Domenica, 24 Marzo 2019

OLTREPÒ PAVESE E CANTINE SOCIALI: UN RAPPORTO D’AMORE E ODIO CHE NASCE MOLTO LONTANO

 

Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito alla nascita del megaprogetto “cagnoniano“, ossia la creazione di una cantina unica oltrepadana. Questo processo inizia nel 2008, con la costituzione di “Terre d’Oltrepò”, società figlia della fusione tra la “Cantina Intercomunale di Broni” e “la Cantina Sociale di Casteggio” (che in passato aveva già assorbito la più blasonata SVIC). Successivamente, nel 2014, il colosso tenta l’acquisizione di “La Versa”, la quale però viene bloccata per il coraggioso rifiuto dei soci di quest’ultima. Nel 2017, dopo le note vicissitudini giudiziarie e i vari cambi di dirigenza e di strategie che hanno colpito le due società, “Terre d’Oltrepò” riesce nell’operazione di acquisizione, sebbene con modalità e finalità differenti.

Queste operazioni però non sono nuove al nostro territorio. Negli ultimi 150 anni ci fu un susseguirsi di proclami, progetti ed eventi che dovevano portare alla costituzione di un ente unico, che gestisse la produzione e la commercializzazione della maggior parte della vinificazione oltrepadana. Al giorno d’oggi delle 12 storiche cantine sociali (Montù Beccaria, Montescano, San Damiano al Colle, Stradella, Santa Maria della Versa, Canneto Pavese, Retorbido, Codevilla, Torrazza Coste, Casteggio, Broni e SVIC), dopo una serie di fusioni, fallimenti, liquidazioni e acquisizioni, ne sono rimaste soltanto tre.

Prima di “Terre d’Oltrepò” vennero fatti due grandi tentativi di creazione di un grande colosso enologico: la “Società Enologica Circondariale di Stradella” e la “Federazione Cantine Sociali Oltrepò Pavese”. Nel primo caso si trattava di una società voluta da un comitato composto da uomini di spessore dell’epoca (nobili, politici e tecnici), con lo scopo di migliorare la qualità dei vini, studiando nuovi metodi di vinificazione, ma allo stesso tempo ridurne i costi di produzione.  Nel secondo caso, invece, le numerose cantine sociali nate agli inizi del ‘900 si ritrovarono a doversi confederare per evitare di farsi concorrenza da sole e non incappare in una guerra al massacro, che avrebbe portato solo crisi ai propri singoli soci.

La Società Enologica Circondariale di Stradella

La prima idea di una grande “cantina sociale” oltrepadana venne presentata nel 1869 dal “Comizio Agrario Vogherese”, con la costituzione di un “Comitato Promotore” presieduto dall’Ing. Rinaldo Maccabruni di Broni.

Furono tre le prime problematiche a cui l’assemblea soci dovette far fronte: scelta della migliore località, costruzione di un enopolio moderno e funzionale e reperimento di materiale e macchinari necessari. Stradella e Voghera furono le due città candidate ad ospitare la struttura.

Il comitato promotore presentò nel 1872 una bozza di progetto di un enopolio che andasse oltre i canoni tipici delle cantine che fino ad all’ora regnavano in Oltrepò, facendo notare come queste  ormai fossero obsolete e dispendiose. Questa fu inoltre una delle prime occasioni in cui si parlò di “costi di produzione”.

Lo stabilimento ideale sarebbe dovuto sorgere con determinati canoni: facilità di trasporto delle uve e dei vini lavorati (con libera circolazione di mezzi di varia specie e collegamento con la stazione ferroviaria), massima luminosità degli impianti (senza però causarne l’innalzamento della temperatura), parte dei locali seminterrati per mantenere temperature costanti sia d’inverno che d’estate, ampio cortile per la concentrazione a freddo dei vini di lusso, spaziosi porticati per l’appassimento delle uve fine, vicinanza dell’acqua per il laboratorio di distillazione e per la forza motrice ed infine salubrità dell’aria.

L’idea iniziale fu quella di produrre all’incirca 50mila ettolitri in 50 giorni, con un capitale sociale di 500mila lire e la direzione dello stabilimento sarebbe spettata ad un enotecnico competente, al quale sarebbe sottoposto personale da addestrare in base alle proprie esigenze.

Tale direttore avrebbe dovuto inoltre seguire in parte la costruzione del nuovo impianto, in modo da ottenere uno stabilimento funzionale e su misura.

Approvato il progetto, il 28 febbraio 1872 il Comm. Avv. Agostino Depretis assunse la Presidenza del comitato promotore. Come prima mossa impose Stradella come sede dell’enopolio, mettendo fine alla lunga disputa con Voghera e l’anno successivo divenne Presidente effettivo della neonata “Società Enologica Circondariale di Stradella”. Nonostante la grande prudenza dei soci e le numerose valutazioni preliminari, la società non riuscì a decollare a causa della crisi economica che si stava ripercuotendo sul Paese e delle numerose difficoltà accorse nella gestione. Nel 1875 la “Società Enologica Circondariale di Stradella” dovette dichiarare fallimento.

Depretis, ritenendosi unico responsabile di tale fallimento, si accollò gli enormi debiti della società. Riuscì a risolvere questa situazione accettando un prestito d’onore dal Re Vittorio Emanuele II, il quale sarebbe stato rimborsato con trattenute sullo stipendio da Ministro del Regno. Da queste vicenda Depretis ne usci comunque a testa alta, dato che negli anni a seguire verrà eletto Presidente del Consiglio ben tre volte. Il nemico Carducci però non perse l’occasione per schernirlo, tanto da apostrofarlo come  «l’irto spettral vinattier di Stradella» nella poesia “Roma” delle “Odi Barbare”

Dalla Società Enologica Generale Italiana allo Stabilimento Enologico Cirio di Stradella

Tuttavia il “cantinone” di Via della Stazione continuò ad operare per parecchi anni ancora: gli impianti e l’immobile vennero prima ritirati dalla “Società Enologica Generale Italiana” (1875-1877), alla quale subentrò l’imprenditore piemontese Francesco Cirio con il suo “Stabilimento Enologico Cirio di Stradella”, che operò dal  1877 al 1891.

Cirio ritenne gli impianti di Depretis tra i più moderni dell’epoca e assunse l’enotecnico Francesco Schober come direttore di stabilimento. In questi anni i vini di Stradella si contraddistinsero per la loro qualità, tanto da aggiudicarsi numerosi concorsi nazionali ed internazionali, con richieste da diverse parti d’Europa. Cirio e i vini di Stradella furono protagonisti di un curioso fatto: leggenda vuole che a fine ‘800, una grossa partita di cavolfiori fu inviata a Berlino, ma i rappresentanti in zona comunicarono che gli ortaggi italiani giacevano ancora in gran parte invenduti nelle loro casse. Cirio partì immediatamente per Berlino, portando con sé un’adeguata scorta di burro. Fece tappa a Stradella, dove caricò con se alcune bottiglie di vino e, tramite telegramma ordinò ai suoi rivenditori tedeschi di comunicare che ad ogni acquirente di cavolfiori italiani sarebbe stati fornito gratuitamente burro fresco e ottimo vino italiano. Pochi giorni dopo i giornali tedeschi riportarono la notizia che fu necessario l’intervento della polizia per dissipare la folla di acquirenti ingolositi dalla promozione.

L’avventura oltrepadana di Cirio finì nel 1891, con la cessione dell’azienda alla Ditta Businger e C. con sede a Lucerna, la quale avendo avviato il commercio di vini italiani nel nord Europa, ritirarono lo stabilimento vinicolo di Stradella con l’intenzione di raccogliere le maggiori quantità di vino da spedire in Svizzera, Alsazia, Lorena e fino al Mare del Nord.

Di questa gestione svizzera però non si hanno molte notizie. Nello stesso anno il “Bollettino del Comizio Agrario Vogherese” riporta che gli studenti della Scuola Enologica di Alba visitarono  «il grandioso Stabilimento enologico Businger e Comp, in via di riordinamento», con «vigneto ed il frutteto annessi allo Stabilimento». Ultime notizie documentate della Businger a Stradella si hanno nel 1892, ma si ritiene che la proprietà svizzera non sia durata più di qualche anno.

Cantina Sociale Produttori Stradella (1902-1913)

Ad inizio secolo l’Oltrepò vitivinicolo fu travolto da una forte crisi, causata essenzialmente da due fattori: l’aumento incontrollato della produzione delle uve, eccessive per il fabbisogno economico locale e la correlata incapacità commerciale dei produttori di saper collocare sui mercati i propri prodotti.

L’On. Luigi Montemartini di Montù Beccaria iniziò quindi a diffondere i concetti della cooperazione agricola tra i viticoltori della zona, con conferenze, seminari e articoli ad essa dedicati. Ed è proprio a Montù Beccaria che Montemartini riuscì a convincere  un buon numero di concittadini, fondando la prima cantina sociale oltrepadana nell’agosto del 1902.

Pochi giorni dopo, il 13 settembre 1902, su iniziativa del Dott. Francesco Mazza di Codevilla 25 grandi proprietari della zona costituirono la “Cantina Sociale Produttori”  di Stradella, acquistando proprio lo stabile e il terreno ex Depretis per un centinaio di migliaio di euro.

L’enotecnico Siro Riccardonna ne assunse la direzione tecnica, coadiuvato dai fratelli Giuseppe e Angelo Ballabio. Il primo anno lo produzione fu di circa 10.000 hl.

Nel 1907 Riccardonna e Ballabio lasciarono la cantina per accasarsi alla neonata SVIC  di Casteggio. Alla direzione subentrò l’enologo piemontese Giuseppe Boschis, il quale migliorò notevolmente la qualità dei vini, ottenendo varie onorificenze e premi in denaro alle Esposizioni Nazionali e Internazionali.

La cantina possedeva numerosi punti vendita nell’Italia settentrionale: Pavia, Milano, Lodi, Cremona, Brescia, Codogno e Piacenza.

Negli anni a seguire la produzione si diversificò, aggiungendo un impianto di distillazione a vapore delle vinacce, aumentando nel 1908 la compagine societaria da 28 a 31 soci.

Nei primi 7 anni di attività la produzione media si aggirò attorno ai 12.000 hl, con un conferimento medio di 350 q di uve a socio. Negli anni a seguire la potenzialità produttiva dello stabilimento venne portata a circa 23.000 hl di vino.

La cantina, su due piani, era dotata di un impianto a vapore della potenza di 12 hp che azionava tre pigiatrici-diraspatrici, cinque torchi, due pompe da travaso e arie botti ci cemento e legno. Dal 1908 si hanno notizie sempre più frammentarie, le quali fanno percepire la brutta situazione in cui si trovava la società. La scarsa capacità manageriale degli amministratori, i costi elevati di gestione degli impianti e la scarsa liquidità della società portarono la direzione a cessare l’attività e a porre la cantina in stato di liquidazione nel 1913.

A differenza delle cantine sociali di ispirazione “montemartiniana” , che avevano una compagine societaria prevalentemente da piccoli proprietari terrieri o coltivatori diretti, la “Cantina Sociale Produttori” di Stradella era costituita esclusivamente da grandi proprietari terrieri del circondario, di famiglie nobili o borghesi, le quali riuscivano già in autonomia a vinificare. Probabilmente anche la mancanza di ambizioni dei soci ad emergere sul mercato in modo associativo può aver influenzato in modo negativo la gestione della cantina.

Con la liquidazione della società il “cantinone” venne ufficialmente dismesso e riqualificato ad altre destinazioni commerciali. La “Federazione delle Cantine Sociali dell’Oltrepò Pavese”, che aveva sede a poche centinaia di metri dall’enopolio, non ne fece mai uso. Dopo anni di abbandono, venne demolito negli anni sessanta per far spazio ai nuovi centri residenziali tutt’ora esistenti.

(continua…)

di Manuele Riccardi

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