavese. Hanno assaggiato miei prodotti, gli sono piaciuti soprattutto bonarda e riesling, e da lì è iniziata ufficialmente la nostra collaborazione. Ho conosciuto la rete vendita a diversi eventi, e mi ha fatto un’ottima impressione. Non posso lamentarmi».

Non gira ristorante per ristorante per proporre in prima persona i suoi prodotti, come fanno molti suoi colleghi?

«Ero già partito in precedenza con una rete di agenti, poi una volta ricevuta questa proposta, e vedendo le loro capacità, ho accettato. Se non ci fosse stata questa distribuzione nazionale avrei proseguito con piccoli agenti. Senza dei collaboratori, dovresti occuparti della parte commerciale per 5 giorni su 7: non puoi pensare di farlo per soltanto un giorno a settimana. I clienti hanno bisogno di essere seguiti. Bisogna sempre farsi trovare pronti. Se un ristoratore finisce il tuo vino, dopodomani ha un’altra etichetta al posto della tua. Chi riesce a fare tutto in prima persona, buon per lui. Ovviamente penso che si debbano ottenere dei risultati, e per quanto mi riguarda la via migliore è questa».

Quale è la produzione attuale della sua azienda?

«Oggi l’azienda conta cinque ettari di vigneti. Vendo ancora una parte del prodotto alla cantina sociale. Pian pianino sto riducendo la quantità che conferisco, ma per quanto riguarda il mio commercio punto più a innalzare il prezzo di vendita che la quantità. Attualmente produco 8/10 mila bottiglie, l’idea è quella di arrivare a 20/25 mila introducendo alcune novità».

Sentiamo, allora, qualche anticipazione…

«Quest’anno, per esempio, un riesling rifermentato in bottiglia. In futuro vorrei aggiungere un buttafuoco e un pinot nero vinificato in rosso, una riserva».

Vuole parlarci delle sue etichette? Colpisce la loro eleganza, e la scelta dei nomi.

«Ho puntato proprio sull’eleganza e sulla semplicità. Le etichette sono chiare, tutte bianche, con un piccolo logo. I nomi sono tutti legati in qualche modo al vino che rappresentano, o a quello che quel vino mi trasmette. Sono tutti di derivazione greca. Ad esempio il riesling si chiama Khione, come la dea della neve, perché il riesling ama il freddo. Stafilo, la barbera, significa grappolo. Lo produco con quella che era l’uva di mio nonno, quindi ho voluto chiamarla con un nome più strettamente legato all’uva.

Agrios significa ribelle: è la croatina, quella che normalmente viene utilizzata come base per bonarda frizzante, e invece nella mia vinificazione è ferma. Makedon ricorda Alessandro Magno».

Perché questa dedica al Macedone?

«Si dice che morì perché gli fu somministrato un veleno nel vino; secondo alcuni a ucciderlo non è stata tanto la dose di veleno, quanto il fatto che il vino ne abbia accentuato gli effetti. Ho chiamato così la mia bottiglia perché, anche se forse è brutto da dire, ne berresti fino a morire».

Nel momento in cui ha avviato l’azienda, su quali vini è ricaduta la sua scelta per farsi iniziare a farsi conoscere?

«Sono partito con cinque vini, il primo anno. Non c’era ancora la croatina, che ho iniziato a produrre negli anni successivi, ma c’erano sauvignon blanc e cabernet. Principalmente perché erano gli uvaggi che avevo a disposizione nel vigneto. L’anno dopo ho deciso di cambiare, anche perché qualitativamente non potevo raggiungere con quei vini i livelli che mi aspettavo. Quindi ho selezionato la rotta dell’autoctono e dei prodotti di bandiera dell’Oltrepò».

Dal momento che cita la croatina, non possiamo evitare un riferimento all’eterno dualismo fra bonarda frizzante e ferma. Dualismo che sembrava definitivamente superato soltanto un anno fa; ma l’Oltrepò è il ‘‘Paese di Bengodi’’… Ad ogni modo, può spiegarci il suo punto di vista?

«Ho deciso di fare solo la bonarda frizzante. Preferisco declassare la croatina ferma a IGT. Avere una bonarda ferma e una frizzante secondo me crea confusione, bisogna saperla spiegare… La mia è stata una scelta di marketing. Avere un prodotto bivalente confonde il consumatore. Sei riconosciuto più per uno dei due».

Molte nuove aziende, a differenza della sua, si muovono in direzione opposta, seguendo la richiesta del mercato; perché comunque esistono, inutile negarlo, spazi commerciali per entrambe le bonarde, e a comandare le politiche aziendali, soprattutto nelle nuove realtà, è la richiesta dei consumatori e dei distributori. Ad ogni modo, questa non è l’unica scelta ‘‘controcorrente’’ che ha intrapreso…

«Il mio professore di marketing all’università, nella prima lezione, disse una frase che mi colpì: il mercato va influenzato e non seguito. Quindi forse anche per una derivazione dei miei studi ho scelto di produrre il riesling italico, che sulla carta non vuole nessuno… però lo vendo. Ho declassato la bonarda a croatina, quindi perdendo la DOC per l’IGT, eppure anche questa la vendo abbastanza».

Cosa pensa dell’idea di far diventare il pinot nero vinificato in rosso la bandiera del nostro territorio, in coppia con il metodo classico, e in sostituzione del martoriato bonarda, secondo alcuni già morto e sepolto?

«Io punterei più su un rosso autoctono. Buoni i nostri pinot neri, ma a livello internazionale ci si confronta su dei palcoscenici dove è difficile competere. Comunque sarà il tempo a dire la verità».

Parliamo dei tavoli di lavoro che stanno impostando il futuro dei vini oltrepadani – e il superamento del vecchio Consorzio. So che lei fa parte della partita, con un ruolo attivo.

«Sono nati questi tavoli, di cui io faccio parte con riferimento al riesling. Ho manifestato un mio personale interesse a far parte di questi tavoli due o tre mesi fa. Ho quindi partecipato alla prima riunione che si è svolta a Riccagioia. È stato presentato il percorso svolto fino a questo momento, e abbiamo firmato un codice etico».

Che aria tira?

«Quello che ho percepito è che sembra davvero si vogliano cambiare le cose. Ho in mente qualche idea che proporrò ai prossimi incontri».

  di Pier Luigi Feltri               

Ediltecno_mezza_PIEDONE-10-(3) pedretti_piedone-copia rossimarzo-piedone desimoni-luglio rossi-dentista
  1. Primo piano
  2. Popolari