Lunedì, 20 Gennaio 2020

Nella sede del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese c’è davvero aria nuova, com’era stato annunciato più di un anno fa. Tra tavoli di discussione eterna, giri d’Italia con la maglia nera, armonie disarmoniche e trasferte a Merano per essere re per una notte… resta la dura realtà. Mentre il neo direttore, Carlo Veronese, va per cantine come la povera Greta a parlare di futuro e democrazia, all’atto pratico governano sempre altre (il)logiche.

La colonna sonora è di Nino Rota, la sceneggiatura è a metà tra quella del Padrino e quella dei Simpson. Fuori dalla finestra degli uffici consortili c’è il Centro Riccagioia, ancora in attesa di uno scopo, e poco più in là ci sono i discount in cui si svende persino il Metodo Classico DOCG a base di nobile Pinot nero, senza che nessuno batta ciglio.

Il mese scorso, per alleggerire il clima e ritrovarsi per la foto di gruppo, hanno consegnato all’Enoteca Regionale di Broni, dove la Regione c’è ma non si vede, il premio territoriale ai benemeriti dell’Oltrepò Pavese, ribattezzato premio Giorgi Vini, perché Fabiano Giorgi era lo sponsor e ha dato il nome pure al premio territoriale che altrove sarebbe stato patrocinato da un’istituzione. Il Consorzio, per non disturbare, ha messo nella giuria del premio di un’azienda privata il suo direttore. In Consorzio e in Oltrepò è proprio cambiato tutto, anche se accorgersene è difficile se oltre alle parole si ha la pretesa d’individuare fatti. Non sono certamente cambiati - questo è sicuro - i disciplinari di produzione, rimasti quelli con le maxi rese stellari della Prima Repubblica della cisterna, nonostante ne fossero stati approvati di nuovi nel 2018 e nonostante in collina 200 quintali per ettaro non li fa nemmeno il genio della lampada di Aladino se strofini tanto.

L’ha appurato anche la magistratura, nell’ambito dell’inchiesta sul falso Pinot grigio Igt. All’epoca Coldiretti voleva fermare il vino di carta. Ora però ci si può fidare… passata l’inchiesta gabbato lo santo: dunque meglio non porre un tetto a ciò che un vigneto può produrre in media, in fondo Madre Natura può anche concedere ai puffi blu miracolosi raccolti.

Finalmente, però, la stampa nazionale parla dell’Oltrepò per altri motivi. L’11 novembre infatti la testata di settore WineMag, pubblica questo titolo:

«Oltrepò pavese shock: ricatti alle cantine per non perdere l’Erga Omnes». Il pezzo, firmato dal direttore Davide Bortone, si apre così: «O rientri in Consorzio, o compro uve e sfuso da qualcun altro».

Quando nel piatto dell’Oltrepò pavese - scrive Bortone - ci sono gli euro dell’Erga Omnes, i ricatti sono serviti in tavola senza troppi giri di parole. Questo, infatti, l’aut aut col quale sono stati costretti a fare i conti i titolari di alcune aziende di trasformazione di uve. La notizia arriva alla redazione di WineMag.it sottovoce, da fonti che preferiscono rimanere anonime. Si tratta di cantine - si legge ancora su WineMag - il cui business è legato principalmente alla vendita di uve e vino sfuso.

I ricatti non sono stati denunciati alle autorità competenti, ma hanno comportato il rientro in Consorzio di alcune aziende minacciate».

L’erga omnes non è una pozione ma il meccanismo per cui si può chiedere anche ai non soci di sostenere in quota parte specifiche attività consortili. Con un tempismo bruciante, il 27 novembre, 16 giorni dopo il primo articolo, il Consorzio ha risposto tramite la stessa testata smentendo categoricamente ogni presunto ricatto. A certificare che il clima sia sereno e che i metodi sono assolutamente cambiati, come tutto il resto, ci ha pensato l’azionista di maggioranza del Consorzio, Andrea Giorgi, presidente di Terre d’Oltrepò e La Versa, che viene sovente definito dalla stampa amica «il numero uno di Terre d’Oltrepò» (linguaggio che neanche allo stadio con i capi ultras). Giorgi (Andrea) che ha abituato l’Oltrepò all’empatia, al dialogo, alla distensione e all’autorevolezza contrapposti all’autoritarismo del passato, a margine del Cda consortile del black friday ha sobriamente dichiarato:

«Troppo immobilismo su alcune questioni chiave e poca comunicazione interna». Il comunicato prosegue: «Il presidente di Terre d’Oltrepò, Andrea Giorgi, boccia senza giri di parole la gestione dell’ultimo anno del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese. Una presa di posizione che si basa su alcune situazioni che si sono venute a creare con la presidenza di Luigi Gatti che hanno portato Giorgi, per divergenze sull’operato, ad abbandonare l’ultimo consiglio di amministrazione». Nell’Oltrepò del vino si respira già aria di Natale. Tanti auguri.

di Cyrano de Bergerac

In un Oltrepò vinicolo sempre più frammentato e stazionario c’è una piccola realtà di produttori che procede spedita con idee chiare e precise. Si tratta del Club del Buttafuoco Storico, consorzio nato il 7 febbraio 1996 per volontà di undici giovani agricoltori. La Zona Storica di produzione del Buttafuoco è situata ne “lo Sperone di Stradella”, territorio composto dai comuni di Broni, Canneto Pavese, Castana, Cigognola, Montescano, Stradella e Pietra de’ Giorgi delimitato a Ovest dal torrente Scuropasso, a Est dal torrente Versa.

A nome di questa realtà abbiamo intervistato Armando Colombi. Milanese di nascita, dopo essersi trasferito in Oltrepò ha iniziato a collaborare con il Consorzio Tutela Vini in diversi eventi nazionali. Dal 2013 è direttore del Club del Buttafuoco Storico. In questi anni si è impegnato parecchio non solo per la promozione di questo vino, ma anche di tutto il territorio oltrepadano.

Colombi, ad oggi quante sono le aziende consorziate al Club del Buttafuoco Storico? Quante etichette e quante bottiglie producete?

«Attualmente sono iscritte al Club quindici aziende, con sedici vigne. Ci sono cinque aziende in stand-by che dovrebbero entrare a gennaio, con la nuova annata. Alcune di queste hanno la vigna che è ancora oggetto di verifica, perché per fare il Buttafuoco Storico il vigneto deve avere una determinata storicità e qualità. Altre invece stanno cercando vigne storiche da poter acquistare in modo da potersi consoziare. Per questo motivo due anni fa abbiamo fatto una campagna cartellonistica con il fine di chiedere di poter affittare o vendere i vigneti, evitando di lasciarli in abbandono. Riguardo la produzione posso dire che potenzialmente, con la vendemmia 2019, le aziende consorziate producono complessivamente 70.000 bottiglie».

Il vostro Consorzio specificatamente di cosa si occupa?

«Il Consorzio Club del Buttafuoco storico è un’unione privata di aziende che si occupa di diverse cose: principalmente della promozione e della valorizzazione del marchio privato” Buttafuoco Storico”. Promovendo questo vino si pubblicizza anche il suo territorio di provenienza. Stiamo investendo parecchio in comunicazione per valorizzare i sette comuni di produzione del Buttafuoco Storico.

Facciamo anche altre attività, come per esempio l’accoglienza del turista con il nostro punto vendita consortile, dove riceviamo gli appassionati spiegandogli il territorio, non solo quello di produzione del Buttafuoco, ma di tutta la Valversa e l’Oltrepò in generale.

Ci occupiamo inoltre di aiutare le nostre aziende facendo incontri con i buyer e partecipando ad incoming, per facilitare l’inserimento del Buttafuoco Storico nel canale estero. Abbiamo anche una linea di prodotti vinificata direttamente dal nostro Club nata appositamente per poter inserire questo prodotto nelle enoteche più prestigiose e nei ristoranti stellati, in modo da averlo empre nella loro carta dei vini».

Nel 2015 avvenne lo strappo di alcune aziende vostre consorziate con il Consorzio di Tutela Vini Oltrepò. Quest’anno invece il Club è entrato a farne parte ma è notizia dei giorni scorsi che il Consorzio di Tutela non è riuscito ad ottenere l’Erga Omnes sulla tipologia Buttafuoco DOC. Ci può spiegare meglio?

«Diciamo che sulla stampa è stata fatta un po’ di confusione a riguardo ed è giusto fare chiarezza. Con la nascita della tipologia Buttafuoco DOC, nel 2010, viene sconvolto il calcolo dei numeri per l’assegnazione della tutela e dell’Erga Omnes. Bisogna precisare che il Consorzio di Tutela non ha mai avuto l’Erga Omens sulla DOC Buttafuoco ma solo la tutela, che è una cosa differente. Questa è stata persa con la fuoriuscita di alcune aziende nel 2015 ed ora è a capo di Regione Lombardia, la quale a sua volta la demanda per gli aspetti tecnico-pratici a Valoritalia. Il Consorzio di Tutela Vini Oltrepò Pavese per riottenere la tutela deve avere un determinato numero di aziende iscritte. Ottenuto ciò cercherà di ottenere anche l’Erga Omnes, che è un controllo a 360° sulla denominazione, anche sulle aziende non socie.

La notizia arrivata è che il Consorzio di Tutela ha avuto la conferma dal Ministero di avere i numeri per un controllo totale su tutte le denominazioni, escluso il Casteggio DOC e il Buttafuoco DOC. Precisamente su quest’ultima non ha ne tutela ne Erga Omnes, per una questione tecnica, ma stiamo lavorando tutti coesi per far si che almeno la tutela rientri in capo al Consorzio per poter agevolare lo sviluppo di questa denominazione.

Il 2019 è stato anche l’anno del cambiamento per l’Oltrepò vinicolo, con la nomina dei un nuovo direttore vini. Quali sono le vostre aspettative?

«Ho conosciuto Carlo Veronese circa una decina di anni fa, quando lavoravo come brand ambassador del Consorzio tutela Vini Oltrepò Pavese e giravo l’Italia nelle varie manifestazioni. Ha fatto uno splendido lavoro come direttore del Lugana e sono sicuro che anche qui riuscirà a fare altrettanto. Noi, come Club abbiamo un’ottima stima verso di lui e abbiamo una grande aspettativa per il territorio. Certamente ci sarà da lavorare su tutte le denominazioni».

Ultimamente il Club è molto presente con eventi su Milano: vi abbiamo visti impegnati alla Wine Week. Com’è andata?

«Partecipiamo a tantissimi eventi, sia sul territorio che fuori. Alcuni più eclatanti, tipo la Milano Wine Week , o altri su scala nazionale, con grande riscontro sulla stampa. Siamo impegnati ogni settimana nella promozione dei nostri prodotti, con attenzione sia per il consumatore finale che verso gli influencer e gli operatori del settore. Su Milano abbiamo tantissimo riscontro, perché è un prodotto che piace. Ma soprattutto perché il Buttafuoco è il grande vino di Milano: un rosso fermo strutturato che, come diceva Carlo Porta, “butta fuoco in bocca” e si abbina ai piatti milanesi. Stiamo cercando di comunicare che il Buttafuoco è tornato, perché si era un po’ perso.

Questo perché negli anni passati i ristoratori lombardi che facevano più tendenza avevano spostato l’attenzione sui rossi toscani e piemontesi. Con l’abbinamento territoriale si torna però a parlare di Buttafuoco a Milano. Prossimamente saremo al Merano Wine Festival, ma abbiamo altri eventi e incontri in agenda».

Avete avviato anche qualche programma di promozione all’estero?

«Certo, abbiamo avviato una campagna degustazioni in Florida attraverso un importatore americano, ma lavoriamo con l’estero già da diverso tempo. Siamo già presenti in diversi stati europei, soprattutto in Danimarca, Germania e Paesi Bassi, Stati Uniti e Canada. In Asia invece vendiamo in Cina e stiamo provando in Giappone».

Il mese scorso Gerry Scotti ha annunciato di voler ampliare la propria gamma di vini con l’introduzione di una Bonarda e di un Buttafuoco. Si tratterà di quello storico?

«Gerry Scotti, quando si è avvicinato all’Oltrepò Pavese nel 2016, è rimasto affascinato dal Buttafuoco Storico. Già allora era stato imbastito un progetto, in collaborazione con l’azienda F.lli Giorgi, che è stato portato avanti in sordina finché un mese fa è stato proprio lui ad annunciarlo alla stampa. A breve seguiranno ulteriori comunicazioni da parte sua».

Quali sono i prossimi progetti di cui vi state occupando?

«Abbiamo progetti a breve, medio e lungo termine, già a Natale abbiamo fatto due giornate in piazza di Regione Lombardia. A febbraio ci sarà il ventiquattresimo compleanno del Club, sempre a Milano, in cui avremo alcuni ospiti dello spettacolo.

Stiamo portando avanti un progetto di valorizzazione del territorio, cercando di valorizzare i sette comuni di produzione con un’immagine omogenea. A lungo termine faremo molti più eventi rispetto gli anni precedenti».

di Manuele Riccardi

Il prezzo delle uve è un tema scottante ricorrente in Oltrepò Pavese. è un dato di fatto che negli ultimi 40 anni il potere di acquisto di un quintale di uva sia crollato drasticamente, causando uno stallo nello sviluppo del territorio. Lo si può notare da un semplice calcolo pratico. Prendiamo come riferimento un cingolato di piccole dimensioni:  un Fiat 355C nuovo negli anni ‘70 costava tra 2.500.000 e i 3.500.000 di Lire. Oggi lo si acquista usato ad un prezzo oscillante tra i 3.500 e i 5.000 euro in base alle condizioni. Tramutando il valore in uva, partendo da un massimo di 5.000.000 di lire e dividendolo per un prezzo medio al quintale di 35.000 lire del 1977, bastavano 140 quintali di Pinot Nero per poter acquistare un trattore di piccole dimensioni. Oggi un cingolato nuovo da 75Cv costa 35.000 euro (iva esclusa), con un prezzo medio di Pinot Nero di 59,00€ al quintale. Quindi servono all’incirca 600 quintali di Pinot Nero per poterne acquistare uno. Angelino Mazzocchi, è un agronomo di Cigognola che per diversi anni è stato il tecnico del Centro Assistenza Valle Scuropasso. Ci ha fornito i dati di uno studio effettuato nel 2011 (e aggiornato con le ultime annate) con prezzi medi delle uve Pinot Nero, Riesling e Croatina dal 1973 al 2017, deflazionati.

Mazzocchi, in queste tabelle possiamo vedere i prezzi delle uve Pinot Nero, Riesling Italico e Bonarda, dal 1973 al 2017. Per quale motivo è stato effettuato questo studio?

«Questo studio venne presentato a Canneto Pavese nel giugno 2011, durante un convegno riguardante i costi di produzione nel campo vitivinicolo. I dati erano aggiornati alla vendemmia 2010 e riguardanti esclusivamente il Pinot Nero».

Chi se ne è occupato?

«I dati erano stati raccolti dal Centro Assistenza Valle Scuropasso  insieme al Prof. Gabriele Canali, docente di Economia Agroalimentare all’Università Cattolica di Piacenza».

Dalle tabelle e dai grafici che ci ha fornito possiamo invece vedere tre tipologie di uve: Pinot Nero, Riesling e Croatina (Bonarda DOC).

«Lo studio originariamente prevedeva i prezzi del Pinot Nero DOC fino al 2010, ma poi è stato aggiunto anche il Riesling DOC. Abbiamo aggiunto anche i prezzi riguardanti il Bonarda, grazie ad una ricerca effettuata da mio figlio per una tesi universitaria, elaborando i dati ISMEA. Bisogna però segnalare che i prezzi della tipologia Bonarda, almeno per i primi anni, riguardano una fascia di selezione alta perché la qualità più comune aveva prezzi un po’ più bassi. Certamente sono dati utili per valutare le oscillazioni di mercato. Invece per il Pinot Nero e il Riesling c’era un valore unico varietale».

Vedendo il grafico si nota un elevato picco per tutte e tre le tipologie nel 1979. Si ricorda più precisamente la motivazione di tale innalzamento?

«Si può subito notare che  in sei  anni dal 1973, prima annata presa in considerazione per lo studio, al 1979 i prezzi delle uve Pinot Nero e Riesling si sono quadruplicati, passando da 12.000-15.000 lire al quintale a 54.000 e 80.000 lire. Oggi, deflazionati,  corrisponderebbero a 169,00 e 221,00 euro al quintale. In questi sette anni c’era una richiesta di mercato fortissima che ha portato a questo forte aumento dei prezzi, con picchi tra il 1977 e 1979. Questa spinta era stata data dalle ditte piemontesi che venivano a ritirare il Pinot Nero per produrre metodo classico e Riesling per il metodo Charmat. Negli ultimi anni ci sono state comunque annate particolari in cui le nostre uve erano fortemente richieste. Un esempio recente riguarda l’annata 2017, in cui molte zone vinicole hanno subito grandinate e gelicidi. Anche da noi la produzione era calata del 30-40% ma le nostre uve erano richieste da vinificatori di altre zone per colmare le loro perdite. Eppure non ci sono stati picchi come nel 1977-1979».

Come mai in Oltrepò non funziona la banale “Legge della domanda e dell’offerta”?

«Si può dire che il triennio 1977-1979 è stato un caso più unico che raro, in cui questa legge di mercato ha realmente funzionato come dovrebbe sempre essere. La curva del grafico parla chiaro: ci sono stati sì altri picchi, certamente minori, ma i prezzi anche in caso di siccità o calamità naturali non sono mai aumentati nel modo corretto».

Come mai dal 1979-80 è iniziato il costante crollo dei prezzi? C’è stato qualche fattore scatenante particolare?

«La motivazione è semplice: dal 1980 la Gancia ha smesso di acquistare uve in Oltrepò perché i prezzi delle uve stavano aumentando troppo per i loro piani improntati principalmente sulla quantità. Iniziarono quindi il progetto “Pinot di Pinot” acquistando uve in altre zone meno vocate a prezzi decisamente inferiori».

Però negli anni ’80 lo spumante metodo classico dell’Oltrepò Pavese si vendeva bene e a prezzi non certamente bassi…

«Sì, certo. Lo spumante vinificato qui da noi si riusciva a vendere a buoni prezzi, ma di certo non si è seguito quel trend. Infatti il prezzo medio delle uve è rimasto inferiore ma più stabile per alcuni anni. Negli anni 2000 si denota un appiattimento dei prezzi di tutte e tre le tipologie».

Come mai?

«Qui ci sono varie motivazioni. C’è da prendere in considerazione anche l’introduzione dell’Euro, che ha un po’ scosso le conversioni dei prezzi e destabilizzato il mercato. Il potere d’acquisto legato al prezzo delle uve si è ridotto drasticamente dal 1979 ad oggi. Negli anni ’70, con 80.000 lire si pagavano circa tre giornate di lavoro in campagna: con i prezzi di un quintale di Pinot dei giorni nostri, a volte non si riesce a pagarne una. Questi sono conti alla portata di tutti. Lo sviluppo delle aziende si è così bloccato. A differenza degli anni’70 le aziende di oggi acquistano poche attrezzature nuove, non perché non ne hanno bisogno, ma perché non hanno la liquidità per permetterselo. Chi lo ha fatto recentemente si è avvalso di contributi europei, che sono stati essenziali per poter sviluppare un’azienda e permetterle il  rinnovamento tecnologico. Ora però non tutti lo fanno ancora, perché prima erano contributi in conto capitale e ora contributi in conto interessi. Quindi non ci sono più i vantaggi degli anni 2000».

L’ultimo prezzo massimo di Pinot Nero si è registrato nel 2003. Cosa accadde?

«Il 2003 segna la prima annata in cui Berlucchi ha acquistato uve Pinot Nero da spumantizzare presso un’azienda da lui affittata in Oltrepò. I prezzi del Pinot Nero da noi rilevati riguardano però le uve raccolte normalmente, non in cassetta. Ma questo ha influito comunque sui prezzi medi del Pinot. Il Pinot veniva raccolto in cassette di legno e portato in Piemonte fino al 1967. Dall’annata successiva si è solo raccolto normalmente. C’è stata poi qualche annata particolare richiesta in cassetta da Riccadonna, ma si tratta di pochi casi. Nelle annate successive ci sono stata aziende che pigiavano le loro uve in cassetta, ma il mercato era praticamente nulla. è stato Berlucchi a reinserire questo tipo di raccolta in grande scala sul mercato delle uve».

Dal 2010 possiamo notare un appiattimento delle tre tipologie, su prezzi che corrispondono ai minimi storici. Il 2010 è stato anche la prima annata a non essere pagata dalla storica Cantina La Versa, evento che ha destabilizzato il mercato delle uve in tutto questo decennio. Si tratta di una semplice casualità o i due fattori possono considerarsi “causa ed effetto”?

«Potrebbe anche essere, ma non è detto che i due eventi siano strettamente collegati. Senz’altro è una concausa. Un’altra causa importante riguarda un altro fattore, un po’ difficile da rilevare, ma che certamente ha influito: nel 2008 c’è stata la fusione tra la “Cantina di Casteggio” e l’”Intercomunale di Broni”, che ha creato “Terre d’Oltrepò”. In quell’anno il Pinot Nero valeva ancora 80,00€ al quintale, l’anno successivo 69,00€: questo è stato l’effetto della fusione. Broni pagava prezzi superiori rispetto a Casteggio, ma si è ritrovata a dover ritirare una quantità di uve maggiori che faceva fatica a collocare ad un prezzo importante, dovendo abbassare i prezzi d’acquisto ai soci. Ci terrei però a precisare che a mio parere il primo motivo di questi prezzi bassi sta nel fatto che questa zona non ha più avuto un ruolo importante a livello promozionale».

Come mai secondo lei non si è fatto nulla per arginare questa caduta libera dei prezzi?

«Negli anni ’80 si è cercato di creare un marchio nazionale per gli spumanti italiani, come avviene in Francia e in Spagna. Questo non si è mai realizzato perché non è stato possibile trovare un accordo. All’epoca noi lavoravamo con Cinzano e le iniziative per questo marchio nazionale arrivavano proprio dai piemontesi. L’accordo non si è mai raggiunto perché non c’era una visione d’intenti comune su quali zone geografiche inserire in questa “denominazione”. In quel periodo la Cinzano aveva iniziato ad acquistare Pinot Nero in Veneto, a prezzi più bassi per fare spumanti di valore inferiore, non metodo classico. Nella denominazione si voleva far rientrare anche il Veneto, ma loro erano contrari. Partì così il progetto “Alta Langa – Tradizione Spumante” a cui volevano aggregare l’Oltrepò Pavese. Qui non si ritenne giusto aderire a causa di perplessità sul disciplinare agronomico e alla contrarietà di “La Versa”, che aveva forte potere decisionale, in quanto aveva un proprio marchio forte sul mercato. Da qui ognuno è andato per proprio conto ed è iniziata l’ascesa del Franciacorta con l’arretramento dell’Oltrepò Pavese. Era si stato creato il marchio “Talento”, ma non è mai stato sviluppato e utilizzato a fondo».

Concludendo secondo Lei per aumentare i prezzi, o per lo meno arginarne la caduta, cosa si potrebbe fare? Bisognerebbe migliorare la promozione degli spumanti attraverso un marchio unico oppure sarebbe più opportuno agire sui disciplinari?

«Sicuramente bisognerebbe agire su entrambe le problematiche, ma se non c’è un’azione commerciale comune è anche inutile intervenire sui disciplinari. Sono già stati fatti parecchi tentativi negli anni scorsi che però non hanno ricevuto il giusto seguito. Un esempio su tutti è il Cruasè DOCG nato una decina di anni fa: un bel progetto su cui alla fine nessuno ha investito realmente. Un prodotto non si vende da solo, ma con la giusta spinta commerciale e promozionale».

di Manuele Riccardi

"La Regione Lombardia ha scelto di tornare a produrre il proprio vino o meglio i propri vini. Dove? A Riccagioia, quartier generale del Consorzio. Da quest’anno, nell’ambito del progetto ‘Oltrericcagioia’, un enologo trentenne, Stefano Torre, ha prodotto, utilizzando i vigneti idi Torrazza Coste, in Oltrepò, nella tenuta Riccagioia, di proprietà della Regione, uno ‘Spumante metodo classico’, uno ‘Spumante metodo Martinotti’ da uve di Pinot Nero, un ‘Bianco fermo’, un ‘Rosso Olterpo’, un ‘Pinot nero vinificato in rosso’ e un ‘Passito’.

Un’azione effettuata sotto la regia di ERSAF (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste) che ha proposto l’applicazione di un modello di economia circolare e sostenibile. Le operazioni di vendemmia e di vinificazione sono state infatti compiute nella cantina della tenuta vitivinicola oltrepadana.

Non solo, l’enologo che le ha selezionate, ha completato i suoi studi universitari proprio a Riccagioia quando nell’azienda erano attivi i corsi di laurea in ‘Viticoltura e Enologia’ dell’università degli Studi di Milano. Un modello che ha dato risultati eccellenti visto che esperti del settore che hanno degustato, in anteprima, il prodotto lo hanno definito “di ottime qualità sensoriali e altamente rappresentativo delle varietà autoctone della zona”.

Per questa sua qualità che la Regione ha scelto questi vini come biglietto da visita e come strumenti promozionali anche per le imminenti festività Natalizie. ERSAF, da parte sua, lo ha eletto come prodotto ‘self made’ come spiega l’assessore all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi Verdi Fabio Rolfi: “Crediamo molto nel vino come prodotto d’eccellenza della distintività dell’agricoltura lombarda e nell’Oltrepò come straordinario territorio da valorizzare. Ho provato in anteprima i prodotti e la qualità è ottima. Applicare il logo della Regione sulle etichette e utilizzare queste bottiglie come omaggi istituzionali testimonia quanto il progetto dei vini prodotti a Riccagioia sia credibile e quanto il nostro impegno in Oltrepò sia concreto”..

Particolarmente interessante, in questa riavviata produzione, sono il ‘Bianco fermo’, chiamato ‘Gioiello’, in cui sono presenti 15 tipologie di uva a bacca bianca del pavese e il ‘Passito’ proveniente da uve selezionate in vigna e fatte appassire su graticci in serra all’interno dell’azienda. Dal 2021, poi, sarà possibile gustare lo Spumante metodo Classico. I prodotti non saranno in vendita."

INVIATE I VOSTRI COMUNICATI LE VOSTRE NEWS INERENTI ALL'OLTREPÒ A "IL PERIODICO NEWS" , ALL'INDIRIZZO MAIL : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

Il Duca Denari, patron della vera La Versa e del Consorzio di Tutela della Prima Repubblica, insieme con Angelo Ballabio e Pietro Riccadonna, indimenticati enologi impegnati in un Oltrepò brillante e qualitativo si staranno, certo, rigirando nella tomba. Il nuovo che avanza, mi hanno raccontato a un tavolo dell’Osteria del Giuse di Stradella, sta infatti asfaltando la qualità percepita del Metodo Classico locale, proponendolo in promozione al discount a 4.59 euro la bottiglia a un mese da Natale, momento magico per le vendite nel segmento della spumantistica. Tutta da ridere anche la scheda del prodotto sul sito della catena nazionale di discount, nella quale si legge letteralmente:

«Quando si parla di spumanti italiani di solito alla mente sovviene la Franciacorta. In Lombardia, però, c’è un’altra area meritevole di essere menzionata: l’Oltrepò Pavese. Qui - si legge sul sito - si producono spumanti metodo classico a base Pinot Nero che non temono competizione alcuna né dalle produzioni del Franciacorta né dalle più famose etichette di Champagne». Per chi legge vale a dire che tanta qualità e vocazione meritano la mirabolante spesa di 4.59 euro a bottiglia, in promozione volantino però, mentre quando il prezzo è intero si parla di 5.49 euro. Pazzesco. Negli anni in cui i produttori di filiera (veri) cercano di fare immagine, lo “champagne” locale (definizione errata ma che rende l’idea) finisce a scaffale e sui volantini al prezzo di un Metodo Martinotti da battaglia, un prodotto come ne esistono a centinaia.

Tutto questo non succede ad opera di qualche imbottigliatore ma per mano della prima cantina cooperativa del territorio, Terre d’Oltrepò, realtà che ha in mano il mercato e che vinifica la metà delle uve della quarta zona di produzione d’Italia e la prima di Lombardia (a volumi). La logica della damigiana è trasferita alla bottiglia con tappo a fungo, non con un Metodo Classico qualunque ma con una “private label” DOCG Oltrepò Pavese (Denominazione d’Origine Controllata e Garantita), il vertice assoluto secondo la legge italiana sulle denominazioni.

Si dice che nessuno possa far niente per evitarlo, colpa del mercato brutto e cattivo, come se il mercato lo si dovesse sempre subire trasformando in carne da macello ogni denominazione, indistintamente, per vuotare le cantine alla svelta senza badare troppo al fatto che un nome di denominazione appartenga a tutti coloro che lo rivendicano. Dall’altra parte vi sono poi coloro che puntano il dito sulle piccole e medie aziende che hanno preferito uscire dalla denominazione e che i loro metodi classici li imbottigliano come VSQ (vino spumante di qualità) senza riportare il nome territoriale, spiegando che ciò crea disvalore e non valorizza. Provate a dar loro torto di fronte allo scaffale del discount, magari aggiungendo che nulla si può… Ma per capire meglio, mi sono fatto spiegare da chi negli anni dal 2005 al 2007 prese parte ai lavori per portare il Metodo Classico Oltrepò Pavese dalla DOC alla DOCG, un fatto di prestigio indiscusso per una zona di produzione intelligente.

Mi hanno raccontato che all’epoca a dirigere il Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, presieduto da Vittorio Ruffinazzi, era Carlo Alberto Panont, fuoriclasse dei direttori di consorzio, con entrature politico-istituzionali altissime. Tutto il lavoro venne svolto con metodo, nella certezza che il territorio in cui è nato il Metodo Classico italiano nel 1865 (primato conteso con Canelli) meritasse di veder sganciate le proprie bollicine dall’unico disciplinare-madre (come l’astronave-madre dei Visitors) che schiacciava la produzione in termini di qualità percepita di una referenza che doveva diventare simbolo. Panont, che aveva precedentemente avuto esperienze in Franciacorta e Valtellina, riteneva che l’Oltrepò avesse in 2.800 ettari di Pinot nero la forza di fuoco che altrove mancava per elevare le bollicine italiane (in zona Franciacorta e Trentodoc si lavorava di più con lo Chardonnay). Il lavoro per arrivare all’ottenimento della DOCG dalla vendemmia 2007 fu tantissimo. Nacque poi il nome consortile Cruasé, per valorizzare parallelamente la pura espressione rosa del Pinot nero Metodo Classico delle colline oltrepadane. Entrambe le Ferrari sono però rimaste in garage con le gomme a terra.

Anche il Cruasé - mi ha raccontato uno dei fautori del progetto abortito - fu infatti intaccato sul nascere da svendite in grande distribuzione (sebbene non a 4.59 euro a bottiglia) e molti blasonati produttori presero subito le distanze da “colleghi” che non avevano capito che un nome di marchio meritava di essere difeso e valorizzato da tutti, anche in termini di posizionamento di prezzo. Panont si voltò e si trovò condottiero di nessun esercito e migrò verso altri lidi: dopo aver diretto Ascovilo (associazione dei consorzi di Lombardia), contribuito ad avviare con dedizione l’Enoteca Regionale della Lombardia di Broni, condividendo un lungo lavoro con l’attuale presidente ed ex sindaco Luigi Paroni, fu chiamato a dirigere il Centro Riccagioia: il suo sogno era farne la San Michele all’Adige dell’Oltrepò Pavese, centro studi e ricerca. Sogno infranto anche questo, per l’incapacità del territorio di fare rete e della politica, miope, di dare continuità concreta a dichiarazioni d’intenti. Sono rimaste le dichiarazioni, che si susseguono incessanti sui giornali locali, mentre Panont è migrato altrove e oggi dedica la sua professionalità ad altre zone vitivinicole italiane più mature, responsabili e consapevoli. Oggi l’Oltrepò Pavese ha 13.000 ettari di vigneti, ma la DOCG Oltrepò Pavese Pinot nero Metodo Classico vale solo 300.000 bottiglie l’anno (la Franciacorta su 3.000 ettari ha prodotto 17 milioni di bottiglie nel 2018).

Quelle dell’Oltrepò sono pochissime, ma si svendono pure quelle. Sarà che si è abituati con il resto ed è facile estendere il modello? Ai posteri l’ardua sentenza, ai viticoltori le briciole, insieme alle speranze e alle promesse di una classe politica che ha commesso molti errori ma che dà ancora lezioni e porta tutti a spasso come i cagnolini ai giardini, in piazza Buttafuoco o giù di lì. Ognuno fa il suo mestiere, ma qualcuno lo fa davvero male. Mandateci una cartolina dal Merano Wine Festival, sperando che presto il francobollo non costi più di una bottiglia DOCG.

 Il presidente di Terre d'Oltrepò, Andrea Giorgi, boccia senza giri di parole la gestione dell'ultimo anno del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese. Una presa di posizione che si basa su alcune situazioni che si sono venute a creare con la presidenza di Luigi Gatti che hanno portato Giorgi, per divergenze sull'operato, ad abbandonare l'ultimo consiglio di amministrazione.
"Ci sono aspetti estremamente positivi come l'assunzione del direttore Veronese – spiega il numero uno del colosso vitivinicolo oltrepadano - Altri invece non sono concepibili. Ad esempio l'immobilismo presidenziale nell'affrontare questioni organizzative: non è tollerabile, come non è comprensibile, la chiusura rispetto all'aiuto che possono dare gli altri consiglieri e soprattutto i vicepresidenti. Per non parlare delle mancate risposte ai consiglieri o i silenzi su questioni che sono state sollevate. In questo contesto non è possibile lavorare e per questo motivo, mio malgrado, sono stato costretto a lasciare anzitempo l'ultimo consiglio. Proprio per questo spero che la consapevolezza e la responsabilità di tutti i consiglieri e dei produttori associati ponga fine ad una situazione surreale che da troppi anni si protrae. Dico tutto questo per il bene del nostro territorio. Per troppo tempo Terre d'Oltrepò è stato il facile capro espiatorio, ora gli altri dimostrino di assumersi le proprie responsabilità".
Il presidente di Terre d'Oltrepò entra ancor più nel dettaglio delle situazioni contestate al presidente Gatti. "In questo anno la nostra cantina cooperativistica all'interno del consiglio – spiega -  ha dato il proprio apporto in merito a decisioni importanti quali l'allargamento del numero dei consiglieri, le azioni per ripulire la gestione da precedenti ed incomprensibili decisioni che hanno minato credibilità e funzionamento del consorzio stesso. Oggi viene richiesto un ulteriore sforzo all'ente, non ci tiriamo indietro ma con delle doverose precisazioni. La riforma del diritto di voto all'interno dei consorzi è una giusta richiesta ma occorre puntualizzare che nel consorzio la nostra cantina non detiene assolutamente la maggioranza assoluta. Anzi, il voto risulta molto distribuito e diffuso. I problemi sbandierati negli ultimi mesi sorgono solamente per la mancata partecipazione dei soci alle assemblee. È infatti usuale, in Oltrepò, blaterare fuori e poi fuggire davanti alle scelte e alla responsabilità. Comunque se una riforma del voto in consorzio può servire, noi non ci tiriamo assolutamente indietro. Tutto questo per il bene di un territorio e per il bene dei produttori. Detto questo non possiamo partecipare e condividere alcune delle scelte operate nella gestione perpetrata in questo anno".

INVIATE I VOSTRI COMUNICATI LE VOSTRE NEWS INERENTI ALL'OLTREPÒ A "IL PERIODICO NEWS" , ALL'INDIRIZZO MAIL : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

Coinvolte quattordici aziende pavesi per un incaming di undici operatori provenienti da Canada, Stati Uniti, Giappone e Russia

Il 18 e 19 novembre prossimi il territorio dell’Oltrepò Pavese, su iniziativa di Confagricoltura Pavia e Confagricoltura Lombardia, ospiterà un incoming con undici operatori provenienti da Canada (Ontario e British Columbia), Stati Uniti (Texas, Massachusetts, Minnesota, Virginia, Washington), Giappone (Tokyo) e Russia (Mosca), per fare conoscere le aziende e i luoghi in cui affondano le radici.

“Sono quattordici le aziende vitivinicole che hanno aderito a questa iniziativa e che metteranno in mostra i propri prodotti migliori per far conoscere la terra del buon vino e paesaggi incantevoli - ha affermato Giuseppe Cavagna di Gualdana, presidente di Confagricoltura Pavia -. Per il nostro territorio è un’occasione importante da sfruttare fino in fondo: i nostri vini infatti hanno un profondo legame con i luoghi da cui provengono e in questi giorni vorremo sottolineare proprio questo aspetto”.

“L’Oltrepò Pavese, conosciuto anche come “Vecchio Piemonte”, è una delle tre aree territoriali della provincia di Pavia con caratteristiche proprie, insieme a Pavese e Lomellina - ha ricordato il presidente di Confagricoltura Lombardia, Antonio Boselli -. Oggi l’Oltrepò è la seconda area italiana per superficie dedicata al vino, con 13.200 ettari, di cui 10.800 a DOC e 1.000.000 circa di ettolitri l’anno: sono numeri importanti ed è giusto farli conoscere all’esterno e a tutti coloro che voglio importare la nostra eccellenza”.

Nella giornata di lunedì 18 si svolgeranno gli incontri B2B tra produttori e buyer esteri, mentre martedì 19 novembre gli operatori verranno accompagnati in visita in alcune cantine dell’Oltrepò in rappresentanza di tutte quelle che partecipano all’iniziativa, per coglierne le diverse caratteristiche e le storie da raccontare.

INVIATE I VOSTRI COMUNICATI LE VOSTRE NEWS INERENTI ALL'OLTREPÒ A "IL PERIODICO NEWS" , ALL'INDIRIZZO MAIL : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

  1. Primo piano
  2. Popolari