Mercoledì, 08 Luglio 2020
 

VOGHERA – CASEI GEROLA - IMPIANTO BIOGAS «UN IMPIANTO SENZA LEGAMI COL TERRITORIO, RISPONDE SOLO A LOGICHE SPECULATIVE»

La notizia del possibile arrivo di uno o forse due impianti per la produzione di biogas in Oltrepò ha suscitato immediatamente dibattito. Le strutture, che dovrebbero sorgere nella zona industriale di Campoferro e a Casei Gerola, sarebbero adibite alla produzione di biometano da fonti rinnovabili. Le aziende proponenti hanno denominazioni diverse ma fanno capo alla stessa proprietà: Voghera Green Energy Società Agricola e Casei Gerola Green Energy Società Agricola srl sono ramificazioni della Green Energy Power 1 con sede a Bovolone, provincia di Verona. Per quanto almeno in apparenza “green”, il progetto fa storcere il naso anche a Legambiente, che dopo averlo analizzato lo boccia in maniera netta. Le motivazioni del “no” a questi impianti in Oltrepò le spiega il membro del direttivo Patrizio Dolcini, consulente che si occupa di economia circolare ed energie rinnovabili. La sua formazione universitaria è di stampo chimico ed ha maturato esperienza pluriennale in campo impiantistico in diversi settori e in varie società.

Dolcini, la nascita di impianti a biometano è stata incentivata dal Governo con un apposito decreto del marzo 2018. Si tratta di una iniziativa mirata a sostenere la produzione di energia da fonti rinnovabili. Come mai Legambiente si schiera contro i progetti presentati in terra d’Oltrepò?

«Perché la logica che vorremmo far passare è che si devono fare quegli impianti che rispondono ai bisogni e alle richieste del territorio, evitando speculazioni e deregolazioni. Proprio per questo in Oltrepò ribadiamo l’importanza di fare ad esempio un impianto efficiente di biometano  che chiuda il ciclo della raccolta differenziata della frazione umida di ASM, mentre riteniamo che impianti come quelli proposti siano avulsi dal territorio, calati dall’alto senza un rapporto coi nostri reali bisogni».

Qualcuno ha detto che inizialmente, a livello provinciale, avreste dato parere favorevole…

«Assolutamente no. Chi lo dice vuole spargere veleno nell’aria. A nessun livello abbiamo appoggiato questo progetto. Non abbiamo nulla contro gli impianti che producono biometano in generale, ma questo nello specifico non lo appoggiamo».

Avete analizzato la relazione tecnica presentata dalla ditta. Cosa non vi convince?

«Essenzialmente due aspetti. Il primo aspetto è il fatto che si basi “a titolo esplicativo” su una dieta, cioè le biomasse di alimentazione, che sono molto diverse dalle biomasse che si chiede di autorizzare. Un poco come se mi presentassi in una concessionaria per avere informazioni su un modello specifico di auto e mi dessero un estratto di wikipedia che descrive com’è fatta un’auto a livello generale. Il secondo aspetto è che gli allegati relativi agli impatti ambientali ed al traffico appaiono ricchi di affermazioni e molto meno di dati specifici relativi alla situazione specifica del territorio e della viabilità. In partica non ci sembrano per nulla aderenti a quanto richiesto normalmente in fase di autorizzazione».

La ditta specifica da dove arriverà la fornitura di materia prima necessaria a produrre biometano?

«L’elenco delle materie richieste in autorizzazione fanno ritenere che arriveranno in buona parte da società specializzate nel commercio di biomasse , con provenienza da varie regioni, forse anche dall’estero. Sicuramente non vi è un rapporto con il territorio, con quelle che sono le materie qui disponibili. Insomma un impianto di questo tipo per quanto riguarda l’alimentazione poteva essere proposto indifferentemente al Sud , al Nord o alle Isole Tonga».

Non solo Campoferro, ma anche Casei Gerola. Come mai addirittura due impianti in pochi chilometri?

«Risponde a logiche speculative. Val la pena far notare che se la potenzialità di lavorazione giornaliera del materiale è inferiore alle 150 tonnellate non è necessario presentare una Valutazione di impatto ambientale (VIA). Guarda caso, entrambi gli impianti avrebbero una produzione appena inferiore a quella soglia. Poi manca una pianificazione territoriale, e chi propone impianti non deve nemmeno dimostrare le capacità tecniche e finanziarie per realizzarli».

Mettiamo però che venga approvato. Il progetto, a livello puramente tecnico, le sembra almeno ecologicamente sostenibile per il territorio d’Oltrepò? Che tipo di impatto ci si può aspettare?

«L’impianto non si inserisce nel quadro produttivo e di valorizzazione del territorio. è un corpo estraneo, con impatti negativi soprattutto a livello del traffico indotto e potenzialmente rispetto alle molestie olfattive. Soprattutto non risponde ai nostri bisogni, alla valorizzazione di filiere locali».

Riguardo agli odori, la proprietà assicura che non ce ne saranno, se non “di terra fresca”. è verosimile?

«Con le misure di abbattimento delle molestie olfattive previste in progetto abbiamo forti dubbi. Critiche sono soprattutto le fasi di ricezione, stoccaggio ed alimentazione delle biomasse. Inoltre essendo previsto il compostaggio, sarebbe utile capire con esattezza che quantità di compost prodotto potrà esser stoccata in attesa dello smaltimento verso la destinazione commerciale. Certo un compost di qualità non puzza, ma stoccato per medio o lungo termine non profuma».

Che tipo di prodotto sarà lavorato in questo impianto? Il progetto mette qualcosa nero su bianco?

«Come già evidenziato in relazione tecnica, “a titolo esplicativo” si parla di una dieta composta prevalentemente di insilati. Questa è una dieta peraltro che probabilmente se portata a realizzazione escluderebbe l’impianto dagli incentivi GSE, in quanto l’uso prevalente di insilati non è ammesso dal Decreto Biometano del 2018. Abbiamo però ragione di ritenere che visto il lungo elenco di biomasse richieste in autorizzazione, si useranno altre biomasse , probabilmente in funzione dell’offerta momentanea del mercato».

Gli scettici sollevano dubbi riguardo al fatto che questo tipo di impianti, nati ufficialmente per lavorare qualcosa, possano finire per smaltire altro. è secondo lei un dubbio legittimo in questo caso?

«Il termine corretto per definire l’azione di questi impianti sarebbe “digerire”. Il principio è la digestione anaerobica in un reattore con flora batterica dedicata. Comunque l’eventuale uso per una dieta “totale” a base di frazione umida della raccolta differenziata, cioè di un rifiuto, con una autorizzazione di stampo “agricolo” non è possibile. Per quanto richiesta in autorizzazione, la frazione umida non può superare una percentuale fissata normalmente attorno al 20%, sia per motivi autorizzativi che per limiti tecnologici».

A livello di traffico, considerando anche la non efficientissima rete di infrastrutture del territorio, c’è motivo di temere ripercussioni importanti oppure le stime riportate dei volumi riportate nel progetto sono sostenibili?

«Il dato del traffico preoccupa. La via d’accesso è già normalmente un parcheggio per i mezzi pesanti in attesa per lo scarico-carico delle aziende vicine, tanto da rendere a senso unico la circolazione per forza maggiore. Il traffico poi indotto proprio già ora in zona dalle attività presenti è molto impattante. La scelta della localizzazione dell’impianto in un’area già critica  in tal senso è fortemente errata».

La conferenza dei servizi per l’approvazione definitiva è in agenda per il 16 giugno. Che margini di manovra ci sono ancora per discutere ed eventualmente bloccare il progetto?

«Chiederemo con le nostre osservazioni uno stop all’iter. Siamo confidenti che l’azione concertata fra associazioni e cittadini possa bloccare un impianto come questo destinato solo o quasi a creare problemi. I margini ci sono, occorre però chiarezza a livello amministrativo ed istituzionale nell’opporsi all’impianto».

di Christian Draghi 

La ditta proponente «Un gioco di scatole cinesi»

Chi sono la ”Voghera Green Energy Società Agricola” e la “Casei Gerola Green Energy Società Agricola”? A visura camerale risultano due Srl riconducibili alla medesima proprietà, Marco Beltrami domiciliato a Bovolone (Verona), che è titolare con almeno una carica di trenta imprese diverse, la maggior parte delle quali hanno in comune la denominazione “Green Energy Società Agricola” mentre varia la denominazione a seconda della località in cui viene presentato il progetto. Oltre a Casei Gerola e Voghera, nel pavese progetti analoghi sono stati presentati anche a Landriano e Zinasco. Secondo il consigliere comunale vogherese Caterina Grimaldi si tratterebbe di un «gioco di scatole cinesi con aziende create ad hoc per presentare progetti “fotocopia” in giro per il territorio. Dalle visure camerali di tutte le società che fanno capo al proponente – spiega Grimaldi - risulta evidente un grosso intreccio che fa purtroppo prefigurare, in senso negativo, i possibili futuri sviluppi di questa operazione su Voghera, che potrebbe vedere ampliato non solo la dimensione dell’impianto, successivamente alla prima autorizzazione, ma anche il tipo di matrici in ingresso e non meno importante anche le caratteristiche imprenditoriali del gestore». Beltrami risulta anche amministratore unico di Green Energy Power 1 srl, società che si occupa di produzione di energia elettrica, dell’Immobiliare San Marco srl, e della Geo Studio Engineering srl, uno studio professionale con una decina di dipendenti che, da anni, si occupa dei principali progetti di biodigestori in tutta Italia. Tutte con sede a Bovolone. Il compromesso per l’acquisto del terreno su cui dovrebbe sorgere il nuovo impianto vogherese è stato stipulato con la Matti Immobiliare che ne è proprietaria nel gennaio 2019.

 
 
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