Martedì, 02 Giugno 2020

SALICE TERME - «SALICE SI È PERSA CON LE TERME E SI È DIMENTICATA LA CULTURA»

Benedetto Mosca, giornalista e scrittore, fratello del noto giornalista (e personaggio) televisivo Maurizio, è uno che in Oltrepò ci ha lasciato il cuore. Vive a Milano ma frequenta la Valle Staffora regolarmente dagli anni ’70, ha una seconda casa a Salice Terme dove si può tranquillamente dire che abbia messo radici, dato che ci vive anche il figlio Michele. Anche lui è giornalista, come il papà e prima ancora il nonno Giovanni. Tre generazioni abituate a osservare e raccontare con occhio critico la realtà che le circonda. Benedetto, classe 1936, è uno che ne ha viste tante: ha iniziato a fare questo mestiere a 18 anni, con Edilio Rusconi all’epoca in cui fondò il settimanale Gente, per passare poi ad essere inviato di Oggi. Ha diretto Annabella, Amica, la Domenica del Corriere e Corriere di Informazione prima di trasferirsi in Argentina per dirigere la sezione editoriale della Rizzoli. Erano gli anni della dittatura, lavorare era difficile e rischioso. All’epoca in cui dirigeva il Corriere degli Italiani pubblicò i nomi dei desaparecidos suoi connazionali attirandosi l’inimicizia del regime. «Ebbi quei nomi grazie alla conoscenza con il presidente argentino Eduardo Viola, i cui genitori – racconta - erano originari di Casatisma, ma dopo la loro pubblicazione la vita lì divenne difficile. Pensai che da quella situazione non si poteva uscire e tornai in Italia».

Così Mosca entrò nella direzione della Rai occupandosi della realizzazione di serie televisive tra cui l’indimenticata “La Piovra”, dopodiché proseguì lavorando nell’editoria. Tutto senza mai dimenticarsi di Salice o dell’Oltrepò, che visitava quasi settimanalmente. La realtà di quegli anni aveva altri colori: «Salice era una porta su un mondo ricco e bello, di cui oggi è rimasta poco più che un’ombra».

Mosca, quando ha scoperto Salice per la prima volta?

«Era il 1974, un pediatra milanese mi aveva invitato lì perché i miei figli avevano bisogno di cure termali»

Qual è il suo primo ricordo del territorio?

«Arrivammo al Grand Hotel di Salice, all’epoca era ancora in funzione. Inizialmente stavamo lì nel periodo delle cure, poi prendemmo un appartamento in affitto e infine ne comprammo uno nostro».

Com’era la Valle Staffora all’epoca?

«Era un mondo ricco e bello di cui Salice era la porta di ingresso. I boschi erano curati, c’erano strutture sportive, ristoranti e buoni alberghi fino a mille metri di altitudine. Si facevano dei bei giri e si arrivava fino al fiume Trebbia. Era un po’ come andare in Riviera, ma in un modo alternativo».

Veniva qui spesso?

«All’epoca venivo settimanalmente, ci ho scritto alcuni dei miei romanzi a Salice. Mi piaceva molto scrivere qui».

Il “successo” di quell’epoca dipendeva esclusivamente alle Terme secondo lei?

«Le Terme erano certo un motore trainante, ma intorno a loro si muoveva un microcosmo animato da imprenditori particolarmente capaci. Una generazione di “maghi” come Bruno Fava, autentico nume tutelare del paese, promotore del Concorso Ippico, gestore della piscina e dei campi da tennis nel parco delle terme. Santinoli era un altro nome importante, nel settore del divertimento. Diciamo che c’erano personaggi di grande profilo».

Quasi tutti collegano il declino del paese a quello delle Terme. Concorda?

«Sicuramente le Terme rappresentavano il terreno di base che rendeva tutto possibile e florido, ma credo anche che ci sia un altro problema: nessuno ha più curato o preso in mano un altro aspetto importante, che è quello della cultura. I politici possono anche portare finanziamenti, ma il turismo si fa con la cultura. Gli alberghi poi lavorano di conseguenza, ma tutto è legato alle congiunture economiche favorevoli. La cultura invece andrebbe valorizzata di più. L’Oltrepò ha un legame forte con il futurismo che è stato poco sfruttato, e numerosi pittori e scultori amano questa terra e l’hanno frequentata».

Quindi secondo lei da dove si deve ripartire? Perché a Salice non è rimasto più nulla di quel mondo che lei ricorda…

«Non c’è più nulla finché non lo si resuscita. Bisogna smetterla di pensare solo alle Terme. Se ci si aspetta che il rilancio debba essere per forza legato a quelle allora campa cavallo, perché prima che escano dal tunnel, ammesso che accada, dovrà passarne di tempo. Gli spunti dovrebbero arrivare direttamente dal “sistema Oltrepò”».

A dire il vero, a fare “sistema” questo territorio non è che sia proprio bravo…Lei come farebbe?

«Si parta dal creare una sorta di “Comitato di Rilancio Oltrepò” perché manca innanzitutto una rete di collegamento tra le varie potenziali attrattive, che ci sono: borghi bellissimi, rocche suggestive, paesaggi che nulla hanno da invidiare a quelli toscani. Solo che è tutto abbandonato a se stesso. Bisogna inventarsi punti strategici, aperture straordinarie, creare mete conosciute e pubblicizzarle con un’adeguata campagna stampa. Servono poi investimenti, non sconti per i ristoranti».

Qualcuno le farebbe notare che creare turismo con una rete stradale così disastrata è difficile. Le strade erano messe così anche anni fa?

«La tendenza dell’Oltrepò a franare c’è sempre stata, anche se all’epoca si interveniva di più. C’era una sovrintendenza stradale apposita, ricordo, ma poi furono tagliati i rifornimenti economici. Il problema principale però è attrarre turisti e per farlo servono gli eventi di livello, come lo era appunto il concorso ippico».

A proposito di grossi eventi. Ad agosto 2021. rimandata all'anno prossimo per il problema coronavirus,  Rivanazzano Terme ospiterà la Sei Giorni di Enduro,  campionato mondiale della moto che porterà in Oltrepò migliaia di appassionati. è una di quelle manifestazioni che auspicava?

«Magari non è quella ideale ma va comunque fatta, non avrebbe senso rinunciarvi». 

C’è chi teme un danno ambientale e pochi riscontri economici effettivi…

«Per il discorso dei danni ci sono accordi da prendere prima per le riparazioni eventuali. Il vero punto è che bisogna essere in grado di organizzare piccoli altri eventi collaterali mirati al pubblico che rappresenta il target della manifestazione, in modo da sfruttare l’evento per dare un vero ritorno di immagine al territorio».

Cambiamo fronte. Suo fratello Maurizio era un volto noto del giornalismo sportivo. Il suo “pendolino” della domenica lo ricordano tutti gli appassionati di calcio. Lei segue lo sport?

«Non molto a dire il vero. Con Maurizio avevo un rapporto anche professionale, certo, ma più che altro essendo un fratello maggiore mi chiedeva consigli».

A distanza di molti anni può finalmente svelarcelo: per che squadra faceva il tifo?

«Era juventino. Aveva un legame diretto con l’Avvocato, Trapattoni, ma anche Silvio Berlusconi. Era uno dei pochi cui questi tre davano retta».

Veniva in Oltrepò?

«Sì, di tanto in tanto. Andava da Romè a mangiare le rane per lo più. Era una persona benvoluta, era riuscito a creare un clima leggero intorno al mondo del calcio e anche per questo in molti lo ricordano con affetto».

 di Christian Draghi

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