Lunedì, 30 Marzo 2020

E' on line il nuovo modello che i cittadini devono utilizzare per le autodichiarazioni. E' presente una nuova voce con la quale l'interessato deve autodichiarare di non trovarsi nelle condizioni previste dall'articolo 1, comma 1, lettera c, del decreto dell'8 marzo 2020 che prescrive il "divieto assoluto di mobilità dalla propria abitazione o dimora per i soggetti sottoposti alla misura della quarantena ovvero risultati positivi al virus". Ne dà notizia il Viminale.

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Il carnevale di Varzi, simbolo di un divertimento dissacrante e dissoluto, è una tradizione antica della Valle Staffora e di tutto l'Oltrepò Pavese. Per i nostalgici la sua sede “naturale” era però quella del Cinema Italia, che oggi neppure esiste più. I tempi in cui 3mila persone ne affollavano il salone in occasione della festa varzese per antonomasia appaiono oggi un ricordo dal sapore dolce e amaro, simile a quello del Campari. Erano altri tempi e parlare di una “Varzi da bere” potrà magari far sorridere, anche se tutto si può dire meno che si trattasse di una festa sobria. Il connubio tra Carnevale e Cinema Italia è durato moltissimi anni e ha segnato gli anni d’oro della festa, sebbene le location che hanno ospitato l’evento siano state diverse.

Prima che il Cinema si spostasse nell’attuale sede di via Luigi Mazza nel 1963, la festa da ballo si svolgeva nella più piccola sala del Teatro al numero 6 di via Pietro Mazza, oggi sede della biblioteca comunale. Cos’era a rendere speciale quello che potrebbe apparire tutt’al più un semplice fatto di costume “mondano”? Perché si faceva la corsa a partecipare da tutta la vallata e anche dalla vicina – ma allora neanche troppo – Voghera? Laura Brignoli, varzese doc, ricercatrice e docente universitaria, sul Carnevale di Varzi ci ha scritto un libro, uscito nel 2007 intitolato “Come eravamo”.

Dottoressa Brignoli, qual era il segreto di quella festa?

«La singolarità non sta né nella sua durata, né nella tradizione culinaria o tanto meno nell’accompagnamento religioso. Accanto ai tradizionali carri che ripetono le grandi kermesse di ben più famosi carnevali un’abitudine oserei dire unica vuole che nelle serate danzanti di domenica, lunedì, martedì e della “pentolaccia” le ragazze sole si mascherassero nascondendo completamente il volto e camuffando la voce per non farsi riconoscere. Sono loro che all’interno della festa invitavano gli uomini a ballare ribaltando, nella più pura espressione dello spirito carnevalesco, i ruoli».

Una peculiarità tipicamente varzese?

«Sì, tanto che al proposito venne creata quella che si definiva “maschera alla varzese”: laddove gli altri carnevali variano a piacere la forma e il colore della copertura del volto, più o meno grande e scintillante, da noi si indossa il famoso “cappuccio”, una copertura che permette di nascondere anche i capelli. Sul cappuccio viene cucita la maschera, cui poi vengono praticati dei buchi per naso e bocca e, talora, viene posta una retina sugli occhi per nasconderne il colore e la foggia».

Un travestimento di tutto punto. Si dice che le mogli approfittassero di questo anonimato e “insidiassero” i mariti per metterli alla prova… conferma?

«C’è un’aneddotica piuttosto vasta al riguardo. Un esempio è la storia della “maschera dei tre soldi”».

Può raccontarcela?

«Si dice che un giovane marito abbia festeggiato il carnevale con una “maschera” particolarmente libertina, che dopo diversi bicchieri gli si è concessa sotto i portici, in un luogo appartato, chiedendo dopo tre soldi in pegno e come “ricordo” della bella esperienza. L’uomo sarebbe poi ritornato a casa di soppiatto, per non far rumore e non svegliare la moglie che a letto già dormiva. Il mattino dopo, mentre si veste per andare a lavorare, l’uomo trova sul comodino i tre soldi e resta inebetito. Con il cuore che galoppa fa per prenderli e nasconderli in tasca quando la moglie gli arriva dietro e gli dice “at l’ho saempor data per nent, tegnöt inca chi lè”. Cioè: “Te l’ho sempre data per niente, tieniti anche quelli”».

Oltre al libertinismo delle mascherine, altra ricorrenza del Carnevale erano anche le scazzottate tra varzesi e “foresti”…

«I locali non hanno mai visto di buon occhio tutta quella moltitudine che, da altri paesi, veniva e gli faceva concorrenza contendendo le “loro” donne. Per cui, corroborati dal Campari, spesso e volentieri attaccavano briga».

Come mai la fortuna del Carnevale era così tanto legata al Cinema Italia?

«Sicuramente occorre riconoscere diversi meriti a Gigi Comolli, proprietario del cinema fino al 1965 e imprenditore lungimirante, che ha saputo dare un impulso straordinario alla festa, rendendola un evento atteso e preparato tutto l’anno. Ingaggiava le orchestre più quotate, elargiva premi importanti, per anni anche in denaro. Era lui talvolta a procurare i figurini alle mascherine, i modelli degli abiti che loro stesse confezionavano. Era attento a ogni dettaglio e teneva molto alla perfezione dei costumi».

Per molti la fine del Cinema Italia ha segnato anche le sorti del carnevale che, festeggiato prima in una tensostruttura in piazza della Fiera e poi alla Rive Gauche, ha lentamente finito per perdere il suo antico appeal. Secondo lei è davvero questa la causa del declino?

«Io credo che il cambiamento dei costumi abbia avuto un ruolo importante. All’epoca il fatto che le donne prendessero l’iniziativa di invitare l’uomo al ballo era  una vera trasgressione, e al contempo una “messa alla prova” dei maschi che potevano avere più o meno successo, quindi essere invitati oppure no. Questo rovesciamento peraltro alimentava non poche leggende, attribuendo alle varzesi la fama di lasciarsi andare alle più audaci trasgressioni e spingendo molti “forestieri” a presentarsi al carnevale pieni di aspettative. Spesso se ne tornavano delusi, ma bastava che ad uno di loro capitasse una ragazza più libera, o forse più “affamata” per mancanza di pretendenti quando aveva il viso scoperto, per tenere viva la leggenda delle “varzesi a briglia sciolta”. Tempi e costumi però cambiano e, si sa, ciò che era tabù può diventare consuetudine».

 

di Christian Draghi

 

Aperto nel 2011 e gestito dalla associazione Adara, l’osservatorio del Parco Astronomico di Colleri, piccola frazione di Brallo di Pregola, rappresenta un fiore all’occhiello dell’astronomia oltrepadana. Per quanto ad usufruirne siano più che altro amatori o appassionati, dalla sua fondazione ad oggi già per tre volte delle immagini riprese al suo interno sono state selezionate dalla Nasa e pubblicate sul proprio sito come “foto del giorno”.

L’ultima delle quali ritrae una cometa, chiamata C/2017 K2, da record: scoperta nel 2013, è la cometa attiva più lontana dal Sole mai osservata. Composta da cinque cupole con osservatori remotizzati, quella di Colleri è una struttura che continua a guardare al futuro: ha appena acquisito un planetario e si prepara a potenziare le sue attività. Il suo fondatore è Vittorino Suma.

Partiamo dall’immagine della cometa che avete ripreso. Vi capita spesso di fare simili scoperte?

«Preciso che noi operiamo a livello amatoriale e di fatto non facendo ricerca non è che “scopriamo” le cose. In questo caso seguiamo alcune comete e supernove che ci limitiamo a fotografare. Poi, per via dell’ottima posizione e del cielo limpido, ci capita ogni tanto di “azzeccare” lo scatto, come nel caso della cometa C/2017 K2».

Questa cometa è visibile solo attraverso le apparecchiature?

«Al momento sì, ma tra un paio d’anni, pare intorno al Natale del 2022, acquisterà maggiore luminosità da poter essere visibile a occhio nudo sotto un cielo non inquinato come quello di montagna».

Avete degli osservatori remotizzati. Come funzionano?

«Sono telescopi che possono essere controllati anche da un computer collocato in un’altra struttura. Ad esempio, da casa tramite internet fotografiamo il cielo pilotando tutte e cinque le postazioni».

A che finalità sono mirate le vostre osservazioni?

«Innanzitutto la fotografia astronomica. Poi, grazie alla struttura in nostra dotazione, possiamo osservare le stelle con dei telescopi mobili. Di fatto organizziamo delle serate di osservazione in cui vengono date spiegazioni della volta celeste e quindi mostrati i pianeti visibili per quella sera in particolare».

Ci sono collaborazioni scolastiche?

«Certo, collaboriamo con il dipartimento di fisica dell’università di Pavia e abbiamo due appuntamenti fissi all’anno cui partecipano gli studenti del quarto anno del liceo scientifico Copernico e del primo anno di fisica dell’università di Pavia. Si tengono anche una serie di conferenze sul tema astronomia a valenza scientifica».

Il parco astronomico è aperto tutti i giorni? Ci sono orari da rispettare?

«Non c’è una frequentazione quotidiana, queste sono solo postazioni fotografiche e come detto lavoriamo da casa pilotando con il computer le cupole».

Come e dove organizzate gli incontri con gli studenti?

«I professori ci chiamano e stabiliamo insieme la data dell’incontro, che avviene in una struttura adatta come per esempio un agriturismo. Tramite il computer mostriamo i risultati del nostro lavoro, dopodiché li accompagniamo al parco astronomico. Al di là di questo facciamo incontri estivi con chiunque voglia partecipare, rivolgendoci a un pubblico più ampio».

Come comunicate le date estive?

«Tramite internet principalmente. Poi Comune e Pro loco stampano i volantini con le date e gli orari e viene fatto il volantinaggio. Finora abbiamo avuto molte soddisfazioni».

Personalmente che cosa prova nel momento in cui osserva il cielo?

«Spesso mi commuovo perché grazie al telescopio abbatto le infinite distanze di anni e anni luce. Con questo strumento incredibile si abbatte la distanza tra noi e l’oggetto e si possono ammirare stelle dove, chissà potrebbe esserci qualche forma di vita o magari nuovi mondi. Per un profano tutto ciò ha dell’incredibile. Dalle città vediamo solo pochissimi puntini luminosi, mentre con un telescopio possiamo osservare il sistema solare ed esplorare la nostra galassia e sconfinare oltre, addirittura a dieci milioni di anni luce. Il telescopio è l’unico strumento, oltre alla fantasia, che può farci venire i brividi annullando distanze inimmaginabili».

Cosa avete in mente per un prossimo futuro?

«Abbiamo appena acquistato un planetario e questo ci permetterà di organizzare serate divulgative in mancanza di un cielo sereno e a chi non può venire di sera poter comunque mostrare i movimenti delle stelle e le loro caratteristiche. Un altro sogno da realizzare, ma un po’ limitato dai nostri vari impegni, sarebbe quello di mettere in piedi un osservatorio solare e di portare avanti uno studio sulla spettrografia solare così da proporlo alle scuole».

è stato difficile economicamente mettere in piedi tutto questo?

«Inizialmente abbiamo messo soldi di tasca nostra, ma poi abbiamo ricevuto sovvenzioni da parte della Regione e il Comune ci ha messo a disposizione l’area di Colleri, senz’altro la più adatta nell’Oltrepò Pavese per questo tipo di osservazioni. è una delle poche rimaste con un cielo pulito ma dotata di corrente elettrica e di internet e dobbiamo ringraziare l’ingegner Fabio Tagliani che è riuscito con un’opera ingegneristica a far arrivare internet. La banda via cavo era debole, mentre adesso siamo collegati tramite il satellite è stato un lavoro certosino ma è risultato un grande successo».

di Stefania Marchetti

 

La Onlus San Germano di Varzi attraverso una nota stampa comunica :  "In queste ore di emergenza Coronavirus imperversano tante notizie false, che arrivano a molti cittadini tramite Whatsapp, Facebook o via mail. Tra queste anche quella che molti pensano provenire dalla Fondazione San Germano di Varzi, che fa riferimento "all'urgente richiesta di personale ausiliario ed infermieristico per far fronte all'emergenza, dato che metà dell'organico è in malattia". Si chiede di far girare voce e condividere il messaggio poiché si legge di una situazione grave. Molti cittadini, allarmati, soprattutto per chi ha ricoverato lì un parente o un amico, si sono allora rivolti direttamente ai diretti interessati. "Possiamo garantire che pur nel periodo di difficoltà comune a tante realtà come la nostra, stiamo riuscendo a sopperire alle esigenze e ai bisogni dei nostri ospiti - garantendo loro le cure necessarie, spiegano il Dott. Carlo Albertazzi e la Dott.ssa Nicoletta Marenzi, rispettivamente Presidente e Direttore Operativo della Fondazione San Germano di Varzi-  Ci spiace davvero che qualcuno abbia potuto mettere in circolazione questa falsa notizia, andremo a fondo della faccenda per capire chi ha procurato questo allarme ingiustificato. Siamo una Fondazione seria e qualsiasi necessità sarà nostra premura comunicarla   attraverso i nostri canali ufficiali e affrontarla attraverso le nostre procedure consolidate e non tramite queste catene di S. Antonio. Cogliamo, invece, l'occasione per ringraziare sentitamente il personale medico, infermieristico, operatori ASA e OSS, ma anche dei settori educativo, fisioterapico e amministrativo, personale della cucina e lavanderia della Fondazione San Germano, che in questo delicato momento si sta dedicando con etica, professionalità e cuore ai nostri ospiti"

Realizzata nel 1984 ad opera della Comunità montana, la Centrale della frutta di Ponte Nizza è un magazzino di stoccaggio al servizio dei soci del consorzio ortofrutticolo della Valle Staffora. Mele, pere, pesche, ciliegie, albicocche: le risorse più pregiate messe a disposizione dagli alberi del territorio sono conservate in stato di refrigerazione in questo grande magazzino dietro la vecchia stazione della ex ferrovia Voghera-Varzi. Una struttura che è messa alla prova dal tempo e richiede oggi importanti opere di ristrutturazione. Per il presidente del consorzio Fabrizio Lanzarotti si tratta di un’occasione da non lasciarsi sfuggire per restare al passo con i tempi e mantenersi attivi – e competitivi - sul mercato. «I nostri prodotti sono da sempre di altissima qualità, vengono ad acquistarli clienti dal milanese, da Genova e Torino, ma dobbiamo essere in grado di ampliare la nostra offerta muovendoci nella direzione di creare una filiera che ci consenta di lavorare direttamente i nostri prodotti».

Non più soltanto stoccaggio quindi, ma anche produzione in loco di derivati come ad esempio succhi di frutta biologici e marmellate. Prodotti che potrebbero acquisire ancora maggiore visibilità considerando che a breve sarà completato il percorso cicloturistico della greenway.

Lanzarotti, il consorzio gestisce la Centrale che però è di proprietà della Comunità montana. Avete già parlato con loro degli interventi necessari?

«Sì, ci sono stati degli incontri e hanno avuto buon esito. Il dialogo con il nuovo presidente è stato positivo: serve una ristrutturazione completa e un ammodernamento dei macchinari perché sono ormai vetusti e la loro manutenzione, che è a carico di noi soci, sta diventando troppo costosa perché continua. Ci è stata data disponibilità da parte dell’ente e i lavori dovrebbero essere messi a progetto e realizzati entro il 2021».

Qual è la capienza della Centrale ad oggi?

«Ci sono otto celle frigorifere che possono contenere in totale tra gli 8 e i 10mila quintali, poi in base alle diverse annate si possono riempire di più o di meno. Diciamo che nel corso degli anni la produzione media è stata di cinque o seimila quintali».

Com’è stata l’ultima annata?

«La produzione si è attestata intorno ai 3mila quintali».

Meglio o peggio del solito?

«Sicuramente meglio di quella disastrosa del 2017, condizionata dalla tremenda gelata di aprile, ma non abbondante come quella del 2018».

Si parla spesso di cambiamenti climatici e non soltanto in Oltrepò, logicamente. Voi sul territorio notate grosse differenze rispetto al passato?

«Diciamo che se in passato eventi straordinari come le gelate si verificavano in media ogni cinque o sei anni, negli ultimi tempi si verificano con molta più frequenza. Addirittura ogni due o tre anni se ne può verificare uno che danneggia l’intero raccolto».

L’annata in corso come sta procedendo?

«Gennaio è stato caratterizzato da temperature miti, al di sopra delle medie stagionali. Il timore è che un caldo eccessivo possa portare a una prematura germogliazione delle piante. In tal caso, il rischio di andare incontro a danni seri sarebbe elevato, visto che è assai probabile che il freddo intenso torni entro primavera».

è il clima l’unico “nemico”?

«Ultimamente un altro fattore di rischio arriva dai nuovi parassiti arrivati dai paesi asiatici. Un esempio è l’insetto “alieno” conosciuto appunto come Cimice asiatica, che attacca il frutto. L’altro è la Drosophila Suzuki, moscerino della frutta. Entrambi richiedono trattamenti costosi e continui che si ripercuotono sul prezzo finale dei prodotti».

Parliamo del Consorzio. Quanti soci comprende e che tipo di mercato ha?

«I soci sono circa 45. Racchiude produttori di diverso tipo che poi gestiscono autonomamente la commercializzazione: c’è chi rifornisce i supermercati, chi fa vendita diretta, altri ancora fanno i mercati come quello di Campagna amica di Coldiretti».

Quello d’Oltrepò resta un mercato di nicchia. Quale deve essere la strategia per mantenersi competitivi?

«Puntare sempre sulla massima qualità. Il nostro fiore all’occhiello resta la Pomella genovese, una varietà autoctona di mele che ha già la denominazione regionale di prodotto tipico e stiamo lavorando per fare diventare a breve un presidio di Slow Food. è già molto conosciuta al pubblico e ha un prezzo di vendita superiore di circa il 30% rispetto agli altri prodotti. La ristrutturazione della Centrale deve diventare un’occasione per investire su nuovi macchinari che consentono di diversificare la produzione: non basta vendere solo frutta, servono prodotti derivati di diverso tipo e bisogna creare una piccola filiera chiusa, che consenta di abbattere i costi di produzione e aumentare il loro prestigio». 

di Christian Draghi

"Egregio Direttore, sul suo sito istituzionale, l’A.T.S. Pavia tiene una scheda aggiornata di tutte le strutture per anziani della nostra provincia. Vi sono riportate informazioni interessanti e significative: per esempio le persone il lista di attesa. Alla “Varni-Agnetti” di Godiasco sono ben 796 (tariffe comprese tra 45 e 50 Euro/gg). Alla R.S.A. di Varzi sono ben 727 (tariffe comprese tra 44 e 50 Euro/gg). Alla casa di riposo di Menconico sono solo 4 (le tariffe sono tre: 46, 59 e 75 Euro). È evidente che la R.S.A di Menconico gode di una fama non positiva: pochi anziani vogliono farsi ospitare qui. Anche quelli del posto cercano di evitarla. Vi sono dunque problemi che devono essere analizzati per individuare soluzioni e far tornare la struttura “appetibile”.

Il nostro primo cittadino ha fatto distribuire un pieghevole per le feste natalizie proclamandosi soddisfatto dei risultati raggiunti. Ci chiediamo quali? Le tariffe praticate sono più elevate se confrontate con le due vicine R.S.A. Al piano terra e nel seminterrato vi erano ampi spazi comuni per  tenere incontri, riunioni, feste ecc. Questi spazi destinati alla fruibilità collettiva sono stati sacrificati per realizzare ulteriori 10 posti letto che ovviamente sono non utilizzati.

Si doveva istituire anche la commissione comunale di controllo ma, avendone richiesto la presidenza i gruppi di minoranza come prevede il regolamento, con grande spirito collaborativo il Sindaco ha ripiegato sulla nomina  di una commissione tecnica composta ovviamente dalle solite persone di sua fiducia. I cittadini che volessero visitare il sito del nostro Comune non troveranno alcuna informazione né foto della struttura: nulla sull’asset più importante del Comune. Con queste premesse riteniamo molto difficile invertire il trend negativo della nostra R.S.A.

Alessandro Callegari - Menconico"

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Concorso Letterario "Città di Varzi" - V° Edizione - Scadenza iscrizione: 15 Aprile 2020

Organizzato da: Biblioteca Civica Malaspina di Varzi - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Telefono: 038353532

Internet: http://www.comune.varzi.pv.it/index.php/biblioteca-comunale

Indirizzo spedizione degli elaborati: Ufficio Anagrafe del Comune di Varzi Via P. Mazza, 6 27057 Varzi

Sezione A -  Ragazzi (fino a quindici anni) - Tema: La Valle Staffora: idee, emozioni, racconti. Valorizzare un momento (favola, mito, leggenda, storia…) a scelta dei candidati, che sia significativo della storia del proprio paese, appartenente alla Valle Staffora.

Copie:  1 - Lunghezza: massimo trenta cartelle dattiloscritte (cartelle da duemila battute circa)

Opere ammesse: Opere inedite, in forma poetica o narrativa

Sezione B - Adulti (oltre i quindici anni) Tema: La Valle Staffora: idee, emozioni, racconti. Valorizzare un momento (favola, mito, leggenda, storia…) a scelta dei candidati, che sia significativo della storia del proprio paese, appartenente alla Valle Staffora.

Copie: 1 - Lunghezza: massimo trenta cartelle dattiloscritte (cartelle da duemila battute circa)

Opere ammesse: Opere inedite, in forma poetica o narrativa

Quote di partecipazione: La partecipazione è gratuita. Inviare il materiale in una busta contenente il testo anonimo e un’altra busta chiusa con le generalità del candidato e la sezione a cui partecipa.

Premi: I vincitori saranno premiati con pergamena attestante il valore del loro racconto, unitamente a un cesto di prodotti locali.

Premiazione: 27 Giugno 2020 - I candidati finalisti riceveranno comunicazione entro il 1 giugno 2020 del risultato delle loro opere.

Giuria: La Giuria è composta da alcuni membri della Commissione di Vigilanza e da volontari che gestiscono il servizio bibliotecario.

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In Valle Staffora, località Casanova di Destra, si trova uno dei pochissimi musei del salumiere presenti sul territorio nazionale. è nato sette anni fa per volontà di Angelo Dedomenici. Erede di una tradizione di norcineria artigiana, non sopportava l’idea che i vecchi attrezzi del mestiere potessero andare perduti: «Quando penso all’ artigiano che sostituisce un vecchio attrezzo con quello moderno e quello vecchio lo butta via mi prende la tristezza se facessi questo gesto mi sembrerebbe di mancare di rispetto a mio padre e a mio nonno e di non mostrare riconoscenza per tutto ciò che hanno fatto per me in passato» racconta.

Crede che la cura di certi oggetti abbia anche un valore simbolico?

«Personalmente non ho nulla in contrario alle tecnologie moderne e le produzioni industriali, ma mi dispiace che vada perduta un po’ della nostra tradizione che ci distingue in fin dei conti dagli altri produttori»

I locali che ospitano il museo sono di sua proprietà?

«Sì, li ho ereditati e mi ritengo fortunato per averli tenuti, così ho potuto realizzare il mio sogno nel cassetto di creare appunto un museo del salumiere. L’ho creato tutto a mie spese e senza l’aiuto di nessuno».

Come si suddivide questo museo?

«In tre parti: il primo locale è riservato ai poster, alle foto e ai vecchi documenti. Parla di un tempo in cui non esistevano bottoni da schiacciare e per fare una fattura non c’era nemmeno la penna biro bensì la penna col calamaio. Nel 1948 questa era l’unica azienda in grado di fare una fattura dattilografata. Per i conti poi non c’era la calcolatrice si doveva fare tutto a mente. Il secondo locale è la bottega del salumiere stile anni ‘30, mentre nel terzo sono esposti i salumi e i vecchi attrezzi che servivano per la produzione a quel tempo».

Qual è l’idea alla base di questa struttura?

«Restituire il giusto valore alla nostra tradizione ai nostri prodotti in un mondo che guarda più alla quantità piuttosto che alla qualità».

è una stilettata a chi produce salame oggi?

«Siamo nel 2020, purtroppo siamo in una fase che vede prevalere l’industria sull’artigianato. Il mondo si è evoluto in ogni settore e anche il nostro, quindi la grande distribuzione reclama enormi quantità di salame e se non bastano animali di questa zona si prende la carne buona da altre zone e si esegue la lavorazione industriale. Non ho nulla in contrario, ma non deve andare perduta la lavorazione artigianale».

Di cui lei è anche un raffinato esponente. Quali sono i suoi “pezzi forti”?

«Ho creato un tipo di salame cotto, il salame rosa, e posso vantare l’iscrizione al Guinness dei primati per il salame più grande del mondo del peso di 80kg».

Al di là del museo, che celebra il passato, cosa si può fare per proteggere in qualche modo la tradizione di questa valle?

«Sono state scritte lettere a tutti i sindaci della Valle Staffora affinché vengano sostenuti i piccoli esercizi».

C’è stata qualche risposta?

«Non abbiamo ricevuto alcun aiuto. Per esempio paghiamo 170euro all’anno (soldi che comunque pesano sul bilancio di un piccolo esercente) per i registratori di cassa ma non riceviamo nessun suggerimento per capire come regolarci sulle tasse».

Se ne avesse il potere, cosa cambierebbe nell’immediato?

«Vorrei vedere riconosciuti i lavori che hanno svolto tutti i contadini che ora pensionati nella nostra zona sono proprietari anche di alcuni boschi. Il pensionato svolge lavori molto utili come raccogliere la legna e prepararla per il riscaldamento. Questo significa attività e produzione che al tempo stesso salvaguarda il territorio, che se non ci fosse questa gente diventerebbe una foresta. Triste a dirsi, ma tutto questo grandissimo lavoro non viene riconosciuto da nessuno».

I sindaci però ne sono a conoscenza. cosa dicono in merito?

«Mi hanno dato ragione, ma nessuno fa niente per sostenere questo lavoro immane e i pensionati non vivranno in eterno. Per questo stiamo cercando di creare un’associazione che, al bisogno, si possa organizzare e magari chiedere dei mutui e anche indirizzare i giovani verso la salvaguardia del territorio».

  di Stefania Marchetti

Il centro storico di Varzi si prepara a diventare una pinacoteca a cielo aperto. Grazie ad una convenzione stipulata tra Comune e liceo artistico Volta di Pavia, gli studenti avranno l’opportunità di dipingere le oggi (troppo) numerose saracinesche delle attività chiuse dislocate lungo l’asse della cosiddetta “vasca” varzese. L’iniziativa è stata presa in seguito a un’idea della Consulta Turismo e Centro storico, creata dal sindaco Giovanni Palli per affrontare ad hoc il tema del rilancio della capitale della valle Staffora. «Si tratta – spiega il primo cittadino - di un organo composto non da politici ma da comuni cittadini, i quali hanno suggerito di prendere a modello quanto già si è verificato in diversi centri soprattutto del sud Italia, dove per ridare vita a zone “morte” per via delle difficoltà economiche che hanno portato alla chiusura di diverse attività, si è ricorso alla pittura».

Le saracinesche abbassate sono un po’ come le persiane chiuse: abbandonate a se stesse, con il passare del tempo diventano l’effigie malinconica di un tempo andato che non accenna a ritornare. Fino ad ora, con le molte saracinesche abbassate ormai da anni, Varzi ricorda da vicino una bella donna che, lasciatasi alle spalle la gioventù, ha smesso di volersi bene e si è lasciata andare mostrando con impietosa rassegnazione le rughe. L’obiettivo di questo progetto è invertire la tendenza con un vero e proprio lifting.

Palli, a Varzi quante sono le saracinesche a disposizione?

«In tutto il paese se ne contano circa 70, quelle che almeno in questa fase iniziale prenderanno parte all’iniziativa sono una trentina, quasi tutte nel centro storico».

Un numero importante se si tiene conto che dietro ciascuna c’è un’attività commerciale cessata. Che tipo di ritorno vi aspettate?

«L’obiettivo è quello di rendere il centro storico attrattivo perché esteticamente più bello. La nostra intenzione è di trasformarlo in una sorta di pinacoteca-museo che parli di sé stesso ai visitatori, scatenando attraverso la peculiarità dei dipinti e dei pannelli che andremo a installare, una sorta di “caccia al selfie”, come è avvenuto in altre parti d’Italia dove addirittura realtà con maggiori possibilità economiche hanno coinvolto dei noti writers nella parte artistica».

Quali soggetti verranno ritratti?

«Metteremo a disposizione del liceo Volta una serie di fotografie d’epoca che ritraggono Varzi e il suo centro storico in un periodo florido della sua esistenza. Molte di esse arrivano dall’archivio di Fiorenzo Debattisti che gentilmente le ha messe a disposizione.

A queste immagini i ragazzi si ispireranno per creare una sorta di “ritorno al passato” visivo».

Ci saranno soltanto le saracinesche dipinte o avete pensato ad altre peculiarità per valorizzare il centro?

«Parallelamente c’è un altro progetto che prevede il posizionamento pannelli in forex con esposte foto di negozi storici e della piazza com’erano in altre epoche, sempre con l’intento di interessare e affascinare i potenziali turisti».

Quali sono le tempistiche previste per l’attuazione di questi progetti?

«La fase progettuale è già iniziata, l’intenzione è assolutamente quella di vedere il tutto attuato entro il mese di giugno, all’inizio cioè della stagione estiva, quella che deve rappresentare per il paese una svolta».

Chi finanzierà il progetto?

«Ci autotasseremo: il comune metterà a disposizione i materiali, vernici e spray necessari. Gli studenti la manodopera».

L’iniziativa ha già incontrato il favore pressoché unanime di tutti i commercianti, che da tempo lottano nella speranza di riuscire a riconquistare al paese un giro turistico che possa dare una scossa agli affari. Una delle pochissime attività aperte ad avere ancora la saracinesca è il ristorante Caffè del Centro, nel cuore della Varzi medioevale. Intorno a lui, in via Di Dentro, sono ben sei le saracinesche chiuse. «L’iniziativa è molto carina, ho messo a disposizione la mia molto volentieri» dice il titolare Alessandro Deglialberti. «Ben vengano queste opportunità che possono invogliare il turista a farsi un giro nel centro rianimandolo un po’. L’iniziativa è ancora più  meritevole visto che contribuisce anche ad abbellire il centro eliminando  diverse brutture che lo svilivano». Ora le aspettative sono tutte rivolte verso la bella stagione, nella speranza che possa davvero rappresentare una svolta: «Il 2019, almeno per la mia attività, è stato leggermente migliore dell’anno precedente, anche se di turisti da fuori non è che ne arrivino ancora molti. Vedremo se, anche grazie a questa iniziativa, le cose cambieranno con l’estate».

Soddisfatta è anche Laura Morelli, titolare del negozio di calzature di famiglia recentemente insignito dalla Regione del riconoscimento riservato alle attività storiche. «Ho messo volentieri a disposizione la porta di ferro che era l’ingresso dell’antica sede del negozio, quella di via Roma. Da tempo ci siamo trasferiti, ma quella porta resta per noi un simbolo ed è bello che possa contribuire a valorizzare tutto il nostro centro che è davvero bellissimo. L’auspicio è che questo progetto crei curiosità in persone che possano poi diventare, da semplici visitatori, clienti dei vari negozi».

di Christian Draghi

"Egregio Direttore, da sempre frequento l’alta Valle Staffora ed in particolare Varzi. Il 20 Dicembre per amore dei nipoti, mi sono recata a Varzi per comperare le buonissime paste della pasticceria della piazza principale. Da casa mia a Stradella a Varzi sono poco più di 61 Km, se all’andata, verso le ore 14, sono rimasto sorpreso dalla durata del viaggio di un’ora e 15minuti, peggio è stato il ritorno, quando ci ho impiegato un’ora e 25minuti.

Lo stesso tempo che impiego, ma da Stradella a Santa Margherita Ligure.

È stato constatare la causa di tale rallentamento, che mi ha colpito: limiti di velocità ad ogni piè sospinto, autovelox, strade, come del resto in tutta la provincia, in stato pietoso. Com’è possibile che oggi ci si metta più tempo ad andare a Varzi rispetto a 20 anni orsono? Senza scagliare anatemi a destra e a manca, credo comunque che ci siano responsabilità storiche consolidate, degli amministratori comunali e provinciali ed anche della comunità montana. Si scrive molto delle lacune del Sud, ma mi pare, che anche noi dovremmo fare ammenda per questi problemi, visto che sono presenti in una zona che vuole fare turismo, ma probabilmente non è così perché l’inadeguatezza delle strade tiene in ostaggio il turismo.

Sclavi Rosanna - Stradella"

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