Martedì, 07 Luglio 2020
 

Cambio di guardia all’interno dell’associazione La Strada dei Vini e dei Sapori dell’Oltrepò, eletto presidente l’avvocato casteggiano Giorgio Allegrini  che va a sostituire il presidente uscente, Roberto Lechiancole, vice presidente Francesca Panizzari, sindaco di Canneto Pavese.

Numerosi i rappresentanti delle istituzioni locali all’interno del nuovo consiglio di amministrazione: Lorenzo Vigo, sindaco di Casteggio, Giovanni Palli, sindaco di Varzi e presidente della Comunità Montana, Antonio Riviezzi sindaco di Broni, Amedeo Quaroni sindaco di Montù Beccaria, Claudio Scabini sindaco di Golferenzo, Sara Zambianchi consigliere comunale con delega all’agricoltura del Comune di Pietra de’ Giorgi.

Siederanno in consiglio anche Filippo Arsi dell’Enoteca Regionale di Cassino Po, Giorgio Matto, patron delle Terme di Rivanazzano, Simone Bevilacqua di Tenuta Quvestra e Teresio Nardi presidente di Slow Food.  L’associazione, il cui obiettivo è quello della valorizzazione e promozione dei prodotti enogastronomici tipici e di qualità attraverso dei veri e propri itinerari del gusto, ha modificato ed ampliato il proprio statuto, tra i punti di rinnovamento l'estensione dell'area di competenza, non più solo vitivinicola ma ampliata ai reali confini geografici dell'Oltrepò Pavese.

“C’era una volta un bellissimo castello…”: mai più adatto può risultare il più banale degli incipit fiabeschi per poter introdurre la storia del Castello di Montuè, nel Comune di Canneto Pavese, o meglio, delle sue macerie. La rocca, venne edificata probabilmente nel IX secolo e sopravvisse alle distruzioni e ai saccheggi piacentini avvenuti in Valversa nel 1216.

Dal XIII al XV secolo fu proprietà della famiglia guelfa dei Gabbi, signori di Monteacutello, questa successivamente ridotto in Montù de’ Gabbi (denominazione che mantenne fino al 1886, anno in cui il comune mutò il nome in Canneto Pavese). Ad essi successero, per un breve periodo i Beccaria. I Valperga, una delle più antiche e potenti famiglie del Piemonte, ne furono proprietari dalla metà del XV secolo al 1587, quanto i conti Gaspare e Antonio Valperga cedettero tutta la proprietà al signore Giovanni Antonio Candiani per la cifra di tredicimila scudi, interamente saldati nel 1593. Successivamente, nel 1647, ne divennero anche feudatari e mantennero tale privilegio fino alla fine del XVIII secolo, quando ad essi subentrarono i piacentini Rota-Candiani, che mantennero la proprietà fino alla demolizione. Il Castello di Montuè, nel 1818, vide come sua ospite Carolina d’Hannover, moglie dell’allora Principe del Galles e futuro Re di Inghilterra, Giorgio IV, il cui processo per adulterio fu uno degli scandali più rilevanti del XIX secolo.

Ai primi del Novecento la rocca presentava una struttura ettagonale, simile a quella appartenente al Castello di Zavattarello e alla Rocca de’ Giorgi. Vantava importanti rifiniture, sia esterne che interne, con due imponenti scale a chiocciola e, secondo la tradizione popolare, 365 finestre, una per ogni giorno dell’anno. Era un immobile totalmente conservato, che non mostrava segni di cedimento da dover far presagire l’imminente triste sorte. Nel 1925 le sorelle Vittoria e Romana Rota-Candiani stipularono un compromesso di vendita con l’Ing. Angelo Pollini di Pavia, il quale ottenne da subito il diritto di poter entrare nell’immediato possesso del castello, riservandosi di poter stipulare l’atto di vendita solamente in un secondo momento.

Immediatamente venne privato di tutti i mobili e gli ornamenti, che vennero venduti nonostante gli accordi prevedevano che il Castello dovesse essere preservato nella sua integrità. L’11 settembre 1925, l’Ing. Pollini chiese l’autorizzazione alla Sovraintendenza di poter effettuare una parziale demolizione interna per poter meglio consolidare la struttura, impegnandosi a non modificare esteriormente l’edificio. Ma questa fu tutta una farsa: ottenuta l’autorizzazione iniziarono veri e propri lavori di demolizione. La popolazione capì immediatamente i piani della nuova “proprietà” e cercò disperatamente di fermare lo scempio, firmando una petizione con la speranza di coinvolgere le autorità, le quali tacquero nella più totale indifferenza. Gli abitanti della frazione cercarono in lacrime di bloccare l’accesso degli operai incatenandosi al cancello, ma questo non bastò.

La struttura venne privata del tetto e lasciata alle intemperie invernali e, nella primavera successiva, iniziarono le operazioni di smantellamento dei muri esterni: tutto questo per ricavare materiale edile da rivendere per la costruzione di nuovi edifici. Solo l’anno successivo, nel 1926 il Podestà di Canneto chiese l’intervento della Soprintendenza, la quale ordinò l’interruzione dei lavori. Ma ormai era troppo tardi e del castello rimanevano solo poche mura esterne pericolanti.

Questo non fermò la furia demolitrice dell’Ing. Pollini, il quale chiese, nel 1927, l’abolizione del vincolo della Soprintendenza, per poter terminare la demolizione delle ultime macerie e disporre l’area alla vendita di qualche interessato. Ma la Soprintendenza confermò il vincolo, motivando la decisione con la seguente risposta: «Se il ricordo storico e le tradizioni paesane si compendieranno d’or innanzi in pochi ruderi anziché nel fabbricato che dai secoli era giunto sino ai nostri giorni, i cittadini di Canneto ne vorranno certo, consapevoli di quanto è accaduto, attribuire la cagione a Vossignoria».

La cosa più sconvolgente di questa “tragedia storica” sta nel fatto che l’Ing. Pollini riuscì, grazie alle clausole stabilite dal compromesso, ad effettuare la demolizione del Castello di Montuè senza mai esserne il vero proprietario in quanto, non versando mai il saldo di L.10.000 alla famiglia Rota Candiani, non venne mai stipulato un contratto di vendita vero e proprio. Fu grazie questo escamotage che, dinanzi alla condanna del Pretore di Broni, riuscì a dimostrare di non essere il vero proprietario dell’immobile il quale, a catasto, risultava ancora delle sorelle Rota-Candiani.

Negli anni a seguire, durante lo smantellamento delle macerie, vennero rinvenuti due cannoni di difesa, nei quali erano impresse le frasi «Il difensore di Montuè de’ Gabbi sono io» e «Il furore del nemico sono io». Ancora oggi alcuni abitanti ricordano l’esistenza di un tunnel difensivo che collegava la rocca di Montuè con il fortilizio della Malpaga, situato secoli fa nelle imminenti vicinanze, anch’esso tutt’ora scomparso.

Ma cosa ne è stato del Castello di Montuè dopo la sua parziale demolizione degli anni ’20? Abbiamo intervistato l’attuale proprietario, il Dott. Michele Ciulla di Milano, il quale ci ha raccontato di alcuni vecchi progetti e nuove idee per ridare vita a questo sfortunato pezzo di storia oltrepadana.

Da quando la sua famiglia è proprietaria dei ruderi e delle pertinenze del Castello?

«Il castello, e le sue pertinenze, sono stati acquistati negli anni ’50 da mio padre, Ugo Ciulla, di professione medico, che lasciò la proprietà in uso agricolo alla famiglia di mia madre, Paolina Filighera, nativa di Pietra de’ Giorgi la quale, prima con il fratello Fausto e poi con il mio aiuto, ha gestito l’Azienda Agricola Castello di Montuè, un’azienda vitivinicola con attività agrituristica, al momento non in attività. Il cognome della famiglia di mia madre, Filighera, è di derivazione Longobarda: anche un comune in provincia di Pavia porta lo stesso nome. La proprietà, così come acquistata da mio padre, si presentava in ottime condizioni per quanto riguarda le pertinenze, tra cui casamenti coevi al castello, ma in condizioni già molto precarie per quanto riguarda il Castello in quanto, proprietari precedenti, avevano proceduto alla demolizione per ottenere materiali da costruzione che, secondo le informazioni, sono stati utilizzati per restaurare e ampliare il Teatro Fraschini di Pavia».

C’è o c’è stata una volontà da parte sua di voler recuperare quel che rimane del castello?

«Trattandosi di Ruderi del Castello, di cui ancora visibili una parte di cinta perimetrale e alcuni locali, ad uso stalle, ancora conservati con volte ad arco acuto, la volontà si scontra con la difficoltà di un progetto di recupero che avrebbe come obiettivo una vera e propria “ricostruzione”. Più praticabile la via del consolidamento per cui abbiamo contattato le Belle Arti».

La pubblica amministrazione ha mai manifestato qualche interesse a riguardo?

«Il Comune ha sempre manifestato interesse, ma trattandosi però di un piccolo paese, è difficile andare oltre con progetti più organici. Uno dei progetti che abbiamo portato avanti è stato quello relativo alla sentieristica, con placca di segnalazione del sentiero “Recoaro di Broni-Castello di Montuè”, ma si tratta di un progetto da valorizzare. Per quanto riguarda Provincia e Regione, interventi sono stati limitati, in pratica, al solo censimento delle strutture per la “valorizzazione del territorio.”».

Secondo Lei, un “Circuito dei castelli dell’Oltrepò” sarebbe utile per la riscoperta di questi luoghi storici?

«Personalmente punterei alla “sentieristica”, cioè alla costruzione e manutenzione di percorsi per il trekking che, unendo località collinari, possano portare anche alla valorizzazione del patrimonio storico-artistico dell’Oltrepò Pavese. Penso, ad esempio, ad una dorsale che, unendo i comuni di collina, possa costeggiare la via Emilia. Per questo sarebbe necessario lavorare con le amministrazioni su un progetto supportato da applicazione dedicata per smartphone con cui valorizzare i sentieri e geo-localizzare la posizione».

di Manuele Riccardi

All’alba di mercoledì 22 gennaio 2020, l’Oltrepò Pavese è scosso da uno nuovo guaio giudiziario, l’ennesimo scandalo del vino in pochi anni. Questa volta a restare imbrigliata nelle maglie della giustizia è la Cantina di Canneto: un’operazione congiunta di Carabinieri e Guardia di Finanza ha portato agli arresti del presidente Alberto Carini, della vicepresidente Carla Colombi, degli enologi Aldo Venco e Massimo Caprioli, del mediatore Claudio Rampini, e l’obbligo di firma per due produttori che avevano rapporti con la Cantina. L’accusa è “associazione a delinquere finalizzata alla frode in commercio e contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine di prodotti agroalimentari, nonché alla falsificazione e all’emissione di fatture o di altri documenti per operazioni inesistenti”. Dopo giorni di incertezze, il 16 febbraio scorso l’assemblea soci ha eletto il nuovo consiglio d’amministrazione, di cui Antonella Papalia, imprenditrice agricola di Mornico Losana, è stata nominata presidente.

Papalia, cosa l’ha spinta ad accettare questa onere, in una situazione non certo facile?

«Premetto che tra i soci non c’era una grande corsa a farsi eleggere consiglieri, né tantomeno presidente. Siamo un gruppo di soci volenterosi rimasti stupiti e sconvolti da questo scandalo e da subito ci impegnati per capire cosa fare e come gestire la situazione. La prima ipotesi era quella di fare una cooptazione dei due consiglieri mancanti e proseguire, ma questa scelta poteva essere vista come un “metterci una pezza”. Per questo motivo si è scelto di convocare l’assemblea soci e rinnovare il consiglio, per mettere a conoscenza tutti gli associati del problema. Certo, sono stati rieletti alcuni consiglieri dell’amministrazione precedente, ma possiamo dire che la situazione ora è diversa, in quanto la gestione della cantina era totalmente accentrata. Ho accettato di fare la presidente non certo per ambizione, ma per cercare di smuovere questa situazione di stallo che si stava creando e permettere alla cantina di continuare a lavorare».

Il consiglio si è parzialmente rinnovato: che ruolo affiderà ai consiglieri nel suo nuovo mandato?

«In consiglio abbiamo un ex bancario, che ci sta aiutando per le questioni bancarie. Altri tre soci si stanno occupando dell’altra cantina di proprietà della cooperativa, situata a Moniga del Garda, di cui è stato nominato il nuovo cda. Altri stanno monitorando la cantina, con inventari e giacenze, anche della merce in rientro».

Qual è la difficoltà principale che avete incontrato finora?

«La principale criticità lasciataci in eredità dall’amministrazione precedente è che nessuno in azienda sapeva nulla, venivano date direttive, ma tutto era accentrato a poche persone».

Un film già visto in altre situazioni oltrepadane…

«Assolutamente».

Si è votata anche la proposta di Legacoop per istituire uno staff di crisi: da chi è composto e quale sarà il suo scopo?

«Lo staff di crisi è composto da Vanis Bruni, ex presidente del Gruppo Italiano Vini, manager esperto in strategie e gestione aziendale nel settore vitivinicolo, già consulente della cantina fino al 2015, dall’Avvocato Gianluigi Bonifati, dello studio Bonifati & Roveda, e l’Avv. Vedani, che si sta occupando di analizzare la contabilità».

La contabilità. Cosa dicono i documenti? Qual è lo stato dell’arte?

«Al momento mancano parecchi documenti in cantina, tutto era nelle mani dell’ex presidente, o sotto sequestro: non abbiamo i contratti di acquisto delle uve, i contratti di vendita dei vini sfusi e altro. Sebbene sia stata approvata la nostra istanza di dissequestro delle carte, i tempi saranno ancora lunghi, soprattutto adesso che la burocrazia sta subendo rallentamenti per colpa dell’epidemia».

Prima ha citato la “Cantina della Valtenesi e della Lugana” con sede a Moniga del Garda (Brescia), della quale la cooperativa è socia, insieme ad alcuni indagati, dal luglio 2018: anche questa attività è stata colpita dallo scandalo?

«In realtà Cantina di Canneto è proprietaria della cantina di Modica, al 67%. Moniga non è stata colpita dallo scandalo e attualmente è ancora operativa e funziona molto bene, con vini posizionati in alta gamma. Oltre alla produzione dei propri prodotti, la cantina ha un’attività connessa di imbottigliamento conto terzi. È una realtà che, per quello che sappiamo ora, è molto positiva anche a livello economico. Quello che noi soci non sapevamo è che Canneto fosse socia di questa cantina con altri soggetti, poi indagati e arrestati: in assemblea non c’è mai stato detto nulla a riguardo. Una volta ottenute le dimissioni del vecchio consiglio e del presidente Carini, che ne era anche l’amministratore unico, nonché presidente della Cantina di Canneto, abbiamo immediatamente rinnovato il consiglio d’amministrazione e nominato il nuovo presidente, Massimo Piovani».

La cantina ora è totalmente operativa? Avete già assunto un nuovo enologo?

«In questo momento di crisi è indispensabile avere la presenza costante di noi consiglieri in cantina, ma per il futuro immediato è essenziale assumere una persona indicata. Per questo motivo il nostro primo obiettivo è quello di assumere un direttore di stabilimento, una figura che qui in cantina non c’è mai stata fino ad ora. Abbiamo già valutato chi dovrà ricoprire questo ruolo e ritengo questa persona molto valida e preparata, e certamente saprà gestire la situazione. Il consiglio d’amministrazione, come in tutte le società, dovrà dettare la politica aziendale, mentre un comitato tecnico dovrà attenersi alle linee guida e occuparsi della gestione dello stabilimento».

Molti soci sono preoccupati riguardo il saldo delle ultime vendemmie: come pensate di affrontare questo problema? Avete già vagliato qualche ipotesi?

«Hanno perfettamente ragione ad essere preoccupati, ma siamo tutti nella stessa situazione, chi più e chi meno. Personalmente sto incalzando lo staff di crisi per avere un conteggio economico e poter analizzare la situazione, e valutare le prossime mosse. Ripeto, manca la documentazione necessaria: è una situazione incredibile. Mi auguro di avere a breve i dati per poter dare maggiori informazioni ai soci».

Immediatamente dopo lo scandalo, alcune catene da voi fornite hanno ritirato dai loro supermercati i vini della cantina: siete riusciti a riallacciare o mantenere i rapporti commerciali?

«Bruni si sta occupando di tutti i contatti con chi acquistava lo sfuso e con i vari imbottigliatori, per cercare di reperire anche i contratti che al momento non sono più in nostro possesso. Per quando riguarda l’imbottigliato se ne sta occupando il nostro commerciale: tutti i nostri clienti sono stati informati che è avvenuto il cambio della dirigenza e che stiamo facendo analizzare tutti i campioni dei vini attualmente in cantina, per avere un’ulteriore certezza che i prodotti siano in regola».

Nei giorni successivi l’assemblea si sono susseguite voci riguardo possibili soluzioni extraterritoriali o “a completamento dell’unità cooperativa oltrepadana”, subito smentite da un vostro comunicato. Il presidente di Legacoop aveva dichiarato che sarà molto difficile salvare la cooperativa: com’è la situazione economica attuale della Cantina?

«Le voci riguardanti soluzioni extraterritoriali o di fusioni con altre cooperative locali sono totalmente infondate e inventate di sana pianta dalla stampa. Noi non siamo più soci delle Riunite di Reggio Emilia da diversi anni, da quando sono state cedute le poche azioni che erano ancora in nostro possesso, quindi non c’è più alcun legame con loro. Cercheremo il più possibile di mantenere la nostra indipendenza, evitando di creare monopoli. In assemblea il presidente di Legacoop ha sollevato alcune sue perplessità sul futuro della cooperativa, ma noi consiglieri ci stiamo impegnando il più possibile per garantirle un futuro. Ci stanno dando un grandissimo appoggio con il loro staff di crisi e noi cerchiamo di fare del nostro meglio».

È vero, settembre è ancora lontano, ma le preoccupazioni riguardo la “Vendemmia 2020” iniziano già a manifestarsi, non solo fra i soci, ma anche per chi vi ha conferito uve negli ultimi anni. Come pensate di affrontare la prossima vendemmia? Tornerete a pigiare esclusivamente l’uva dei soci o vi affiderete anche ai fornitori esterni?

«È ancora presto per dirlo e tutto dipenderà anche dai contratti di vendita dei vini e dalla capacità effettiva della nostra cantina. Ritirare solo ed esclusivamente l’uva dei nostri soci sarebbe riduttivo, per questo sicuramente punteremo ad acquistare altre uve da fornitori esterni. Io ho molta fiducia nella figura del nuovo direttore, che sicuramente saprà consigliarci ciò che è più opportuno. Negli anni passati c’era stata la necessità di aumentare la capienza dello stabilimento, ma c’era stato anche un importante utilizzo dello stoccaggio conto terzi in strutture esterne, che comportavano diversi costi. Tutto è ancora in valutazione.

Concludendo, quale messaggio vuole lanciare ai soci della cooperativa?

«Dateci tempo: noi faremo il possibile per poter mettere la cantina nelle condizioni di poter tornare a lavorare e di riuscire a pagare tutti i soci e i fornitori».

di Manuele Riccardi

Il “Coronavirus” non ferma l’attività amministrativa. Ieri sera 7 Aprile il sindaco Francesca Panizzari dal suo ufficio in municipio, la segretaria comunale, gli assessori e i consiglieri dalle loro abitazioni si sono collegati per la prima volta in videoconferenza, grazie al supporto tecnico messo a disposizione da ASMEL tramite il Dott. Vincenzo Casalaspro, ed hanno regolarmente svolto il consiglio comunale. Si è potuto così approvare il bilancio di previsione in anticipo rispetto ai tempi di scadenza, per potere garantire la piena continuità dell’attività politica e amministrativa nel rispetto delle misure di contrasto alla diffusione del coronavirus.

Si ripeterà la stessa procedura, questa sera 8 aprile, per l’approvazione del Consiglio dell’Unione di Comuni Lombarda Prima Collina.  Sempre dal municipio di Canneto, sede dell’Unione, il Presidente Francesca Panizzari si collegherà con la segretaria dell’Unione, i colleghi sindaci di Castana e Montescano ed i  consiglieri di maggioranza e minoranza, rispettivamente dalle loro abitazioni, sempre supportati da ASMEL che ringraziamo per il prezioso servizio offerto.

Riccardo Fiamberti è presidente della Fondazione per lo Sviluppo dell’Oltrepò Pavese, che da diversi anni promuove progetti strettamente legati al territorio: dal turismo all’istruzione, passando per l’ambiente e il sociale. Da ex sindaco di Canneto Pavese non lesina la sua opinione sullo scandalo vinicolo che ha colpito il territorio nei giorni scorsi. «Per ripartire bisogna giocare di squadra: si metta mano ai disciplinari, si abbassino le rese e si crei un consorzio dove non c’è una maggioranza». Nel suo mirino finiscono anche le troppe denominazioni, colpevoli di «confondere il consumatore». 

Fiamberti, proprio in questi ultimi giorni la Cantina Sociale di Canneto Pavese è stata travolta da un grave scandalo... che ne pensa, sia da cittadino che da ex sindaco?

«Avevamo già passato due momenti difficili negli ultimi anni, con scandali e fallimenti riguardanti altre cantine sociali. Stavamo risalendo la china grazie al lavoro svolto da molti produttori onesti e di qualità, che hanno fatto di tutto per tenere alto il nome del nostro territorio in Italia e all’estero, con vini che possiamo considerare alla pari con quelli di zone più blasonate. Quello che è successo in questi giorni è un fatto ancor più grave e va a danneggiare non solo l’Oltrepò Pavese, ma nello specifico soprattutto il nostro comune e i nostri produttori, in quanto la cantina indagata porta proprio il nome del nostro paese. Ho partecipato alla riunione organizzata dalla Regione Lombardia il 27 gennaio scorso presso il Centro di Riccagioia: in quell’occasione il presidente del Consorzio ha annunciato che si costituirà parte civile al processo. Aspetteremo di vedere quali saranno le prossime mosse. Quaranta sindaci dell’Oltrepò vitivinicolo nei giorni scorsi si sono riuniti e hanno firmato una lettera in cui condannano fermamente quanto accaduto e danno massima disponibilità agli enti e alle istituzioni per poter trovare una soluzione per il rilancio del territorio e del vino. Ma ogni azione definitiva potrà essere attuata solamente a fine delle indagini».

A settembre durante il Vinuva di Stradella si era tenuto un convegno che illustrava un progetto finalizzato al riconoscimento del vino dell’Oltrepò Pavese come Patrimonio dell’UNESCO. Pensa che questo ennesimo scandalo andrà ad influire su questa domanda?

«Posso solo dire che le pratiche riguardanti quel progetto ora sono in mano a Regione Lombardia, che è incaricata a svolgere le procedure utili a presentare la domanda. Noi abbiamo sicuramente bisogno di un riconoscimento del genere…».

Pensa che sarà possibile uscire da questa ennesima situazione negativa?

«Io penso che parte importante riguardante il rilancio dell’Oltrepò riguardi i produttori: i tavoli dei DOC, voluti dalla Regione e dagli enti, sembrerebbero non aver ancora portato ad una conclusione. Abbiamo bisogno inoltre di un Consorzio Vini DOC snello ed equilibrato, dove nessuno abbia una maggioranza. Serve un’immediata riforma dei disciplinari: al momento abbiamo una sovrapposizione totale dei DOC e degli IGT, con rese troppo elevate. Questo assolutamente non va bene, bisogna abbassare le rese: sono troppo alte e portano a quello che è successo nei giorni scorsi. Nel 2015 la Fondazione Bussolera aveva finanziato uno studio riguardante la reputazione enoica della Provincia di Pavia, redato da Demoscopea: questo è stato l’unico studio professionale, finanziato da un privato e dato a disposizione di tutto il territorio, che ad oggi non è ancora stato preso in considerazione da nessuno».

Cosa diceva quello studio?

«In sostanza che per l’Oltrepò c’è la percezione di un territorio ove “non vale la pena” recarsi perché non riesce ad attrarre, in quantità apprezzabili s’intende, il cittadino lombardo diretto in Liguria, né il milanese deciso a trascorrere un fine settimana in campagna; fatica persino ad attrarre il pavese in gita domenicale. Non si limitava però a questo e attraverso l’ascolto di numerosissimi attori (Consorzi, Fondazioni, Distretti, Cantine, Comuni ...) proponeva un’analisi dettagliata e delle possibili soluzioni».

Che sarebbero?

«Innanzitutto sfoltimento e semplificazione. Si faceva notare che in 13.600 ettari ci sono troppi vitigni: Croatina, Pinot nero, Barbera, Riesling, Pinot grigio, Moscato bianco e Chardonnay alla fine rendono “piatta” l’offerta. Allo stesso tempo anche gli organismi associativi sono “innumerevoli”: cantine sociali, Consorzio di Tutela, Distretto, Riccagioia, Enoteca, Coprovi, Strade del vino e Valore Italia, con “copioni sempre uguali nel tempo”. Quello studio effettuato con un serio criterio metodologico sarebbe stato una valida base di partenza».

Parliamo della Fondazione di cui è presidente. Da chi è composta?

«La Fondazione per lo Sviluppo dell’Oltrepò Pavese nasce come Gal nel 1997 e oggi vanta sessantasei soci, tra pubblici e privati, tra cui la Provincia di Pavia, la Camera di Commercio e la Comunità Montana; 45 comuni dell’Oltrepò Pavese, diverse associazioni di categoria agricola, artigianale, commerciali e dei lavoratori; istituti bancari e associazioni Onlus. Ricopre un territorio di circa 800 km quadrati con una popolazione di oltre 65.000 persone».

Com’è cambiata la popolazione negli anni?

«Dal 1970 ad oggi la popolazione dell’Oltrepò Pavese è diminuita del 58%, con un indice di vecchiaia del 268%, nettamente superiore agli altri territori interni lombardi».

Di che cosa vi occupate?

«La Fondazione ha all’attivo numerose attività: alcune connesse direttamente alle tematiche dello sviluppo rurale, e quindi riconducibili alle risorse dei fondi comunitari; altre di natura più diversificate, finanziate da leggi regionali e statali, con finanziamenti di enti privati e fondazioni bancarie. Nel tempo la Fondazione per lo Sviluppo dell’Oltrepò Pavese ha focalizzato una sempre più cospicua parte delle proprie attività sulle tematiche riguardanti cultura, ambiente e sostenibilità affrontandole dal punto di vista multidisciplinare».

Attualmente su quali progetti si sta concentrando l’azione della Fondazione?

«Oggi la Fondazione è impegnata nel corposo progetto “Oltrepò Biodiverso” finanziato dal programma “Attivaree” di Fondazione Cariplo, la più importante fondazione bancaria d’Italia. Il programma si ispira ai principi che si trovano alla base delle strategie nazionali delle aree interne, con il vantaggio di essere più flessibile perché finanziato da strutture private».

Più specificatamente, che cosa prevede il progetto “Oltrepò Biodiverso”?

«Oltrepò Biodiverso è un progetto che progetto coinvolge 19 comuni dell’appennino lombardo, con oltre 25 partner e 4 università. è rivolto ad una porzione di area interna, che mobilita le forze locali in partenariato con attori esterni ed investe su temi coraggiosi e di frontiera come: la ricerca e l’innovazione di un territorio sempre più spopolato e fragile, sotto il profilo delle competenze della capacità territoriale e del tessuto economico di partenza. Il percorso è stato avviato nel 2017 ed è accentrato sulla valorizzazione della Biodiversità».

In sintesi, qual è il fulcro del progetto?

«È quello di far tornare attrattivo, anche per i più giovani e per le nuove famiglie, un territorio depauperato dalla fuga demografica, dal dissesto idrogeologico, dagli scambi difficili con l’area Metropolitana milanese che è solamente distante un’ora di auto».

Può elencarci alcuni risultati ottenuti?

«In tutto il territorio interessato sono sorte sezioni Montessori all’interno della scuola pubblica, accogliendo da subito nuovi iscritti, alcuni addirittura risaliti con le famiglie dalla pianura. Per gli anziani dell’alta collina, invece, è entrato in azione il “Maggiordomo rurale”, che a richiesta risolve le incombenze quotidiane. A Pietra de Giorgi il comune ha riqualificato il vecchio asilo parrocchiale, messo gratuitamente a disposizione dalla Diocesi di Tortona, creando sei mini alloggi che ospitano, con le loro famiglie, bimbi giunti da lontano, periodicamente in cura al Policlinico San Matteo. A Golferenzo è stato attivato un centro servizi per la comunità e per le imprese della Valversa».

Per quanto riguarda l’ambiente sono state finanziate alcune azioni?

«Un’azione importate è riferita alla gestione di foreste, pascoli e incolti: siamo riusciti a censire 8000 ettari di bosco destinati al PAF (Piano di Assestamento Forestale) del Consorzio del Brallo e del Consorzio di Bosmenso-Varzi».

In ambito turistico invece ci sono progetti finanziati?

«Il più portante riguarda la pubblicazione della guida “Oltrepò Pavese - L’Appennino Lombardo”: si tratta della prima guida realizzata per questo territorio attraverso un partner importantissimo, il Touring Club Italiano. La Fondazione è consapevole che il territorio possa essere inserito in un percorso di sviluppo sostenibile, capace di relazionarsi con altre esperienze e cogliere le opportunità che le programmazioni comunitarie e nazionali possano offrire. La nuova programmazione comunitaria 2021-2027 potrà essere un’occasione di rilancio per l’Oltrepò Pavese solo se la politica locale saprà raccontare agli interlocutori le specificità di un territorio appenninico da sempre rimasto in ombra in un contesto regionale. Il progetto “Oltrepò Biodiverso” si chiude il 30 giugno 2020: con una grande manifestazione presenteremo tutti i risultati delle nostre azioni. Siamo in attesa di poter accedere a nuovi bandi, sia a livello regionale che a livello nazionale ed europeo, al fine di dare continuità al lavoro della nostra struttura. Al momento non è ancora uscito nessun bando, ma puntiamo molto sul PSR 2021-2017. Nel frattempo stiamo portando avanti collaborazioni con GAL srl e Comunità Montana».

Alla scadenza del triennio andrà a scadere anche il suo mandato. Pensa di ricandidarsi nuovamente?

«Il 30 giugno 2020, quando ci sarà l’approvazione del bilancio, verranno rinnovate anche le cariche. Ne discuteremo tutti insieme, come fatto precedentemente».

 di Manuele Riccard

Riccardo Ottina è un piemontese doc, diplomato alla prestigiosa Scuola Europea Sommelier Piemonte di Alba ed è arrivato in Oltrepò per ragioni professionali. Ha lavorato prima come tecnico e poi come Direttore Esecutivo per le più importanti aziende vinicole della zona ed è stato coinvolto nella promozione delle associazioni più importanti, che hanno determinato la crescita del settore vitivinicolo: annovera tra le sue collaborazioni quella con gli assaggiatori di grappa, l’Istituto Talento Metodo Classico, il Centro di Consulenza Valle Versa, il Centro Regionale per la Viticoltura, la Frutticoltura e la Cerealicoltura di Voghera.
E’ tra i fondatori e il primo presidente dell’Istituto Nazionale Grappa e l’Istituto Grappa Lombarda che ha guidato fin dalla sua fondazione. Con una lettera indirizzata alle Istituzioni, alla stampa e agli organismi di categoria scrive : " Nella mia qualità di enologo che ha dedicato una vita alla vitivinicoltura dell'Oltrepò Pavese ritengo mio dovere intervenire con la presente lettera nell'interesse del nostro territorio.

Proprio in un periodo in cui si moltiplicano gli sforzi per valorizzare come merita il territorio dell'Oltrepò Pavese e quando la qualità delle sue uve e del suo vino è in progressivo miglioramento, un gruppetto di malavitosi e una scellerata cantina offendono e pregiudicano gravemente la patria della vitivinicoltura italiana con 13.500 ettari di vigneti e 1700 aziende. Si deve fare tutto il possibile per evitare che le scellerataggini che c'infangano si ripetano e all'uopo, di rinforzo alle riunioni associative indette in questi giorni, ho chiesto il parere pro veritate allo Studio Guardamagna e Associati per individuare tutte le azioni esperibili dai soggetti danneggiati. Allego il parere, redatto da specialisti della specifica materia, dal quale risulta che contro i responsabili dell'illecito possono agire oltre al Consorzio i singoli produttori danneggiati dall'illecito. Auspico che la reazione sia massiccia per far sì che i responsabili si rendano ben conto che oltre ad aver violato la legge hanno danneggiato soci ed amici meritandosi il disprezzo del popolo dell'Oltrepò.

Grato dell'attenzione, invio i migliori saluti. Riccardo Ottina"

Ecco il testo del parere "pro veritate" dello studio legale  Avv. Agostino Guardamagna Avv. Maria Francesca Guardamagna Avv. Silvia Osella

"Milano, 28 gennaio 2020 PARERE PRO VERITATE SUI SOGGETTI LEGITTIMATI AD AGIRE CONTRO I RESPONSABILI DI FRODE IN COMMERCIO E DI CONTRAFFAZIONE DELLE DOP ED IGP

1. QUESITO Ci viene chiesto quali siano i soggetti legittimati all’esercizio di azioni di tutela a fronte del danno provocato dalla Cantina Sociale di Canneto Pavese al mercato dei vini a DOP ed a IGP dell’Oltrepò Pavese.

2. FATTO La Cantina Sociale di Canneto Pavese è indagata per avere prodotto e commercializzato bottiglie di vino contrassegnate come DOP ed IGP ma, in realtà, sprovviste delle caratteristiche richieste dai pertinenti disciplinari di produzione. Secondo quanto è stato possibile apprendere dai mass media, le ipotesi di reato sarebbero l’associazione per delinquere (416 cod. pen.) finalizzata alla frode nell’esercizio del commercio (515 cod. pen.) ed alla contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari (517 quater cod. pen.).

3. CONSIDERAZIONI IN DIRITTO Gli operatori che commercializzano i vini a DOP ed a IGP in conformità al corrispondente disciplinare di produzione potrebbero costituirsi parte civile nell’eventuale processo penale avviato nei confronti dei responsabili, per chiedere il risarcimento del danno. Infatti, l’uso indebito di DOP e IGP danneggia non solo l’acquirente del prodotto, ma anche i produttori che legittimamente utilizzano tali segni distintivi, sotto il profilo del lucro cessante conseguente alla minore vendita del proprio prodotto ed al discredito che si riflette sullo stesso.1 Analoga azione potrebbe essere intrapresa dal Consorzio Tutela vini Oltrepò Pavese2 (di seguito il “Consorzio”) in relazione al danno arrecato al mercato del vino a DOP ed a IGP dell’Oltrepò Pavese. La legittimazione del Consorzio deriva dal fatto che si tratta di un ente riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari, cui è attribuito3 l’incarico di “collaborare (..) alla tutela ed alla salvaguardia della DOP ed IGP da abusi, atti di concorrenza sleale, 1 A tale soluzione si giunge considerando che colui che commette il reato di cui all’art. 515 cod. pen. pone in essere una condotta illecita pluri offensiva della quale è soggetto passivo non solo l'acquirente dell’aliud pro alio, bensì anche il produttore tutelato dalla legge. Tale ultimo soggetto ben può lamentare un lucro cessante in conseguenza della minor vendita del prodotto originale (cfr. remotamente Cass. Pen. 6^ sezione sentenza 21 dicembre 1970 / 14 maggio 1971, n. 1528; Cass. Pen. sentenza 16 gennaio 2008 n. 5588; Cass. Pen. 18 marzo 1997. Allo stesso modo il bene giuridico protetto dall’art. 517 quater cod. pen. consiste negli “interessi economici dei produttori ad utilizzare le indicazioni geografiche o le denominazioni d'origine” (Cass. pen., sez. III, n. 28354/2016). 2 Nella casistica giurisprudenziale è stata ammessa la costituzione di parte civile di Consorzi di Tutela di DOP ed IGP in procedimenti penali per frode nell’esercizio del commercio (cfr. Cass. Pen. sentenza 6 novembre 2013 n. 2617). 3 Cfr. D.M. 23 ottobre del 2019 che ha modificato, integrandolo, il D.M. 8 ottobre 2012 n. 2788 con cui il Consorzio è stato riconosciuto. 3 contraffazioni ed uso improprio delle denominazioni tutelate e comportamenti comunque vietati dalla legge” nonché di “agire in tutte le sedi giudiziarie ed amministrative per la tutela e la salvaguardia della DOP ed IGP e per la tutela degli interessi e dei diritti dei produttori”.4 Inoltre, le Associazioni di Tutela dei Consumatori potrebbero adottare l’iniziativa di cui sopra, in quanto i reati ipotizzati ledono, oltre che il leale esercizio ed onesto svolgimento del commercio, anche la fiducia risposta dal consumatore sulla provenienza e sulla qualità dei prodotti a DOP ed a IGP5 . In particolare, la legittimazione ad agire è riservata alle Associazioni di Tutela dei Consumatori preesistenti al presunto fatto di reato, dotate di un’effettiva capacità rappresentativa sul territorio e di uno Statuto che attribuisca loro compiti di tutela del consumatore contro le “frodi alimentari”.6 In sede civile, i produttori di vini a DOP ed a IGP in conformità al corrispondente disciplinare di produzione, titolari di un diritto di proprietà industriale assistito da una specifica protezione7 , sono 4 Tali compiti, previsti anche dall’art. 4 dello Statuto, sono riconosciuti al Consorzio dal D.M. 23 ottobre del 2019 tramite il richiamo agli artt. 41, commi 1° e 4°, della legge del 12 dicembre 2016 n. 238. Il Decreto Ministeriale precisa che l’iniziativa giudiziaria è attribuita al Consorzio sulla DOCG “Oltrepò Pavese metodo classico”, sulle DOC “Bonarda dell’Oltrepò Pavese”, “Oltrepò Pavese”, “Oltrepò Pavese Pinot Grigio” e “Sangue di Giuda dell’Oltrepo’ Pavese” mentre il compito di collaborare alla tutela ed alla salvaguardia della DOP ed IGP è attribuito, oltre che rispetto alla DOCG ed alla DOC di cui sopra, anche sulla DOC “Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese” e sulla IGP “Pavia”. 5 Bene giuridico tutelato dall’art. 517 quater cod. pen. 6 Cfr. Tribunale di Siena, ordinanza 20 marzo 2018. 7 Cfr. artt. 1 e 30 D.L.vo. 10 febbraio 2005 n. 30 e Tribunale Milano, Sezione Specializzata in materia di Impresa, sentenza 15 maggio 2012 n. 5556: “Da un punto di vista soggettivo, vengono contemporaneamente tutelati dall’art. 30 CPI 4 legittimati ad agire in giudizio8 per fare accertare, reprimere e sanzionare il compimento di atti di concorrenza sleale9 da parte dell’utilizzatore abusivo e per chiedere il risarcimento dei danni subiti ex art. 2600 cod. civ. La legittimazione10 spetta anche al Consorzio quantomeno in relazione alle DOP ed alle IGP per le quali gli è stato attribuito l’incarico di (anche nella versione previgente) gli interessi dei produttori della zona, che soli possono fregiarsi del segno di provenienza geografica – preservando il vantaggio concorrenziale attribuito dal loro personale specifico rapporto con quel territorio – e dei consumatori, che confidano sulla presenza delle qualità, di sostanza o comunicative, veicolate dall’indicazione geografica”. 8 Cfr. Tribunale di Venezia, Sezione Specializzata in materia di Impresa, sentenza 25 luglio 2017 n. 2283. Nello stesso senso Tribunale di Napoli, sentenza 8 luglio 1996, in Dir. Ind. 1996, 1016: “la legittimazione all’esercizio della relativa azione compete sia alle singole imprese autorizzate all’uso del contrassegno le quali risultano direttamente pregiudicate dall’attività illecita posta in essere dall’utilizzatore abusivo che al consorzio incaricato dell’esercizio dell’attività di vigilanza non solo in nome e per conto dei consorziati, qualora lo statuto gli attribuisca un potere di rappresentanza nei confronti dei terzi, ma anche in proprio in virtù dei poteri di cui è autonomamente titolare”. Nello stesso senso il Tribunale di Saluzzo che ha ritenuto “non discutibile la legittimazione all’azione di contraffazione da parte di qualsiasi soggetto autorizzato all’utilizzo della DOP ed IGP in quanto titolare di un diritto soggettivo perfetto all’utilizzo del segno” (Tribunale Saluzzo, sentenza 5 gennaio 2001 in Giur. It. 2001, citata dal manuale “Proprietà Industriale e Intellettuale e IT” di Trevisan e Cuonzo, ed. 2013, pag. 254). In dottrina si è osservato che le denominazioni di origine e le indicazioni geografiche sono “oggetto di un diritto assoluto che spetta collettivamente a tutti gli imprenditori che operano nella zona e che consiste nel potere di vietare l’uso della denominazione per designare prodotti non provenienti dalla zona e non realizzati in conformità dei metodi produttivi (..) codificati”, AUTERI in “Indicazioni Geografiche, disciplina delle pratiche commerciali scorrette e della concorrenza sleale” in “Studi in onore di Paola A. E. Frassi”, Milano, 2010, pag. 40. 9 Cfr. art. 2598, comma 1°, n. 1 cod. civ. 10 Il Consorzio, però, “non ha la legittimazione ad esercitare per i singoli” la domanda di risarcimento dei danni subiti dai produttori in conseguenza degli atti di concorrenza sleale ex art. 2600 cod. civ. (cfr. Tribunale di Venezia, Sezione Specializzata in materia di Impresa, sentenza 25 luglio 2017 n. 2283). Si segnala che qualora il Consorzio avesse ottenuto - ai sensi dell’art. 41, comma 9, della 5 agire in giudizio “per la tutela e la salvaguardia della DOP ed IGP da abusi, atti di concorrenza sleale, contraffazioni ed uso improprio delle denominazioni tutelate e comportamenti comunque vietati dalla legge” (cfr. nota n. 4). 11 Infine, i consumatori, singolarmente o tramite le associazioni di categoria, sono legittimati a promuovere un’istanza all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato finalizzata a fare accertare e sanzionare l’illecito impiego della DOP e della IGP, pratica commerciale scorretta ed ingannevole (ex artt. 20 e 21, comma 1° lett. b, D. L.vo. 6 settembre 2005 n. 206),12ovvero a promuovere un’azione di classe ex art. 140 bis D. L.vo. 6 settembre 2005 n. 206.

4. CONCLUSIONE Legittimati ad agire contro i responsabili degli illeciti commessi a nome della Cantina Sociale di Canneto Pavese sono il Consorzio legge del 12 dicembre 2016 n. 238 - l’inserimento, come logo della DOP o dell’IGP, nel disciplinare di produzione di un marchio consortile (ed esso fosse registrato), sarebbe legittimato ad agire in giudizio a tutela di detto marchio. 11 Cfr. Tribunale di Venezia, Sezione Specializzata in materia di Impresa, sentenza 25 luglio 2017 n. 2283 e Tribunale di Modena, sentenza 3 aprile 1991, in Giur. Ann. Dir. Ind. 1991, n. 2662. 12 Cfr. Provvedimento dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato n. 26070/2017, pubblicato sul Bollettino n. 22 del 27 giugno 2016. L’Autorità si è pronunciata in relazione ad un caso di commercializzazione di un olio con caratteristiche qualitative inferiori a quelle dichiarate (il prodotto veniva dichiarato in etichetta come olio extra vergine sebbene appartenente alla categoria merceologica inferiore dell’olio di oliva vergine). La pratica è stata sanzionata perché le caratteristiche qualitative del prodotto sono in grado di orientare le scelte di natura commerciale del consumatore, che può preferire un prodotto presentato con caratteristiche qualitative superiori ed è disposto a pagarlo ad un prezzo più elevato. 6 Tutela Vini Oltrepò Pavese, le Associazioni di categoria dei consumatori ed i singoli produttori di vino e di uve. (Avv. Agostino Guardamagna) (Avv. Maria Francesca Guardamagna) (Avv. Silvia Osella)"

Il Consiglio di amministrazione del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, riunitosi in via straordinaria urgente in data odierna prima della riunione convocata a Riccagioia di Torrazza Coste dall’assessore regionale Fabio Rolfi, ha deciso due punti importanti:

“Per i fatti accaduti il Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese si considera parte lesa e ha deciso di costituirsi parte civile nel processo relativo ai gravi fatti di Canneto Pavese” ha detto il presidente Luigi Gatti. Inoltre: “Il Consorzio, considerato il danno di immagine per la filiera vitivinicola, ha deciso di chiedere un risarcimento in misura da definire del danno creato dai fatti accaduti, detto risarcimento sarà a carico dei reali responsabili delle azioni che hanno seriamente compromesso l’immagine del territorio e l’attività di promozione che il Consorzio sta portando avanti in virtù del suo incarico Erga omnes”.

“Da qui si prosegue ancora più “dritti” sulla strada della qualità e della serietà, per promuovere con regole e rappresentatività corrette ed equilibrate, un mondo del vino che non ha eguali e non merita di essere così bistrattato soprattutto in un momento importante come questo con aperture fondamentali sul mercato internazionale”.

“È prevedibile pensare che dopo questa riunione le aziende attualmente non socie che oggi erano presenti, hanno manifestato l’esigenza di rientrare nel Consorzio in modo urgente. A questo punto sarà necessaria la convocazione di una Assemblea consortile che le comprenda tutte, per la ridefinizione della nuova governance del Consorzio stesso”.

Il 26 gennaio 2020 la Sezione UNIRR di Stradella Oltrepò commemorerà i caduti e i dispersi della Campagna di Russia del 1941-1943. Alla manifestazione parteciperanno autorità civili, militari e religiose. Sarà presente Mons. Angelo Bazzari, Presidente Onorario della Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus, il quale celebrerà la Santa Messa in suffragio. La mattinata seguirà il seguente programma a Canneto Pavese:

Ore 10.15, ammassamento in Via Casa Bassa, di fronte al Municipio;

Ore 10.30, alzabandiera; Ore 10.35, interventi della Autorità Civili e Militari;

Ore 11.00, sfilata alla Chiesa dei Santi Marcellino, Pietro e Erasmo

Ore 11.15, Santa Messa officiata da Mons. Angelo Bazzari;

Ore 12.30, rinfresco con vino d’Onore presso il “Centro sociale Cesare Chiesa"

” L’UNIONE NAZIONALE ITALIANA REDUCI DI RUSSIA è un’associazione costituitasi a Roma, il 9 agosto 1946, presso lo studio del Notaio Dott. Ignazio Arcuri, per volontà dei reduci della Campagna di Russia. Al gruppo originario si aggiunsero successivamente ex-prigionieri appena rimpatriati, che diventarono il cuore pulsante dell’associazione. Con Decreto Ministero della Difesa del 20 novembre 1996 l’UNIRR viene riconosciuta come Ente Morale. L’attività dell’UNIRR, ha avuto fin dall’inizio l’obiettivo di fare piena luce sulle vicende dell’ARMIR (Armata Italiana in Russia) e sulla sorte dei militari che ne facevano parte, con particolare riguardo agli oltre 90.000 Caduti sul Fronte Russo. L’UNIRR si è battuta per decenni al fine di ottenere dal Governo russo la possibilità di riportare in Italia le salme dei Caduti. Grazie anche a questo impegno, a partire dai primi 1991 sono iniziate ad opera del Ministero della Difesa. attraverso ONORCADUTI, le esumazioni dai cimiteri campali di Russia e Ucraina, che hanno permesso il rientro in Italia di migliaia di salme di Caduti noti e non identificati.

La SEZIONE UNIRR DI STRADELLA nasce nella metà degli anni ’50 per volontà di alcuni reduci stradellini. Con la scomparsa di questi ultimi, il labaro viene conservato per diversi anni dalle Patronesse UNIRR Sacchi Anna e Ines Montini, fino al 2008, anno in cui viene consegnato al Gruppo Alpini di Stradella. Dopo decenni di inattività, il 29 dicembre 2018 presso la sala “Ugo Magnani” del Comune di Stradella, alla presenza del Vicepresidente Nazionale Vicario e del rappresentante del Sindaco di Stradella, la Dott. Federica Vannini, viene ufficialmente riattivata la sezione nominandola UNIRR SEZIONE DI STRADELLA OLTREPO’, in modo da darle più ampia rappresentanza. La Sezione è presieduta da Carlo Brandolini e ha sede a Castana, nei locali messi a disposizione dall’amministrazione comunale presso il palazzo municipale.

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