Giovedì, 21 Febbraio 2019

GODIASCO – SALICE TERME - DOSSI, «NEI MESI TRA NOVEMBRE E FEBBRAIO NON SI FANNO LE ASFALTATURE, È COME ANDARE A SCIARE IN SPIAGGIA»

Franco Da Prada, ex consigliere comunale a Voghera, membro del cda e per un breve periodo anche presidente di Asm, ha sempre amato considerarsi più un tecnico che un politico. Socialista, craxiano convinto e mai pentito, ha alle spalle un’esperienza 40ennale da imprenditore edile e costruttore: di strade, asfalti, ponti e opere in muratura se ne intende. Oggi che è entrato nel 75esimo anni di vita si gode la pensione nella villa che si è costruito nella parte alta di Salice, ancora sita nel territorio comunale sotto la giurisdizione di Rivanazzano Terme. Le vicende d’Oltrepò le continua a seguire da spettatore interessato con l’occhio critico e certi errori da “matita blu”, lui che è stato costruttore per anni, non riesce proprio a digerirli. A finire nel suo mirino è l’asfaltatura di alcuni tratti di strada a Salice e la realizzazione, fatta in fretta e furia appena prima di Natale, di alcuni dossi anti velocità lungo le direttrici principali del paese. «Asfaltare nei mesi più freddi dell’anno è un errore che un addetto ai lavori non dovrebbe mai fare».

Da Prada, in che cosa consiste lo sbaglio?

«Nei mesi tra novembre e febbraio non si fanno le asfaltature, è come andare a sciare in spiaggia. L’asfalto non si amalgama come dovrebbe sotto certe temperature e il risultato è che si rovinerà molto presto. Anziché durare 20 anni ne durerà magari un paio, oppure 5 se va bene. In qualche punto ho notato addirittura che si sta già sbriciolando, figuriamoci».

Come mai crede sia stato fatto un errore tanto grossolano?

«La fretta è stata motivata dal fatto che la Regione ha concesso dei finanziamenti di cui il Comune avrebbe beneficiato solo se avesse eseguito i lavori entro la fine dell’anno. Non mi sento di biasimare il sindaco visto che dire di no a dei finanziamenti, in questi tempi di vacche magre, è molto difficile, piuttosto credo che sarebbero da verificare le competenze dei tecnici della Regione che non si rendono conto di quello che fanno. In questo modo si sprecano soldi e si fanno lavori in malomodo».

A Salice e frazioni sono stati anche costruiti diversi passaggi pedonali per dissuadere dal correre troppo. Che ne pensa di queste opere?

«Che sono viziate dallo stesso difetto delle asfaltature, quindi dureranno meno di quanto potrebbero e non saranno probabilmente efficaci come dovrebbero. Prima di tutto bisognerebbe segnalarli meglio e poi, mentre alcuni sono addirittura troppo alti, altri sono bassi e probabilmente i giovani d’oggi che in macchina corrono un po’ troppo, li voleranno via».

Da Prada, lei è un costruttore ma anche ciclista. La greenway l’ha provata?

«Sì, moltissime volte, nella tratta che collega Voghera e Salice».

Cosa ne pensa?

«Che è stata fatta un po’ al risparmio. Per garantire la sicurezza di pedoni e ciclisti la strada sarebbe dovuta essere un po’ più larga, almeno mezzo metro. Il problema principale poi è la manutenzione. Le radici delle piante, in particolar modo le robinie, stanno creando problemi all’asfalto, che, non essendo previsto il transito di automobili o mezzi pesanti in generale, è un po’ troppo leggero. Io le eliminerei visto che tra l’altro hanno anche le spine, e sostituirei con altro tipo di pianta. Detto questo è un bene che ci sia e non vedo l’ora che sia completata la tratta che collega a Varzi».

Da costruttore, del Ponte di Salice messo a nuovo che giudizio ha?

«è un’opera ben fatta, il problema è che i circa due anni di chiusura hanno creato disagi e danni immensi e potevano essere evitati abbastanza facilmente. Bastava mettere in sicurezza la struttura con delle putrelle in ferro da 50, quelle che per intenderci in America tengono su i grattacieli. Così si sarebbe potuto riaprire al traffico in 15 giorni anziché in due anni, ed eseguire poi con comodo i lavori».

Degli altri ponti d’Oltrepò che ci dice?

«Che sono un disastro. Penso soprattutto alla Becca e a quello sul Po a Bressana. Mi auguro davvero che vengano controllati spessissimo, quasi tutti i giorni».

Facendo i dovuti scongiuri, teme un “Morandi” d’Oltrepò?

«Mi auguro di no, ma di sicuro i continui rattoppi non risolvono davvero i problemi. Il problema alla base è sempre la manutenzione, ma con tutti i soldi spesi mi chiedo se non si sarebbe potuto costruirne uno nuovo, fatto a regola d’arte».

Lei ha origini valtellinesi, ma si è trasferito a Salice da oltre vent’anni. Come vede il paese?

«In costante declino. Quando dicevo dove abitavo all’inizio i miei amici e conoscenti erano impressionati. Adesso quando vengono a trovarmi si chiedono cosa sia successo».

Che idea si è fatto del motivo?

«Io credo che lo sviluppo urbanistico sia stato sbagliato. Colpa soprattutto degli edili, dei costruttori. Io lo dicevo che la strada giusta era quella di collegare Salice a Rivanazzano costruendo un grande viale lungo la cui dorsale, da una parte e dall’altra, ci sarebbero dovuti essere i negozi. Oggi la gente che viene da fuori si chiede dove siano finiti. è stata sicuramente un’occasione persa. Poi la fine delle Terme ha dato il colpo di grazia».

Che idea si è fatto di questa chiusura?

«Personalmente che le acque non fossero buone io lo avevo già immaginato 30 anni fa, quando avevo fatto fatica a farmi saldare 200mila lire che mi venivano per un lavoro».

Che destino vede per le Terme oggi?

«Non buono, io credo che l’unica speranza sia attrarre qualche grosso investitore, americano, russo o cinese. Qualcuno che abbia una trentina di milioni di euro da investire per un rilancio in grande stile. Le piccole operazioni, piccole gestioni di “cabotaggio” non risolvono nulla, sono come i rattoppi nell’asfalto e si è visto».

Come mai pensa che sia così difficile trovare un acquirente di un certo tipo?

«Posso solo dire che tutte le persone con cui ho parlato, per conoscenze che ho in giro, hanno sempre lamentato i troppi vincoli burocratici. Facevano incontri ma poi perdevano interesse. è chiaro che se uno decide di fare un investimento tanto importante vuole poi avere le mani libere di fare quel che crede».

Parliamo della sua carriera politica, anche se lei dice di averla sempre vissuta da “tecnico”. Cosa intende?

«Intendo che non ho mai accettato incarichi per cui non avessi alcuna competenza. Quando entrai in Asm contribuii a far risparmiare circa 200mila euro in lavori, perché in quel campo avevo competenza. Quando mi chiesero se fossi voluto andare al Policlinico San Matteo risposi di no, proprio perché non era il mio campo».

Al Comune di Voghera questa sua esperienza è mai tornata utile?

«Io sono stato consigliere di opposizione a inizio anni ’90, con Affronti sindaco, quando l’accordo tra comunisti e democristiani estromise i socialisti. Ricordo che all’epoca c’era il caso Fergomma (la vicenda della bonifica dell’area dismessa di Oriolo, satura di rifiuti gommosi e plastici, che si trascinò per anni fra arresti, processi, condanne e successive assoluzioni ndr) e, prendendomi del matto, consigliai di smaltire i rifiuti “seppellendoli”, in maniera ovviamente legale, sotto la tangenziale che allora era in costruzione, dato che non si trattava di elementi nocivi. Pochi anni dopo fu lo stesso Giovanni Azzaretti a dire pubblicamente che la mia idea sarebbe stata giusta e che, se avessimo fatto come dicevo, nessuno sarebbe neppure finito nelle grane».

Lei si dice craxiano convinto…

«Sì, lo sono, ho sempre pensato che Craxi fosse uno che aveva le qualità per riuscire a risolvere tanti problemi. Era uno capace e gli piaceva lavorare, ma ha avuto intorno gente troppo ingorda».

Come altri ex socialisti, è poi finito in Forza Italia. La sua ultima apparizione come candidato risale al 2015, nella lista che sosteneva Carlo Barbieri. Come ha vissuto quell’esperienza?

«Non ne ho un bel ricordo. A Voghera non mi ricandiderei mai più. Il mio bacino di voti era di 120-150, ma ne presi meno della metà. Un po’ perché forse non mi spesi abbastanza in campagna elettorale, un po’ perché fui tradito da parte del mio elettorato. Ci furono anche errori grossolani nella scrittura del mio nome su alcune liste e questo contribuì a creare confusione e a farmi perdere preferenze. Finii con 76 voti alla pari di Isabella Comolli, che entrò in consiglio al posto mio. Barbieri e i suoi mi avevano fatto promesse e proposte, paventandomi anche un futuro ruolo in Asm, poi non ho sentito più nulla. Un’esperienza da non ripetere».

Adesso che farà? Con la politica ha chiuso?

«Ho 75 anni, per adesso penso a godermi la mia casa e faccio il nonno».

Di Christian Draghi

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