Martedì, 12 Novembre 2019

OLTREPÒ PAVESE – VARZI - LAVEZZARI E LA SUPERSTRADA CHE NON SI FECE NEGLI ANNI D’ORO DELLA ZINCOR

C’era una volta la Zincor. C’era una volta una Valle Staffora che brulicava di vita, una Varzi dove lavoravano 400 persone e le case costavano più che a Voghera. Un’età dell’oro che non serve essere anziani per ricordare dato che è storia relativamente recente, legata a doppio filo alla fortuna e al declino di una delle più grandi realtà industriali che l’Oltrepò abbia mai conosciuto. L’acciaieria varzese, leader nella lavorazione di lamiere per le automobili, è stata cuore pulsante dell’industria locale e la promessa mantenuta di benessere e riscatto sociale per molte famiglie che dagli anni ’60 alla fine dei ’90 hanno portato linfa a un paese che oggi vive di ricordi e qualche rimpianto.

L’epopea della Zincor è legata indissolubilmente a un nome, quello di Carlo Lavezzari, ingegnere e imprenditore  “illuminato” che di quella fortuna è stato l’artefice. è proprio dopo la sua morte, avvenuta nel Natale del 1994, che la parabola per la Valle Staffora industriale si è fatta discendente e a Varzi nulla è più stato come prima. La ditta, passata nelle mani del gruppo Riva nel 1997, è divenuta Ilva e ha chiuso definitivamente i battenti nel 2015.

«Nessuno aveva le competenze e la lungimiranza imprenditoriale di Lavezzari» spiega Donato Bertorelli, che prima di diventare sindaco di Menconico è stato dirigente Zincor per vent’anni, dalla fine degli anni ’80 al 2010. «Riva mirava alla quantità e non alla qualità, e non si adoperò neppure per rimanere al passo con le moderne tecnologie impiegate nel settore». Responsabile del laboratorio qualità, Bertorelli si occupava di ricerca, sviluppo e assistenza tecnica.

Di quell’impero oggi non restano che gli scheletri vuoti dei capannoni, recinzioni e porte d’ingresso divelte, uffici messi a soqquadro, oltre 74 tonnellate di rame saccheggiate e 63mila metri quadrati di degrado. I lavori per la bonifica sono ricominciati in attesa che, entro l’inizio del 2020, le analisi Arpa dicano se e quanti danni l’amianto che ricopriva i tetti dei ha provocato. Le ruspe hanno appena ripreso a lavorare e cancelleranno per sempre le tracce visibili di un passato ormai scomodo. Dell’epoca Lavezzari rimarrà solo il ricordo, dato che il lascito più importante che “l’ingenere” avrebbe potuto regalare alla “sua” Valle Staffora è un’opera che, pur essendo stata finanziata e messa nero su bianco, non si è mai realizzata: la superstrada Voghera-Varzi, naufragata tra le beghe della politica oltrepadana.

Bertorelli, lei si ricorda di quell’occasione perduta?

«Sì, Lavezzari mi fece anche vedere le carte del finanziamento già firmate. Era l’epoca in cui Prodi era presidente dell’Iri e per permettere la realizzazione di quel progetto i comuni interessati avrebbero dovuto variare il piano regolatore. Cosa che però non fecero mai».

Come mai?

«Per ragioni politiche. Lavezzari era amico di Andreotti e un autentico democristiano, immagino che a qualcuno facesse piacere mettergli i bastoni tra le ruote».

Beh, strade o non strade, la Zincor in Valle lavorava eccome. Una lezione per quelli che dicono che senza strade non si può avere sviluppo?

«Le strade servono, e infatti ai tempi il traffico pesante sulla statale del Penice era davvero un problema. Per questo Lavezzari voleva la superstrada».

Prima ha citato Andreotti. è vero che veniva in visita a Varzi?

«Sì, ai tempi in cui era presidente del consiglio capitava di averlo in visita ai nostri impianti».

D’altra parte la Zincor era una vera eccellenza a livello italiano nel settore della siderurgia. Di che cosa si occupava esattamente?

«C’erano tre stabilimenti, uno che si occupava di zincatura, creazioni di lamine in acciaio con cui si produceva la scocca delle automobili, l’altro che eseguiva la verniciatura utilizzando le più moderne tecnologie e poi c’era la Lavezzari impianti. Nella verniciatura non avevamo pari in Italia, ma neppure in Europa, i nostri clienti erano i brand più importanti».

Se li ricorda tutti?

«Tutti no, ma i più prestigiosi sì: Fiat, Ferrari, Maserati, Alfa Romeo e Innocenti in Italia, ma anche Seat in Spagna e Bmw in Germania. Allo stesso modo il reparto elettrodomestici vantava come clienti tutti i principali marchi come Whirpool, Candy, Zanussi».

Quante persone lavoravano alla Zincor?

«300 dipendenti nello stabilimento principale, ma non dimentichiamoci che Lavezzari aveva anche la Lawil, la casa di produzione automobilistica che faceva la Varzina, in pratica l’antesignana della Smart, che quindi si era inventato lui vent’anni prima dei tedeschi! In tutto per le sue aziende nel territorio lavoravano circa 400 persone e se contiamo l’indotto molte di più. In pratica tutta la Valle era occupata grazie a lui. C’era il pendolarismo all’incontrario: da Voghera si veniva a Varzi».

E le case costavano di più in paese che in città…

«Vero, e non bisogna dimenticare l’indotto: anche l’albergo Corona era sempre pieno dato il viavai di gente e il Vecchio Varzi, la storica salumeria, in pratica aveva noi come miglior cliente».

Come mai?

«Era usanza di Lavezzari regalare un salame di Varzi a chiunque venisse in visita all’impianto. Sotto Natale poi non le dico cosa succedeva con i cesti regalo». 

Lei Carlo Lavezzari lo ha conosciuto bene. Che tipo era?

«Vulcanico, generoso, lungimirante. Con lui l’azienda era davvero una grande famiglia. Era pignolo sul lavoro, se qualcosa non andava bene ti faceva una bella ramanzina ma poi era capace di chiamarti la sera per raccontarti una barzelletta e sdrammatizzare. Altri tempi, altri uomini».

Non ha avuto una vita facile. Da bambino scampò per miracolo a una rappresaglia partigiana e la sua famiglia fu sterminata…le raccontò l’episodio?

«Sì. La sua famiglia, come quasi tutte all’epoca della fine della guerra, dava rifugio ai soldati in fuga, o a chiunque fosse in situazione di necessità. Lo facevano tutti, senza badare ai colori e alle bandiere. Capitò allora che avessero in casa dei tedeschi finiti allo sbaraglio durante una ritirata e così una squadra di suddetti partigiani invasati decise di trucidare tutti. Lui si salvò perché era schiacciato a terra sotto il corpo del fratello e fu creduto morto».

Non è stato però l’unico episodio drammatico che lo coinvolse. Nel 1978 venne anche rapito. Si ricorda come andò?

«Certo, all’epoca Lavezzari aveva già ricevuto minacce per cui girava armato. Una mattina però, mentre stava arrivando da Milano in taxi i rapitori travestiti da poliziotti inscenarono un posto di blocco e lo sequestrarono, portandolo in un garage di Milano dove per 20 giorni fu tenuto legato a un letto e bendato».

Eppure fu liberato senza che nessun riscatto fosse versato…

«Quella fu fortuna. Noi avevamo già le valigette pronte con il denaro per riscattarlo ma ci fu un episodio che permise di arrivare ai sequestratori: il giorno del rapimento proprio una sua dipendente assistette alla messinscena del posto di blocco e notò che uno dei “poliziotti” portava i capelli lunghi. Una cosa piuttosto inconsueta per un agente, soprattutto in quegli anni. Dopo il rapimento, grazie alla descrizione che quella donna fece, i veri poliziotti riuscirono a identificare l’uomo e a catturarlo, fino a farsi indicare il luogo della detenzione. Lasci però che le dica una cosa, che spiega bene chi era Carlo Lavezzari».

Sarebbe?

«Uno dei suoi sequestratori che furono catturati un giorno gli chiese aiuto per avere una condanna più lieve. Lui mi disse “infondo mi trattava bene, non mi picchiava e mi dava da mangiare di nascosto dagli altri, mi sa che lo aiuterò”. Oltre a questo è giusto ricordare che fece costruire due orfanotrofi, uno a Durazzo e uno in Romania, strutture da 300 posti».

La sua generosità però se ne andò a Natale del 1994, stroncata da un ictus. Come cambiarono le cose in azienda dopo la sua scomparsa?

«Ci fu una riunione indetta dalla famiglia, ma si capiva che nessuno poteva prendere in mano le redini al pari suo e di lì a poco, nel 1997, l’acciaieria fu acquisita dal gruppo Riva. Nel dicembre del 2008 la proprietà decise poi di trasferire gli ultimi 80 dipendenti nella sede di Novi Ligure e successivamente di chiudere bottega».

Cosa non funzionò? Solo colpa della crisi?

«La crisi avrà fatto la sua parte, ma in generale la gestione Riva non era all’altezza. Avevano una mentalità del tutto diversa, badavano alla quantità piuttosto che alla qualità, in completa controtendenza rispetto all’impostazione di Lavezzari. Inoltre nel tempo i macchinari non furono più aggiornati e mantenuti all’avanguardia. Era una questione di volontà della proprietà: pensi che alla prima riunione che Riva convocò dopo il subentro ci disse che nella sua azienda “i dirigenti non dovevano pensare ma eseguire”. Una filosofia che per noi non poteva funzionare».

Crede che la fine della Zincor fosse evitabile?

«Il destino poteva essere diverso. Eravamo un’azienda senza concorrenti nel settore dell’elettrozincato, e nella laminatura eravamo gli unici insieme a Italsider. Si poteva sicuramente continuare a lavorare se si fosse puntato sulla nostra eccellenza».

Riva non considerò mai l’ipotesi di vendere anziché chiudere?

«Ci fu un contatto con la Siderurgica Modenese che era interessata ad acquisire la linea di verniciatura. Fui io stesso a portare i loro dirigenti all’incontro, ma poi non se ne fece nulla».

Oggi come vede il futuro della Valle?

«A livello industriale nullo, però l’occupazione può arrivare se si investe sulle filiere di produzione agricola. Si pensi solo al tartufo, di cui Menconico è il principale produttore della Lombardia. Il problema è che lo si raccoglie ma poi non c’è nessuno che lo lavora e finisce in Umbria e Piemonte. Con una filiera completa si potrebbe portare sviluppo e occupazione, e lo stesso si potrebbe fare con il miele, la frutta e altre peculiarità locali».

Servono più finanziamenti?

«Prima di tutto, servirebbe un altro Carlo Lavezzari».

  di Christian Draghi

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