Venerdì, 28 Febbraio 2020

Quest’anno, tra agosto e settembre, l’Oltrepò ospiterà il più grande evento di enduro internazionale, la Sei Giorni. In un clima di pareri contrastanti su i problemi che questa Sei Giorni potrebbe generare, ma anche sui benefici a livello turistico che ne dovrebbero conseguire, ascoltiamo il parere di un esperto in quanto motociclista e imprenditore: Fabio Fasola, classe 1961, campione vogherese di enduro e insegnante di questa disciplina, ha alle spalle ben 13 edizioni di questa competizione.

Quando ha iniziato a correre nell’Enduro?

«Voghera è sempre stata famosa per la regolarità: il moto club Voghera è stato uno dei primi ad avere un tesseramento con la federazione motociclistica; per cui sono entrato in questo mondo anche grazie agli amici che ne facevano parte, tra cui i fratelli Spalla e Spairani. A sei anno ho avuto la fortuna di ricevere in regalo una moto e a 14 anni ho iniziato a fare le prime gare, sotto falso nome per una questione di età. Fino ai 16 anni ho avuto diversi nomi: Marco Chiapparoli, Pierantonio Rebasti, Claudio Montagna… questi sono stati i miei pseudonimi fin quando non ho potuto prendere la licenza e sono diventato “il vero Fabio Fasola”. Con già due anni di esperienza alle spalle in cui ho avuto l’occasione di confrontarmi con i “grandi”, ho iniziato ad ottenere risultati molto presto. Tant’è vero che a 18 anni vinsi il primo campionato italiano Cadetti e poi proseguii l’attività fino ad oggi».

Che cosa la motiva ancora oggi, a 58 anni, ad affrontare le dune del deserto, come ha fatto quest’anno nella Parigi Dakar?

«La follia. Ho già partecipato alla Parigi Dakar nel 1998, ‘99 e 2000 vincendo anche diverse tappe. Partecipare a questa competizione a 58 anni è pura follia e a volte mi sono fatto anch’io mi sono chiesto “ma chi me lo fa fare?”. C’è da dire che grazie alle competizioni e all’insegnamento – dato che con la scuola riesco ad istruire tutti gli appassionati che vogliono avvicinarsi a questo mondo – non ho mai abbandonato l’ambiente».

Quest’anno ci sarà la Sei Giorni. A quante Olimpiadi di enduro ha partecipato e in quanti continenti?

«Se contiamo anche questa edizione, a cui spero di poter accedere, ho partecipato a 14 Sei Giorni. La prima, per me, è stata quella del 1979, a Brioude, in Francia. Ho visitato diversi continenti ma considero l’Oltrepò la patria dell’enduro. Una volta lo era Bergamo; adesso questa città ma soprattutto l’Oltrepò hanno tutto ciò che possa esserci di più desiderabile per un endurista».

Cosa ne pensa delle polemiche mosse nei confronti di questo evento? è uscito anche il suo nome, poiché lei è stato uno dei primi ad aver portato in Oltrepò  gli stranieri all’enduro.

«Nel 1988 ho avuto l’idea di aprire questa scuola di fuoristrada al passo del Brallo, poiché lo ritengo un luogo eccezionale per praticare questo sport. è come per un tennista giocare a Wimbledon o per un golfista giocare in Scozia. Quello che mi è sempre stato contestato è che “porto gli stranieri”. Mi sembra lampante che lo sport non preveda discriminazioni di alcun tipo, tantomeno di nazionalità, non mi sento un illegale, mi sento uno che pratica e insegna un disciplina stupenda, che può togliere i ragazzini dalla strada. Le accuse di illegalità sono infondate, sono generate dall’ignoranza nel riconoscimento di ciò che è lecito o meno. L’80% dei cartelli che si trovano in giro è abusivo, quindi è facile che io passi inconsapevolmente in una strada vietata e di conseguenza che io venga additato come un delinquente».

Un esempio pratico di cartello abusivo?

«In moltissime strade ci sono segnali che citano “divieto di motocross”, ma che cosa vuol dire divieto di motocross? Se la mia moto è in regola con il codice della strada, chi mi vieta di passare in quel posto? Va sicuramente tutto regolarizzato, vanno trasmesse delle informazioni, ma soprattutto non va passato il concetto che il fuoristradista equivale ad illegalità».

Regione Lombardia ha una normativa per quanto riguarda l’enduro. è difficile praticare questo sport secondo le leggi previste?

«Vorrei poter mettere da parte tutti gli articoli di giornale che escono in questo periodo fino alla conclusione dell’evento e vedere quale sarà, dopo, l’opinione della gente, La  Sei Giorni sarà motivo di visibilità per chiunque, poi è normale quando c’è un evento internazionale che molti, soprattutto coloro che cercano visibilità gratuita si sentino autorizzati a dire qualcosa o qualsiasi cosa. Andarsi a sciacquare la bocca è facile. Partiamo dal presupposto che ogni regione d’Italia ha delle problematiche a livello motociclistico, chi più chi meno. La Lombardia è una di quelle regioni in cui la normativa prevede che chi organizza gare per almeno due anni non può ripercorrere il sentiero su cui si è appena gareggiato. Però queste sono regole attuate nel momento stesso in cui si organizzano le gare. C’è un 50% che partecipa alle gare, non vedo perché l’altro 50% non possa usufruire di un tracciato solo perché ci hanno appena gareggiato sopra. L’importante è far capire chiaramente dove è possibile andare e dove no. Se poi qualcuno non ha la targa o non è in regola con il codice della strada questo è un altro discorso, ma spetterà alle autorità competenti segnalare e colpire coloro i quali fanno qualcosa che non va bene –  non facciamo di tutta l’erba un fascio».

In base alla sua esperienza ultradecennale e al suo buonsenso, dove e quando è possibile passare o meno?

«è logico che se io vado in un sentiero dove so che è piovuto da due, tre settimane causo danni decisamente superiori rispetto a quando il terreno è asciutto. Perciò sarebbe opportuno possedere certe nozioni basilari dal momento stesso in cui si entra in possesso di una moto. Ci vogliono intelligenza, educazione e rispetto verso qualsiasi tipo di proprietà. Ci sono posti dove effettivamente è vietato, altri dove non è vietato – qui non vedo perché io non possa passare; sta ai comuni e alle comunità montane procurare un segnaletica che renda chiaro dove un fuoristradista è ben accetto. Sono problemi che ci si tira dietro da tantissimi anni, e si parla si parla si parla, ma si fa sempre ben poco. Perciò vorrei sfruttare questo momento di gloria concesso all’Oltrepò per regolamentare in modo adeguato e concreto l’enduro aperto a tutti».

I favorevoli all’enduro in Oltrepò sono molti, e tra questi ci sono le categorie economiche di albergatori, ristoratori… e chiunque per lavoro è  interessato a questo evento. Lei ad oggi ha partecipato a 13 Sei Giorni ed è anche un imprenditore, quindi può fornirci un punto di vista non solo esclusivamente sportivo. Queste 13 Sei Giorni a cui lei ha partecipato, dal punto di vista imprenditoriale, che benefici hanno portato ai territori dove si sono tenute?

«Una Sei Giorni muove circa 25-30mila persone, che di conseguenza circolano nel territorio e lo “usano” da un punto di vista economico perché mangiano, bevono, vanno nei negozi; grazie al passaparola fanno conoscere l’Oltrepò, le sue prelibatezze e tutto ciò che ha da offrire. Oltrepò che ad oggi non viene valorizzato come merita, quindi questo evento sarebbe un’ottima occasione per farlo. Non bisogna additare la manifestazione come controproducente, perché non lo è. Dove c’è gente c’è benessere, c’è lavoro».

A proposito di afflusso: i partecipanti saranno circa 800, questo numero in quanti meccanici e assistenti si tradurrà?

«Già nella preparazione, che dura circa 15 giorni, si conteranno più di ottomila persone, ancora prima dei meccanici e dei piloti. Per non parlare di chi segue la gara  e a volte prende le ferie per non perdersene nemmeno un giorno. Nella fase finale, secondo me, si potrà arrivare anche a trentamila turisti totali, che si fermano per 4-5 giorni. L’enduro sembra uno sport di livello “medio”, ma non è così, soprattutto quando si va a toccare anche l’utenza delle adventure».

Diventa una cosa importante anche a livello federale, tra tesserati e appassionati. Nelle Sei Giorni precedenti, ha potuto notare un grosso coinvolgimento della politica?

«La politica è sempre coinvolta nel bene o nel male. In alcune nazioni l’influenza politica era un po’ più forte, in altre un po’ più labile. Mi ricordo ad esempio della Sei Giorni dell’81 all’Isola d’Elba e molti si chiedevano essendo un parco naturale, “come hanno fatto a correre?” Sono riusciti a trovare un compromesso per portare le moto anche lì. Ad oggi è la più ricordata sia dai giovani sia dai veterani perché è un fiore all’occhiello. Il pensiero di una nuova Sei Giorni di tale calibro alletta in fatto di visibilità anche a livello politico, quindi la passerella ci sarà sicuramente».

A livello mediatico nazionale ed internazionale, le varie Sei Giorni hanno nel concreto portato lustro ai luoghi in cui si sono svolte?

«Dipende sempre da chi gestisce questa “giostra”: se viene gestita bene porta una visibilità enorme e in senso positivo; al contrario, se viene gestita in malo modo sin dal principio, porta una visibilità controproducente. Sta al territorio che ospita l’evento creare un indotto mediatico positivo che duri a lungo nel tempo e non per forza legato al motociclimso. è una cosa che ad oggi l’Oltrepò non è ancora riuscito a fare: la Sei Giorni è un evento prestigioso, che sicuramente porterà benefici al territorio».

Se lei dovesse dare un consiglio alle varie istituzioni oltrepadane  che si occupano di turismo, quale sarebbe? Anche alla luce di quanto ha potuto osservare nelle precedenti edizioni.

«Sicuramente suggerirei di lasciare perdere tutti i pregiudizi che possono essere legati al mondo del fuoristrada – il che non significa avere la licenza di fare quello ciò che si vuole, assolutamente. Va costruito un percorso, vanno unite le forze, per far sì che questo non sia un evento controproducente. Il prestigio dell’Oltrepò non dovrà svanire dopo la Sei Giorni: lo scopo ultimo non è creare una concentrazione temporanea di gente, ma un continuo circolo».

Nelle altre Sei Giorni ha potuto constatare, nei territori che le hanno ospitate, il ritorno di piloti, tifosi e turisti?

«Certo, dove sono riusciti a far passare dei bei concetti e a fornire un’accomodation di qualità, l’obiettivo è stato raggiunto. La gente si ricorda della bellezza dei posti – l’Oltrepò non è mai riuscito a farsi apprezzare da più di un punto di vista alla volta».

Ha mai avuto problemi di tipo territoriale, qui in Oltrepò, tra corse e scuola?

«No, non ho mai avuto problemi, tranne il mio “marchio” di essere stato il  “primo a portare gli stranieri”. Continuo a non vedere che male ci sia, il fuoristrada non è precluso a nessuno. Il problema di questo sport è il fatto che venga tradizionalmente legato a qualcosa di casalingo, rurale, autoctono – come se con la moto si marcasse il territorio. Oggi il mondo della bicicletta e della e-bike è in costante espansione, perché noi non possiamo stare al passo?».

Quindi è probabile che lei partecipi alla Sei Giorni: in che modo, con chi e come?

«Sì, mi piacerebbe molto partecipare perché quasi sicuramente questa volta sarà l’ultima e vorrei coronare questo sogno di partecipare a quella  che si svolge nel territorio in cui sono nato. Sono abbastanza indeciso se correrla con una moto attuale oppure vintage – nei prossimi giorni deciderò».

Quali sono le motociclette vintage da corsa e perché alcuni le scelgono?

«Chi corre sulle moto vintage vuole rispolverare gli anni d’oro della regolarità. Il loro è uno spirito conviviale e altruista. L’unica pecca è che talvolta, se penso al vintage, mi sento più vecchio di quello che sono; ma ultimamente sta andando molto di moda e la federazione stessa sta spingendo parecchio perché si organizzino gare riservate a questo tipo di veicoli».

In Oltrepò ci sono appassionati e preparatori di vintage?

«Ho un amico, è un preparatore – Roberto Dagradi, e viene dal mondo della velocità. Oltre ad essere un appassionato è anche un bravissimo restauratore. Realtà di questo tipo si trovano un po’ ovunque. Il nostro territorio è cresciuto anche sotto questo aspetto».

Consiglio dall’alto della sua esperienza che si sentirebbe di dare agli organizzatori di questa ?

«Consiglio loro di prendersene cura per organizzarla nel modo migliore possibile, di sollevare meno problematiche possibili e cercare di condividere i vari step della Sei Giorni con chi è del luogo e sa come, quando e dove passare. Se si riuscirà a fare un buon lavoro, nondimeno ne gioveranno anche le e-bike, che sono un passaggio intermedio fisiologico tra la bicicletta e la moto. Chi si appassiona alle due ruote, chissà che non possa tornare in sella ad una e-bike. E in questo modo si ribalterebbe la frittata, con persone che chiederebbero la creazione di percorsi ed eventi dedicati».

Momento più alto della sua carriera?

«Forse il primo campionato italiano, che vinsi nell’81, e le tappe che vinsi nella Parigi Dakar. Non c’è un momento specifico che ricordo, ma tanti obiettivi raggiunti sono diventati splendidi ricordi e mi hanno permesso di essere ancora attivo in questo mondo. Potermi confrontare con giovani e meno giovani è sempre una cosa bella – è come se non si ricordassero dell’età che ho, e ne rimangono sorpresi quando glielo dico. Fa parte anche del mondo dell’insegnamento cercare di trasmettere la passione che il fuoristrada può dare».

Riconosce un erede, in Oltrepò, un continuatore di Fabio Fasola in fatto di competitività sportiva?

«L’Oltrepò è una fucina di piloti. So che ci sono i fratelli Buscone che stanno andando molto bene. Poi, si sa, in questo mondo anche la fortuna gioca un ruolo non indifferente; bisogna essere capaci di salire sul treno nel momento stesso in cui passa – ammesso che passi. Però trovo che ci siano dei giovani promettenti. Tanti ragazzi del moto club Valle Staffora e del Moto Club Varzi sono attivi. Ma quello che mi impressiona di più – in positivo – è la quantità di questi moto club; ognuno di essi sforna piloti competenti grazie ai quali l’enduro può mantenersi in continua ascesa».

Nei mesi scorsi abbiamo intervistato uno dei fratelli Buscone che si occupa del moto club Varzi ed ha la passione di insegnare ai bambini. Lei si è mai occupato di questo settore? Come lo vede?

«è dall’88 che insegno e il mio target comprende tutte le età, tutti i livelli e talvolta anche diverse specialità. Con i bambini mi trovo molto bene; sto portando avanti un progetto basato su camp settimanali, in cui il legame unificante è imparare ad andare in moto, ma che sono in aggiunta un ottimo modo per i bambini di imparare l’inglese e per gli stranieri di imparare la lingua italiana – sul fac-simile dei college, per intenderci. Alla fine del percorso il bambino avrà sì imparato ad andare in moto, ma avrà imparato altri sport, avrà imparato la cultura, a relazionarsi con gli altri. Grazie alla mia esperienza di istruttore sono riuscito a consolidare metodi di insegnamento sicuri. Oggi è più difficile far imparare ad una persona ad andare in fuoristrada perché sempre più spesso mancano i presupposti che di solito si acquisiscono in bicicletta. La bicicletta è sempre stata un mezzo di trasporto formativo, poiché, fin da piccoli, si imparava ad esempio a stare in equilibrio; oppure si imparava che sulla sabbia e sulla ghiaia le gomme scivolano. Oggi sempre meno persone vanno in bici, quindi mi trovo a dover colmare direttamente sulla moto queste lacune, che possono essere causa di incidenti».

A tal proposito, parliamo di costi. Un campus settimanale, per dei bambini di 10-12 anni, secondo lei, quanto dovrebbe costare?

«Il prezzo di un camp motociclistico non varia granché da quelli dedicati ad altri sport. La differenza è data dall’acquisto della moto e delle protezioni. Tuttavia, se si ha una visione un po’ più a lungo termine di questo percorso, i costi del mezzo e dell’attrezzatura si ammorbidiscono. Il discorso cambia quando e se il bambino è propenso ad entrare nel mondo agonistico. Bisogna comunque far sì che segua la sua strada senza pressioni».

Ha figli? Stanno seguendo le sue orme?

«Sì, ho un figlio di 11 anni e no, ha un’indole totalmente opposta alla mia, sembra un lord: ama la cultura, gli piace leggere, segue corsi di teatro, di lingue. Sono felice ugualmente perché mi dà delle soddisfazioni incredibili, per cui non ho alcuna pretesa che lui abbia la passione per la moto».

di Silvia Colombini

Il 23 febbraio alle 16 al teatro di Rivanazzano Terme prosegue la stagione TRT Piccoli con lo spettacolo Rumore straziante… Umore traballante di Teatrodipietra con Alessandra Camurri e Adriana Milani. L'inverno sta finendo, ma intanto l’orsa russa in modo insopportabile, Picchio picchietta contro l’albero per farsi il nido, la tartaruga è troppo lenta e nel bosco c’è troppo rumore. Il coniglio Buffo perde le staffe e decide di agire. Basta disturbi. Ma la natura delle cose non può essere cambiata, perchè il mondo è bello così com’è, basta solo guardarlo con occhi diversi… Riuscirà Buffo a ritrovare la calma interiore e a godersi la vita insieme alla sua saggia amica orsa Grande?  L’associazione culturale Teatrodipietra fin dalla nascita, avvenuta 20 anni fa, si dedica al teatroragazzi producendo spettacoli e animazioni, dove convergono  formazioni e stili teatrali differenti: dal teatro di figura al lavoro d’attore; dall’improvvisazione al teatrodanza; dal lavoro con maschere e burattini alla narrazione.

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Ennesimo triste episodio sui campi di calcio giovanile. Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, questa volta teatro delle aggressioni verbali e fisiche, ai danni di una giovanissima arbitro di appena 16 anni, è stata Meda dove il Real ha ospitato la Rivanazzanese, in occasione del Campionato regionale U15 femminile. un allenatore e un tifoso (molto probabilmente un genitore) avrebbero aggredito, fisicamente e verbalmente, l’arbitro, una ragazzina di 16 anni. Una vicenda che lascia attoniti. Le due squadre, entrambe al quinto posto in classifica, erano sull’uno a uno e l’atmosfera stava iniziando a scaldarsi. Secondo quanto riportato dal quotidiano, l’arbitro ha convalidato un gol del Real proprio sul fischio di chiusura. È stato in quel momento che l’allenatore ospite, un uomo di 35 anni, sarebbe entrato in campo e con foga avrebbe cominciato a insultarla e strattonarla. La ragazzina, terrorizzata, avrebbe cercato di ripararsi, mentre un secondo uomo, un genitore, avrebbe tentato a sua volta di avvicinarsi affermando di volerla picchiare.

“Questa persona voleva picchiare l’arbitro, diceva di volerla prendere a calci – racconta Gianni Zaninello, direttore generale del Real Meda –. Quando ha sentito che il padre della ragazza aveva chiamato i carabinieri, ha scavalcato ed è scappato per i campi”. La ragazzina intanto aveva deciso di annullare la rete. Ora sarà la giustizia sportiva a prendere probabili provvedimenti, ma prima si dovrà attendere il referto medico e la sua querela, che può essere sporta entro 90 giorni.

"Non era assolutamente mia intenzione fare del male e neppure spaventare l'arbitro.  - dichiara  allenatore della under 15 femminile della Rivanazzanese - Volevo solo richiamare la sua attenzione e chiederle spiegazioni per la sua decisione. Il mio errore è stato solo quello di metterle una mano su un braccio: avrei dovuto parlarle con le mani dietro la schiena"

"Apprendo con tristezza e sconforto del fatto accaduto nella partita a Meda, dove dei tesserati hanno messo le mani addosso ad un'arbitra sedicenne". Marcello Nicchi, presidente dell'Associazione italiana arbitri, per l'ennesimo episodio di violenza subito da un direttore di gara. "Tutto questo - prosegue - avviene nel momento in cui è massimo l'impegno di Aia, Federazione e Leghe per debellare nel calcio razzismo e violenza, soprattutto contro le donne. Il tutto mi rattrista particolarmente nel momento in cui mi sto recando ad Aosta per l'ultimo saluto a Loris Lazzaro, il giovane arbitro che ha perso la vita per fare quello che era il sogno della sua vita. E' ora di intervenire in modo duro perché altrimenti il calcio non avrà futuro".

"È inammissibile che accadano episodi del genere, non solo perché la violenza è ingiustificabile a prescindere, ma nel caso specifico perché commessa nei confronti di una ragazza di appena 16 anni, alla quale voglio esprimere la mia più sincera vicinanza e di tutta la LND". Così il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Cosimo Sibilia sulla vicenda della giovane arbitra aggredita durante una gara del campionato regionale under 15 femminile. "Educatori e genitori devono dare l'esempio ai giovani: agendo in questo modo viene invece calpestato ogni principio di lealtà sportiva e anche di convivenza civile" aggiunge Sibilia. "Non ci sono parole sufficienti per esprimere il dissenso per fatti come questo. È impensabile che figure che dovrebbero insegnare il rispetto delle regole e degli avversari assumano simili comportamenti - le parole del presidente del comitato regionale Lombardia Giuseppe Baretti -. L'attenzione a questo caso sarà massima, perché sulla violenza non si può transigere". Anche il delegato al calcio femminile della Lega dilettanti Sandro Morgana si è espresso sull'episodio: "Sono sconcertato. In questi giorni dove purtroppo è di attualità il tema della violenza sulle donne, provo una grande rabbia nel commentare i fatti di Meda. Come possiamo pensare di combattere questo grave fenomeno se c'è in giro chi non si vergogna di mettere le mani addosso ad una giovane per una partita di calcio?"

*immagine di repertorio 

Rilevato dalla Fondazione Don Gnocchi nel 1962, a soli sei anni dalla morte del suo fondatore, il centro “S. Maria delle Fonti” di Salice Terme da allora è sempre stato al servizio dei bisogni di salute della comunità locale, sapendo adattare le proprie attività alle esigenze delle persone più fragili: un tempo i bambini affetti da poliomielite, accolti e poi formati all’interno di una scuola speciale, oggi gli anziani e i disabili accolti e assistiti nelle varie strutture del Centro, insieme a pazienti di ogni età che necessitano di degenza riabilitativa o di riabilitazione generale e geriatrica. Il “Don Gnocchi” di Salice, dà lavoro a circa 150 operatori, e garantisce assistenza a un totale di oltre 1800 pazienti l’anno, tra ricoveri e attività ambulatoriale. Il responsabile del presidio dal 2014 è Marco Parizzi.

Dottor Parizzi, l’utenza è prettamente locale o c’è chi viene da più lontano?

«Gli utenti sono esclusivamente lombardi. L’accreditamento attuale non consente a pazienti fuori regione di beneficiare di prestazioni rese presso la nostra struttura, fatto salvo le prestazioni private. La prevalenza è per ospiti e pazienti dell’Oltrepò pavese con un numero di casi significativo del territorio del basso milanese».

Il numero di posti letto a disposizione è sufficiente a soddisfare la richiesta oppure la lista d’attesa è lunghissima?

«La domanda dei servizi socio-sanitari è purtroppo superiore all’offerta che le strutture come la nostra possono offrire e questo automaticamente genera liste di attesa che in alcuni casi mettono in difficoltà famiglie e caregiver».

In quale settore i tempi sono più lunghi?

«Le difficoltà maggiori sono presenti nell’area dell’età evolutiva: le liste d’attesa dei servizi di neuropsichiatria infantile su tutto il territorio lombardo sono significative, sia nelle strutture pubbliche che in quelle private. In un sistema sanitario pubblico necessariamente a risorse limitate, la Fondazione Don Gnocchi cerca pertanto di offrire risposte di qualità anche all’interno del mercato delle prestazioni private, con una presa in carico equivalente e a prezzi calmierati».

C’è un settore in particolare per cui il Don Gnocchi di Salice è particolarmente richiesto o che comunque considerate il vostro fiore all’occhiello?

«L’ambito che ormai da alcuni decenni caratterizza l’attività svolta dalla Fondazione a Salice Terme è quello della riabilitazione. I nostri interventi riabilitativi possono dirsi trasversali, essendo rivolti ad una popolazione che va dai minori agli anziani, e che trova risposte in ambito ambulatoriale (con interventi sulle patologie dell’età evolutiva, sulla scoliosi, l’osteoporosi, il pavimento pelvico, l’agopuntura e più in generale sugli ambiti fisiatrico e geriatrico), così come in regime di degenza o in ambito domiciliare (dove vengono trattate prevalentemente gravi patologie come la SLA, la sclerosi multipla, gli esiti di gravi eventi cerebrali o l’artrite reumatoide)».

Ci sono in atto cooperazione con altre strutture del territorio?  

«L’impegno riabilitativo del Centro di Salice Terme è confermato anche dal costruttivo rapporto con l’Università di Pavia che da ormai 15 anni ha identificato i nostri reparti come sede di scuola di specialità di medicina fisica e riabilitativa, facendo transitare i suoi studenti specializzandi per un periodo di formazione sul campo. Inoltre sono attive convenzioni per la formazione ed il tutoraggio dei terapisti della riabilitazione».

Il “Don Gnocchi” è anche un centro di solidarietà, pronto a raccogliere donazioni o opere benefiche. Come giudica la partecipazione del territorio sotto questo punto di vista?

«Da sempre il Centro di Salice Terme si colloca all’interno di un territorio vivace con il quale le collaborazioni e gli interventi di mutuo sostegno non sono mai mancati, sia a livello di associazionismo locale, sia di interventi di supporto individuale. La Fondazione don Gnocchi promuove e incoraggia il volontariato e anche presso il Centro di Salice Terme è presente un gruppo numeroso di generosi cittadini del territorio che regala e presta qualche ora del proprio tempo a supporto degli ospiti e delle attività del Centro. Recenti collaborazioni con le scuole del territorio sono tese a stimolare e sviluppare nei giovani il desiderio e la voglia di contribuire a realizzare il sogno del nostro fondatore di “fare bene il bene”. Altra testimonianza forte di legame con il nostro fondatore è rappresentata dalla collaborazione con il gruppo Alpini di Godiasco. Don Gnocchi, alpino tra gli alpini, ha lasciato nelle penne nere una traccia indelebile ed ogni gruppo o sezione presente nei territori in cui la Fondazione opera coltiva questo proficuo legame collaborando in vari modi alle attività e fornendo il proprio generoso supporto in occasione di eventi e manifestazioni».

di Christian Draghi 

Dalla riabilitazione alla Rsa: i numeri della struttura 

Il Centro “Don Gnocchi” di Salice, al secolo Santa Maria delle Fonti”, offre un’ampia tipologia di Unità di offerta e le principali prestazioni sono erogate in convenzione con il Servizio Sanitario Regionale.

Il Centro è caratterizzato da una Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA) di 41 posti letto in grado di accogliere ospiti anziani non autosufficienti e da una Residenza Sanitaria per Disabili (RSD) di 40 posti letto che accoglie soggetti affetti da disabilità, sia fisica che psichica, di età compresa fra i 18 e i 65 anni. A tutti gli ospiti viene garantita l’assistenza medica ed infermieristica 24 ore su 24.

E’ inoltre presente un’Unità Complessa di riabilitazione che include una degenza riabilitativa di 65 posti letto, tra cui 30 di riabilitazione specialistica e 35 di riabilitazione generale e geriatrica (oggi denominata Cure Intermedie). Nei letti di specialistica sono accolti pazienti di tipo neurologico generalmente colpiti da patologie invalidanti tra cui ictus, sclerosi multipla, sclerosi laterale amiotrofica, sindromi parkinsoniane, oltre che pazienti di tipo ortopedico con disabilità dovute a evento acuto in ambito ortopedico, che comportano - di norma - non autosufficienza.

Nei letti di Cure Intermedie sono accolti pazienti provenienti dall’ospedale, dal domicilio o da tutti gli altri nodi della rete dei servizi, di norma nella fase di stabilizzazione, a seguito di un episodio di acuzie o di riacutizzazione. Il paziente ricoverato nel reparto è una persona che richiede interventi specifici nella sfera sanitaria ed assistenziale, che non possono essere erogati a casa o in ospedale.

L’Unità include anche un servizio di riabilitazione ambulatoriale e domiciliare, il primo dei quali differenziato per adulti e minori. In quest’ultimo caso il servizio di Neuropsichiatria Infantile offre prestazioni rivolte a minori. Sia le degenze riabilitative che le prestazioni ambulatoriali possono essere erogate in regime di convenzione o in attività privata.

Al Centro sono ricoverati ogni anno in regime riabilitativo circa 400/450 pazienti, mentre l’attività ambulatoriale è rivolta a un’ottantina di persone al giorno, per un totale di oltre 20 mila prestazioni l’anno. Le degenze sono infine completate da una Comunità Alloggio per Disabili, un piccolo edificio autonomo che può accogliere sei ospiti parzialmente autonomi, ai quali è garantita una assistenza nelle 24 ore ed un percorso di integrazione con le attività animativo-educative della residenza per disabili.

«Rivanazzano Terme non sarebbe quella che è oggi se non fosse nata la Fiera d’aprile del 2003». Il consigliere comunale con delega alle manifestazioni Elisa Randi analizza il processo di rinascita della piccola cittadina termale, una delle più “vive” in Oltrepò, e spiega come l’amministrazione si sta preparando ad accogliere la Sei Giorni di Enduro 2020, il campionato mondiale per moto che alla fine di agosto avrà proprio a Rivanazzano il suo quartier generale.

Randi in che modo la vostra squadra si sta preparando ad accogliere questo evento ?

«Collaborando in ogni modo, come stiamo facendo ormai da due anni (da prima che fosse stata presa ogni decisione sull’assegnazione). Nel momento in cui stileremo il calendario degli eventi terremo conto di questa manifestazione per offrire opportunità di divertimento a chi arriverà nel nostro paese».

Il Comune ha avuto parte attiva nel portare qui la manifestazione?

«Diciamo che se è arrivato qui è anche grazie all’intuizione e ai suggerimenti partiti da qualche componente del nostro motoclub e grazie all’aiuto di qualche amministratore comunale».

Quali crede siano i benefici per Rivanazzano Terme nell’ospitare una gara così importante?   

«è una grossa opportunità, il nome del nostro paese è già arrivato ovunque. I benefici in termine di afflusso di persone saranno per tutto il territorio. Le manifestazioni motoristiche in genere portano vitalità e gente. In questo caso si tratta addirittura di un mondiale».

Voi il pieno di gente lo fate però anche con le “ordinarie” manifestazioni. Tutti contenti a Rivanazzano Terme oppure avete ricevuto critiche o consigli per migliorarle da parte di qualche cittadino o commerciante?

«Sono giornate di festa,  soprattutto se aiutate dal bel tempo, abbiamo visto quest’anno alla festa d’autunno in una splendida giornata di sole, che portano un importante indotto alle attività e questo è sotto gli occhi di tutti. l’obbiettivo è di animare la città e tenere vive le numerose botteghe e il commercio. Certo questo non toglie che si possa sempre far meglio per cui siamo sempre aperti all’ascolto di proposte e suggerimenti»,

Tra le tante manifestazioni qual è o quali sono quelle che certamente riproporrete anche negli anni futuri?

«Sicuramente riproporremo le manifestazioni storiche: fiera d’aprile, fiera d’autunno, infiorata, festa andalusa, festa del paese e la manifestazione che ineguagliabile lo è diventata al primo tentativo nel 2018: “La notte delle Streghe” nel borgo di Nazzano, ormai diventato uno dei principale eventi rivanazzanesi».

“Funzionano” maggiormente a livello di pubblico gli eventi organizzati al Parco Brugnatelli o quelli in centro paese?

«Ogni tipo di manifestazione richiama gente. Le serate danzanti estive trovano nel nostro parco un eccezionale ed unico punto di riferimento e in genere richiamano gente per più serate durante i weekend estivi. Nel caso delle fiere arriva in un giorno un alto numero di persone in paese con le positive conseguenze per il commercio. Tutti questi tipi di eventi sono utili ed importantissimi per il paese».

Qualcuno ha mosso critiche inerenti al fatto che ci sia un eccessivo utilizzo di plastica durante le manifestazioni. Cosa si sente di rispondere, ha qualche novità in merito?           

«Credo che l’utilizzo che si fa della plastica a Rivanazzano Terme durante le feste sia nella norma ed uguale a quello che accade nelle altre località. La gestione del parco Brugnatelli, quindi della ristorazione nel corso delle serate estive viene solitamente affidata alla proloco o ad altre associazioni. La cosa che chiediamo loro è il rispetto delle leggi e per chi organizza manifestazioni gli adempimenti legislativi sono tanti. Non abbiamo mai avuto problemi in tal senso. Possiamo certamente solo ringraziare l’impegno di tutti i volontari che prestano il loro tempo e la loro fatica».

Da qualche tempo avete coinvolto il borgo di Nazzano nella realizzazione dell’evento  “La notte delle Streghe”. Pensa che possa essere location ideale anche per altri eventi? 

«Quando due anni fa abbiamo pensato di portare nel borgo questo evento, non tutti pensavano ad un così grande successo. Il prossimo 20 giugno ci sarà  la terza edizione delle notte delle streghe. è stato sicuramente un brillante connubio tra  una location unica ed un’idea di manifestazione che si e’ rivelata vincente, manifestazione che personalmente ho voluto ed in cui ho creduto fin dal primo momento, un’alchimia speciale  che possiede il borgo di Nazzano. è nostra intenzione sicuramente inserire in questo splendido contesto altri eventi in futuro».

A livello di manifestazioni e di attrattività Rivanazzano Terme ha superato oggettivamente e di gran lunga Salice Terme. Come si è arrivati a suo giudizio a questo risultato?

«Rivanazzano Terme ha sempre avuto una storia diversa da Salice Terme, nè migliore nè peggiore, semplicemente diversa. Salice Terme (per altro comune di Rivanazzano per il 40%) mantiene una grande attrattività, legata principalmente al divertimento notturno. Lo stesso Parco di Salice, attualmente curato e mantenuto dal Comune di Godiasco, rimane un punto di riferimento per tutto il territorio. Attrattività  che è di tipo diverso da quella propriamente rivanazzanese, ma che con questa si può integrare. Per quanto riguarda il percorso che ha portato Rivanazzano a crescere, voglio ricordare che la storia moderna delle manifestazioni in paese nasce nel 2003, con la creazione dell’associazione “Occasioni di festa”. Rivanazzano Terme non sarebbe oggi quella che è se nel 2003 non fosse stata ideata la fiera d’aprile. Manifestazione che negli anni ha raggiunto vertici di un’importanza sovraterritoriale. Non bisogna poi dimenticare il rilancio del Paese durante l’amministrazione Ferrari e le molte iniziative intraprese in quegli anni mettendo a disposizione delle associazioni che, come la proloco, hanno dato tantissimo al paese, una serie di strutture che hanno favorito la crescita degli eventi. La messa a nuovo del parco Brugnatelli e dei giardini Mezzacane, arricchito dal  parco giochi, hanno creato allora le basi per i successi delle manifestazioni».

Rivanazzano è una città che “parla” anche andaluso grazie al gemellaggio con  il comune di Los Palacios Y Villafranca (Sevilla - Spagna), per il quale lei condivide la delega con il vice sindaco Romano Ferrari. Che iniziative avete messo in atto nel 2019 per sostenerlo?     

«Negli ultimi anni abbiamo puntato molto sugli eventi legati alla festa andalusa, principalmente sul cibo e sugli spettacoli equestri. Al parco in quelle serate si sono esibiti dei grandi cavalieri. Certo abbiamo la fortuna di avere come concittadino il grande Maestro Roberto Bruno. Lo spettacolo che ci ha donato insieme agli altri non si vede da molte parti, né tutti i giorni».

Una delle peculiarità del gemellaggio è certamente conoscere e far conoscere i propri prodotti. Le tipicità locali, come ad esempio i “malfatti”, hanno riscosso successo? C’è stato anche un seguito commerciale?

«Nel nostro caso la lontananza non facilita scambi commerciali, soprattutto di prodotti deperibili. Puntiamo di più su scambi culturali».

  di Silvia Colombini

«Le nostre dimissioni di gruppo servivano per dare un segnale, per chiedere un maggiore coinvolgimento nei lavori dell’amministrazione». Così Alice Zelaschi, la più giovane e votata della giunta Poggi (seconda solo a Romano Ferrari) spiega quanto accaduto lo scorso mese tra le mura dell’amministrazione comunale di Rivanazzano Terme, dove la crisi sembrava ufficialmente aperta dopo le dimensioni in blocco degli assessori.

L’intento iniziale sembrava quello di isolare il sindaco Marco Poggi nel tentativo di costringerlo alle dimissioni, in mancanza delle quali si sarebbe dovuto procedere almeno a un maxi rimpasto con l’ingresso in giunta di altri esponenti, tra cui il consigliere Stefano Alberici. Uno spostamento degli equilibri che non ha evidentemente accontentato tutti ed è così che le dimissioni sono rientrate e il rimpasto sembra essere stato barattato con un «cambiamento del “modus operandi” interno all’amministrazione». Parole di Alice Zelaschi. 21 anni, diplomata all’istituto tecnico agrario Carlo Gallini, attualmente studia “Scienze e tecnologie agrarie” presso l’Università Cattolica di Piacenza. La sua esperienza politica è iniziata nel 2017 proprio con l’attuale amministrazione. «Sono stati Marco Poggi e Romano Ferrari a volermi nella loro lista» racconta. Ora, grazie ai 514 voti ottenuti, fa l’assessore e cerca di calmare acque che parevano piuttosto agitate.

Zelaschi, l’attuale amministrazione comunale è espressione di una lista unica, non c’è quindi minoranza. il consigliere Alberici è stato piuttosto critico riguardo l’esperienza maturata finora, definendola  deludente. Lei concorda con lui o ha un’opinione diversa?

«Noi abbiamo fatto la nostra lista tutti insieme, in continuità con la precedente amministrazione Ferrari. Non è colpa nostra se non abbiamo avuto avversari».

Qualche problema però c’è. Prima gli assessori si dimettono in blocco, poi l’emergenza rientra e si va avanti come nulla fosse. Che cosa è accaduto?

«Le nostre dimissioni hanno avuto lo scopo di far emergere una nostra richiesta di confronto sul metodo di lavoro per cercare di avere un maggior coinvolgimento nostro e di tutto il gruppo che ringraziamo per averci sostenuto».

La sensazione però è che ora il sindaco sia piuttosto isolato. La squadra di governo è unita?

«In una squadra che lavora nessuno è isolato, ci mancherebbe. Tutti devono poter dare il loro contributo, in modo tale da lavorare al meglio; abbiamo messo in campo azioni correttive di cui potremo valutare i risultati».

Passiamo a problemi più concreti. Parliamo dell’alluvione. Arriveranno fondi da stato o regione per i danni subiti?

«Abbiamo ottenuto lo stato di emergenza dalla Regione che si è attivata immediatamente, infatti, dopo una verifica dei danni subiti, ha già provveduto a mandare una ditta incaricata allo sfondamento, alla pulizia e alla protezione degli argini sul Rio Limbione in località Canova, in un tratto di sponda vicino alla Greenway erosa dal torrente Staffora e, successivamente, interverrà anche in località Spagnola. Ulteriori ispezioni sono state effettuate, da parte di tecnici di Regione Lombardia e del Ministero».

I fossi, dopo l’ultimo nubifragio, ancora non sono stati puliti. O per lo meno qualcuno questo ha fatto notare, e si teme per un nuovo disastro. Avete emesso un’ordinanza?

«Al momento non è stata fatta alcuna ordinanza, siamo intervenuti dove possibile con la pulizia dei fossi».

Dove, esattamente?

«I primi interventi d’emergenza fatti per garantire il deflusso dell’acqua piovana sono stati fatti con la pulizia dei fossi alla Chioda, in strada Boggione, via Kennedy, strada Pontecurone, via De Amicis, strada Moroni, via San Francesco, via Fermi. Quando le condizioni climatiche lo permetteranno, verrà effettuato il totale ripristino dei fossi di competenza al Comune di Rivanazzano Terme».

Gli abitanti di via Tiziano si sono rivolti a voi con una petizione per richiedere un intervento urgente sul Rio Garello. Cosa rispondete?

«Riguardo alla richiesta presentata dai residenti di via Tiziano, l’Amministrazione ha stanziato dei fondi, necessari alla pulizia dell’intero tratto del Rio Garello e nel contempo stiamo affidando uno studio ad esperti per valutare opere necessarie ad un potenziamento del collettamento delle acque in tutto il Paese».

Le è stato delegato l’assessorato all’agricoltura e rapporto con le associazioni. C’è qualche progetto in ballo?

«Abbiamo rinnovato la Commissione Agricoltura con l’aggiunta di nuovi giovani agricoltori, con cui abbiamo collaborato attivamente sia durante gli eventi (Fiera d’Aprile, Fiera d’Autunno e Festa del Ringraziamento) sia durante le emergenze, come l’alluvione del 21 ottobre».

 di Christian Draghi

Dopo la pausa dovuta alle festività, riprendono gli appuntamenti che la Biblioteca Civica “Paolo Migliora” di Rivanazzano Terme, presieduta da Renata Di Caccamo, dedica alla promozione della lettura. Sabato 25 gennaio sono previsti due appuntamenti presso la Sala Manifestazioni della Biblioteca.

Alle 10,30 si riunirà il Gruppo di Lettura per discutere e riflettere insieme sul nuovo romanzo di Elena Ferrante “La vita bugiarda degli adulti”. Dopo l’enorme successo della quadrilogia “L’amica geniale”, le aspettative nei confronti di questa nuova opera sono davvero alte e lo scambio di opinioni sarà senz’altro interessante. Come di consueto l’invito è esteso anche a coloro che non hanno letto il testo proposto ma che fossero interessati ad accogliere o condividere consigli e spunti di lettura.

Alle ore 16,00 prenderanno il via gli incontri mensili dedicati ai più piccoli con la presentazione del libro “Ben e Oscar alla scoperta dei 4 elementi” di Deborah Maggioncalda. Grazie alle avventure dei due protagonisti e ad alcuni divertenti esperimenti i bambini potranno scoprire le incredibili proprietà di aria, acqua, terra e fuoco.

Deborah Maggioncalda, autrice del libro, è specializzata nel campo della protezione dell’ambiente e della gestione dei rifiuti. Progetta e realizza laboratori di divulgazione scientifica per bambini e ragazzi con lo scopo di avvicinarli alla scienza in modo interattivo e divertente. La partecipazione è gratuita ma è obbligatorio prenotarsi perché ci sono solo 25 posti. Per informazioni ed iscrizioni: 0383.91565 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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Anche la seconda asta è andata deserta. Ieri alle ore 12,30 era prevista l’apertura delle buste per valutare le offerte per acquisire le Terme di Salice. Ma nessuno ha presentato proposte. La base d’asta era di euro 3.731.250,  con offerta minima per la partecipazione alla vendita di poco meno di 3miloni di euro, per la per la precisione  2,798.437,50, ma non sono state avanzate offerte. La prima volta che le Terme di Salice erano andate all’asta era il  9 ottobre 2019, con prezzo base pari ad Euro 4.975.000,00 e con offerta minima a partire da Euro 3.731.250,00.  

Così dopo le aste del Nuovo Hotel Terme andate deserte alcuni mesi orsono, anche la seconda asta delle Terme di Salice, ha avuto lo stesso triste epilogo. Mentre il Nuovo Hotel Terme è tristemente chiuso da circa 5 anni, le Terme di Salice sono state dichiarate fallite con sentenza del 22 Marzo 2018, dopo che i giudici si erano riservati di esaminare l'istanza di concordato presentata dai soci. Le Terme di Salice Srl, con stabilimenti termali a Godiasco – Salice Terme, ma con sede legale a Roma in via Sistina 48, dopo vari cambi di proprietà, dal gruppo Camuzzi di Piacenza, alla Famiglia Fabbiani, al vogherese Elio Rosada, nel dicembre 2015 erano state cedute ad una società romana che dopo aver cambiato alcuni dirigenti, aveva nominato il ragionier Ruggeri, 44 anni, romano, come nuovo Amministratore Unico delle Terme di Salice srl.  C’è poco da aggiungere ad un fallimento nato 10 anni orsono da scelte politiche ed imprenditoriali sbagliate, terme gestite negli ultimi 10 anni da nuovi proprietari, dopo la svendita del 2006, in modo oggettivamente cervellottico, nella “creduloneria” di molti, anche e purtroppo dei sindaci di Godiasco – Salice Terme, che dal 2005 ad oggi hanno gestito prima la svendita della società Salice, poi hanno accolto, tutti e sempre, i nuovi, sempre diversi, proprietari con parole piene d’enfasi ed stima. Purtroppo il fallimento si riassume nel triste comunicato del sito d’aste del Tribunale di Pavia e che recita:

Gli immobili all’asta comprendevano tutte le proprietà delle Terme di Salice, lo stabilimento termale, il Caffè Bagni, l'edificio della discoteca Club House (sola nuda proprietà)  , il Grand Hotel, il maneggio, la casa del custode, la centrale termica, l’officina, la lavanderia, due campi da tennis, le serre, il dancing La Buca (sola nuda proprietà) , la piscina Lido (sola nuda proprietà), la discoteca Naki Beach (sola nuda proprietà), il bar Boccio (sola nuda proprietà), il secolare Parco di Salice, la Chiesa di S. Maria Nascente, le concessioni minerarie necessarie per l’estrazione delle acque, nonché tutti i beni mobili, autorizzazioni, licenze ed i  marchi.

Il 19 gennaio alle 16 al teatro di Rivanazzano Terme si inaugura la stagione TRT Piccoli con lo spettacolo Corpi in gioco di e con Monica Raimondo, in arte Monique. Spettacolo di mimo, bolle di sapone giganti e acrobatica. Quando Monique entra in scena stendendo il tappeto rosso, tramuta il palcoscenico nel suo salotto. Gli spettatori diventano aiutanti facchini. Gli oggetti si animano e si trasformano: giacche che si innamorano, scope danzanti e stracci volanti, il sapone prende la forma spettacolare delle bolle giganti spazzando via le macchie dai nostri pensieri. Il ritmo si fa incalzante ed il pubblico è pronto a prendere parte al gran finale acrobatico. Spettacolo leggero e poetico di un mimo che sa incantare sia gli adulti che i bambini. 

La rassegna TRT Piccoli prosegue il 23 febbraio con “Rumore straziante… umore traballante” del TeatrodiPietra, poi il 22 marzo con “Oz, oltre l’arcobaleno” del Teatro della Zucca e si chiude il 5 aprile con il Teatro Viaggiante che propone un doppio spettacolo “Riccioli di luna” e “Old man”.

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Una gara di canto con le più belle melodie natalizie da tutto il mondo: così a Riva del Tempo, residenza assistenziale diretta da Alessandro Rizzi a Rivanazzano Terme, è stato festeggiato il Natale. Ad animare il pomeriggio di musica e giochi ci hanno pensato i volontari ed educatori di Croce Rossa Voghera e gruppo "La gioia di un sorriso" di Associazione Porana Eventi, con Nicoletta, Anna e tutto lo staff della struttura. "E' stato un momento di gioia che abbiamo condiviso con tutti gli ospiti, anche di Villa Eleonora, struttura a poche centinaia di metri di distanza che fa parte della stessa proprietà. La cosa bella è che i nostri nonni non vedono l'ora di fare festa tutti insieme, ricordando gli anni passati attraverso le canzoni di un tempo" commentano i volontari. Ad aggiudicarsi i primi premi sono stati Marisa con "Bianco Natale", Estella con "Astro del ciel", Roby con "Aggiungi un posto a tavola" ed Eliana con "We wish you a Merry Christmas". Al secondo posto Carla con "Oh happy Day", al terzo Pasquale con "Adeste Fideles". Non poteva mancare, oltre ad un assaggio di panettone, anche la rappresentazione della storia di Natale, oltre agli auguri inviati tramite dei video a tutti i parenti: una bella idea per raggiungere tutti, anche a chi, a parecchi chilometri di distanza, non ha potuto raggiungere Rivanazzano Terme.

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