Venerdì, 22 Novembre 2019

OLTREPÒ PAVESE – PIETRA DE’ GIORGI «LAVORARE LA TERRA IN OLTREPÒ VUOL DIRE FARE LA FAME»

«Superficialità, disillusione, scarso attaccamento alla propria terra». Per Sara Zambianchi, giovane consigliere di maggioranza del comune di Pietra De’ Giorgi, sono questi i problemi principali della nuova generazione di oltrepadani. 26 anni, sommelier con laurea in agronomia, è stata di recente nominata coordinatore regionale per la Lombardia dell’associazione “Città del Vino”. Per una che ama il suo territorio, un onore e un onere allo stesso tempo.

Sara, ci spieghi meglio di che cosa si occupa l’associazione e qual è il il suo ruolo all’interno.

«L’associazione nazionale “Città del Vino” si occupa della promozione del territorio, dai prodotti gastronomici alla produzione vitivinicola, alla promozione di eventi tra cui la rinomata manifestazione “Calici di Stelle”, davvero importante per il nostro territorio. Non nego che all’inizio ero un po’ spaventata per questa nomina perché è un ruolo abbastanza impegnativo che si estende a tutta la Lombardia, non solo al nostro territorio. Devo quindi rappresentare anche zone diverse dalla realtà in cui sono nata e cresciuta, come Franciacorta e la Valtellina, che hanno esigenze diverse. Mi lusinga il fatto che a soli ventisei anni mi sia stato chiesto di ricoprire un incarico così importante».

Vino e agricoltura fanno parte quindi della sua vita da sempre.

«Sì. Sono laureata in Agraria, sono diventata sommelier a 21 anni…la più giovane della Lombardia e adesso sono in concorso per il dottorato di ricerca».

A suo giudizio, come è la situazione in Oltrepò? C’è una speranza per il futuro del nostro territorio?

«è una situazione complicata. A mio parere sarà necessario aspettare almeno una ventina d’anni per vedere i frutti del lavoro di oggi. A volte mi è capitato di scontrarmi con miei coetanei che dovrebbero essere la nuova ‘faccia’ del territorio, quelli che dovrebbero impegnarsi per renderlo migliore. Ho notato che c’è molta superficialità in loro, forse perché avviliti dal fatto che lavorare in Oltrepò vuol dire fare un po’ la fame. Proprio l’altro giorno guardavo i dati e vedevo cosa arriva da un ettaro di vigneti qui in Oltrepò…6500 euro: quindi se tutto va bene si guadagnano 1000 euro. Ma in questi 1000 euro devono esserci contemplati anche tutti gli imprevisti. Se si rompe un trattore... si è già ko. è tutto un sistema, anche psicologico, che porta le persone ad essere frazionate e litigiose. Questa è sempre stata un pochino una qualità negativa del nostro territorio che adesso si sta però amplificando».

In che modo ci si dovrebbe comportare?

«Penso che bisognerebbe fare come altre zone e di certe cose non parlarne pubblicamente, perché così facendo poi le persone interpretano magari male e si creano momenti spiacevoli. Se c’è qualcosa che non funziona, bisognerebbe cercare di risolverlo senza sbandierare ai quattro venti tutti i fatti e gli antefatti. Dovremmo imparare da chi riesce a farlo. Non è che gli altri non discutono, solo sanno come risolvere le questioni tra loro. Vedo comunque che a certi livelli c’è un po’ di menefreghismo, non esiste un territorio: quando ci sono le manifestazioni più importanti l’Oltrepò non c’è mai e mi spiace davvero. Però non spetta ai singoli produttori o alle cantine più grandi farsi notare. Spetta invece, se c’è, ad un consorzio di tutela fare questo; capisco che possa essere difficile coesistere in un consorzio perché ognuno ha le proprie idee, ma se altre zone ce l’hanno fatta non vedo perché non dovremmo riuscire noi. Abbiamo un territorio meraviglioso, ma se continuiamo così tra un po’ non ci sarà più nulla. I ragazzi preferiscono andare a lavorare nelle logistiche piuttosto che lavorare in campagna e fare la fame. Con giusta ragione probabilmente. Perché se in altre zone d’Italia il contadino o l’imprenditore agricolo è visto come un signore, qui non è così. Chi fa questo lavoro qui è visto come un ‘poveraccio’: quale giovane vuole fare questo? Quale genitore vuole questo per il proprio figlio? Io apprezzo i tavoli di discussione, ma finchè non arriva un segnale forte da qualche parte la situazione non cambierà…Abbiamo bisogno per forza di qualcosa se no l’agricoltura qui sparisce».

Il fatto di avere come ministro dell’Agricoltura una persona come Gian Marco Centinaio, che conosce molto bene le nostre zone, può essere un vantaggio?

«Io ho parlato diverse volte con il ministro e gli ho chiesto pareri sulla nostra situazione… ma ho sempre carpito dalle sue parole che qui in Oltrepò non c’è un interlocutore vero con cui relazionarsi e parlare. Il problema quindi è il nostro! Mentre in altre zone c’è chi ‘gli tira la giacca’ per farsi notare e per chiedere aiuto, qui niente. C’è un gap enorme. Dovremmo sfruttare l’opportunità di avere un ministro che conosce il nostro territorio, rispetto magari ad un altro governante che arriva da tutt’altra parte: se non riusciamo con Centinaio è dura che ce la potremo mai fare con un altro ministro. è la triste realtà… Pensi che una volta mi sono sentita dire da un mio coetaneo ‘Beh, se non ti vanno bene le cose qui, vendi e vai da un’altra parte!’ Ma che discorsi sono? Questa è la mia terra, ci sono i sacrifici della mia famiglia, dei miei nonni. Questo per far capire la mentalità un po’ leggera che c’è qui ormai. C’è sfiducia, anche nelle nuove generazioni… e poi per forza di cose si ragiona in questo modo. Però ribadisco: se ce l’hanno fatta altre zone, non vedo perché noi non dovremmo farcela. Prendiamo anche il sud d’Italia come esempio: sono partiti dal nulla e hanno creato vini che hanno preso riconoscimenti in tutto il mondo. Questo perché si sono rimboccati le maniche e hanno lavorato sodo».

Cosa servirebbe?

«Cambiare mentalità. Se io guardo il mio ‘vicino’ e fa qualcosa in più di me non sono contento. Se va male, ma un po’ più male di me sono contento. Così non si va da nessuna parte: è una guerra tra ‘poveri’, dove si fa solo un mare di sangue».

Lei collabora anche con Terre d’Oltrepò?

«Faccio la vendemmia e faccio servizi come sommelier».

Come opinione ha della più grande realtà vitivinicola dell’Oltrepò?

«Diciamo che fa da traino, essendo la cooperativa più importante che abbiamo sul territorio. è ovvio che per il suo passato ha qualche difficoltà. Purtroppo nel mondo commerciale si ha sempre memoria di quanto accaduto… è quindi difficile ricostruire un’immagine e far fidelizzare le persone. Sicuramente Terre d’Oltrepò ha una grande responsabilità».

Da poco è stata eletta consigliere comunale. è alla sua prima esperienza?

«Sì, anche perché prima ero molto concentrata sulla scuola e sullo studio e non ho mai pensato a molto altro. Ma quest’anno c’erano le elezioni e il sindaco dell’epoca, adesso vicesindaco GianMaria Testori, mi aveva chiesto di partecipare e ho accettato con entusiasmo, per fare qualcosa per il comune di Pietra de’ Giorgi, soprattutto nell’ambito dell’agricoltura».

Il risultato è stato subito positivo.

«Decisamente sì!».

Si erano presentate ben quattro liste in campagna elettorale. Tante, se si pensa che il vostro è un comune molto piccolo.

«Tre erano liste territoriali: la nostra, quella della vecchia minoranza e quella dell’ex vicesindaco che aveva deciso di fare una sua lista; la quarta con capogruppo un signore di un paese qui vicino. Sicuramente quattro liste per Pietra de’ Giorgi è un fatto singolare».

Sono passati solo pochi mesi, come descriverebbe la sua esperienza ad oggi?

«La squadra è molto affiatata, siamo in sintonia e tanto è l’aiuto reciproco: crediamo molto nelle potenzialità del nostro Comune e in quello che facciamo! è passato pochissimo tempo, in effetti, ma i presupposti sono davvero buoni».

di Elisa Ajelli

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