Sabato, 23 Marzo 2019

BRALLO DI PREGOLA - «I CLIENTI MILANESI RIMANGONO ALLUCINATI DALLO STATO DI CONSERVAZIONE E DI SICUREZZA DELLE STRADE»

L’alta Valle Staffora conserva una naturalità particolare ed affascinante: i versanti, più ripidi e meno ospitali per abitazioni e coltivi, sono quasi totalmente interessati dai boschi di carpino nero e frassino che lasciano il posto al faggio ad altitudini maggiori. La strada che costeggia lo Staffora, partendo da Casanova Staffora, coincide con l’antica Via del Sale, ed è come un “serpente” che si sviluppa lungo il fianco del monte, accompagnato da una vegetazione folta e rigogliosa. Qua è là si intravedono i piccoli paesi, oggi quasi completamente abbandonati, sospesi sulle pendici dei monti, attorniati dalla vegetazione originaria. Una natura si potrebbe dire quasi selvaggia e incontaminata che permette al viaggiatore di godere di  bellissimi paesaggi  montani a pochi chilometri dalla città. Arrampicato su una di queste pendici, quasi un balcone affacciato sulla stretta valle del fiume Staffora, troviamo Cencerate, piccolo borgo di poche anime appartenente al comune di Brallo di Pregola. Ed è proprio qui a circa mille metri di altitudine, in un territorio praticamente abbandonato dall’agricoltura, che è partita l’avventura dell’azienda agricola “Molino del sole” di Marco Rossi.

Abbiamo intervistato la figlia Giulia, giovane perito agrario che si occupa a tempo pieno dell’azienda per farci raccontare la sua esperienza.

Giulia, lei è originaria di Cencerate?

«Io sono nata a Varzi e risiedo attualmente a Rivanazzano Terme dove mio papà ha sempre  svolto la sua attività. Mio papà è di Cencerate e mio nonno abitava e coltivava la terra in questo bellissimo paese, quindi fin da piccola trascorrevo i fine settimane e le vacanze estive con i nonni ed  è partita da lì la mia passione per la natura e gli animali. Dopo la scuola media mi sono iscritta all’Istituto Agrario “Gallini “ di Voghera  perché volevo approfondire le mie conoscenze in materia e sperimentare  in campo agricolo le competenze acquisite. Devo dire che questa scuola superiore mi è molto servita per lavorare poi in azienda».

Com’è nata l’esigenza di tornare a coltivare la terra in montagna, in un territorio impervio e diciamo ormai quasi del tutto abbandonato?

«Il progetto è partito proprio da mio papà che ha voluto evadere dai ritmi frenetici del suo lavoro qui a Rivanazzano e ha deciso di tornare indietro e fare quello che facevano i suoi genitori. A lui poi piangeva il cuore nel vedere che i boschi stavano prendendo il sopravvento sui terreni incolti e nel 1997 ha iniziato a pulire qualche campo e a seminare il grano, un grano antico, l’Aquileia che è una varietà  ad alto fusto già coltivata dai miei nonni, più soggetta per questo motivo ad allettamento ma che  aveva il vantaggio di poter essere tagliata con la vecchia BCS di mio nonno. Avevamo un po’ tutti contro, ed eravamo considerati un po’ strani. Tutto è partito quindi a livello famigliare, mio padre voleva fare il pane in casa e aveva deciso di prodursi autonomamente la farina acquistando un mulinetto a pietra. Abbiamo iniziato a macinare il nostro grano e poi, attraverso alcuni amici, siamo stati invitati, non ricordo più se un anno o due dopo, alla fiera del Primo Maggio a Varzi a fare una  dimostrazione di macinatura e in quell’occasione abbiamo regalato qualche sacchettino della nostra farina.  Da lì è partito tutto, richieste su richieste e quindi abbiamo poi acquistato un mulino più grande e abbiamo iniziato la produzione di farine, abbiamo aggiunto la farina gialla per la polenta proveniente dalla coltivazione del mais otto file e malghin, una varietà a pannocchia molto piccola».

Siete poi passati anche alla trasformazione delle vostre farine?

«Certamente, abbiamo iniziato la produzione dei nostri biscotti con le varie farine qui a Rivanazzano seguendo un po’ le esigenze del mercato aggiungendo anche biscotti per intolleranti. Oltre al grano  abbiamo poi intrapreso la coltivazione delle patate e delle fagiolane sempre nei nostri campi a Cencerate. La fagiolana ha il suo ambiente ideale di coltivazione perché ha bisogno di clima fresco e tanta acqua e il risultato è un prodotto eccezionale. Le patate hanno ottenuto quest’anno la certificazione DECO (denominazione comunale di origine), un valore aggiunto a questo prodotto che è coltivato in modo assolutamente naturale senza fertilizzanti  chimici né anti parassitari, il terreno viene fertilizzato  solo con il letame  e non  utilizziamo irrigazione».

Quali sono le difficoltà che avete incontrato a coltivare il terreno in un territorio così scosceso e isolato?

«Dal punto di vista della dislocazione del terreno, gli appezzamenti sono piccoli però abbiamo molta acqua a disposizione in alcuni e negli altri seminiamo il grano  e le patate che non richiedono irrigazione. Le lavorazioni sono praticamente quasi tutte a mano, tranne l’utilizzo di piccoli macchinari. Devo dire che non abbiamo problemi di conservazione di prodotti come ad esempio le patate, perché lavoriamo praticamente su prenotazione.  Cerchiamo ogni anno di incrementare la produzione perché si aggiungono sempre clienti nuovi. Un grosso problema sono però i cinghiali e i caprioli. Abbiamo dovuto recintare tutti i terreni con le reti elettrosaldate alte due metri perché i caprioli saltavano al di sopra dei recinti e distruggevano tutto. Comunque dietro a tutto questo c’è la grande passione di mio padre e di conseguenza mia perché altrimenti non avremmo potuto  proseguire la nostra attività. Anche mio fratello più giovane ha appena terminato l’Istituto Agrario e partecipa attivamente al progetto con molta passione».

Dove vendete i vostri prodotti oltre che nel vostro punto vendita di Rivanazzano?

«Facciamo le fiere dei prodotti tipici nei vari luoghi ma non abbiamo ancora programmato la vendita on-line perché temiamo di non riuscire a soddisfare  tutte le richieste. Siamo molto soddisfatti  del nostro lavoro  e personalmente mi piacerebbe ampliare quello che sto facendo viste le continue esigenze di mercato. Il fatto di essere riuscita a creare, grazie a mio padre, tutto questo, a Cencerate, a casa mia mi dà veramente una grande gioia. Se lei pensa che durante l’inverno in questo piccolo paese vivono circa sei persone posso dire di aver ottenuto dei grandi risultati».

Secondo lei la Comunità Montana aiuta in qualche modo questi paesi che si stanno spopolando?

«I nostri paesi sono quasi abbandonati a sé stessi, ci vorrebbero dei progetti per farli conoscere meglio e farli visitare almeno nel periodo estivo. Il grandissimo problema sono le strade che sono in uno stato pietoso. Lungo il percorso che va da Fego a Pianostano, ad esempio, sono caduti tutti i guardrail e chi si occupa della manutenzione invece di sostituirli ha messo delle fettucce bianche e rosse. Ho molti clienti che arrivano da Milano, vengono a Cencerate a vedere dove vengono coltivati i nostri prodotti e rimangono letteralmente allucinati dallo stato di conservazione e di sicurezza delle strade. è veramente un peccato perché è un territorio bellissimo dal punto di vista naturalistico con un clima ideale durante l’estate ma abbandonato a sé stesso. Ci sono ancora alcune piccole aziende in quella zona però devono fare affidamento solo sui propri mezzi per superare le difficoltà. Devo dire però, come nota positiva, che la festa della patata che si è tenuta al Brallo quest’anno è stata molto frequentata e secondo me bisogna  proprio lavorare per cercare di promuovere sempre di più il nostro territorio con manifestazioni e iniziative originali».

di Gabriella Draghi

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