Lunedì, 06 Luglio 2020
 

Da oggi, 22 giugno, in Lombardia,  cade l’obbligo di indossare i guanti sui mezzi pubblici. Lo prevede l’ordinanza 569 firmata dal presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, “Rincuorato dai pareri scientifici – spiega il presidente della Regione LombardiaAttilio Fontana – e dalle nuove raccomandazioni dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità), ho assunto la decisione di togliere,  l’obbligo dell’uso dei guanti sui mezzi pubblici. Invito comunque i lombardi a lavare e disinfettare sempre le mani”. “Ci apprestiamo a tornare alla normalità, con piccoli passi, evitando – prosegue il governatore – condotte che potrebbero inficiare gli enormi sacrifici di questi ultimi mesi”.

In questi giorni stiamo assistendo a numerose proteste di commercianti e lavoratori che non ritengono adeguate le misure economiche che il Governo Conte ha introdotto per far fronte alla crisi che stiamo vivendo. Ma come si stanno comportando i governi esteri? Isabella Testori, originaria di Santa Maria della Versa, da alcuni anni vive a Dublino ed è Customer Success Specialist per una società che gestisce una piattaforma di shopping online per veicoli usati. Sarà lei a raccontarci come sta affrontando la quarantena lontano dall’Italia e come il governo irlandese si sta muovendo per tutelare i cittadini e i lavoratori.

Isabella, da quanto tempo vive e lavora in Irlanda?

«Sono partita nel 2013, sono 7 anni che sono in Irlanda».

Come mai questa scelta?

«Dopo aver lavorato per un certo periodo a Milano, realizzai che non era quello che volevo e che avrei fatto fatica a raggiungere certi risultati che mi ero prefissata, in modo da poter avere una maggior indipendenza. Dopo essermi confrontata con diversi amici che si erano già avventurati a lavorare all’estero, decisi di informarmi per intraprendere un’esperienza fuori dall’Italia. Non ho iniziato questo percorso da sola ma tramite l’Università di Pavia, la quale aveva emesso un bando che permetteva di poter lavorare per tre mesi all’estero. Sempre l’Università mi organizzò alcuni colloqui con aziende di Dublino e mi aiutò a trovare un alloggio. Iniziai a lavorare per un’azienda che, scaduti i tre mesi, decise di tenermi. Per questo motivo non sono più tornata a lavorare in Italia».

Quando è iniziata l’emergenza coronavirus in Irlanda? Ci sono stati molti decessi?

«Qui da noi l’emergenza è iniziata il 17 marzo, con la chiusura dei Pub e l’inizio delle attività lavorative in smart working, che qui da noi si chiama “working from home”. Le aziende però hanno iniziato a tutelare i lavoratori molto prima dell’inizio ufficiale dell’emergenza: infatti, chi tornava dall’Italia, che era l’unico Stato contagiato, era costretto a stare in quarantena, come è accaduto ad alcuni miei colleghi. Adattarsi al lavoro da casa non è stato difficile perchè in molte aziende irlandesi, è un protocollo già collaudato. Il Governo, già due settimane prima dell’inizio dell’emergenza, aveva deciso di annullare la Parata di San Patrizio, prevista proprio per il 17 marzo. Ad oggi si contano circa 1500 decessi, su un totale di 5 milioni di abitanti: rispetto all’Italia il rapporto è nettamente inferiore».

Quindi possiamo dire che il governo ha agito in modo tempestivo?

«Sicuramente il governo, vedendo la situazione estera, ha avuto più tempo per prendere decisioni e ha agito chiudendo immediatamente i pub e i locali pubblici. Inoltre, gli irlandesi hanno da subito avuto paura di questo virus, in quanto erano consapevoli che i letti in terapia intensiva non sarebbero stati sufficienti nel caso in cui l’epidemia fosse dilagata. L’Irlanda è uno stato piccolo, con un sistema sanitario che non è paragonabile a quello italiano o lombardo, quindi i cittadini si sono autotutelati da subito senza particolari problematiche».

La sua famiglia è in Italia. Le notizie che le arrivavano da qui le hanno permesso di tutelarsi in anticipo?

«Essendo costantemente in contatto con la mia famiglia e i miei amici in Italia, mi sono immediatamente informata per poter lavorare in smart working e praticamente mi sono chiusa in casa, facendomi consegnare la spesa a domicilio e limitando al minimo le uscite non indispensabili. Avendo informazioni dirette dall’Italia, io e i miei amici italiani a Dublino abbiamo preso più precauzioni rispetto ai nostri colleghi irlandesi: ricordo che durante i primi giorni in cui io lavoravo da casa, loro uscivano normalmente e si vedevano con amici e parenti, perché poco informati sul contagio da asintomatici. Grazie a tutte le indicazioni giunte a noi anticipatamente dalle nostre famiglie siamo riusciti certamente a tutelarci nel modo più corretto».

Qui in Italia ci sono state parecchie difficoltà a reperire mascherine e disinfettanti: ora abbiamo il problema dei guanti in lattice. Anche voi avete avuto queste mancanze?

«Le mascherine, ma anche i guanti, qui in Irlanda non sono mai stati obbligatori, e non lo sono tutt’ora: molta gente le indossa per decisione personale. Però tutti i supermercati sin da subito si sono adattati facendo distanziare i clienti all’ingresso e fornendo guanti e gel disinfettante: non ho constatato casi di ressa o confusione. La disponibilità di dispositivi di sicurezza è ancora garantita proprio perché non c’è ancora stata una vera e propria campagna sull’utilizzo intensivo».

Il popolo irlandese come si è comportato nella fase iniziale? E ora?

«Gli irlandesi solitamente sono un popolo ligio al dovere, che rispetta sempre ciò che gli viene indicato: hanno un approccio completamente diverso da quello italiano».

Come ne ha risentito il suo lavoro?

«L’azienda per cui lavoro ha sede negli Stati Uniti, a Boston, ed è presente in diversi paesi. Ne ha risentito parecchio perché è stata costretta a chiudere tutti i mercati internazionali, eccetto quello inglese. Per colpa dell’emergenza Covid_19 da subito ha chiuso le vendite in Italia, Spagna, Francia e Germania perché erano mercati da poco iniziati e, dato che non vi erano buone previsioni, ha ritenuto di non concentrare altri sforzi in questa situazione critica. Per questo tutti i miei colleghi che si occupavano di questi mercati sono stati lasciati a casa in “redundancy”, cioè vengono ancora pagati per qualche mese, in base ai vari contratti, e poi licenziati. Io mi sono salvata solo per il fatto che, sin da quando sono stata assunta, lavoro nel mercato inglese, altrimenti sarei stata licenziata anche io. In generale molte persone che lavorano a Dublino, tra cui molti miei amici italiani, sono state licenziate perché le loro aziende hanno previsto che il mercato italiano non si sarebbe sollevato velocemente e per loro sarebbe stata una perdita. Il commercio qui da noi ha subito una forte scossa, sia iniziale che ora per l’adattamento alle normative sanitarie di distanziamento e sanificazione».

Quali regole ha dettato il governo irlandese?

«Anche qui il commercio ne ha risentito. Vorrei ricordare che molte aziende estere e multinazionali stabiliscono qui la loro sede legale, in quanto siamo uno degli Stati europei con le migliori agevolazioni fiscali. Inoltre, l’Irlanda vive molto di turismo ed eventi sportivi: essendo questi settori i più colpiti, gli irlandesi hanno il terrore della recessione, perché si tratta di un Paese piccolo, con pochi abitanti e poche altre risorse. Per quanto riguarda le normative sanitarie non ci sono state ancora particolari indicazioni, si deciderà nelle prossime settimane. Qui hanno previsto cinque fasi, di cui la prima, diciamo di “no lock down”, appena iniziata. Le altre sono previste per l’8 giugno, il 29 giugno, il 22 luglio e il 10 agosto: l’ultima fase è quella che prevederà la riapertura di pub, ristoranti ed estetiste. Qui si procederà molto più lentamente rispetto all’Italia. I pub irlandesi non hanno nulla a che fare con i bar italiani: sono piccoli, stretti e pieni di clienti con tassi alcolici spesso elevati: mantenere il distanziamento sarebbe praticamente impossibile».

Quale supporto sta dando il governo ai commercianti e ai cittadini?

«Sicuramente il commercio subirà un duro colpo e si dovrà far fronte a parecchi problemi, ma ritengo il governo irlandese imbattibile nel supporto ai cittadini e ai commercianti. Per esempio, chi vive in affitto, nel caso in cui non fosse in grado di pagare la mensilità, ha la possibilità di aver abbonata qualche rata in accordo col padrone di casa; anche molti ristoranti sono stati esentati dal pagamento delle mensilità, sempre in accordo con il proprietario. Fortunatamente la maggior parte delle persone che conosco hanno ancora un lavoro e hanno deciso di non avvalersi di questa possibilità. Chi è stato licenziato ha a disposizione circa 350 euro a settimana per l’emergenza Covid-19 e, se non riescono ad accedere a questi fondi, ha comunque a disposizione la disoccupazione che è una buona garanzia. Posso affermare che qui il governo sta supportando economicamente i cittadini nel migliore dei modi».

Lo “straniero” che tipo di tutela ha?

«Di fatto a Dublino già se lavori per sei mesi non vieni più considerato come uno straniero e, se licenziato, hai già diritto alla disoccupazione: se tu vieni a lavorare in Irlanda sei da subito tutelato. Non c’è una divisione tra straniero e non. Anche chi stava facendo la stagione breve, magari lavorando nei ristoranti, sebbene non abbia diritto alla disoccupazione ha comunque la possibilità di accedere ai bonus di 350 euro settimanali per l’emergenza Covid-19. Non ci sono state ancora manifestazioni di protesta di persone che non sono riuscite ad accedere a questi fondi, quindi penso che non ci siano stati problemi. Se lavori o hai lavorato qui, anche per poco, sei tutelato».

Pensa che la situazione irlandese sia stata gestita in modo corretto?

«Sicuramente io sono stata molto tutelata, in primis dalla mia azienda: già dopo i primi casi ci ha consentito di lavorare in smart working facendoci avere subito a casa tutto quello che ci serviva. Non siamo più tornati in azienda e penso che non ci torneremo fino al prossimo anno, perché non ne abbiamo motivo: possiamo chiamare i clienti da casa e fare meeting con i colleghi tramite Zoom. Le persone che conosco e che hanno perso il lavoro sono già state tutelate. In generale, tutti rispettano le norme e non ci sono state proteste, nemmeno da parte dei gestori di pub e di ristoranti: hanno accettato la situazione perché sanno di essere tutelati economicamente dal governo. Magari ci saranno problematiche riguardo qualche persona o attività che non verrà aiutata, ma di questo al momento non ne sono a conoscenza. Per ora mi sento tranquilla perché ritengo che la situazione sia gestita in modo corretto, anche se non posso sapere fino a quando il governo potrà garantire questi supporti economici».

  di Manuele Riccardi

"Gentile Direttore, vivo in un piccolo paese dell’Oltrepò, Pinarolo Po. Da noi la quarantena è esistita per molti in modo rigoroso per altri in modo blando. In particolare, in questi ultimi giorni assistiamo a ritrovi di vicinato, persone anche non residenti nel comune che vanno e vengono, per giunta senza alcuna protezione come mascherine e guanti, che si intrattengono nei cortili e purtroppo anche in qualche locale pubblico a fare aperitivi e merende e a chiacchierare del più e del meno.

Essendo un piccolo centro abitato, è comprensibile il fatto che non ci siano posti di blocco e controlli assidui da parte delle forze dell’ordine, ma sono certa che sia apprezzata, e in un certo senso anche scontata, la collaborazione da parte dei cittadini che possono essere i loro occhi e orecchie a distanza. Ci si sente anche presi in giro dopo aver osservato per tutto questo tempo le norme per il rispetto dei nostri compaesani e per chi sta combattendo negli ospedali, mentre altre persone se ne infischiano dei decreti (non vecchi e quasi dimenticati, ma emanati di settimana in settimana). Diversi privati, in più di un’occasione, hanno avvertito le forze dell’ordine che hanno svolto il loro dovere sanzionando chi stava contribuendo a creare assembramenti e che non stava osservando le norme, continuamente ripetute quasi allo sfinimento. Non è possibile, però, che quei cittadini che hanno ritenuto di avvertire le Forze dell’Ordine per far rispettare le regole e che hanno dato e continuano a dare il loro contributo per evitare di tornare alla situazione dell’8 marzo, vengano disprezzati come sta succedendo ora. La situazione è chiara a tutti meno a quelli che pensano di essere al di sopra di tutto, immuni da virus e norme e che pretendono di avere ragione. La legge è chiara. Niente assembramenti. Se un cittadino ritiene di poter dare il proprio contributo avvertendo le forze dell’ordine dell’esistenza di assembramenti, deve essere tutelato e non insultato per aver rovinato la festa ai trasgressori di turno. Ora, mi chiedo se le leggi esistano per essere rispettate da tutti o per essere violate senza alcuna conseguenza. 

Lettera Firma Pinarolo Po"

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"Egregio direttore, le autorità competenti invitano a segnalare gli assembramenti. Chiedere ai cittadini dell’Oltrepò di essere controllori di altri cittadini, invitandoli ad indicare potenziali “untori”, è in questo momento un grande rischio. Trasformare la Società Civile in una sorta di “Grande Fratello” in cui tutti controllano tutti, e chiunque può puntare il dito contro chiunque, a torto o a ragione, mi fa paura. Una società di delatori, non è una società libera. Le forze dell’ordine hanno il dovere di far rispettare i decreti, e tutti noi cittadini il dovere di fare la nostra parte al meglio possibile. Non possiamo sopperire all’eventuale incapacità dello Stato di far funzionare il sistema o all’incapacità dei singoli di autodeterminarsi.

Un clima da ”polizia segreta” non ci aiuta di sicuro e alimenterà odio e conflitto. Allora proviamo tutti a dimenticare la dimensione della paura e dell’odio, facendoci riabbracciare quella del rispetto e della solidarietà. Attiviamo sistemi di segnalamento, ma solo per aiutare i più deboli e soli.

Claudio Castagnola - Voghera"

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"Signor Direttore, ancora non c’è il vaccino per difendersi dal coronavirus ma mi chiedevo quando - e speriamo il prima possibile dal mio punto di vista - sarà disponibile sul mercato, come verrà gestita la sua obbligatorietà. La logica direbbe che visti i danni che ha creato il virus, renderlo obbligatorio sarà una necessità, ma leggendo le dichiarazioni ad un noto quotidiano nazionale di un consigliere grillino della Regione Lazio, noto per le sue posizioni ‘free vax’ mi è venuto un dubbio. Il consigliere dichiara: «No all’obbligo per tutti del vaccino anti-Covid. I vaccini devono essere somministrati secondo un’anamnesi personale, in base alle caratteristiche di rischio, diffusione e modalità di contagio. Inoltre dobbiamo tenere conto delle reazioni avverse e dei rischi esistenti, nonché dell’efficacia... ci sono tante questioni aperte».

Per carità parole condivisibili e lungi da me addentrami in questo spinoso argomento, mi auguro solo che la politica arrivi preparata nel prendere le giuste ed inequivocabili decisioni nel momento in cui si dovrà decidere sull’obbligatorietà del vaccino anti Covid. 

Marco Biglieri - Broni"

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Solo 10 casi in Provincia di Pavia , ieri erano stati 35, l’altro ieri 32.  In Lombardia a fronte di 12.427 tamponi effettuati  ( ieri 14.301)  sono 210 in più (ieri 221), pari al 59,1% dell'aumento odierno in Italia. I dati sono stati resi noti dalla Protezione civile. Nessuna vittima in 9 regioni nelle ultime 24 ore per il coronavirus in Italia, secondo i dati della Protezione civile. Sono Marche, Valle d'Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Molise, Basilicata, Calabria e Sardegna. La Lombardia ne fa registrare 33 su 75, il 44% del totale, unica regione a far registrare oggi un numero di deceduti in doppia cifra. Le altre sono tutte al di sotto delle 10 vittime. I malati coronavirus - gli attualmente positivi nei dati della Protezione civile - calano in tutte le regioni, tranne in Umbria dove il numero resta invariato rispetto a ieri. 

Nel dettaglio: i contagiati totali da coronavirus sono ora 233.019, 355 più di ieri, quando se ne erano registrati 416 in più, quindi in calo nelle 24 ore. Il dato comprende attualmente positivi, vittime e guariti. Ci sono 5 regioni che comunicano zero nuovi contagiati: Umbria, Sardegna, Molise, Calabria e Basilicata. Sono 75 le vittime del coronavirus nelle ultime 24 ore in Italia, in calo rispetto alle 111 di ieri. In Lombardia nell'ultima giornata se ne sono registrate 33, mentre ieri erano state 67. I morti a livello nazionale salgono così a 33.415. Sono saliti a 157.507 i guariti e i dimessi per il coronavirus in Italia, con un incremento rispetto a ieri di 1.874. Sabato l'aumento era stato di 2.789. Sono 42.075 i malati di coronavirus in Italia, 1.616 meno di ieri, quando il calo era stato di 2.980. Sono 435 i pazienti ricoverati in terapia intensiva in Italia, 15 meno di ieri. Di questi, 170 sono in Lombardia, 2 meno di ieri. I malati ricoverati con sintomi sono invece 6.387, con un calo di 293 rispetto a ieri, mentre quelli in isolamento domiciliare sono 35.253, con un calo di 1.308 rispetto a ieri.

"Clinicamente il nuovo coronavirus non esiste più". Così Alberto Zangrillo, direttore terapia intensiva del San Raffaele di Milano, a '1/2 ora in più'. "Circa un mese fa sentivamo epidemiologi temere a fine mese-inizio giugno una nuova ondata e chissà quanti posti di terapia intensiva da occupare. In realtà il virus dal punto di vista clinico non esiste più. Questo lo dice l'università Vita e Salute San Raffaele, lo dice uno studio del direttore dell'Istituto di virologia Clementi, lo dice il professor Silvestri della Emory University di Atlanta". 

 Il nuovo coronavirus "potrebbe ora essere diverso: la potenza di fuoco che aveva tale virus due mesi fa non è la stessa potenza di fuoco che ha oggi", lo afferma il direttore della clinica di Malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova Matteo Bassetti. "E' evidente - sottolinea - che oggi la malattia Covid-19 è diversa: la presentazione clinica e il decorso sono infatti molto più lievi".

Simone Marini è un ricercatore vogherese attualmente in forze all’Università della Florida. Crea intelligenze artificiali in campo biomedico, in sostanza dei programmi per computer che analizzano dati di biologia e medicina e, per prove ed errori, imparano a interpretarli e ad elaborare delle previsioni. L’applicazione pratica di questo lavoro è arrivare, ad esempio, a comprendere se un paziente affetto da una certa malattia possa sviluppare o meno certe complicazioni. Dall’inizio della pandemia il suo lavoro di ricerca è incentrato, come quello di una grande parte della comunità scientifica, sullo studio del SARSCov-2, che tutti abbiamo imparato ormai a riconoscere come “il coronavirus”. Simone è uno di quegli scienziati che passano giorni e notti ad analizzare i dati molecolari di questo patogeno, scomponendoli, ordinandoli, confrontandoli nel tentativo di conoscerli al meglio per arrivare, il più in fretta possibile, a capire come impedire che ci faccia del male o, per lo meno, a complicargli la vita. Nel dettaglio, il compito specifico della ricerca del suo team è mappare l’evoluzione del virus, per caprie quali mutazioni vengono trasmesse e in quale parte del mondo si trovano. Ad esempio, per determinare che tipo di mutazione contenga il virus più diffuso a Milano. 

Marini, come si effettua dal punto di vista tecnico questa ricerca?

«In tutto il mondo gli scienziati isolano il virus da campioni biologici e ricavano il suo Rna, cioè il suo genoma, che è una sequenza di lettere. In soldoni, una specie di lunga parolona».

Che cosa emerge da questo tipo di studi?

«Se confrontiamo le varie “parolone” notiamo che ci sono alcune lettere diverse: queste lettere diverse sono mutazioni. La maggior parte delle mutazioni non ha alcun effetto sul comportamento del virus, però ci permettono di identificarlo e capire, grazie alle differenze, chi è “figlio” di chi. In altre parole, possiamo costruire una sorta di albero genealogico di questi virus collezionati da tutto il mondo che ci permetta di capire come si stanno evolvendo. Se poi associato al genoma si ha anche un’informazione sul comportamento del virus in relazione a chi lo contrae e al suo percorso clinico, si può capire quali mutazioni ne stanno modificando l’azione».

Ce lo spiega come fossimo bambini…

«Più semplicemente: se analizzo mille genomi e li paragono al decorso della malattia delle persone che ne erano infette posso stimare ad esempio che una determinata mutazione rende il virus più pericoloso di un’altra. Se ad esempio diverse persone che hanno avuto il virus con una stessa determinata mutazione sono decedute, potrò desumere che quel tipo di mutazione sia più pericolosa e studiando l’interazione tra le molecole, si può capire dove e come colpirla per renderla inoffensiva».

A che punto sono arrivate le vostre ricerche?

«Abbiamo già pubblicato risultati preliminari, altri articoli usciranno nei prossimi  mesi. Tra l’altro, una nostra lettera è stata pubblicata sui Proceedings of the Academy of Sciences (rivista di altissimo livello, ndr) in risposta ad un altro articolo dove dei colleghi sostenevano di aver trovato tre ceppi di coronavirus con diverso grado di pericolosità. Noi dimostriamo però che, facendo controlli statistici sui dati usati dai colleghi, risulta che sono troppo poco affidabili per poter trarre qualunque conclusione. Ovvio che c’è un gran bisogno di scoprire queste mutazioni per poter trovare nuove cure, isolare ceppi diversi del virus con caratteristiche peculiari, e così via. Il problema è che c’è da andarci con i piedi di piombo, e quando si fa un’affermazione, aver fatto tutto il possibile con i mezzi a disposizione per assicurarsi che sia vera. Il che purtroppo richiede tempo e risorse. Uno dei rischi che si corrono per la fretta è di “scoprire” cose sbagliate, che ovviamente è deleterio».

Non è però confortante…

«Certo, ma contrariamente a quanto tanti possono credere, non è compito della scienza quello di confortare. La scienza procede lentamente analizzando e confrontando dati, per arrivare attraverso un processo di deduzione a delle teorie che vengono pubblicate in studi che sono poi sottoposti al vaglio e alla critica di altri studiosi che dovranno confermarne o meno la validità. Non si possono regalare certezze».

Esiste però almeno una “certezza” maturata su questo virus?

«Direi che la quasi totalità degli studiosi concorda sulla sua naturalità, cioè che non sia stato creato in laboratorio».

Orde di complottisti staranno sussultando. Può spiegare in modo semplice da dove deriva questa sicurezza?

«Partiamo specificando che, per rimanere fedele all’approccio scientifico, preferisco non parlare di “sicurezza”, ma dire piuttosto che è assai improbabile che questo virus sia stato manipolato. Detto ciò posso dire che analizzando il genoma, ovvero il famoso “parolone”, possiamo vedere se ci sono state delle inserzioni di pezzi di altri virus, oppure se il genoma stesso ha delle caratteristiche tipiche di altri virus cresciuti in laboratorio, e queste non ci sono. C’è poi un altro aspetto importante: il modo in cui questo virus interagisce con l’organismo umano ricorda sì quello di altri suoi “parenti”, ma ha delle caratteristiche che lo rendono unico. Ora, se fosse stato creato in laboratorio, avrebbe avuto davvero poco senso creare qualcosa di nuovo dal nulla anziché affidarsi a qualcosa di già esistente e funzionante. Se voglio uccidere qualcuno, creo un’arma totalmente nuova di cui non posso determinare l’efficacia o ne riutilizzo una delle migliaia che già ho e so che funzionano?».

C’è però anche chi, con i galloni sul petto, ha sostenuto che si tratti sicuramente di un virus manipolato…

«Se si riferisce a Luc Montagnier (Nobel per la medicina nel 2008 ndr), posso dire che non mi risulta abbia pubblicato studi in proposito. Quella che gira è una sua intervista in cui sostiene, a riprova della presunta manipolazione, la presenza di segmenti di Hiv e cita uno studio indiano al proposito. Uno studio che è stato ritirato e ampiamente bocciato dalla comunità scientifica perché si basa su elementi che in scienza definiamo “non significativi”: quelle che venivano indicate come sovrapposizioni fra il genoma del SarsCov2 e l’HIV sono cioè di una proporzione irrilevante. è come se dicessero che io e lei siamo collegati perché abbiamo le sopracciglia dello stesso colore. Chiaramente se lo dice un Nobel è comprensibile che qualcuno gli dia credito, ma la comunità scientifica è formata da milioni di persone e si basa sul consenso. Per assurdo, qualcuno potrebbe anche negare l’esistenza della gravità, ma fino a che non pubblica uno studio che, al vaglio della comunità, sia ritenuto valido, la sua resta un’opinione».

E le affermazioni di Trump e il suo staff sulle responsabilità della Cina?

«Sono parole che al momento non hanno alcuna evidenza a loro supporto. Poi, se domani qualcuno trova e mostra davvero prove inconfutabili e si guadagna la ragione bene, è così che funziona la scienza. Mi lasci però dire una cosa».

Cioè?

«Chi vuole credere ai complotti difficilmente può essere convinto del contrario. Alla fine troverà sempre una motivazione per sostenere la sua convinzione ed è tra l’altro un meccanismo psicologico comprensibile».

In che senso?

«è un ricerca di sicurezza. Dà più forza e rende tutto più facile credere nell’esistenza di un “grande cattivo” che muove i fili piuttosto che vivere con il dubbio come regola e accettare l’indifferenza di madre natura che può di punto in bianco buttare fuori un virus in grado di ucciderci». 

Lasciamo quindi perdere i complotti, ma parliamo di vaccino. C’è chi sostiene che, trattandosi di un coronavirus e cioè di un virus mutante, possa risultare inutile…

«Specifico che sono bioinformatico e non virologo, ma chi lavora in quel campo dice che ci sono probabilità molto buone di poter arrivare a un vaccino e decenti probabilità che questo virus non muti così in fretta al punto che possa renderlo vano».

Tempistiche?

«Quelle di cui si sente parlare le reputo credibili, un anno-un anno e mezzo».

Che idea si è fatto della situazione della Lombardia? Il disastro da noi è attribuibile a una mutazione del virus che lo ha reso più “cattivo” o sono da ricercare altrove?

«Sul virus ancora non posso esprimermi perché gli studi non sono ancora arrivati a un punto che consenta una visuale abbastanza ampia. è probabile che ci siano delle concause, una delle quali è che l’emergenza sia stata gestita male da noi. Questo lo dicono esperti su riviste importanti (la Harvard Business Review, per esempio), paragonando i casi di Lombardia e Veneto».

Quali sono stati gli errori principali fatti qui?

«Non sono sicuro, non ho sotto mano dei dati statistici riguardo alle politiche intraprese a ogni livello. Per quello che ho visto, direi che la Lombardia ha chiuso dopo e testato meno».

In America com’è la situazione?

«Peggiore che in Italia, il problema è stato ignorato anche quando era chiaro che sarebbe arrivato. Ci sono anche state una serie di scelte infelici, come quella di voler produrre i propri test, che poi sono rivelati difettosi nella prima fase».

Avete trovato un farmaco davvero efficace? 

«Uno sicuro non ancora, ma ripeto: si procede per test e ci vuole molto tempo per determinare se un tipo di cura funziona o no».

Della cura al plasma iperimmune che dice?

«Che sta dimostrandosi valida, ma la difficoltà è applicarla su larga scala».

Cosa dobbiamo aspettarci per i prossimi mesi?

«Questa è una domanda più che altro filosofica. Dobbiamo adottare le misure protettive di cui si parla e sostanzialmente pesare mano a mano i rischi che andiamo a prendere».

di Christian Draghi

Se a Voghera nei mesi caldi della crisi la mortalità è salita di quasi il 150%, a Broni e Stradella l’effetto-Covid è stato decisamente meno devastante. Al punto che, tabelle Istat alla mano, il tasso di mortalità non ha praticamente subito oscillazioni rispetto ai 5 anni precedenti. Maurizio Campagnoli è medico di famiglia nel distretto di Broni-Redavalle, con circa 1200 assistiti. Esercita la professione da circa 37 anni ed è specialista in chirurgia vascolare e chirurgia generale. è uno dei collaboratori del sindaco di Broni nella gestione delle problematiche sanitarie del territorio.

La Fase2 è ormai nel pieno dello svolgimento. Si parla delle famose “3T” (testare, tracciare, trattare) necessarie per una sua buona riuscita. Com’è la situazione in Oltrepò?

«Siamo in una fase in cui è necessaria la massima attenzione da parte di tutti, onde evitare, specie nella nostra Regione, un pericoloso rebound. Al momento la situazione in Oltrepo pare sotto controllo, anche se i medici di famiglia rischiano pure in questa fase di svolgere mansioni prettamente burocratiche. A mio avviso si dovrebbe demandare al territorio non solo il controllo, ma anche la possibilità di testare, tracciare e trattare. Per quanto possibile ho sempre cercato di attuare questa strategia».

Dei numeri reali di questa crisi si dibatte da tempo e pare che determinare le vere dimensioni di questa crisi non sia facile. Lei opera sul territorio e assiste 1200 persone. Come stanno le cose secondo lei?

«I numeri, a mio avviso, sono sottostimati. In questi due mesi abbiamo avuto modo di associare i sintomi più disparati al coronavirus. Probabilmente molti asintomatici si sono positivizzati. Ovviamente oggi tutti ci auguriamo che si sia raggiunto un alto tasso di immunità».

Riceve sempre molte chiamate da persone con sintomi riconducibili al Covid?

«Nel corso delle ultime due settimane nessuna».

Dall’inizio della crisi quanti sui pazienti hanno avuto il virus?

«Circa trenta. Attualmente ne restano due o tre».

Qualche decesso?

«Ho avuto purtroppo quattro decessi per polmonite da coronavirus. Bisogna tener conto che l’età media dei nostri pazienti è molto avanzata, con alta percentuale di pazienti con pluripatologie croniche: per questi motivi la mortalità è stata senz’altro più elevata».

Quanti sono rimasti casi “sospetti” perché mai testati?

«Non so dire con precisione, la sierologia ci potrà fornire risultati più attendibili. Potrei azzardare un numero tra i venti e i trenta. A questi dovremmo poi aggiungere gli asintomatici positivizzati».

Lei come sta? Si è ammalato o è stato testato?

«Non sono stato testato con tampone. Eseguirò l’esame sierologico quando non sarò costretto a recarmi a Pavia. Durante questi mesi comunque non ho avuto sintomi riconducibili al coronavirus. In questi giorni accuso i classici disturbi allergici stagionali».

Si è parlato dell’introduzione di un protocollo preciso per chi ha più di 37,5 di febbre, con tampone immediato. Un servizio gestito dalle Usca (Unità Speciali Continuità Assistenziale) sul territorio. Ha avuto modo di verificarne il funzionamento?

«Ho avuto modo di constatare professionalità e grande disponibilità da parte dei colleghi delle USCA anche se, soprattutto all’inizio, vi erano forti limitazioni alle visite domiciliari per scarsità di dispositivi di protezione (dpi). Al momento non ho potuto verificare questo nuovo protocollo, perché non ho casi clinici recenti».

Avrà comunque il polso della situazione anche grazie a contatti con i colleghi. Rispetto alle scorse settimane, oggi si riescono ad ottenere tamponi e ad assistere i malati in maniera decorosa?

«Ora sì; all’inizio abbiamo avuto molta difficoltà a far eseguire i tamponi ai pazienti paucisintomatici, o agli asintomatici esposti».

La mortalità nel periodo tra il 1 marzo e il 15 aprile 2020 è aumentata a Voghera del 150%. A Broni e Stradella l’impatto in termini numerici è stato minore, anche in rapporto alla popolazione. Come bisogna leggere questi numeri?

«Non conosco a fondo la realtà di Voghera e dell’Oltrepo Occidentale. Posso senz’altro affermare che nel nostro territorio si è instaurata una forte coesione tra i medici di famiglia e anche con i colleghi dell’ospedale di Broni Stradella, in particolare con l’equipe dell’amico Giovanni Ferrari. Nella mia città si è attivata una stretta collaborazione con il sindaco e l’amministrazione comunale, la Protezione Civile e i gruppi di volontariato a loro legati, la Polizia Locale e i Carabinieri. Questa filiera ha probabilmente prodotto risultati positivi».

Chiudiamo facendo un passo indietro. Diversi suoi colleghi si sono lamentati di essere stati abbandonati a se stessi durante le fase più calde dell’emergenza. Lei concorda?

«Purtroppo sì. I primi dpi sono arrivati in forte ritardo e comunque inadeguati a visitare un potenziale infetto da coronavirus, senza rischiare di contaminarci e/o diventare noi stessi portatori della patologia ai nostri familiari e pazienti. Per questi motivi gran parte dei medici di famiglia di Broni, Stradella e Oltrepo Orientale si sono confrontati per stabilire delle linee guida comuni: chiusura degli ambulatori; triage telefonico; accesso solo su appuntamento per pazienti senza sintomi correlabili al coronavirus; visite domiciliari per i nostri pazienti affetti da patologie croniche».

di Christian Draghi

 Ha abbracciato la sua fidanzata mentre stavano passeggiando in Strada Nuova, nel centro di Pavia. Uno slancio affettivo che non è ammesso dalle attuali regole contro la diffusione del coronavirus. Il giovane, poco più che ventenne, è stato sanzionato da una pattuglia di agenti in borghese: dovrà pagare una multa di 400 euro (che potrà essere ridotta a 280, se la sanzione verrà saldata entro 30 giorni dalla emissione del verbale).
    Sia il ragazzo che la sua fidanzata avevano la mascherina. Ma a creargli i problemi è stato l'improvviso abbraccio: un comportamento che non rispetta le norme sul distanziamento sociale. Gli agenti, dopo aver appurato che i due giovani non sono conviventi, hanno sanzionato il ragazzo. Nel corso del fine settimana a Pavia e nel resto della provincia sono stati intensificati i controlli da parte delle forze dell'ordine. Sono state elevate alcune sanzioni a persone trovate senza mascherina o che non rispettavano le distanze sociali.

*Immagine di repertorio 

 
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