Mercoledì, 14 Novembre 2018

VOGHERA – “MORTE DELL’IMMIGRATO A GODIASCO, “LEONI” DA TASTIERA CHE SI CREDONO DIO”

"Gentile Direttore, non mi sono mai permessa di scriverle una lettera, sebbene legga le vostre notizie praticamente tutti i giorni. Ho 37 anni e come tante donne ho  un lavoro normale e una vita normale di provincia. Sono una cittadina come tante. Una cosa però da un po’ di tempo mi lascia molto interdetta quando leggo i vostri articoli on line o i vostri post su facebook condivisi sulle pagine della mia città: le risposte “del pubblico”. Sono sempre moltissime, specialmente sui social network, e alcune, non so se perchè le ho lette con più con attenzione nell’ultimo periodo, sono davvero agghiaccianti. Sono una persona a cui i social piacciono: li uso ogni giorno, il più possibile con cognizione di causa. Ciò che mi ha spinto in particolare a scrivervi oggi è una breve considerazione riguardo il drammatico fatto del ragazzo di colore purtroppo deceduto in un incidente vicino a Godiasco, mentre ritornava a Voghera: l’evento è già di per sé tragico, ma ancora peggio a mio avviso, come persona non direttamente coinvolta nella vicenda, lo sono i commenti degli utenti che si sono permessi di “esprimersi”. Commenti come “uno in meno” , “sono neri di sera non si vedono”, “se restava a casa tua non ti succedeva” ecc. Considerazione: chi siamo noi dai dietro un computer per permetterci di fare questo? Cosa vogliamo dimostrare al mondo? Quale posizione stiamo prendendo nel commentare una notizia in questa maniera? La cosa che mi lascia più stupefatta è che a scrivere i commenti sono persone di una certa età, alcuni anche coinvolti nella politica attiva, non certo dei giovincelli, che da dietro ad uno schermo si sentono in dovere di poter esprimere il loro pensiero senza filtri. Ecco, mi chiedo: ma queste persone che esempio sono? Per i loro figli, nipoti, ma anche amici. Cosa vogliono ottenere? Che sensazione provano dopo aver scritto un commento del genere? Perché per scrivere un commento uno deve essere ben convinto, dato che il proprio nome è li in bella vista a tutti. Ma soprattutto è questo quello a cui la società ci porta? Le notizie devono girare, sulle modalità ognuno ha una sua opinione, ma stiamo andando verso l’anarchia della libertà di espressione? Saremmo pronti ad usare le stesse parole taglienti e forti se a morire fosse nostro padre, nostro fratello, nostro figlio, nostro marito? è questo ciò a cui siamo chiamati? Ad essere “Dio” da dietro uno schermo? Forse sì, è quello che ci si aspetta da noi, che commentiamo con i “tweet” le trasmissioni televisive in tempo reale. Ciò che mi ha allarmata è l’aver visto tra i commenti nomi di persone che conosco, che sono madri e padri, e purtroppo ho pensato che ora capisco molte cose. Cosa possiamo aspettarci dai “giovani” se questo è un mondo di giudizi delle “bestie”?!"

Alessandra Fiocchi - Voghera

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