Venerdì, 28 Febbraio 2020

Quando si tratta di accedere ai bandi per finanziamenti pubblici, molto spesso la burocrazia è uno degli ostacoli principali a frapporsi tra chi cerca fondi e chi può erogarli. Non è la prima volta che l’Oltrepò lascia cadere nel vuoto delle opportunità di finanziamento per la semplice mancanza di “attitudine” a muoversi nel modo giusto.

Per semplificare il rapporto tra le parti in causa, la Provincia di Pavia ha istituito la figura del “facilitatore”, una sorta di intermediario tra il soggetto fruitore e l’ente di riferimento. La prima occasione di vederlo all’opera sarà nell’ambito del progetto “Natura che vale”, che prevede la valorizzazione della biodiversità dell’Alto Oltrepò Pavese. L’accordo è stato realizzato nel quadro del progetto Life Gestire 2020 ed è stato firmato dalla Provincia di Pavia, dalla Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese, dalla Fondazione Sviluppo dell’Oltrepò Pavese, da Ersaf e dai sindaci dei comuni di Brallo di Pregola, Menconico e Romagnese. Per la provincia di Pavia è stato assunto nel ruolo di “facilitatore” l’agronomo Filippo Pozzi di Borgo Priolo.

Pozzi, in che cosa consiste esattamente questa figura?

«Un facilitatore è un tecnico incaricato, nella fattispecie in questo ambito, a trovare i fondi necessari per far sì che si possano sviluppare dei progetti di carattere ambientale e fare in modo che i soggetti possibili fruitori di questi progetti con fondi erogati da enti pubblici, possano essere messi in contatto con la fonte finanziatrice, in buona sostanza una sorta di tramite tra Regione o Fondazioni, Banche o addirittura Comunità Europea e Comuni o cittadini privati».

Quali sono le difficoltà più comuni cui si va incontro?

«Spesso e volentieri i soggetti interessati a questi bandi non sono a conoscenza della loro pubblicazione o addirittura, pur essendone a conoscenza, non riescono a mobilitarsi per poterli ottenere. Quindi il mio ruolo, oltre a trovare questi finanziamenti, è quello di capire dove possono essere utilizzati al meglio. L’Ersaf (Ente Regionale per i Servizi Agricoli e Forestali) della regione Lombardia mi ha chiamato a far parte di un team di professionisti per le mie esperienze pregresse di tirocinio e tesi su un progetto di rete ecologica  della Fondazione Cariplo».

In che cosa consiste esattamente il progetto “Natura che vale”?

«Il progetto “Natura che vale” intende  far acquisire agli interessati bandi che riguardano la biodiversità. Attraverso il lavoro di tecnici qualificati in campo faunistico, ambientale, agronomico e tecnici territoriali come sono io, si possono identificare quali sono i potenziali  soggetti che possono partecipare ai progetti di miglioramento ambientale come ad esempio la radicazione di specie vegetali esotiche».

Con quale riscontro pratico per il territorio?

«Ad esempio in Oltrepò abbiamo un bosco che è stato invaso da specie alloctone invasive che abbassano il livello di biodiversità. Questa situazione può essere migliorata con la radicazione di certe specie vegetali. Oppure ci sono bandi che permettono di migliorare il reticolo idrografico minore con opere di ingegneria naturalistica. Se pensiamo agli ultimi mesi  in cui abbiamo avuto molte piogge e allagamenti per la mancanza di manutenzione dei fossi o piccoli bacini, questi bandi potrebbero essere una soluzione».

Quali sono i vantaggi che dovrebbero spingere i soggetti a partecipare a questi bandi?

«Innanzitutto questi bandi sono gratuiti e molto utili ai fruitori. Siamo poi noi a individuare il soggetto possibile fruitore e, se dimostra interesse, prepariamo il progetto gratuitamente e lo presentiamo per lui. Nel momento in cui il progetto viene accolto, la fase di realizzazione può essere poi affidata a noi oppure il soggetto interessato, comune o privato, può affidarlo a tecnici di sua fiducia».

Per quanto riguarda l’Oltrepò, verso quali tematiche ambientali bisogna sensibilizzare le amministrazioni comunali?

«Le amministrazioni comunali non devono pensare che questi progetti siano fini a se stessi. Mi spiego. Se si vuole migliorare dal punto di vista ambientale un’area, ci sono comunque dei benefici economici collaterali che non vanno trascurati. Se si migliora un’area dal punto di vista boschivo, si migliora tutto l’ecosistema con vantaggi anche per la popolazione. Si possono riprogettare aree picnic per i turisti, si possono creare dei percorsi didattici ambientali. Con la conclusione dei lavori sul tracciato della Greenway Voghera Varzi, queste tematiche diventeranno interessanti».

C’è qualche bando interessante che sta proponendo in questi giorni?

«Mi sto ora mobilitando con vari comuni  per un bando in scadenza il 14 febbraio per il miglioramento dei bacini idrografici minori, per le problematiche di allagamento che ci sono state recentemente».

Non è la prima volta che si propongono finanziamenti per interventi a carattere ambientale. Com’era andata in precedenza?

«Nell’edizione precedente, in provincia di Pavia non si è fatto nulla. Nessun bando è stato richiesto ed è un peccato. Spero fortemente che si riesca ad effettuare qualcosa di positivo almeno nei prossimi tre anni perché il nostro territorio è vicinissimo a Milano e dovrebbe essere di richiamo turistico e anche avere a disposizione servizi di supporto alla grande città. Avremmo bisogno di diversi interventi migliorativi e ci si lamenta spesso di non avere i fondi, non approfittare di questi progetti è un peccato».

Chi fosse interessato a qualcuno di questi bandi come può contattarvi?

«Il sito è www.naturachevale.it  e qui si trovane le mail dei facilitatori trasversali e territoriali attraverso le quali possiamo essere contattati».

di Gabriella Draghi

È stata pubblicata venerdì 7 febbraio 2020, sul Burl di Regione Lombardia la graduatoria dei progetti ammessi ai contributi regionali nell’ambito dei bandi “Turismo e attrattività” per il sostegno alla competitività delle imprese turistiche e “Sostegno allo start up d’impresa” nei Comuni della Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese appartenenti all’area interna Appennino Lombardo – Alto Oltrepò Pavese.

La prima tranche di bandi appena conclusa, e che vedrà una seconda edizione entro pochi mesi, vede l’assegnazione di contributi complessivi per circa 1 Milione di Euro ed un investimento nella creazione di nuove imprese e valorizzazione delle imprese turistiche esistenti complessivo di oltre 2,5 Milioni di Euro per più di 20 imprese beneficiarie (10 rilanci di imprese già esistenti e creazione di 10 nuove).

Per il bando “Turismo ed attrattività” sono 9 i soggetti che hanno proposto la realizzazione di progetti di riqualificazione delle strutture ricettive alberghiere, non alberghiere e dei pubblici esercizi. I progetti di riqualificazione riguardano i seguenti settori: enogastronomia & food experience; natura & green; sport & turismo attivo; terme & benessere; fashion & design; business congressi & incentive. Molteplici infatti le proposte tra cui strutture turistiche per giovani sportivi, nuove offerte per il turismo esperienziale nel comporto luxury e ambiente; valorizzazione dei prodotti tipici locali e delle insegne di tradizione ed infine grande presenza di offerte alberghiere orientate ad un turismo bike&food. 

Per il bando “Sostegno allo start up d’impresa” sono 12 le start up o gli aspiranti imprenditori che hanno proposto la realizzazione di nuovi progetti imprenditoriali per la creazione di imprese da zero oppure il rilancio di imprese nate da non più di 2 anni. Le nuove imprese che nasceranno nel 2020 in Alto Oltrepò Pavese riguardano i seguenti settori: enogastronomia & food experience; natura & green; sport & turismo attivo; agroalimentare ed eco-innovazione.

Molteplici infatti le nuove imprese che saranno realizzate tra cui nuove strutture turistiche (Foresterie e Resort) dedite a bike e benessere; nuove realtà imprenditoriali per la produzione e valorizzazione del Salame di Varzi D.O.P. ed altri prodotti tipici (cibo/vino/birra) dell’Appennino Lombardo nonchè dedite alla promozione e commercializzazione; imprese sportive per la creazione e valorizzazione di pacchetti di offerta cicloescursionistica lungo tutto l’Alto Oltrepò Pavese con noleggio, risalita, accompagnamento sportivo e per famiglie; Imprese dedite alla commercializzazione e-commerce dei prodotti dell’Alto Oltrepò.

 “L’imprenditorialità privata e la previsione di così tante nuove imprese sul nostro territorio nel 2020 rappresenta una grande opportunità per l’Appennino Lombardo – dichiara Giovanni Palli, Presidente della Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese e sindaco del Comune di Varzi, capofila dell’Area Interna Alto Oltrepò Pavese – resa possibile dal percorso di attuazione della Strategia nazionale per le aree interne e dalla forte collaborazione che stiamo sviluppando in questi mesi con tutti i soggetti privati e pubblici che insieme a noi credono nel rilancio del territorio.

Un primo segno tangibile della voglia di riscatto e rilancio è stato misurato negli incontri con oltre 300 persone questa estate in 15 appuntamenti nel nostro Oltrepò. Siamo contenti, e sentiamo tutta la responsabilità, della positiva risposta degli imprenditori con la partecipazione nella prima tranche di bandi portata avanti da Regione Lombardia e dalla Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese. Grande è l’attenzione per il rilancio dell’offerta turistica che deve essere di qualità ed orientata ad un turismo slow, green e consapevole delle ricchezze enogastronomiche, storico e culturali oltre alla propensione sportiva e ciclo-escursionistica del nostro territorio. I segnali sono incoraggianti e stiamo lavorando, giorno dopo giorno, per rilanciare il territorio e garantire un supporto a questi nuovi investimenti, in ambiti strategici come turismo ed enogastronomia, con un piano di marketing ed un forte rilancio attrattivo del patrimonio culturale e naturale dell’Alto Oltrepò”.

INVIATE I VOSTRI COMUNICATI LE VOSTRE NEWS INERENTI ALL'OLTREPÒ A "IL PERIODICO NEWS" , ALL'INDIRIZZO MAIL : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

Che l’attività di allevamento e produzione di salame di Varzi stia diventando una tentazione sempre più forte lo testimonia la crescente nascita di nuove aziende. “Dalla Terra Il Salame”, con sede a Bagnaria in Località Casa Massone, è nata da poco più di quattro mesi. Ha in progetto di allevare tra gli 80 e 100 maiali l’anno allo stato semibrado con a disposizione una struttura chiusa per il ricovero notturno e l’alimentazione ed un appezzamento di terreno annesso per il pascolo libero.

Una produzione “piccola” in termini assoluti, ma che punta all’eccellenza. Il norcino, Alessandro Volpe, nonostante la giovane età ha alle spalle anni di esperienza nei salumifici della zona ed ha collaborato con alcuni dei nomi storici del territorio.  «Ho avuto la fortuna di lavorare in alcuni dei laboratori storici della zona ed imparare il mestiere dai “senatori” del salame e tutti mi hanno sempre detto che la materia prima è fondamentale» afferma.

«Partire da un maiale di qualità, allevato bene è la base per produrre un grande prodotto. Per questo motivo abbiamo deciso di partire dall’allevamento curato direttamente da noi e successivamente trasformare le carni ottenute. «Macelliamo maiali maturi – spiega uno dei soci, Filippo Prè - del peso di circa 230/240 kg, che hanno vissuto alcuni mesi senza stress, in un ambiente aperto, con la possibilità di pascolare liberamente, ma comunque sempre sotto il nostro controllo».

Quali vantaggi ha un allevamento come il vostro rispetto ad uno intensivo?

«Allevando noi i singoli capi conosciamo perfettamente l’origine della carne e le caratteristiche di ogni animale: nella fase di mondatura i capi vengono gestiti separatamente in modo da rispettare l’originalità di ogni esemplare. Il continuo pascolo poi rende la carne molto asciutta ed il grasso molto compatto. L’insieme di queste cose ci permette di avere un certo tipo di prodotto e di poter tenere un salame in cantina per un lungo periodo di stagionatura, senza avere problemi di alcun tipo e senza ricorrere ad ulteriori ingredienti a noi sgraditi».

Produrrete anche dei Cuciti?

«Sì, con quelli abbiamo iniziato con la macellazione di gennaio, in modo da averli pronti per il Natale prossimo».

Quanti pensate di poterne produrre?

«Diciamo tra i 300 e i 400 all’anno».

La Comunità montana ha promosso un bando per finanziare gli allevamenti autoctoni. Cosa ne pensate?

«Ne siamo al corrente, ci sembra un’ottima cosa e penso che faremo domanda per accedere a quei finanziamenti».

Uno degli scopi del bando è quello di rafforzare il marchio Dop. Voi pensate di entrare nella filiera certificata?

«Siamo nati da poco, ma sicuramente è un aspetto che ci interessa e verso cui ci muoveremo».

Del Consorzio invece che ne pensate?

«Per una piccola realtà come la nostra non credo che esserne socio o meno faccia alcuna differenza. Producessimo 1000 maiali potrebbe essere una cosa da valutare, ma così non ci cambia molto. Al momento, non è  comunque una nostra priorità, siamo solo all’inizio del percorso». 

  di Paola Invernizzi

«è sbagliato dire che la provenienza dei maiali non è importante per fare un salame buono». Parola di un allevatore, Marco Cavalleri, che ha deciso di puntare tutto sulla qualità, riducendo il suo allevamento del 70% pur di riuscire a garantire ai suoi clienti materia prima per produrre un salame top di gamma. La sua azienda è storica, si trova a Valverde nel comune di Colli Verdi e quando l’ha rilevata contava circa 1000 capi di suini. Nel tempo li ha ridotti, fino ad arrivare all’attuale numero di 300. La comunità montana d’Oltrepò ha da poco pubblicato un bando, denominato Agriseed, per sostenere gli allevamenti autoctoni di maiali al fine di rilanciare la filiera del salame di Varzi Cucito Dop, un prodotto artigianale d’eccellenza che ha subìto negli ultimi anni un autentico collasso (dai 10mila pezzi del 2005 si è scesi a 100). Voci critiche hanno fatto notare che i finanziamenti previsti per gli allevatori tocchino la quota massima di 25mila euro, cifra da alcuni ritenuta risibile. C’è poi chi ha fatto notare come il luogo in cui gli animali vengono allevati non sia così determinante al fine di ottenere un prodotto di qualità.

Cavalleri, che da poco ha iniziato anche una piccola produzione, non è d’accordo: «Avere maiali allevati in un certo modo e in un determinato luogo valorizza tutta quanta la filiera e il fatto di allevarli in loco rappresenta un quid in più per la qualità».

Quali sarebbero i vantaggi di avere una filiera a chilometro zero?

«La qualità del prodotto diventa assoluta solo se una serie di fattori coincidono. Non dico che non si possa fare un salame buono prendendo la carne o i maiali da fuori, ma se si vuole riportare in auge il Cucito allora bisogna tenere conto che si tratta di un prodotto che deve rispettare degli standard d’eccellenza. La materia prima, in questo caso la carne, è fondamentale e perché la qualità sia massima occorre che gli animali non solo siano allevati e trattati a dovere, ma anche che non subiscano stress nel trasporto: un conto è portarli al macello facendo 15 km, un conto stiparli nei camion per qualche centinaio. Lo stress incide sulla morbidezza della carne. Altro esempio: nel periodo del calore sarebbe meglio non trasportare neppure l’animale, perché il sangue in quel periodo assorbe meno le spezie e i prodotti che saranno utilizzati per la preparazione del salame. Un’accortezza che solo piccoli allevamenti possono permettersi di seguire. Chi ha 20mila maiali di sicuro non cura certi dettagli».

Questo implica che, per forza di cose, non si possano fare grandi numeri e , di conseguenza, nemmeno business…

«Non si fa business con il Cucito, si crea un prodotto d’eccellenza che dà valore al territorio e a tutta la filiera».

Come mai però questo tipo di salame, fiore all’occhiello della norcineria oltrepadana, è passato dai fasti del passato al rischio di estinzione?

«Perché produrlo ha costi molto alti e una resa bassa. Il prodotto a fine stagionatura arriva a perdere anche il 50% del peso originario. Va da sé che tenere in cantina un prodotto che in sei mesi cala della metà rappresenta per un’azienda che ci deve campare un danno economico non trascurabile. Negli anni i consumi sono cambiati: si utilizzano maiali più leggeri, da 160 kg, macellati più giovani, anche a 9 mesi e con una stagionatura ridotta, assecondando il gusto del mercato. Allevare maiali ha un costo che incide non poco sul prodotto finito. Per questo molti, per cercare di “fare business”, hanno smesso di allevare e comprano carne già macellata».

Che caratteristiche hanno i maiali allevati da voi?

«Quelli destinati alla produzione del Cucito vivono 12-15 mesi e hanno un peso minimo di 230 chili. Abbiamo un 30% in più di spese: il costo supera i 2 euro al chilo, ma la qualità è di gran lunga superiore».

Perché questa produzione sia sostenibile economicamente quanto dovrebbe costare un Cucito?

«Per un’azienda che deve essere perfettamente in regola con tutti gli adempimenti burocratici direi non meno di 40 euro al chilo».

Lei che ne pensa del bando Agriseed pubblicato dalla comunità montana?

«Credo che sia una buona iniziativa, che si muove nella direzione giusta».

C’è chi l’ha criticata, ritenendola poco incisiva in termini economici.

«Non cambierà le sorti del territorio forse, ma è un primo passo. è vero che magari 25mila euro in termini assoluti non sono molti per incidere su un’attività, tanto che non credo sorgeranno nuovi allevamenti, però sarà possibile potenziare quelli esistenti. Se i piccoli allevatori potessero arrivare ad avere 30 o 40 maiali ciascuno da dedicare alla produzione del Cucito sarebbe già un enorme passo avanti e questo con i fondi della comunità montana si può arrivare a farlo. Se poi qualcuno si aspetta di avviare un’attività per fare business con il portafoglio di qualcun altro sbaglia prospettiva. Chi vuole fare l’imprenditore deve investire».

L’accorso di filiera prevede che i maiali allevati siano poi destinati alle imprese appartenenti al Consorzio Tutela, di cui però fanno parte solo 9 soci produttori. Molti altri ancora restano fuori. Crede che in questo modo più aziende saranno incentivate a consorziarsi?

«Questo non lo so. Personalmente al momento non rifornisco aziende del Consorzio e ho chiesto lumi in comunità montana al proposito perché intendo aderire al bando. Mi è stato detto che non è obbligatorio conferire i propri maiali ad aziende del Consorzio, bensì a chi è iscritto alla filiera certificata Dop, indipendentemente che sia socio consorziato o meno».

Perché crede che produttori anche storici, come Bertorelli di Menconico o Dedomenici di Casanova Staffora, si siano allontanati dal Consorzio e che altri esitino a entrarci?

«Per quanto riguarda i primi, penso che essendo loro anche allevatori e non solo produttori abbiano lasciato perché non volevano essere equiparati a chi invece compra carne già macellata. Per quanto riguarda i produttori che stentano a consorziarsi credo che giochi un ruolo importante la consapevolezza di quanto sia complicato avere a che fare con la burocrazia e con i costi e gli “ostacoli” che magari si hanno nel doversi conformare a dei regolamenti molto precisi».

di Christian Draghi

Secondo un folto gruppo di associazioni ambientaliste la maxi manifestazione legata all’enduro che arriverà in Oltrepò l’agosto prossimo rischia di rivelarsi per il territorio un pericoloso boomerang. «Vogliamo veramente dare di questo territorio l’immagine di un “paradiso dell’enduro” senza regole?». A chiederselo è una rete di associazioni arrivata oggi ad inglobare Comitato delle 4 provincie, Legambiente Voghera-Oltrepò, Gruppo micologico ed escursionistico di Voghera, Iolas-studio e conservazione delle farfalle, Amici del parco Le Folaghe, Cai Voghera, Cai Pavia, Commissione Regionale TAM (CAI Lombardia), La Pietra Verde, I Giardini di Tilde Odv, Terre della Montagnina, ChiCercaCrea, Bosco Arcadia, Strada Facendo, Associazione Codibugnolo e Associazione Volo di Rondine. Appreso che si intendeva organizzare nelle nostre valli la “Sei Giorni di Enduro 2020”, una manifestazione emblematica del fuoristrada a motore, la rete si è unita per rappresentare le istanze di una parte della popolazione locale che guarda con diffidenza a questo tipo di manifestazioni.

Siete uno schieramento di forze notevole. Tutto è nato per via della 6 Giorni?

«No, è da anni che ci battiamo per la qualità della vita e l’ambiente della nostra terra. Il discorso relativo all’enduro “selvaggio” poi è da tempo che lo portiamo avanti. Già lo scorso 6 settembre, a Valverde, abbiamo promosso un’affollata assemblea per contrastare la persistente e diffusa frequentazione del territorio dell’Oltrepò montano da parte di mezzi fuoristrada a motore, in spregio alle regole e ai divieti e senza che vengano messi in campo i controlli necessari per contrastare questo fenomeno.

Ne è uscito un appello alla Comunità montana, per ottenere un incontro in cui riferire le nostre osservazioni e le nostre proposte e per ottenere dall’ente l’impegno a mettere a punto strumenti che consentano di affrontare e risolvere la questione del fuoristrada abusivo, garantendo il rispetto delle regole. è bene ribadire che in Lombardia, come in tante altre regioni d’Italia, oltre che in Germania, in Francia, in Svizzera, in Spagna, non è consentito fare del fuoristrada a motore dove e come si vuole per divertimento».

Questo incontro c’è stato?

«Sì, il 15 novembre scorso. Abbiamo ribadito in Comunità Montana la necessità di mettere a punto una serie di strumenti tra cui, proprio in vista dell’ISDE (acronimo per la manifestazione ndr), un serio regolamento per definire percorsi di enduro fuoristrada».

Che cosa vi hanno risposto?

«Quanto all’ISDE, i membri della Comunità Montana ritengono che sia un’opportunità per far lavorare le attività turistiche della zona. Concordando sul fatto che il fuoristrada abusivo sia un problema serio, la giunta ci ha dato atto che è urgente arrivare ad una soluzione si è impegnata a convocare a breve, all’inizio del mese di dicembre, il tavolo di lavoro. Importante il fatto che la giunta abbia convenuto con noi che, prima di valutare se concedere lo svolgimento nel nostro territorio dell’ISDE 2020, dovranno essere compiuti atti concreti e seri per far rispettare i divieti e per stabilire se, dove e in che modo si possano individuare i percorsi regolari».

Che cosa vi preoccupa in modo particolare di questa grande manifestazione?

«L’ISDE diffonderebbe a livello internazionale un’immagine del territorio oltrepadano e del suo uso (il “paradiso dell’enduro”) incompatibile con i diversi progetti che la Comunità Montana e i comuni (dopo aver ottenuto ingenti finanziamenti) stanno attuando in valle per creare e sviluppare un turismo lento e rispettoso dell’ambiente. Lo stesso obiettivo cui miravano anche i forti investimenti già effettuati per la rete sentieristica delle Terre Alte, non destinati, in tutta evidenza, alla pratica del fuoristrada a motore».

Prevedete un impatto duro sull’ambiente?

«Sicuramente molto maggiore di quello, già rilevante, di cui si è fatta esperienza con le gare fino ad oggi ospitate in Oltrepò. Erosione dei tracciati, contaminazione acustica, disturbo degli habitat  sono alcuni dei problemi: ogni giorno (salvo l’ultimo) i concorrenti, in numero di 600/700 (più del doppio di quelli che di solito abbiamo visto in gara da noi), dovrebbero percorrere circa 200 chilometri (non i 40/50 chilometri delle altre gare), su viabilità VASP, sentieri, aree boscate, pascoli, il cui utilizzo, proprio per motivi di tutela ambientale, è sottoposto a condizioni, divieti, limiti».

A chi spetta vigilare?

«La Comunità Montana dovrà essere messa in grado di verificare e garantire la compatibilità dei tracciati ipotizzati dagli organizzatori con tutte queste regole. Nell’alto Oltrepò sono poi presenti tre siti di Natura 2000, il Monte Alpe, l’area del Lesima e quella di Pietra Corva, rispetto ai quali la richiesta di autorizzazione dovrà essere sottoposta a valutazione d’incidenza, come prevede la normativa europea per manifestazioni che anche indirettamente interferiscano con i siti tutelati».

Qualcuno penserà: “I soliti ambientalisti che dicono no a tutto”. Che cosa rispondete?

«Non accettiamo la logica intrinseca nella domanda, secondo cui ci sarebbe un ambientalismo buono ed uno cattivo. Non siamo i “soliti radical chic” che vengono da fuori e pensano solo all’escursionismo opponendosi a tutto, siamo ambientalisti in quanto viviamo e lavoriamo in questo territorio ed operiamo per difenderlo e tutelarlo. Noi diciamo “sì” a moltissime proposte, soprattutto a quelle che valorizzano in modo sostenibile queste valli che amiamo. Anni di impegno e di attività sul territorio delle nostre associazioni testimoniano nella pratica e in concreto che una simile distinzione è del tutto infondata». 

Non credete che la 6 Giorni creerà intorno al territorio d’Oltrepò un interesse che possa portare indotto economico?

«Bisogna rifiutare la logica del “mordi e fuggi”. Se si considera che nel medio lungo periodo l’indotto consisterebbe nell’attirare in valle i fautori dell’”enduro libero” di tutto il mondo, ci chiediamo se ne valga la pena , soprattutto se saranno più i danni che i vantaggi per un territorio dove vi sono attività forestali ed agro zootecniche in fase di rilancio e valorizzazione. A novembre abbiamo anche ricordato alla Comunità Montana che dai consuntivi economici delle recenti edizioni dell’ISDE risulta che si sono sempre sforate le previsioni di spesa e si sono sempre sopravvalutati gli introiti».

Qual è quindi secondo voi la strada da percorrere per rilanciare il territorio?

«Quella intrapresa finora sia dalla Comunità Montana che dalla Fondazione Oltrepò, con progetti che sono stati dedicati alla riscoperta e alla valorizzazione vera del nostro territorio e delle sue risorse. Una manifestazione del genere sposta invece la visuale dall’immagine del territorio biodiverso e sostenibile che tutti vogliamo promuovere. Comunque, se mai si svolgerà l’ISDE, noi saremo un occhio attento e vigile su quello che accadrà, anche perché finita la manifestazione si aprirà il capitolo del ripristino dei danni arrecati. Insomma una storia che non finirà a breve».

di Christian Draghi

Il “Cucito” come una Ferrari: non ce n’è per tutti, ma la sua sola esistenza basta già a nobilitare l’intera linea di produzione di un’azienda. Oggi il prodotto principe della norcineria d’Oltrepò è ai minimi storici: quindici anni fa quelli certificati con marchio Dop erano 10mila, oggi sono appena un centinaio. Anche gli allevamenti autoctoni sono ridotti: negli anni ’90 i suini allevati in loco erano 4.500 - 5.000, nel 2010 erano calati a poco più di un migliaio.

Oggi in Alto Oltrepò sono circa 500, distribuiti su 61 allevamenti dei quali solo 22 non sono finalizzati all’autoconsumo. E senza marchio “Dop” il prodotto non ha un peso commerciale che garantisca un ritorno, economico o d’immagine, al territorio. Non porta, in altre parole, acqua al mulino. Ad oggi la quasi totalità di 
suini con cui è prodotto il salame di Varzi proviene da allevamenti esterni all’area della Dop.

La filiera, quindi, è tronca a monte. Per rilanciarla la Comunità montana prova ad invertire un trend di diminuzione della produzione del Salame di Varzi “Cucito” Dop partendo “dal basso”: «Agriseed non è solo un bando che permette di finanziare interventi infrastrutturali per gli allevatori, ma è prima di tutto un progetto per rilanciare il Cucito Dop ricostruendo una filiera a km0». L’assessore all’agricoltura e sviluppo Andrea Gandolfi interviene per spiegare il senso del bando appena pubblicato e che ha fatto discutere la Valle Staffora. «L’evoluzione del mercato e delle certificazioni ha portato una contrazione degli allevamenti sui territori collinari, con una maggiore concentrazione verso i grossi centri di pianura. Questa evoluzione ha avuto delle ricadute anche in Oltrepò».      Il Progetto Agriseed, redatto di concerto con il professor Tito Bianchi e Fondazione Cariplo, restituisce un’interessante disamina sull’evoluzione dell’allevamento e della produzione della filiera del salame di Varzi Dop.  Ne emerge un quadro in cui la forza della Dop è sempre più fragile sia dal lato della produzione (solo un terzo del prodotto è marchiato “Salame di Varzi Dop”, 400 tonnellate Dop contro le 1200 tonnellate complessive), che dal punto di vista dei soci del Consorzio: infatti oggi sono 9 i soci produttori contro i 29 alla sua nascita nel 1984.
La lenta ma progressiva erosione del legame fra prodotto e territorio risulta quindi evidente. Bisogna invertire subito la tendenza, ricostruendo la filiera con mattoni solidi: il “top” per eccellenza., da queste parti, è proprio il “Cucito”.

Gandolfi, con il Progetto e poi bando Agriseed pensate di poter “ripopolare” la Valle di maiali?

«Il progetto ha alcune ambizioni precise, come quella di innovare la filiera del Salame di Varzi DOP Cucito prevedendo l’esclusività dell’utilizzo di materia prima nel territorio della DOP costruendo così una filiera a Km0. Detto ciò bisogna essere realistici e partire da basi solide, come costruire una seria e strutturata alleanza tra chi già opera sul territorio».

In che modo pensate di crearla?

«La prima forza sta nell’accordo di filiera: chi aderisce al bando avrà la garanzia di poter vendere i suoi maiali alle aziende che operano nel Consorzio a prezzi prestabiliti, messi nero su bianco e anche trattabili».

C’è chi ha detto che con i fondi messi a disposizione dal bando (massimo 25mila euro a soggetto) non si possono fare grandi cose...

«Serve superare la logica che per fare grandi cose servano grandi contributi. Ad esempio, i suini che si allevano oggi sul territorio, che sono almeno 500, sarebbero già di per sé sufficienti a riportare la produzione del Cucito DOP ai livelli di 10 anni fa».

La scommessa del bando quindi non è quella di creare “grandi numeri” quanto utilizzare il già esistente..

«L’obiettivo è quello di dare una dignità commerciale al nostro prodotto principe. I “numeri” per iniziare bene, come detto, ci sarebbero già.

Come farlo?

«Le condizioni per ricostruire una filiera del Salame di Varzi Cucito Dop, sono praticabili grazie ai reciproci impegni tra allevatori del territorio, consorzio del Salame di Varzi DOP e produttori.

Gli allevamenti del territorio, se opportunamente strutturati ed in possesso delle idonee certificazioni, quindi attraverso un accordo di filiera per alla produzione del Cucito DOP con il relativo Consorzio, saranno nelle condizioni di conferire un quantitativo di materia consistente e la Comunità montana si impegna a dare a tutti gli allevatori il sostegno anche burocratico di cui avranno bisogno».

Il Consorzio però negli anni ha perso soci. Dai 29 del 1984 ai 9 attuali. Come mai secondo lei non riesce ad essere davvero attrattivo per tutti i produttori?

«Credo che sia la D.O.P. a dovere essere attrattiva per tutti i produttori, nonché l’unica scelta possibile se davvero abbiamo a cuore la crescita del nostro territorio e la valorizzazione di sua maestà il Salame di Varzi. Le porte sono aperte per potenziare la D.O.P. nel rispetto delle differenti tipologie di propensioni al mercato ed alla produzione e, siamo certi, che il Consorzio di tutela è al nostro fianco come un alleato del territorio».

di Christian Draghi

Nella sala consiliare del Comune di Varzi, comune dell’Oltrepò Pavese dove il Campionissimo vinse la sua prima corsa, dal 28 dicembre al 2 febbraio una rassegna patrocinata da Regione Lombardia e dedicata al mito a due ruote con le opere di Miguel Soro e alcuni cimeli dei musei del Ghisallo e di Alessandria Città delle Biciclette.  In arte Coppi è la rassegna che si è inaugurata oggi nella sala consiliare del Comune di Varzi per proseguire nel segno del successo di una mostra che si è appena chiusa in Regione Lombardia a Milano, promossa dall’assessorato all’autonomia e cultura. Al vernissage erano presenti fra gli altri l’onorevole Elena Lucchini, la giornalista scrittrice Mimma Caligaris  e il giornalista de La Gazzetta dello Sport Riccardo Crivelli. 
La rassegna di Varzi è una mostra che celebra il centenario di Fausto Coppi e sfocia nel 2020 del 60º anniversario della scomparsa del campionissimo. 

Il sindaco del Comune di Varzi, Giovanni Palli, ha voluto organizzare questo allestimento “In arte Coppi” esponendo una parte importante della produzione artistica del pittore spagnolo Miguel Soro che ha dedicato quasi 50 opere a Fausto Coppi “per sottolineare nel centenario di questo nostro mito il legame con Varzi, dove il Campionissimo vinse la sua prima corsa inaugurando così una carriera formidabile (7 maggio del 1939)”. “Per celebrare il Campionissimo - prosegue il presidente della Comunita’ Montana Giovanni Palli - non vogliamo solo parlare delle sue vittorie ma raccontare il valore di questo mito, che ha costruito il suo successo come campione e come uomo facendo fatica sulle nostre strade e facendo amare ancora oggi i nostri luoghi da sempre vocati al ciclismo e agli sport outdoor”. “Vogliamo che Coppi sia un esempio di coraggio e di umiltà che tanto può raccontare ancora ai nostri ragazzi se riusciremo ad emozionarli anche solo un quarto di quanto ha emozionato lui quando correva e passava in bicicletta sulle nostre strade ad allenarsi, proprio qui in queste valli”.

Per perseguire questo obiettivo, ovvero il coinvolgimento dei più giovani, il Comune di Varzi attraverso il suo assessore alla cultura Federica Lazzati e il Consiglio Comunale delle Ragazze e dei Ragazzi, appena fondato, ha deciso di organizzare un laboratorio con gli studenti delle scuole medie dell’istituto comprensivo P. Ferrari che si svolgerà il 14 gennaio 2020, a cui parteciperà il pittore Miguel Soro che realizzerà con i ragazzi un’opera live e vedrà la partecipazione dello scrittore Gino Cervi, autore di “Alfabeto Fausto Coppi” (Ediciclo editore) in un concerto molto speciale fra colori, immagini, ritagli di giornale e scrittura, perché la testimonianza del campionissimo possa davvero rimanere eterna attraverso le emozioni e la condivisione. 
Con le 10 opere di Miguel Soro sono in esposizione nella magnifica sala consiliare della malaspiniana sede comunale anche due pezzi da novanta come la bicicletta del garzone Coppi, proveniente dalla Collezione Chiapuzzo e prestata dal museo Acdb di Alessandria, e la maglia di campione del mondo di Fausto Coppi, conquistata a Lugano nel 1953, proveniente dal museo del ciclismo Madonna del Ghisallo di Magreglio insieme alla Bianchi 1947 del gregario di Fausto Coppi Bruno Pasquini (collezione Trevisan).

“Si sta chiudendo in questi giorni anche il centenario di Gianni Brera e questa mostra potrebbe avere come sottotitolo “ I Campionissimi “. Nati nello stesso anno, divisi da appena una settimana, sono stati il più grande sportivo e il più grande giornalista italiani di sempre, legati da un filo che passa tra le brume delle campagna tra il Tortonese e il Pavese fino a sublimarsi in vittorie leggendarie del ciclista e in racconti immortali del narratore” ha detto fra l’altro Riccardo Crivelli firma della Gazzetta dello Sport che fu diretta da Brera dopo il tour de France del 1949 fatto fa inviato. Praticamente Coppi con le sue imprese al Tour regalò al giornalista  la direzione della Rosea...

La mostra “in arte Coppi” inaugurata il 28 dicembre 2019 durerà fino al 2 febbraio 2020. Spazio sala consiliare Comune di Varzi. Ingresso gratuito. Orari venerdì s domenica 10/12, il sabato 10/12  16/18.

INVIATE I VOSTRI COMUNICATI LE VOSTRE NEWS INERENTI ALL'OLTREPÒ A "IL PERIODICO NEWS" , ALL'INDIRIZZO MAIL : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

Fondi europei, recupero aree dismesse e lavoro in Alto Oltrepò. Il consigliere provinciale Paolo Gramigna e il neo segretario del circolo  PD di Varzi, Luca Rossi, si confrontano su questi temi.

Rossi pensa si possano offrire opportunità concrete al territorio? Quali saranno i passi successivi da intraprendere?

«Bisognerà conoscere le opportunità che le istituzioni possono mettere in campo, anche in relazione alla prossima programmazione europea 2021 – 2027 ed agli esempi di buone pratiche applicati altrove. Politicamente, però, l’obiettivo dovrà essere posto a medio/lungo termine e sarà quello di contribuire ad un cambio di approccio culturale teso alla ricerca di opportunità attraverso la conoscenza e la competenza, non più attraverso l’affidarsi al potente di turno.»

Gramigna, nel FESR (Fondo Europeo Sviluppo Regionale) per il 2021-2027 è previsto l’Italia un consistente aumento di risorse: risorse per circa 43,5 miliardi di euro, con un incremento pari al 29%. Un’occasione imperdibile per aree come l’Oltrepò. Tuttavia, è previsto il ripristino della regola “n+2” in sostituzione della regola “n+3”. Mi spiego: la Commissione provvederà al disimpegno di una parte degli stanziamenti se questa non sarà stata utilizzata o se al termine del secondo anno non saranno state inoltrate le domande di pagamento. Il nostro sistema territoriale riuscirà a darsi dei tempi e a rispettarli?

«Il prossimo bilancio Europeo presentato dalla Commissione Europea, al parlamento europeo ed al Consiglio d’Europa nello scorso mese di luglio, prevede un incremento di spesa soprattutto per investimenti, compresa la dotazione sui fondi strutturali sia indiretti (soprattutto FESR e FSE) che diretti. Un buon motivo per sostenere politicamente l’UE e non additarla pretestuosamente come causa di ogni male. Per tornare al tema della domanda, in Oltrepò Pavese sono individuati due ambiti territoriali entro i quali possono essere finanziati progetti di sviluppo attraverso fondi indiretti UE. Uno è l’area Leader (tutti i comuni a sud della via Emilia, tranne Broni e Voghera) e l’altro è l’area dell’Appennino montano costituita dai comuni del Sistema Nazionale Aree interne. Nella scorsa programmazione Regione Lombardia ha voluto fare una scelta a mio avviso limitante, riservando per l’area Leader la possibilità di finanziare progetti solo attraverso il Piano di sviluppo rurale (PSR) e per le aree interne solo attraverso FESR e FSE. Tutto ciò sta comportando una obiettiva difficoltà per raggiungere adeguate performance di spesa. Altro grosso problema è quello della quota di cofinanziamento richiesto per le aziende private, nonché per gli Enti pubblici la spesa dell’IVA a proprio carico. Tutti elementi che andranno corretti nella prossima programmazione per rispettare le performance di spesa dettate dalla UE.»

Nel campo dei diritti sociali, grande importanza sarà data agli investimenti in grado di migliorare l’accesso al mercato del lavoro (in particolare per donne e giovani) e che aumentino la qualità del sistema di istruzione e formazione. Partendo da un bilancio di quanto già realizzato, quali possono essere le linee di intervento ulteriori?

«Anche in questo caso i fondi Europei, in particolare l’FSE, vengono in aiuto. Occorre lavorare con le scuole primarie del nostro territorio e puntare a progetti per favorire l’inclusione scolastica e combattere la dispersione. Parallelamente gli istituti scolastici secondari in collaborazione con gli Enti di formazione, sull’esempio di quanto fatto all’IPSIA di Varzi, potrebbero ospitare corsi di formazione abilitanti, come gli IFTS, completamente gratuiti poiché finanziati dai fondi europei.»

Parlando di aree industriali dismesse, ovviamente un pensiero va subito alla ex-Zincor e alla sua bonifica. Dopo il duro lavoro svolto su questo tema negli anni passati, quale visione si può avere per quest’area nel futuro?

«Arrivare a completare la bonifica di quell’area ed allontanare un potenziale pericolo è già stato un grande successo cui mi onoro di aver contribuito da assessore provinciale prima e da consigliere provinciale poi. Ora l’area va portata all’attenzione di imprenditori che potrebbero godere di importanti finanziamenti pubblici per stabilire nell’area la propria attività, nonché di una connessione informatica a banda larga, in fase di realizzazione dalla società Open-fiber con finanziamento del MISE. Certamente non potranno più essere riproposte realtà produttive impattanti o inquinanti. Occorre analizzare le buone pratiche di rigenerazione di aree dismesse per trarre le proporre idee.»

Un’area già bonificata da tempo è, invece, quella dell’ex fornace Martinelli di Valverde; un complesso del quale l’amministrazione Andrini, con coraggio, già anni or sono aveva acquisito il possesso e la piena disponibilità. Finora i vari progetti ipotizzati per il pieno recupero dell’area (polo artigianale, parco energetico) non si sono concretizzati anche a causa dell’atavica mancanza di finanziamenti. Possono esserci novità con la nuova programmazione comunitaria?

«Quella della acquisizione dal fallimento della proprietà da parte del Comune è stata una scelta vincente per potere accedere a finanziamenti pubblici per la bonifica e per evitare il pericolo che lì si realizzasse negli anni ‘90 un inceneritore di rifiuti speciali. L’area si presta particolarmente all’insediamento di attività produttive in quanto adeguatamente infrastrutturata per quanto riguarda la linea elettrica. Credo che nella prossima programmazione comunitaria non possa essere trascurato il tema del finanziamento di progetti privati o pubblici per il recupero anche di questa aree dismessa.»

Rossi dopo aver parlato di progetti, chiuderei con una nota sulla politica varzese. Nei primi mesi di amministrazione, il sindaco Palli si è fatto notare per un certo attivismo. Come ne giudicate, fin qui, i risultati?

«Palli non solo è diventato sindaco, ma anche presidente della Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese. Ha avuto naturalmente molta visibilità mediatica in questi primi mesi di mandato anche perché per la prima volta Varzi e la Comunità Montana hanno un sindaco e presidente leghista. Rispetto a qualche mese fa, quando sono stato candidato consigliere comunale a Varzi avversario della lista Palli, ora il ruolo mi permette un giudizio politico, non amministrativo che compete ai consiglieri comunali civici di opposizione. Mi pare che risultati strategici non ce ne siano ancora stati. Ciò che è stato fatto, sostenuto dalla giunta della Comunità Montana, è proseguire il percorso dell’attuazione dei progetti aree interne, già in precedenza definiti, che si erano interrotti nel periodo preelettorale per quanto riguarda la loro fase attuativa. Auspichiamo che Varzi e la Comunità Montana non prescindano da un ruolo attivo nell’ambito della prossima programmazione comunitaria, per non precludere possibilità soprattutto ai giovani che qui vogliono vivere e lavorare. Come forza politica non mancheremo di spronare le istituzioni locali a questo ruolo, sempre in uno spirito di collaborazione per la ricerca del bene comune.»

di Pier Luigi Feltri

Il bando Agriseed pubblicato dalla Comunità montana rilancia il dibattito intorno al futuro del Salame di Varzi Dop. L’Ente, insieme a Fondazione Cariplo, mette a disposizione 230mila euro  totali da destinare a chi intende aprire un nuovo allevamento di maiali semi liberi o convertirne uno esistente allo scopo di produrre salame “cucito” Dop. La condizione è che i suini siano autoctoni, pesino almeno 220 chili e vivano un minimo di 13 mesi. Una volta pronti, per la lavorazione dovranno essere affidati a una delle imprese appartenenti al Consorzio Tutela. Come si legge nel bando stesso, lo scopo è «il consolidamento di una filiera a km0, ovvero interamente sviluppata sul territorio della Comunità montana dell’Oltrepò Pavese, per la valorizzazione del prodotto più pregiato».

Che il cucito rappresenti il fiore all’occhiello della gastronomia locale non si discute, anche se rappresenta solo una minima percentuale della produzione complessiva (a farla da padroni sono filzetta e salametto). Quale sia lo stato di salute generale del prodotto principe della Valle Staffora lo rivelano i dati del Consorzio: «Da gennaio a settembre di quest’anno – dice il presidente Fabio Bergonzi – sono stati prodotti 416.757 kg di pasta di maiale certificata da organismo di controllo, con cui si sono realizzati 444.894 salami contro i 390.808 del 2018, con un incremento della produzione del 14%».

Per produrli ci sono voluti - a spanne - circa 8mila maiali, dei quali quelli allevati in loco sono un numero compreso tra i 300 e i 500. Fatti i conti della serva, se si pensa che il “vicino” più prestigioso, il salame di Felino, nel 2017 vantava una produzione che partiva dalla lavorazione di oltre 5 milioni di chili di carne,  si capisce facilmente come i numeri del nostro Consorzio siano significativi a livello locale, ma assomigliano tutt’al più a quelli di una discreta produzione artigianale. Che è poi quella che il bando Agriseed mira a sostenere: il “cucito” è un prodotto di norcineria raffinato che non ha pari se realizzato a regola d’arte. A livello economico, poi, è quello che attualmente può fornire i margini di guadagno più alti dato che un buon cucito si può (e si dovrebbe) piazzare anche a 34-35€ al chilo.

La domanda è se per favorire la crescita di questo prodotto il finanziamento di attività di allevamento a km0 sia la strada giusta.  Diversi allevatori concordano sul fatto che la provenienza del maiale stesso, per altro già ristretta dal disciplinare alle regioni di Lombardia, Emilia e Piemonte, non sia di per sé determinante ai fini qualitativi. A fare la differenza sono il peso della bestia (240-250 kg), la sua alimentazione e il modo in cui viene cresciuto. Che respiri anche l’aria delle colline oltrepadane è superfluo. Colline che, va detto, non hanno né la tradizione né la vocazione per l’allevamento. «Non ci sono neppure gli spazi che servirebbero per metterne su uno che possa produrre un reale guadagno» dice un allevatore della zona che preferisce rimanere anonimo. «Inoltre, con i pochi soldi che mette a disposizione quel bando, nessuno riuscirebbe a costruire nulla partendo da zero, servono ben altre risorse». Dei 230mila euro complessivi infatti ne vengono assegnati un massimo di 25mila per soggetto a fronte di un investimento minimo garantito di 15mila. «Con questi numeri non si fa business, si rischia anzi di lavorare in perdita» dice sempre lo stesso allevatore. Avere tanti maiali (quelli che servirebbero appunto a far business) richiederebbe poi nutrirli, gestire una catena che va dal rifornimento di cibo alla pulizia dei liquami, con tutta una serie di operazioni che avrebbero tra l’altro una componente impattante sul paesaggio e l’ambiente. Dall’altra parte è innegabile che il bio oggi tiri e le filiere a km0 rappresentino un punto di forza per molti territori con vocazioni agricole.

Il salame di Varzi deve decidere cosa vuole fare da grande. Se, come dicono spesso i politici, deve diventare un traino per il rilancio (si presuppone economico) del territorio, il “ragazzo” non ha la statura per diventare cestista e la strada si fa lunga e irta come le colline d’Oltrepò. Se invece il suo dna è quello di un’eccellenza artigianale, una piccola produzione di nicchia ad altissimo livello che però non ha l’ambizione di cambiare le sorti economiche di chicchessia, la strada imboccata potrebbe anche essere quella giusta. Non è detto che una sia meglio dell’altra e per vedere risultati occorreranno anni in entrambi i casi. Tutto sta nel chiarirsi subito le idee e smetterla di procedere a tentoni seguendo la logica del “piutòst che nient l’è mei piutòst”. Occorre avere una visione e fare una scelta per poi perseguirla e incoraggiarla (leggi finanziarla) nel migliore dei modi.

In soldoni: i contributi che la comunità montana elargisce attraverso Agriseed sono utili? Certamente sì. Saranno decisivi per cambiare il destino commerciale del salame di Varzi dop? Quasi sicuramente no. Se è vero, come ricorda il presidente del Consorzio che è partner dell’iniziativa Bergonzi, che «da qualche parte bisogna pur cominciare» e fa bene ad essere contento della nuova opportunità data agli allevatori locali, occorre anche riflettere attentamente sulle strade da percorrere e le filosofie da abbracciare. Giorgio Perdoni, presidente della Confraternita Pegaso che ha fatto del tramandare il salame «di una volta» una mission, sottolinea che «non è importante dove si allevano i maiali, è importante che di salame se ne faccia tanto e buono». L’Oltrepò non ha la capacità di fare grandi numeri, ma di sicuro, se vuole, sa sfornare ottimi salami. I migliori. Ci si interroghi su come motivare tutti i produttori a consorziarsi e a mantenere la qualità del prodotto ben al di sopra degli standard. Anche quelli del disciplinare stesso che, come ricorda Perdoni, «impone di non  superare certi limiti verso il basso, ma non impedisce a nessuno di alzare l’asticella».

di Christian Draghi

Si é riunito nei giorni scorsi presso la sede della Comunità Montana il Tavolo coordinato  dalla stessa Comunità Montana che  riunisce le associazioni ambientaliste , le associazioni di categoria ed i moto club della zona . Il Tavolo si pone l'obbiettivo condiviso di varare un regolamento locale per le attività fuoristrada , ad iniziare - visto il peso del fenomeno - dalla pratica dell'enduro . La condivisione emersa al Tavolo  dell'obiettivo del regolamento locale partendo dalla Legge Regionale vigente rende possibile un percorso che altrove in Lombardia si è bloccato per mancanza di dialogo fra le parti . Il tavolo ora lavorerà nell'esame di alcuni regolamenti in vigore nelle aree montane delle Regioni limitrofe e per l'individuazione di percorsi dedicati all'enduro onde rendere sicura la fruizione ad agricoltori e camminatori la rete sentieristica , su cui giova ricordare gli importanti interventi degli ultimi anni con notevoli fondi pubblici

INVIATE I VOSTRI COMUNICATI LE VOSTRE NEWS INERENTI ALL'OLTREPÒ A "IL PERIODICO NEWS" , ALL'INDIRIZZO MAIL : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

  1. Primo piano
  2. Popolari