Venerdì, 24 Gennaio 2020

Il 26 gennaio 2020 la Sezione UNIRR di Stradella Oltrepò commemorerà i caduti e i dispersi della Campagna di Russia del 1941-1943. Alla manifestazione parteciperanno autorità civili, militari e religiose. Sarà presente Mons. Angelo Bazzari, Presidente Onorario della Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus, il quale celebrerà la Santa Messa in suffragio. La mattinata seguirà il seguente programma a Canneto Pavese:

Ore 10.15, ammassamento in Via Casa Bassa, di fronte al Municipio;

Ore 10.30, alzabandiera; Ore 10.35, interventi della Autorità Civili e Militari;

Ore 11.00, sfilata alla Chiesa dei Santi Marcellino, Pietro e Erasmo

Ore 11.15, Santa Messa officiata da Mons. Angelo Bazzari;

Ore 12.30, rinfresco con vino d’Onore presso il “Centro sociale Cesare Chiesa"

” L’UNIONE NAZIONALE ITALIANA REDUCI DI RUSSIA è un’associazione costituitasi a Roma, il 9 agosto 1946, presso lo studio del Notaio Dott. Ignazio Arcuri, per volontà dei reduci della Campagna di Russia. Al gruppo originario si aggiunsero successivamente ex-prigionieri appena rimpatriati, che diventarono il cuore pulsante dell’associazione. Con Decreto Ministero della Difesa del 20 novembre 1996 l’UNIRR viene riconosciuta come Ente Morale. L’attività dell’UNIRR, ha avuto fin dall’inizio l’obiettivo di fare piena luce sulle vicende dell’ARMIR (Armata Italiana in Russia) e sulla sorte dei militari che ne facevano parte, con particolare riguardo agli oltre 90.000 Caduti sul Fronte Russo. L’UNIRR si è battuta per decenni al fine di ottenere dal Governo russo la possibilità di riportare in Italia le salme dei Caduti. Grazie anche a questo impegno, a partire dai primi 1991 sono iniziate ad opera del Ministero della Difesa. attraverso ONORCADUTI, le esumazioni dai cimiteri campali di Russia e Ucraina, che hanno permesso il rientro in Italia di migliaia di salme di Caduti noti e non identificati.

La SEZIONE UNIRR DI STRADELLA nasce nella metà degli anni ’50 per volontà di alcuni reduci stradellini. Con la scomparsa di questi ultimi, il labaro viene conservato per diversi anni dalle Patronesse UNIRR Sacchi Anna e Ines Montini, fino al 2008, anno in cui viene consegnato al Gruppo Alpini di Stradella. Dopo decenni di inattività, il 29 dicembre 2018 presso la sala “Ugo Magnani” del Comune di Stradella, alla presenza del Vicepresidente Nazionale Vicario e del rappresentante del Sindaco di Stradella, la Dott. Federica Vannini, viene ufficialmente riattivata la sezione nominandola UNIRR SEZIONE DI STRADELLA OLTREPO’, in modo da darle più ampia rappresentanza. La Sezione è presieduta da Carlo Brandolini e ha sede a Castana, nei locali messi a disposizione dall’amministrazione comunale presso il palazzo municipale.

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Il giovane maître e barman stradellino Benito Langella, 29enne originario di San’Angelo Lodigiano ma cresciuto tra Broni e Stradella da sempre, si è aggiudicato un importante premio durante un concorso a Roma, dove si è aggiudicato il primo posto nella categoria “sparkling” per il miglior cocktail a livello nazionale utilizzando le bollicine. Cresciuto accanto alla nonna ai fornelli, fin da piccolo voleva fare il cuoco. Dopo tre anni al Santa Chiara di Stradella passa al Cossa di Pavia per completare i cinque anni, e nel 2009  si diploma come ‘operatore di sala’ e, nel frattempo, fa un corso da barman a Pavia.

Langella, come mai la scelta di operatore di sala, rispetto al sogno iniziale di diventare cuoco?

«Il cambiamento è dovuto ad un amico di famiglia: suo figlio, mio carissimo amico, ha scelto ‘sala bar’…io con il professore di ‘sala bar’ non ci andavo molto d’accordo ed è stata questa persona a farmi capire di cambiare atteggiamento con il professore, di prendere le cose da un altro punto di vista, perché questo percorso poteva essere giusto per me. Piano piano sono riuscito a fare questo cambiamento e sono riuscito a conquistarmi la fiducia del professore e ad essere scelto per questo percorso».

Dopo le scuole superiori cosa ha fatto?

«Ho iniziato a lavorare da subito. Mi sono diplomato a luglio e a settembre già lavoravo, nel bar del paese a Belgioioso, grazie ad amici di famiglia che avevano necessità di assumere qualcuno e hanno scelto me. Poi ho lavorato a Stradella, a Santa Maria della Versa e poi ancora a Pavia, in un bar prima e in un ristorante poi. Successivamente ho deciso di fare il ‘salto’».

Quindi?

«Ho iniziato a mandare curriculum vitae a destra e a sinistra, fino a quando mi ha chiamato il Trussardi alla Scala. Qui ho fatto un anno e poi lo chef, cambiando location, ha voluto che lo seguissi a Palazzo Parigi, che è un locale 5 stelle lusso in zona Brera. Poi mi sono preso un anno sabbatico e ho deciso di diventare un ‘extra’…stavo quindi dietro a ristoranti e alberghi che mi chiamavano».

Come mai questa scelta?

«Perché volevo capire da più persone come lavoravano, approfondire di più il mio livello di preparazione».

è servito?

«Assolutamente sì, perché ogni settimana vedevo diversi responsabili di sala lavorare…e da ognuno di loro prendevo qualcosa».

E poi?

«A gennaio del 2018 mi ha contattato questo posto di Sannazzaro, dicendomi che avevano bisogno di una figura di responsabile di sala per un progetto interessante: ho deciso di accettare questa sfida, insieme allo chef con cui avevo lavorato a Milano».

E come è andata?

«Direi bene per il momento, visto che sono ancora lì! Il percorso è sicuramente lungo, perché si è a Sannazzaro e ci vuole tempo per farsi conoscere bene, però sta andando bene».

Attualmente di che cosa si occupa?

«Sono responsabile di sala in questo ristorante gourmet di recente apertura, è una struttura importante perché messa all’interno di un hotel con 75 camere e io mi occupo del servizio ai tavoli, degli ordini, della gestione dei ragazzi e dell’organizzazione della cantina e della carta dei vini».

Ha fatto molti concorsi?

«Li faccio dal 2007 in realtà. Prima come emergente e poi come barman a tutti gli effetti. Sono andati sempre abbastanza bene, l’apice l’avevo raggiunto due anni fa a Roma, dove avevo vinto la semifinale e in finale avevo raggiunto il ventiduesimo posto.

Ultimamente ne ho fatto uno a Merano come emergente responsabile di sala e infine di nuovo a Roma pochi giorni fa».

Risultato?

«Era il settantesimo concorso nazionale Aibes (associazione italiana barman e sostenitori)…su 56 partecipanti alla semifinale passavano in 16 e io sono passato in finale nazionale…e ho vinto la categoria sparkling! Poi i primi classificati delle otto categorie presenti si sfidavano per andare al mondiale…io sono arrivato a solo due punti dal podio, ma è stata comunque una soddisfazione davvero enorme».

Non le chiediamo la ricetta del cocktail vincente, ma almeno può indicarci gli ingredienti?

«Sciroppo di fragole, sciroppo di cranberry, vodka, succo di lime tutto nello shaker. Poi si completa tutto con champagne blanc de blanc».

Il fatto di arrivare da un paese dell’Oltrepò ha rappresentato un ostacolo alla sua carriera?

«No, assolutamente. In questo lavoro serve tanta voglia di lavorare e tanta pazienza. Se non si ha la passione dopo due giorni si torna a casa: io ho avuto tanta passione e tanta determinazione».

 di Elisa Ajelli

Davide Pellegrini, classe 2000, è un ragazzo della cosiddetta Generazione Z, la generazione dei giovani che hanno maggiore accesso alle informazioni grazie ad internet, declinata nell’uso di vari supporti tecnologici, dei giovani cresciuti più in fretta e diventati  più  sensibili verso i problemi del mondo e dell’ambiente delle generazioni precedenti. Sono infatti molto abili nel trovare soluzioni rapide ai problemi, sono di fatto molto intraprendenti e portati all’imprenditorialità. Si auto-identificano come leali, compassionevoli, spontanei, avventurosi e di mentalità aperta. Davide vive sulle colline dell’Oltrepò a Solinga, una piccola frazione del comune di Stradella, si è diplomato all’Istituto Tecnico Agrario “Gallini ” di Voghera, lavora nell’azienda vitivinicola di famiglia,  si destreggia nella cucina dell’agriturismo alternandosi con la mamma, ma ha da sempre una grande passione, la lavorazione del legno che lo ha portato al raggiungimento di grandi soddisfazioni personali. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua storia.

Pellegrini, lei è cresciuto in campagna, sempre a contatto con la natura in questo posto Solinga, con una bellissima vista sulle colline circostanti, un luogo quasi magico per un bambino...

«Direi proprio di sì, io ho sempre amato questo posto, fin da bambino, quando c’era bel tempo, stavo fuori tutto il giorno a giocare con la terra e tutto ciò che di “naturale” avevo intorno. Mio papà ha sempre fatto l’agricoltore in questa azienda vitivinicola e nel 2006 ha costruito anche l’agriturismo in questa zona sopra le vigne e devo dire che il mio interesse per l’ambiente si è consolidato anche  grazie a mio nonno, anche lui agricoltore. Mi sono quindi iscritto all’Istituto Tecnico Agrario a Voghera anche se, quando frequentavo la scuola media, i miei insegnanti me lo avevano sconsigliato perché, a loro avviso,  era una scuola troppo impegnativa per me che avevo il problema della dislessia. Ma io, testardo come un mulo (ride), ho sempre avuto un carattere molto risoluto, seguendo la mia filosofia che dice che  nella vita bisogna provarci, ho fatto questa scelta e devo dire, grazie agli ottimi insegnanti che ho trovato nel mio percorso e alla mia caparbietà e impegno nello studio, sono riuscito a diplomarmi con una buona media. Sicuramente ho fatto molti sacrifici perché avevo il problema del viaggio, spesso tornavo a casa a pomeriggio inoltrato, però, grazie a questa scuola, sono riuscito ad imparare un metodo di studio che mi è servito per ottimizzare i tempi e a ritagliarmi degli spazi per fare altre cose».

Quali erano le cose che più amava fare in questi ritagli di tempo?

«Fin da quando ancora frequentavo la scuola materna ho sempre avuto la passione per il disegno. Per me il disegno è sempre stato un mezzo per tirare fuori tutte le mie idee ed anche un ottimo metodo per rilassarmi quando sono stanco. Devo dire poi che il disegno ha avuto un ruolo importantissimo anche nel mio apprendimento, perché la psicologa Laura Forni che mi ha seguito per i miei problemi di dislessia, ha saputo trasformare questa mia passione in strumento per ottimizzare lo studio. Durante il mio percorso scolastico, ho sempre utilizzato dei disegni per meglio ricordare le informazioni. Ad un certo punto il disegno non mi è più bastato per esprimere la mia creatività, avevo bisogno di tridimensionalità, ho iniziato con il dash, la pasta da modellare  ma avevo bisogno di qualcosa di più naturale e così sono passato al legno. A proposito di tridimensionalità, devo fare un passo indietro e ricordare che da bambino ho sempre giocato tantissimo con il LEGO e questo mi ha dato delle competenze strutturali che non avrei mai immaginato di avere, consiglio vivamente ai genitori di far usare le costruzioni ai bambini perché, secondo me, sono fondamentali per sviluppare la creatività e le capacità logiche».

Che cosa creava inizialmente con il legno?

«Il coltellino svizzero ricevuto in dono da mio padre da bambino è stato il mio primo attrezzo di lavoro con il quale ho iniziato intagliando i manici dei bastoni che usavo per andare nei boschi. Utilizzando le forcelle degli alberi creavo dei galletti, scolpendo testa e coda e un giorno mia zia, che doveva fare un regalo particolare, mi ha chiesto di farle una cornice per una fotografia. Avevo 15 anni. L’ho realizzata, le è piaciuta ed anzi mi ha regalato 20 euro. Io felicissimo, ho subito investito quel denaro acquistando in ferramenta una sega e un martello e da lì non mi sono più fermato».

Ha realizzato un suo laboratorio di falegnameria nel tempo?

«Sì, sono partito con un banco da lavoro e degli attrezzi rudimentali e di scarsa qualità e sono arrivato ad avere attualmente una buona attrezzatura professionale. Ho iniziato a fare prima degli oggetti come taglieri ornati con disegni al pirografo o contenitori per amici e parenti ma il tempo durante gli anni della scuola è sempre stato poco. Con legno di recupero ho realizzato il bancone e i pensili della cucina di un appartamentino dell’agriturismo e mi sono molto divertito. Il legno è magico, se pialliamo delle travi che sembrano bruttissime, otteniamo un materiale praticamente nuovo con delle bellissime venature. è molto bello valorizzare quello che la natura ha creato».

Quando ha concepito l’idea di costruire una vera e propria casa di legno?

«Quando ero in quarta superiore ho partecipato con la scuola ad un progetto di trekking in Valle Staffora e durante questa esperienza ho conosciuto i ragazzi dell’associazione culturale “Pietra verde” che hanno un rifugio  in Val Curone e durante l’estate organizzano un gruppo di tende vicino al rifugio per dare ospitalità ai visitatori. Un’altra delle mie passioni è la montagna e così, durante l’estate, sono andato a trovarli. Parlando del più e del meno è uscita l’esigenza del rifugio di avere un aiuto in cucina per una settimana e così mi son fermato e cucinavo paste e risotti. Mentre ero lì, mi sono offerto di  riparare una ringhiera di legno di una scala. Sono stati entusiasti del mio lavoro, abbiamo iniziato a fare dei progetti ed è nata l’idea di costruire una casetta ecosostenibile con cento per cento materiali di recupero e che potesse ospitare la gente anche nei periodi un po’ più freddi».

A che cosa si è ispirato per progettare questa casa di legno?

«L’idea della struttura della casa era nata 5 anni prima nel boschetto vicino a casa dove, con i miei amici, avevo costruito una casetta sull’albero che in pratica ho riprodotto al rifugio in dimensioni maggiori. Non bisogna mai dare niente per scontato nella vita. Abbiamo iniziato la costruzione a gennaio con temperature bassissime perché il rifugio è a 1100 metri. Stavo frequentando l’ultimo anno di scuola, dovevo prepararmi in vista dell’esame di maturità e ho dovuto organizzarmi al meglio per non trascurare lo studio e portare avanti il mio progetto che sognavo di vedere finito al più presto. Un progetto impegnativo, di dimensioni 4m x 7m di base e quasi 4m di altezza, su di una piattaforma a 50cm dal suolo. è stata una sfida con me stesso.  Era la prima volta che mi cimentavo in una costruzione così grande. L’ho realizzata usando legno di bancali che alcuni ragazzi smontavano di volta in volta. Per il tetto ne ho usati circa 200. Ho dovuto tenere conto poi di tutti i problemi di sicurezza perché le persone dovevano essere tranquille quando andavano a dormire lì. Dopo vari tentativi ho deciso di realizzare la casetta con un angolo di apertura di 60° che mi permetteva di rendere la struttura molto solida e faceva scivolare via facilmente la neve dal tetto. Uscivo dalla scuola alle 15.00, in un’ora di macchina ero a destinazione, lavoravo fino alle 18.00/19.00 aiutato dai gestori del rifugio. Poi tornavo a casa e dovevo studiare. è stato un periodo molto faticoso ma non mi accorgevo della stanchezza perché ero troppo preso dal progetto.  L’ho terminata nel mese di giugno, prima della maturità. L’ho anche arredata con un letto, un soppalco con un altro letto, una poltrona e alcune piccole luci. All’esterno ho realizzato due poltrone per il balcone».

Cosa ha provato quando ha visto il suo progetto finalmente realizzato?

«A metà febbraio avevamo finito la base e a terra avevo costruito la travatura del tetto e, quando le due persone che mi aiutavano hanno alzato insieme il primo anello, mi sono emozionato e quasi commosso. Finché il progetto era nella mia testa era un conto ma vedere una struttura alta quasi 5 metri realizzata è stato fantastico! Ho sostenuto l’orale della maturità il 27 di giugno e dopo due giorni son partito per la vacanza di una settimana nella mia casetta tra i faggi in alta montagna. Una bella soddisfazione. Quando son tornato ho postato le foto sul mio profilo Instagram e una mia amica mi ha fatto conoscere il blog “Narrando Oltrepò” che consiglio a tutti perché fornisce notizie molto interessanti sul nostro territorio. Mi hanno contattato per far conoscere la mia esperienza. Ho ricevuto tantissimi like sulla mia pagina Instagram e da lì mi ha addirittura contattato il “Corriere della sera”. Un successo incredibile! Parlando con i ragazzi dell’associazione, è scaturita l’idea di progettare un mini – villaggio di casette e dobbiamo organizzare un budget per la costruzione. Sono molto orgoglioso e felice!».

Pensa di continuare gli studi compatibilmente con tutti i suoi progetti?

«Ho voglia di apprendere e di crescere in tutti i campi e non escludo di frequentare qualche corso di specializzazione a livello universitario. Vedremo, non ho ancora deciso bene. Inizio ora un corso di soft skills, abilità trasversali, public speaking e poi mi impegnerò sicuramente a sviluppare un’agricoltura che si sposi con l’ambiente, che pensi al benessere delle piante perché se una pianta sta bene, produce buoni frutti. Da quattro anni in azienda non usiamo nessun tipo di prodotto chimico con buoni risultati. è un percorso che ci porta chiaramente a doverci accontentare di quello che la terra ci offre. E poi, secondo me, bisogna mettere una grande passione in qualsiasi campo e essere sempre attivi».

 di Gabriella Draghi

L’A.S.D. Pavia Autosport con il patrocinio di ACI Pavia organizza un corso di formazione per ufficiali di gara.

Il corso totalmente gratuito si svolgerà c/o OLTREPARK via Giuseppe di Vittorio, 50 – Stradella nei seguenti giorni:

Lunedì 20 gennaio 2020                alle ore 20,30  (corso teorico)

Mercoledì 22 gennaio 2020         alle ore 20,30  (corso teorico)

Venerdì 24 gennaio 2020             alle ore 17,30  (corso teorico)

 Venerdì 24 gennaio 2020            alle ore 20,30  (corso teorico ed esame finale) 

Il corso è finalizzato alla partecipazione attiva e da protagonista di quanti sono appassionati alle gare automobilistiche.

REQUISITI RICHIESTI:

Tutti i candidati, per essere ammessi ai corsi di formazione per ufficiali di gara, devono essere in possesso dei seguenti requisiti:

  • cittadinanza italiana o straniera, purché l’interessato sia stabilmente residente in Italia da almeno due anni; 
  • età non inferiore ai 18 anni; 
  • possesso della patente di guida o, in mancanza, certificato attestante il superamento della visita medica prevista per il rilascio della patente B.
  • possesso del titolo di studio della scuola dell’obbligo (licenza media inferiore). 

L’A.S.D. Pavia Autosport è nata nel 1986 quando si rese indipendente dall’ACI mettendo la sua competenza a disposizione di altri organizzatori anche fuori dal territorio pavese. La scelta fu molto criticata a livello nazionale poiché nessuno prima aveva tentato quest’avventura. Nel tempo l’Associazione vide aumentare il numero dei soci e ampliare i suoi servizi, essenzialmente nel settore rally, a tutto il centro-nord dell’Italia. Infine ha svolto il ruolo di “apripista” alle tante e consolidate associazioni ufficiali di gara oggi presenti su tutto il territorio nazionale.

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Voghera sarà anche la capitale “politica” dell’Oltrepò ma, se si parla di divertimento e ristorazione, la leadership sul territorio appartiene a Stradella. Una piccola realtà di Provincia che offre un numero così elevato di ristoranti di alto livello rappresenta sicuramente una rarità. Perché in tanti l’hanno preferita alla pur vicina Voghera? La crisi economica rappresenta una zavorra oppure un trampolino di lancio per chi ha idee su cui investire?

Infine, lavorare in Oltrepò piuttosto che in un centro più attrattivo dal punto di vista turistico è davvero così penalizzante? Sulla tavola dei ristoranti di Stradella, uno dei quali può da poco vantare anche una Stella Michelin, tradizione e innovazione si incontrano. L’offerta culinaria è ampia e fonde la tradizione oltrepadana all’oriente,  la Provincia di Pavia con Roma e alterna con disinvoltura carne e pesce.

PERCHè STRADELLA – Chi ha scelto di aprire o restare a Stradella lo ha fatto per una serie di ragioni. Secondo Caterina D’Urso, del Garybaldi Japanese Restaurant, la posizione geografica è stata determinante. «Stradella ha una posizione strategica, a metà tra la provincia di Pavia e quella di Piacenza e quindi potenzialmente offre un bacino molto ampio di clientela».

Secondo Giacomo Viglini, di Villa Naj (ristorante fresco di stella Michelin), è importante essere qui perché «Stradella è una città che vive, non tanto per il contributo delle varie amministrazioni che si sono succedute nel tempo, ma per il contributo dei singoli commercianti che credono in questa realtà, che credono nel territorio e che investono in esso ogni giorno. Soprattutto vive per la gente che popola la città e i dintorni, che sempre hanno eletto Stradella come punto di riferimento per il tempo libero, il piacere ed il divertimento».

Sempre dettata da motivi strategici la scelta di Filippo Savini, titolare del White Rabbit: «Fare un locale in un altro luogo non avrebbe lo stesso effetto, perché qui c’è una massa di gente che si sposta in città. Logisticamente, poi, è un posto che è in mezzo ad altri paesi che alla sera non lavorano o dove comunque c’è poco. Qui invece c’è pieno di bar e ristoranti».

LA CRISI – Ci sono diverse scuole di pensiero riguardo ai periodi di congiuntura economica particolarmente difficile. Una di queste vede nei periodi di crisi terreno fertile per idee nuove e innovative. Nel caso di Stradella, i ristoratori hanno saputo reagire in modi diversi, ma sempre in sinergia, facendo gioco di squadra come nel caso della manifestazione “Le Vie del Gusto” organizzata l’estate scorsa. Il resto lo  hanno fatto fantasia e piglio imprenditoriale. Filippo Savini si è perfino inventato il ristorante “segreto”, unico nel suo genere in Italia. «Il White Rabbit – racconta – in realtà è un bar, ma se si entra nella porta giusta, che va cercata, si entra nella parte ristorante».

Porte segrete, un pozzo da 15 metri e un menù con il lucchetto. Se le è inventate tutte, e funzionano. «Arrivano moltissimi clienti da fuori e le grandi aziende ci contattano perché interessate dal progetto».

«Non si può stare fermi e aspettare che i clienti arrivino – gli fa eco Caterina D’Urso del Garybaldi – Periodicamente creiamo serate ed eventi speciali, i social sono fondamentali per pubblicizzarsi anche al di fuori del proprio territorio e credo che le collaborazioni con altri locali siano utilissime a promuovere il territorio e quindi se stessi».

Se l’unione fa la forza, un’altra ricetta anticrisi è l’investimento sulla qualità assoluta. Così ha fatto Villa Naj: «Nel difficile momento storico in cui viviamo l’unico aspetto da non sacrificare è la qualità, imperativa nella responsabilità che abbiamo nei confronti dei nostri clienti quotidianamente» dice Giacomo Viglini. Qualcun altro, invece, come Simone Cucchiarelli del Simo Restaurant, ha scoperto di avere un talento anche sui social network, riuscendo a tenere alta l’attenzione sul proprio lavoro sfruttando il web a suo vantaggio: «Le sere un po’ scarse ogni tanto capitano ancora ma grazie al lavoro sui social riusciamo  sempre a garantirci un buon risultato.

Per questo Simone si impegna molto» spiega la partner Deborah Leonello. «Studia i social ed è diventato molto bravo con pubblicità, video, locandine. Riesce sempre ad attirare l’attenzione della gente e non a caso abbiamo più di 10 mila follower su Instagram e Facebook».

TRADIZIONE O INNOVAZIONE? – Le strade scelte dai ristoratori per percorrere le vie della qualità sono diverse ma, a loro modo, tutte efficaci. Il Garybaldi ha dedicato una sezione del bar alla cucina giapponese, con un concetto lontano dallo stile dell’all you can eat che oggi è di tendenza: «Puntiamo  sull’abbinamento con materie prime del Mediterraneo e vini di qualità. Abbiamo pochi coperti, solo 24, che permettono anche una maggiore attenzione al dettaglio e soprattutto al cliente». Sempre legato all’esotico il “White Rabbit”, la cui cucina è figlia delle esperienze internazionali del suo proprietario Filippo Savini. Nord della Spagna e Oriente le principali fonti di ispirazione.

A Villa Naj, con l’acquisto dello chef Proietti Refrigeri, forte delle esperienze al Noma di Copenhagen e alla Pergola di Roma, è arrivata la Stella Michelin (attualmente l’unica in Oltrepò). “Simo” invece punta sulla tradizione (che sia romana e non pavese poco importa) e sulla fidelizzazione della clientela.

La semplicità è regola anche per il Gioele, che per ottenere il massimo dal rapporto qualità prezzo ha puntato sull’ “home made”, producendosi in casa gran parte delle materie prime.

«Pasta, pane, dolci. Abbiamo tantissime cose fatte in casa – spiega Elena Grigoroi - che sono quelle che permettono di risparmiare e di dare comunque un’alta qualità».

OLTREPO: TERRA ARIDA O FERTILE? – Investire e lavorare in Oltrepò vuol dire confrontarsi con un territorio “gnucco”, ma anche ricco di risorse da sfruttare. Nel giudizio sul territorio i pareri dei ristoratori stradellini si dividono.

C’è chi vede il bicchiere mezzo pieno delle potenzialità ancora inespresse e chi invece sente di più il peso di una “zavorra”.

«Alla gente del posto – spiegano da “Simo” – piace godere del buon cibo e del buon vino e in più tante persone del milanese (e non solo) vengono qua per scappare dai ritmi caotici della città. Posto più azzeccato per aprire un ristorante non c’è!».

Dello stesso segno l’opinione di Viglini a Villa naj: «L’Oltrepò non è un limite, anzi, dovrebbe essere il nostro cavallo di battaglia da sfruttare per attirare a noi il turismo, realtà ancora così poco sviluppata nel nostro territorio in realtà fatto di scorci, sapori e profumi unici e di una bellezza e ricchezza rara».

Al Garybaldi, invece, vedono contrapposto a un enorme potenziale inespresso una «mentalità chiusa e rivolta al proprio orticello» che finisce per fare da tappo a uno sviluppo che potrebbe essere più rapido. «Operare in Oltrepò attualmente non è un vantaggio, perché non è una zona rinomata, e perché non c’è un’unità di intenti, come ad esempio tra le cantine» attacca Filippo Savini.

«Ma la nostra città, grazie alla collaborazione e la sana concorrenza tra gli operatori del settore, può diventare un vantaggio: un locale solo non fa il posto, ma dieci locali vicini sì».

Conclude Elena Grigoroi: «L’Oltrepò è un bel territorio, lo dico molto onestamente, ma non siamo bravi a valorizzarlo. Proprio per questo dobbiamo fare tanto per crescere e farci conoscere. Ma non lo ritengo uno svantaggio».

di Elisa Ajelli

 

Una ditta non troppo zelante e tempi burocratici più lunghi del previsto sono alla base delle condizioni non ottimali in cui versa il cimitero di Stradella, che è oggetto di alcuni lavori. A testimoniare l’importanza che il cimitero riveste nei programmi della nuova amministrazione è il fatto che sia stata istituita un’apposita delega, affidata al vicesindaco e assessore “alla partita” Dino Di Michele.

Di Michele, com’è attualmente la situazione del cimitero stradellino?

«Ho trovato sicuramente una situazione complessa quando ho iniziato il mio lavoro di vicesindaco.  La ditta che opera presso il cimitero ha vinto una gara di appalto lo scorso anno e ha quindi ancora davanti un anno e mezzo circa di pieno lavoro. Dico situazione complessa, perché il nostro cimitero è composto da più aree: quella antica, che è sotto il vincolo della Sovraintendenza, e quella  degli altri ampliamenti. Ho avuto delle difficoltà e ho dovuto agire con determinazione nei confronti della ditta affinché svolgesse il proprio lavoro contrattuale. Probabilmente la ditta era abituata ad essere un po’ meno pressata e non dava la risposta che invece noi auspichiamo per il nostro cimitero. Ci sono decisamente ampi spazi di miglioramento nella gestione e nella cura di questo luogo e questa amministrazione è fermamente decisa a migliorare, nella pulizia, nel verde, nella manutenzione ordinaria e straordinaria. Il fatto poi che questa amministrazione ci tenga particolarmente è anche dato dal fatto che mai prima d’ora era stata una delega precisa ad un Assessore proprio per il cimitero: questa è un’assunzione di responsabilità forte nei confronti dei cittadini».

Che lavori state facendo?

«è stato dato in appalto il lavoro che è iniziato negli ultimi giorni di ottobre, ma poi non subito attuato a causa del maltempo: il rifacimento delle facciate esterne del cimitero nuovo “Licalzi” (denominato così per l’architetto che l’ha progettato), perché c’erano dei ferri scoperti, scoppiati a causa della ruggine e delle intemperie e di una manutenzione ordinaria che non è stata fatta per troppo tempo. Questi lavori di rifacimento e tinteggiatura erano davvero necessari ormai. Poi sono state sostituite le lampade nei sotterranei, mettendo lampade a led in modo da dare più luminosità e maggior risparmio energetico. Infine, sono state sostituite delle lastre di marmo ammalorate che si erano deteriorate e distaccate: sono state cambiate nei giorni prima della festività dei Santi, perché i tempi della burocrazia non ci hanno permesso di svolgere questo lavoro prima. Il cimitero è un luogo sacro, deve essere curato, rispettato e onorato in ogni modo: ci vorrà sicuramente del tempo per vederlo come noi lo vorremmo, ma ci metteremo tutto il nostro impegno. Il cittadino deve tenere sempre a mente che i tempi burocratici sono molto lunghi, prima bisogna vedere se ci sono le risorse economiche, poi bisogna rispettare le procedure che ogni singolo appalto prevede. Io mi scuso con i cittadini se a volte non hanno la percezione immediata del nostro lavoro: oggi stiamo cominciando a vedere piccole grandi cose che abbiamo avviato a giugno quando ci siamo insediati e in futuro si vedranno i progetti che stiamo studiando adesso. Stiamo anche cercando di migliorare la comunicazione ai cittadini, ma abbiamo dovuto affrontare una fase di rodaggio dei primi mesi amministrativi».

Ad oggi, quindi, cosa può dire?

«Ci sono situazioni che in questo semestre sono già migliorate, non senza difficoltà. Però ribadisco che ci sono margini di miglioramento e noi saremo sempre attenti affinché tutto si svolga nel modo più corretto possibile. La ditta sicuramente deve capire che ci sono tempi nuovi e modalità nuove che riteniamo debbano affrontare».

Parliamo dei vivi. Lei ha anche la delega alla Cultura. Cosa state facendo come amministrazione in tal senso?

«Abbiamo avviato una serie di incontri, di rapporti con le istituzioni, con le associazioni e con i singoli al fine di creare dei tavoli che possano, in maniera sinergica, dare degli eventi qualificati e qualificanti della città e che possano attrarre. Con l’aiuto dell’esperienza del passato, che sicuramente non gettiamo via e che ci ha dato modo anche quest’anno di avviare la stagione teatrale, con l’aiuto di Pierangelo Lombardi, a cui va il nostro plauso per la massima disponibilità dimostrata: indipendentemente dai ruoli che oggi ricopriamo, si è dato anima e corpo per la stagione del Teatro e per la gestione dei rapporti con il Fraschini che gestirà il nostro teatro fino a fine stagione. All’inizio dell’anno nuovo dovremo poi fare le valutazioni per la prossima stagione teatrale, che certamente vogliamo che sia di alto livello come è sempre stata. Abbiamo poi un accordo, fatto dalla precedente amministrazione, con l’associazione Tetracordo per l’Accademia del Ridotto e la musica. Devo dire in generale che sono molto soddisfatto: c’è stato un aumento nel rinnovo degli abbonamenti e nelle prevendite del 7%. Posso però dire che è un dato che non ci deve fermare: vogliamo migliorare anche in questo aspetto. Poi naturalmente qualche difficoltà c’è…».

Per esempio?

«Per esempio nella ricerca di sponsor, che scarseggiano sempre. In questo contesto generale economico, la difficoltà maggiore è rappresentata proprio da questa scarsità: soggetti che negli anni passati sponsorizzavano molti eventi e la stagione teatrale non hanno più le risorse per fare quello che facevano o addirittura vengono a mancare totalmente. Facciamo quindi un appello: il territorio ha bisogno del nostro Teatro, che è sempre riuscito ad attrarre anche molte persone oltre i confini cittadini (e questo lo dicono i numeri) e questo porta sicuramente benessere e movimento anche economico alla nostra città. Questo spero che spinga a sostenere sempre e sempre di più il nostro Teatro».

Tornando alla cultura in generale, cosa state facendo?

«Abbiamo fatto numerose sponsorizzazioni e patrocini per presentazioni di libri, per giornate di divulgazione scientifica e culturale con più soggetti coinvolti, abbiamo continuato la collaborazione sempre proficua con il Lions Club…».

Secondo lei qual è il tratto che vi dovrà contraddistinguere, sotto l’aspetto culturale, nella vostra legislatura?

«Quello della sinergia tra tutti i soggetti, in collaborazione con l’assessorato alla promozione del territorio del mio collega Andrea Frustagli: ogni manifestazione che fino ad oggi abbiamo realizzato aveva all’interno eventi e momenti culturali. Vogliamo dare sempre un valore aggiunto ad ogni evento».

di Elisa Ajelli

Il 13° Rally delle Marche, si é concluso con la vittoria di Christian Marchioro, in coppia con la moglie Silvia dall’Olmo sulla Skoda Fabia R5. Per il 36enne pilota padovano si tratta della seconda vittoria assoluta in carriera, un alloro conquistato con il cuore e con grande acume tattico.  La gara, che aveva registrato il record assoluto di iscritti dalla sua prima edizione con 123 iscritti è partita poi con 118 equipaggi, che hanno decisamente animato una grande giornata di sport di questa prima prova del Campionato Raceday Rally Terra e penultima del Trofeo Terra Rally Storici. Tra i protagonisti della gara marchigiana anche due equipaggi Oltrepadani, quello composto da Davide Nicelli, in coppia con Mattioda su Peugeot 208 impegnato nel Race Day e Mombelli-Leoncini su Ford Escort MK1 nello storico. Per Nicelli si é trattato di una gara test ed il 3° posto in R2 lo ha pienamente appagato, per lo più in vista dell’importante impegno tricolore il Tuscan Rewind di fine stagione dove si giocheranno il Trofeo Peugeot. «Aver ottenuto un ottimo risultato è stato importante più che altro per il morale dopo un “2 Valli” negativo – ha detto il pilota stradellino – Un terzo posto  che ci da la consapevolezza che al Tuscan sarà una gara durissima, ma che abbiamo le carte in regola per poter dire la nostra fino all’ultimo».  Nella gara “historic”, penultima prova del Trofeo Terra Rally Storici, in cui la vittoria é andata a Guggiari-Sordelli (Ford Escort MKII), per tre quarti di gara aveva comandato il cremonese cn licenza monegasca Mauro Sipsz, navigato dalla moglie Monica Bregoli, su Lancia Rally 037 con un vantaggio considerevole. Però, una penalità per un anticipo “pagato” al controllo orario che precedeva la quinta prova, lo ha relegato in retrovia, per cui gli è rimasta soltanto la soddisfazione di primeggiare nel 4° Raggruppamento. La seconda posizione assoluta, dietro a Guggiari, stata presa da Cesarini-Gabrielli (Ford Escort). Strepitoso il terzo posto assoluto e 2° di classe per gli oltrepadani Mombelli-Leoncini su Ford Escort MK-1, una vettura che paga ben una settantina di cavalli in meno nei confronti delle due che l’hanno preceduta. Per i portacolori di Paviarally, il terzo gradino del podio é un bel trampolino di lancio, verso l’ultima prova di campionato in programma a Montalcino per il Tuscan.

di Piero Ventura

Fratelli d'Italia Pavia, con un comunicato stampa, esprimono la loro soddisfazione per l'operato del sindaco di Stradella, Alessandro Cantù: "Il coordinatore provinciale di Fratelli d'Italia, Claudio Mangiarotti e il consigliere comunale Micol Galli - scrive Fratelli d'Italia Pavia - hanno incontrato il sindaco di Stradella, Alessandro Cantù, per uno scambio di auguri e per manifestare la propria soddisfazione riguardo l'operato di questi sei mesi di nuova amministrazione. Claudio Mangiarotti, coordinatore Fratelli d'Italia Federazione Provincia di Pavia
«Dopo 6 mesi di amministrazione abbiamo voluto incontrare il sindaco della Città di Stradella. Avendo preso atto del lavoro svolto in questi primi mesi di amministrazione esprimiamo la nostra soddisfazione.» Micol Galli, consigliere comunale Fratelli d'Italia «Abbiamo incontrato il sindaco Alessandro Cantù per scambiarci gli auguri di buon anno e rinnovare il nostro sostegno. A sei mesi dal voto non possiamo che essere soddisfatti dell'operato svolto, ma il lavoro è ancora tanto. Come rappresentante di FDI in Consiglio, non verrò meno all'impegno preso e alla fiducia che mi hanno dimostrato coloro che mi hanno votato.»

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Non solo altruismo, ma anche cooperazione, valorizzazione dell’individuo e lavoro di squadra: sono questi i valori chiave del Leo Club, un’associazione a scopo benefico presente in Italia e all’estero, che, alle dipendenze della più estesa e antica Lions Club, comprende volontari tra i 12 e i 30 anni. Denis Valenti e Mara Lupica Spagnolo, rispettivamente presidente e vicepresidente del Leo Club Broni Stradella fanno luce su come, all’interno dell’associazione, chiunque possa dare il suo contributo concreto a fini di beneficenza, realtà nei confronti della quale molti provano ancora una certa diffidenza. 

Quando nasce il Leo Club Broni Stradella e in che cosa si differenzia dal Lions Club?

«Il Leo Club Broni Stradella è uno dei più antichi, in quanto è stato fondato nel 1975, e la sua caratteristica principale è quella di essere composto da membri under 30; noi nello specifico siamo 14 ragazzi di età compresa fra i 16 e i 29  anni. Ci differenziamo dal Lions Club, oltre che per il fattore età, anche perché tendiamo a organizzare eventi destinati ad una fascia di pubblico più giovane, che sono per noi un modo di farci conoscere e in cui gli interessati possono approfittarne per diventare nuovi membri».

Dove e come nascono i Leo Club?

«Un Leo Club può nascere in qualunque città: per farlo ha bisogno di un Lions Club “padrino” che per noi è ovviamente quello di Broni – Stradella. A loro volta i Lions, a seconda della collocazione, fanno riferimento a dei distretti – il nostro è quello della bassa Lombardia – che sono ancora riuniti sotto la fondazione Lions Club Italia».

Come mai si è scelto di basare i Leo Club su un criterio di età e non di altro tipo?

«La scelta dipende dal fatto di voler far sentire a proprio agio anche i membri più piccoli: dei ragazzini di 12 o 13 anni, ad esempio, potrebbero sentirsi sotto pressione se inseriti in un gruppo con persone molto più grandi di loro. Un divario di età più limitato, come quello del Leo Club, permette anche ai più giovani di fare le stesse attività del Lions Club senza sentirsi a disagio, spesso insieme a dei coetanei e in un ambiente un po’ più informale».

Come agisce Leo Club sul territorio e a quali enti fa beneficenza?

«Sia Lions che Leo Club devolvono l’intero ricavato degli eventi che organizzano: eventi che possono essere locali, come l’organizzazione di cene per raccolte fondi e simili, oppure nazionali, in cui tutti i Leo d’Italia, lo stesso giorno, scendono in piazza a vendere prodotti come le uova di Pasqua o, sotto Natale, i pandorini. Il ricavato delle iniziative locali è destinato a enti del territorio che sappiamo hanno bisogno di fondi, ovviamente anche al di fuori dei nostri due comuni sede; su scala nazionale, invece, la cifra guadagnata viene devoluta a realtà che interessano tutta Italia, secondo un tema che varia ogni tre anni: l’anno scorso e i due precedenti abbiamo donato dei kit didattici alle scuole, quest’anno invece kit analoghi saranno offerti alla Croce Rossa e alla Protezione Civile».

Quali sono i ruoli all’interno del club? Come vengono assegnati?

«Aldilà della supervisione e dell’organizzazione generale di cui si occupano presidente e vicepresidente, c’è un tesoriere che tiene sotto controllo le donazioni che facciamo e le piccole quote con cui ci sostentiamo – che per fortuna, non avendo grandi spese, bastano, così riusciamo a devolvere per intero le somme ricavate dai nostri progetti; c’è poi il segretario, che stila una sorta di verbale delle riunioni e informa i soci di iniziative organizzate dagli altri club; il cerimoniere – ruolo abbastanza impegnativo – è colui che, negli eventi più formali, legge davanti al pubblico il cerimoniale che illustra la natura e gli scopi del Leo Club; abbiamo poi chi si occupa dell’area social e quindi gestisce il nostro Instagram e Facebook. Insomma, chiunque se la senta può avere un compito attivo all’interno del gruppo – ovviamente conforme alle sue capacità: tendiamo ad assegnare ruoli un po’ meno impegnativi ai ragazzi molto giovani o con meno esperienza. Anche chi magari per studio o per lavoro non può dedicare così tanto tempo al Leo Club, ha comunque modo di dare il suo contributo partecipando alle iniziative».

Perché, quindi, una persona dovrebbe iscriversi al club?

«In primis perché siamo un ente benefico, quindi per la semplice volontà di aiutare gli altri, per altruismo, valore il quale va sempre più scemando in questa società diffidente ed egoista. è un’ottima occasione per fare nuove amicizie; i ragazzi giovani si responsabilizzano mentre i più grandi possono mettere in pratica esperienze lavorative pregresse».

Come sono i rapporti con i due comuni di riferimento, Broni e Stradella? Agevolano in qualche modo il vostro operato?

«A livello comunale i rapporti sono molto buoni; ad esempio, l’anno scorso, in occasione di un corso di fotografia per smartphone, tenuto da un professionista, in più serate, Broni ci ha gentilmente concesso lo spazio per tenere tutti gli incontri. Abbiamo sempre riscontrato grande disponibilità anche da parte del comune di Stradella.  Sanno che le nostre attività hanno un buon motivo per essere svolte».

Recentemente avete organizzato un evento al ristorante Liros di Stradella: com’era strutturato e a vantaggio di quale ente è stato realizzato?

«L’evento in questione, tenutosi venerdì 11 ottobre, è il Quizzoleo: una cena completa in cui i tavoli, da sei persone, cioè le squadre, si sono sfidati ai quiz che abbiamo proposto tra una portata e l’altra; a fine serata abbiamo corretto le risposte, fatto gli spareggi e assegnato dei premi in gadget a seconda del posizionamento sul podio – primo, secondo, terzo e quarto posto. Abbiamo devoluto l’intero ricavato alla fondazione CLAP di San Martino Siccomario, una Onlus che si occupa di ragazzi disabili e si finanzia tramite donazioni o finanziamenti privati; ci ha fatto estremamente piacere poter dare una mano a questa realtà».

Come ci si iscrive ad un Leo Club?

«Ci sono tre metodi principali, molto comodi: tramite la sezione “diventa un Leo” presente sul nostro sito web, inserendo il proprio comune di residenza ci verranno mostrati i Leo Club a noi più vicini con tutti i contatti di riferimento – anche solo per chiedere informazioni. Stessa cosa si può fare cercando i nostri profili su Instagram e Facebook e scrivendoci privatamente nell’apposita sezione messaggi. Altrimenti, partecipando ad uno dei nostri eventi, ci si può rivolgere allo staff ed entrare praticamente subito. L’iscrizione verrà formalmente confermata il gennaio successivo in cui il governatore Lions spillerà i novizi. Per quanto riguarda i Lions Club il processo è un po’ più complicato, perché di solito ci si iscrive a invito o per transizione dai Leo una volta superati 30 anni (se lo si desidera). Tuttavia ultimamente questa struttura di sole conoscenze si è ammorbidita e per diventare membri di un Lions Club ci si può presentare ai gazebo che allestiscono durante gli eventi».

è richiesta una frequenza minima di partecipazione?

«Essere membro di un Leo Club è un impegno, sì, ma in alcun modo limitante: per discutere sulle prossime iniziative ci troviamo una volta al mese e solitamente facciamo un aperitivo, quindi non sono incontri formali, pesanti e infiniti; detto questo, la cosa più che altro richiesta è la presenza fisica agli eventi. Pazienza se, qualche volta, uno non riesce ad essere alla riunione o a fare qualcosa per l’organizzazione materiale dell’attività, ma essere presenti “quel giorno” è importante per dare agli altri un’immagine di coesione, partecipazione e voglia di fare che noi Leo Club abbiamo davvero; perché alla fine questo siamo: un gruppo di amici che si dà da fare per il sociale».

Denis, come è avvenuto il tuo ingresso nel Leo Club e com’è stata la tua esperienza?

«All’inizio, devo ammetterlo, ero piuttosto scettico; avevo però un amico, ora membro dei Lions, che spesso mi invitava ai numerosi eventi organizzati dal Leo Club. Vedendo poi le foto sui social e anche grazie all’insistenza di questo mio amico, ho partecipato ad un evento: non me ne sono mai pentito, anzi. è un’esperienza che consiglio davvero perché, facendo del bene, realmente ci si diverte, si conoscono molte persone e si trascorrono serate anche un po’ più originali e interattive rispetto alle solita discoteca, per fare un esempio».

Mara, vuoi darci anche tu la tua testimonianza?

«Certo; io, a differenza di Denis, già orbitavo abbastanza intorno al mondo della beneficenza. Il mondo Leo Club mi attirava, ma ero un po’ spaventata perché temevo che organizzassero eventi tutti pomposi, pensavo che avrei dovuto spendere chissà quanto ad esempio per il dress code e cose simili; in realtà non è assolutamente così: tu in quanto membro, fai quello che puoi, sei te stesso, il tuo contributo, anche se minimo, è comunque importante e le tue capacità vengono valorizzate; Leo Club offre anche un sacco di opportunità per quanto riguarda i viaggi grazie agli scambi giovanili: è possibile soggiornare presso un campus Leo all’estero, per due o tre settimane, insieme ad altri membri, e vedere come diverse culture si approcciano al mondo della beneficenza e organizzano iniziative analoghe a quelle organizzate qui in Italia. Grazie a Leo Club ti rendi conto che le tue potenzialità, insieme alla forza del gruppo, aiutano davvero chi ne ha bisogno: non c’è soddisfazione più grande del vedere le reazioni di felicità e stupore quando le associazioni ricevono i frutti del nostro impegno».

di Cecilia Bardon

Il Codacons lancia l'allarme in merito alle carenze di organico dell'ospedale di Broni e Stradella. "Allarme per l'Ospedale di Stradella; secondo i sindacati, infatti, al fine del mantenimento dei servizi nei reparti - scrive Codacons-  è necessario ricorrere all'assunzione di almeno dieci unità. Una delle situazioni più critiche è quella della Riabilitazione Geriatrica, dove mancano due figure ed il personale è costretto a rientrare per coprire i turni. Anche in palestra mancano almeno due fisioterapisti. In Radiologia, invece, sono in attesa di un nuovo tecnico dopo che a novembre è rimasto a casa quello precedente; al momento c'è una graduatoria aperta e il tecnico dovrebbe arrivare (si spera) a inizio 2020. In Ortopedia mancano due ortopedici. Rinforzi strutturali servirebbero in Medicina dove i carichi di lavoro sono molto pesanti; il reparto raggiunge livelli di saturazione del 99% e il suo personale deve occuparsi anche delle Mac, ossia i trattamenti e terapie per i malati oncologici che vengono somministrati ogni giorno in laboratorio. Occorre intervenire prontamente per coprire le carenze di personale denunciate. Ricordiamo che la struttura ospedaliera risponde dei danni causati da difetto di organizzazione e deficit di personale a titolo cosiddetto contrattuale ex art. 1218 c.c.. Il Codacons, da sempre attento alla tutela del diritto alla salute dei cittadini, nell'ambito della collaborazione a livello nazionale con l'associazione Art. 32, offre assistenza legale giudiziale e stragiudiziale in materia di responsabilità sanitaria. Invitiamo pertanto a contattare l'indirizzo mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o il recapito telefonico 347.9619322 per informazione e/o segnalazioni di disservizi e inefficienze all'interno delle strutture sanitarie".

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