Martedì, 21 Gennaio 2020

Arrivando da Viale Frascati, il Castello di Rovescala colpisce immediatamente per la sua imponenza e si rimane tentati a farvi una visita. Purtroppo però questo non è possibile, in quanto l’attuale struttura seicentesca  non è aperta al pubblico per il turista occasionale, ma solo per eventi speciali. La villa e il suo complesso sorgono su quelle che erano le fondamenta dell’antico fortilizio medievale, distrutto più volte dai piacentini (come tutti i castelli della Valversa) tra il 1215 e il 1220 e ancora, una volta riedificato, nel 1290. Dal 1415 il feudo venne concesso a Galeazzo Sforza, il quale lo succedette al casato dei Pecorara, che ne rimasero titolari fino al 1786. Successivamente la proprietà passò a diverse famiglie, tra le quali i Valle e i Beretta fino ad arrivare agli attuali Perego. Del castello originario rimane solo la torre risalente al ripristino operato nel 1371 da Galeazzo Visconti, interamente coperta da intonaco. All’interno della villa seicentesca, costruita dai Pecorara nel XVIII secolo nel perimetro del castello originario, sono presenti grandi stanze affrescate con opere di Giovanni Angelo Borroni (1684-1772) ancora in ottimo stato di conservazione. Abbiamo intervistato Giorgio Perego, titolare dell’”Azienda Agricola Perego & Perego”, la cui famiglia è l’attuale proprietaria della struttura.

Perego, quando la vostra famiglia è entrata in possesso del Castello di Rovescala?

«Il castello è stato ereditato da mia madre nel 1996 e prima apparteneva a mio zio, deceduto in quell’anno, che ne era diventato proprietario nel dopoguerra. Quindi sono almeno 70 anni che è di proprietà della nostra famiglia».

Perego non è un cognome tipico dell’Oltrepò...

«Perego è un cognome originario della zona di Lecco ed è una delle famiglie più antiche della Lombardia. Mia mamma è originaria di Rovescala, ma ha sempre vissuto a Milano dove insegnava. Anch’io sono nato e cresciuto in città ma nel 2001 mi sono trasferito in Oltrepò riaprendo l’azienda agricola del mio bisnonno».

Vi siete sempre occupati di viticultura?

«Ho iniziato nel 2001 appunto, con poco meno di un ettaro di terreno per poi arrivare agli attuali dodici, di cui sette vitati e due e mezzo con noccioleti piantati nel 2016».

La struttura è sempre stato funzionante?

«Il castello è sempre stato abitato e la cantina è stata funzionante fino ad una ventina di anni fa, in quanto era stata affittata a terzi per la vinificazione, ma attualmente è dismessa. Io produco vino in una struttura situata sempre a Rovescala, a pochi metri dal castello. Si tratta di una cantina di fine ‘700 completamente ristrutturata a cui è stata aggiunta una parte più moderna. Spero in un prossimo futuro di riuscire a rimettere in utilizzo la cantina del castello, non tanto per la vinificazione ma solo per l’invecchiamento dei vini in botte».

Il Castello di Rovescala è custode di una testimonianza importante per la storia dell’enologia oltrepadana e italiana. Per quale motivo?

«Parte dell’importanza storica di Rovescala è contenuta in un atto datato 22 marzo 1192 in cui il Conte Anselmo, signore di Rovescala, vende a dei “forestieri” provenienti dal nord alcuni congi (congio, unità di misura romana equivalente a  3,283 l ,ndr) di vino, specificando “della miglior qualità”, prodotto nelle cantine del castello. Si tratta di uno dei primissimi documenti che attestano una vendita di vino dell’Oltrepò, che fino ad allora era prodotto in gran parte per uso personale e non commerciale».

è rimasta ancora qualche testimonianza enologica tangibile quel periodo storico?

«Nelle cantine del castello c’era fino a poco tempo fa uno dei più antichi torchi risalenti a quell’epoca, con il  basamento costituito da una grossa rovere tagliata. La pietra usata per pressare è ancora visibile qui in castello, mentre il basamento è custodito alla Certosa di Pavia.Per quanto riguarda invece il territorio di Rovescala in passato erano stati fatti degli scavi archeologici nel fondo valle, dove sono stati rinvenuti strumenti utilizzati per produrre vino già nell’epoca romana. Di questi la scoperta più interessante riguarda un pentolino che fungeva da unità di misura per la miscelazione del garum, che era una sorta di poltiglia prodotta all’epoca romana con interiora di pesce e vino. In base alla qualità con il quale veniva costruito questo utensile si può sapere a chi era destinato il garum miscelato: quello rinvenuto qui a Rovescala era in argento, quindi il garum era destinato ad un nobile edi conseguenza si può affermare che il vino prodotto qui era uno dei migliori in assoluto. Ci sono poi anche documenti che attestano che qui già all’epoca romana la vite cresceva autoctona qui a Rovescala».

Avete dovuto sopportare elevati costi di ristrutturazione per rendere visitabile il castello?

«Il castello si trova in stato di conservazione originale e lo stiamo ristrutturando poco per volta. Ci sono stati movimenti di assestamento negli anni scorsi che hanno causato qualche danno. Nel corso del prossimo anno faremo  innanzitutto degli interventi di carattere strutturale, per stabilizzarlo meglio. Successivamente ci concentreremo sul recupero della cantina».

Organizzate visite guidate presso la vostra struttura?

«Al momento il castello viene utilizzato come locale degustazione dell’azienda. Non è aperto al pubblico ma su richiesta effettuiamo visite scolastiche e istituzionali. Lo scorso marzo, durante la “Primavera dei Vini”, abbiamo avuto come ospiti l’allora Ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio e l’Assessore Regionale al Turismo Lara Magoni».

Fate già rete con altre strutture simili o fate parte di qualche associazione?

«No, come castello non facciamo parte di nessuna associazione».

La vostra azienda produce vini bio e vegan. Quando avete iniziato questo tipo di produzione?

«La nostra azienda è associata alla Fivi, Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, e a Vinnatur. Nel 2001 abbiamo iniziato con vini più convenzionali, ma sempre di qualità con la pratica della lotta integrata. Nel 2011 abbiamo deciso di concentrare la produzione su un settore più di nicchia, quello dei vini vegan e senza solfiti aggiunti, rispettando il disciplinare di produzione di Vinnatur. Bisogna avere pochi accorgimenti ma nei momenti giusti: non servono né chimica né pratiche invasive, ma solo sapere cosa si sta facendo perché è molto più complesso che vinificare dei vini convenzionali».

I vostri vini li definireste quindi “naturali”?

«Il termine “vini naturali” è ormai inflazionato e spesso utilizzato in modo errato: il disciplinare Vinnatur stabilisce che in vigna non si possa utilizzare nulla di chimico, solo rame e zolfo in quantità minime; in trasformazione viene solo ammessa 30mg\l di solforosa per i rossi e 50mg\l per i rossi, vietando chiarifiche, filtraggi sotto i 50 micron e pratiche fisiche invasive. Il principio ispiratore sin dai primi anni di vinificazione è stato quello di creare un’azienda che producesse solo prodotti di qualità elevata, non di fare del vino qualsiasi. Da allora stiamo lavorando in quella direzione…».

Tornando al turismo, come vedreste un circuito di promozione dei castelli e delle dimore storiche dell’Oltrepò Pavese?

«Io sono decisamente favorevole per un’iniziativa del genere: queste strutture vanno valorizzate e per fare ciò la gente deve essere spinta a visitarle. Una cosa che manca secondo me all’Oltrepò, che invece esiste in tantissime altre zone d’Italia, è la capacità di far venire il turista qui da noi, in campagna o in cantina. Incrementando il turismo si incrementa anche il valore dei terreni, degli immobili e delle aziende, sempre se si producono vini di una certa qualità e venduti a prezzi adeguati».

di Manuele Riccardi

Si è tenuta a Santa Maria della Versa,  presso la storica cantina “La Versa”, la conferenza stampa di presentazione dell’accordo commerciale tra la cooperativa Terre d’Oltrepò e il Gruppo Francoli.L’obiettivo è 1milone di bottiglie di Metodo Classico e 400mila bottiglie della linea “Cottarella” nel 2020.
Un accordo ricco di entusiasmo, che sembra finalmente auspicare al rilancio ed a quel salto di qualità che tutti si aspettano da quel gennaio 2017, quando Terre d’Oltrepò si aggiudicò all’asta il marchio, stabilimento, magazzino ed asset aziendali della storica Cantina Sociale di Santa Maria della Versa, fondata nel 1905 da Cesare Gustavo Faravelli e fallita nel luglio del 2016.

Una conferenza stampa segnata da una grande voglia di rilancio, alla quale erano presenti il presidente e il direttore commerciale di Terre d’Oltrepò e “La Versa, Andrea Giorgi e Massimo Sala, e il presidente del Gruppo Francoli, Alessandro Francoli.

«La politica aziendale di Terre d’Oltrepò è fortemente cambiata in questi ultimi anni» dichiara il presidente della cooperativa Andrea Giorgi «e il nostro progetto andrà avanti. A fine gennaio ci sarà l’assemblea straordinaria che riguarderà la fusione tra “La Versa” e Terre d’Oltrepò: oggi festeggiamo questa “alleanza” con l’importantissimo gruppo Francoli, che per noi rappresenta un proseguimento della nostra politica aziendale, improntata sullo stravolgere del modo di pensare oltrepadano. C’è grande entusiasmo da parte nostra, ma anche da parte degli agenti. Questo fa parecchio piacere e fa ben sperare per il futuro» conclude il presidente Giorgi.

«Conosco molto bene “La Versa”, fin da quando era il marchio italiano d’eccellenza: quando ero un giovane studente a Pavia vedevo le bottiglie di “La Versa” esposte ovunque e io mi sentivo un po’ come un bambino che sta dietro una vetrina di dolci e non può toccarli, in quanto la nostra era un’azienda molto più piccola. Questi spumanti si trovavano in ogni manifestazione: gare di ciclismo, voli Alitalia, gran premi di formula uno… era veramente un sogno inarrivabile» dichiara il presidente del Gruppo Francoli, Alessandro Francoli.
«Quando mio padre ha iniziato l’attività veniva qui in Oltrepò a prendere le grappe che lui commercializzava, quindi per noi c’è un certo legame con questo territorio. Oggi avere in esclusiva sul territorio italiano il marchio “La Versa”, tra i prodotti da noi distribuiti, è un sogno che si avvera. Tutti gli agenti qui presenti sono monomandatari per i nostri prodotti, e questa per noi è una certezza. Ma sentiamo anche una forte responsabilità, perché siamo nelle condizioni di far rivivere i fasti di questo marchio e di fare da traino anche per tutto l’Oltrepò Pavese, riportandolo dove merita. E’ un grande progetto a lungo termine in cui noi crediamo veramente» conclude Francoli.


«Io ho lavorato in diversi territori italiani, ma l’emozione e l’entusiasmo che ho trovato qui non l’ho trovato da nessun’altra parte» dichiara il direttore commerciale di Terre d’Oltrepò, Massimo Sala. «In questi sei mesi, in cui ho avuto l’onore di dirigere questa azienda, ho capito che noi avevamo bisogno di un’eccellenza che ci permettesse di far parlare di noi sul territorio nazionale. Ritengo che la rete vendita del Gruppo Francoli si la migliore in Italia ed è per questo che abbiamo deciso insieme di investire in questo progetto. Non sarà una semplice collaborazione, ma un lavoro sinergico tra le due realtà per portare avanti il progetto di Terre d’Oltrepò e “La Versa”».

Nell’ultimo trimestre 2019 Terre d’Oltrepò ha prodotto un milione e duecentomila bottiglie e nell’ultimo anno l’azienda ha messo in catasta più di duecentomila bottiglie di spumante metodo classico DOCG.
Ma le novità non riguardano solo l’accordo con il gruppo Francoli: «Il progetto commerciale di Terre d’Oltrepò è ampio e riguarda anche la grande distribuzione: abbiamo fatto un accordo con un grande gruppo di distribuzione che da quattro mesi ci sta portando risultati importanti di visibilità, con un marchio importante come Cantina di Casteggio. Inoltre, abbiamo un progetto ambizioso per il mercato USA, sperando che si risolva la problematica dei dazi proposta da Trump» prosegue il direttore Sala.

La conferenza stampa è stata anche l’occasione per annunciare qualche particolare in più riguardo il “progetto qualità” diretto dall’enologo Cotarella: «Con il mese di dicembre si è concluso il progetto 2019 e si è avviato quello 2020: a partire dal mese di marzo usciranno i primi vini, a seconda delle necessità. A fine anno vedranno la luce il Riesling Renano e il Pinot Nero firmati da Cotarella, ma già per il Vinitaly avremo pronta l’intera gamma del “Progetto 2019”» aggiunge il presidente Giorgi. «A fine gennaio incontreremo i soci per iniziare a lavorare sul progetto 2020, che sarà un evoluzione di quello dell’annata passata».
Tutti i vini del “progetto qualità” saranno marchiati “La Versa” e saranno prodotti nella storica cantina di Santa Maria della Versa.

A seguire, durante il brunch offerto dall’azienda ai rappresentati e alla stampa, il barman Benito Langella ha presentato un nuovo cocktail con il quale ha vinto il 70^ Concorso Nazionale AIBES nella categoria Sparkling. «Ho chiamato questo cocktail Amelirose, come la figlia di una mia grande amica amante delle fragole, le quali sono l’ingrediente principale» dice Langella. «Il cocktail è composto, oltre che dalle fragole, da cranberry per dare dolcezza, lime per l’acidità, una spolverata di vodka e per concludere il metodo classico “Collezione 2007 La Versa”, guarnito in superficie con una decorazione composta da pasta di zucchero, isomalto, frutto della passione, menta e fragola aromatizzata a limone e zucchero».

Fratelli d'Italia Pavia, con un comunicato stampa, esprimono la loro soddisfazione per l'operato del sindaco di Stradella, Alessandro Cantù: "Il coordinatore provinciale di Fratelli d'Italia, Claudio Mangiarotti e il consigliere comunale Micol Galli - scrive Fratelli d'Italia Pavia - hanno incontrato il sindaco di Stradella, Alessandro Cantù, per uno scambio di auguri e per manifestare la propria soddisfazione riguardo l'operato di questi sei mesi di nuova amministrazione. Claudio Mangiarotti, coordinatore Fratelli d'Italia Federazione Provincia di Pavia
«Dopo 6 mesi di amministrazione abbiamo voluto incontrare il sindaco della Città di Stradella. Avendo preso atto del lavoro svolto in questi primi mesi di amministrazione esprimiamo la nostra soddisfazione.» Micol Galli, consigliere comunale Fratelli d'Italia «Abbiamo incontrato il sindaco Alessandro Cantù per scambiarci gli auguri di buon anno e rinnovare il nostro sostegno. A sei mesi dal voto non possiamo che essere soddisfatti dell'operato svolto, ma il lavoro è ancora tanto. Come rappresentante di FDI in Consiglio, non verrò meno all'impegno preso e alla fiducia che mi hanno dimostrato coloro che mi hanno votato.»

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Non solo altruismo, ma anche cooperazione, valorizzazione dell’individuo e lavoro di squadra: sono questi i valori chiave del Leo Club, un’associazione a scopo benefico presente in Italia e all’estero, che, alle dipendenze della più estesa e antica Lions Club, comprende volontari tra i 12 e i 30 anni. Denis Valenti e Mara Lupica Spagnolo, rispettivamente presidente e vicepresidente del Leo Club Broni Stradella fanno luce su come, all’interno dell’associazione, chiunque possa dare il suo contributo concreto a fini di beneficenza, realtà nei confronti della quale molti provano ancora una certa diffidenza. 

Quando nasce il Leo Club Broni Stradella e in che cosa si differenzia dal Lions Club?

«Il Leo Club Broni Stradella è uno dei più antichi, in quanto è stato fondato nel 1975, e la sua caratteristica principale è quella di essere composto da membri under 30; noi nello specifico siamo 14 ragazzi di età compresa fra i 16 e i 29  anni. Ci differenziamo dal Lions Club, oltre che per il fattore età, anche perché tendiamo a organizzare eventi destinati ad una fascia di pubblico più giovane, che sono per noi un modo di farci conoscere e in cui gli interessati possono approfittarne per diventare nuovi membri».

Dove e come nascono i Leo Club?

«Un Leo Club può nascere in qualunque città: per farlo ha bisogno di un Lions Club “padrino” che per noi è ovviamente quello di Broni – Stradella. A loro volta i Lions, a seconda della collocazione, fanno riferimento a dei distretti – il nostro è quello della bassa Lombardia – che sono ancora riuniti sotto la fondazione Lions Club Italia».

Come mai si è scelto di basare i Leo Club su un criterio di età e non di altro tipo?

«La scelta dipende dal fatto di voler far sentire a proprio agio anche i membri più piccoli: dei ragazzini di 12 o 13 anni, ad esempio, potrebbero sentirsi sotto pressione se inseriti in un gruppo con persone molto più grandi di loro. Un divario di età più limitato, come quello del Leo Club, permette anche ai più giovani di fare le stesse attività del Lions Club senza sentirsi a disagio, spesso insieme a dei coetanei e in un ambiente un po’ più informale».

Come agisce Leo Club sul territorio e a quali enti fa beneficenza?

«Sia Lions che Leo Club devolvono l’intero ricavato degli eventi che organizzano: eventi che possono essere locali, come l’organizzazione di cene per raccolte fondi e simili, oppure nazionali, in cui tutti i Leo d’Italia, lo stesso giorno, scendono in piazza a vendere prodotti come le uova di Pasqua o, sotto Natale, i pandorini. Il ricavato delle iniziative locali è destinato a enti del territorio che sappiamo hanno bisogno di fondi, ovviamente anche al di fuori dei nostri due comuni sede; su scala nazionale, invece, la cifra guadagnata viene devoluta a realtà che interessano tutta Italia, secondo un tema che varia ogni tre anni: l’anno scorso e i due precedenti abbiamo donato dei kit didattici alle scuole, quest’anno invece kit analoghi saranno offerti alla Croce Rossa e alla Protezione Civile».

Quali sono i ruoli all’interno del club? Come vengono assegnati?

«Aldilà della supervisione e dell’organizzazione generale di cui si occupano presidente e vicepresidente, c’è un tesoriere che tiene sotto controllo le donazioni che facciamo e le piccole quote con cui ci sostentiamo – che per fortuna, non avendo grandi spese, bastano, così riusciamo a devolvere per intero le somme ricavate dai nostri progetti; c’è poi il segretario, che stila una sorta di verbale delle riunioni e informa i soci di iniziative organizzate dagli altri club; il cerimoniere – ruolo abbastanza impegnativo – è colui che, negli eventi più formali, legge davanti al pubblico il cerimoniale che illustra la natura e gli scopi del Leo Club; abbiamo poi chi si occupa dell’area social e quindi gestisce il nostro Instagram e Facebook. Insomma, chiunque se la senta può avere un compito attivo all’interno del gruppo – ovviamente conforme alle sue capacità: tendiamo ad assegnare ruoli un po’ meno impegnativi ai ragazzi molto giovani o con meno esperienza. Anche chi magari per studio o per lavoro non può dedicare così tanto tempo al Leo Club, ha comunque modo di dare il suo contributo partecipando alle iniziative».

Perché, quindi, una persona dovrebbe iscriversi al club?

«In primis perché siamo un ente benefico, quindi per la semplice volontà di aiutare gli altri, per altruismo, valore il quale va sempre più scemando in questa società diffidente ed egoista. è un’ottima occasione per fare nuove amicizie; i ragazzi giovani si responsabilizzano mentre i più grandi possono mettere in pratica esperienze lavorative pregresse».

Come sono i rapporti con i due comuni di riferimento, Broni e Stradella? Agevolano in qualche modo il vostro operato?

«A livello comunale i rapporti sono molto buoni; ad esempio, l’anno scorso, in occasione di un corso di fotografia per smartphone, tenuto da un professionista, in più serate, Broni ci ha gentilmente concesso lo spazio per tenere tutti gli incontri. Abbiamo sempre riscontrato grande disponibilità anche da parte del comune di Stradella.  Sanno che le nostre attività hanno un buon motivo per essere svolte».

Recentemente avete organizzato un evento al ristorante Liros di Stradella: com’era strutturato e a vantaggio di quale ente è stato realizzato?

«L’evento in questione, tenutosi venerdì 11 ottobre, è il Quizzoleo: una cena completa in cui i tavoli, da sei persone, cioè le squadre, si sono sfidati ai quiz che abbiamo proposto tra una portata e l’altra; a fine serata abbiamo corretto le risposte, fatto gli spareggi e assegnato dei premi in gadget a seconda del posizionamento sul podio – primo, secondo, terzo e quarto posto. Abbiamo devoluto l’intero ricavato alla fondazione CLAP di San Martino Siccomario, una Onlus che si occupa di ragazzi disabili e si finanzia tramite donazioni o finanziamenti privati; ci ha fatto estremamente piacere poter dare una mano a questa realtà».

Come ci si iscrive ad un Leo Club?

«Ci sono tre metodi principali, molto comodi: tramite la sezione “diventa un Leo” presente sul nostro sito web, inserendo il proprio comune di residenza ci verranno mostrati i Leo Club a noi più vicini con tutti i contatti di riferimento – anche solo per chiedere informazioni. Stessa cosa si può fare cercando i nostri profili su Instagram e Facebook e scrivendoci privatamente nell’apposita sezione messaggi. Altrimenti, partecipando ad uno dei nostri eventi, ci si può rivolgere allo staff ed entrare praticamente subito. L’iscrizione verrà formalmente confermata il gennaio successivo in cui il governatore Lions spillerà i novizi. Per quanto riguarda i Lions Club il processo è un po’ più complicato, perché di solito ci si iscrive a invito o per transizione dai Leo una volta superati 30 anni (se lo si desidera). Tuttavia ultimamente questa struttura di sole conoscenze si è ammorbidita e per diventare membri di un Lions Club ci si può presentare ai gazebo che allestiscono durante gli eventi».

è richiesta una frequenza minima di partecipazione?

«Essere membro di un Leo Club è un impegno, sì, ma in alcun modo limitante: per discutere sulle prossime iniziative ci troviamo una volta al mese e solitamente facciamo un aperitivo, quindi non sono incontri formali, pesanti e infiniti; detto questo, la cosa più che altro richiesta è la presenza fisica agli eventi. Pazienza se, qualche volta, uno non riesce ad essere alla riunione o a fare qualcosa per l’organizzazione materiale dell’attività, ma essere presenti “quel giorno” è importante per dare agli altri un’immagine di coesione, partecipazione e voglia di fare che noi Leo Club abbiamo davvero; perché alla fine questo siamo: un gruppo di amici che si dà da fare per il sociale».

Denis, come è avvenuto il tuo ingresso nel Leo Club e com’è stata la tua esperienza?

«All’inizio, devo ammetterlo, ero piuttosto scettico; avevo però un amico, ora membro dei Lions, che spesso mi invitava ai numerosi eventi organizzati dal Leo Club. Vedendo poi le foto sui social e anche grazie all’insistenza di questo mio amico, ho partecipato ad un evento: non me ne sono mai pentito, anzi. è un’esperienza che consiglio davvero perché, facendo del bene, realmente ci si diverte, si conoscono molte persone e si trascorrono serate anche un po’ più originali e interattive rispetto alle solita discoteca, per fare un esempio».

Mara, vuoi darci anche tu la tua testimonianza?

«Certo; io, a differenza di Denis, già orbitavo abbastanza intorno al mondo della beneficenza. Il mondo Leo Club mi attirava, ma ero un po’ spaventata perché temevo che organizzassero eventi tutti pomposi, pensavo che avrei dovuto spendere chissà quanto ad esempio per il dress code e cose simili; in realtà non è assolutamente così: tu in quanto membro, fai quello che puoi, sei te stesso, il tuo contributo, anche se minimo, è comunque importante e le tue capacità vengono valorizzate; Leo Club offre anche un sacco di opportunità per quanto riguarda i viaggi grazie agli scambi giovanili: è possibile soggiornare presso un campus Leo all’estero, per due o tre settimane, insieme ad altri membri, e vedere come diverse culture si approcciano al mondo della beneficenza e organizzano iniziative analoghe a quelle organizzate qui in Italia. Grazie a Leo Club ti rendi conto che le tue potenzialità, insieme alla forza del gruppo, aiutano davvero chi ne ha bisogno: non c’è soddisfazione più grande del vedere le reazioni di felicità e stupore quando le associazioni ricevono i frutti del nostro impegno».

di Cecilia Bardon

Venerdì 13 dicembre, si è tenuta, presso un noto ristorante di Stradella, la tradizionale Festa degli Auguri organizzata dal Lions Club Stradella Broni Montalino in occasione della consueta ricorrenza di Santa Lucia. Anche per l’edizione 2019, le socie organizzatrici hanno saputo creare un evento molto partecipato, ricco di emozioni ed atmosfera, una serata di vera festa, volta allo scambio dei migliori auguri tra tutti gli amici presenti, socie ed invitati,  in vista delle imminenti festività natalizie. La serata ha previsto un programma ricco di momenti conviviali di matrice rigorosamente solidaristica, in linea con gli scopi lionistici del Club. Al fine di fare in modo che questo possa essere un Natale davvero “per tutti”, nel corso della manifestazione sono stati raccolti generi alimentari a lunga conservazione (pasta, riso, olio, latte, omogeneizzati…), generosamente donati dagli ospiti presenti in favore del centro caritativo parrocchiale “Il pane quotidiano” di Stradella.

Toccanti le parole della responsabile della associazione caritativa, Marisa Guarnaschelli, cui sono stati consegnati i beni di prima necessità durante la serata stessa “Ringrazio tutti gli ospiti e le socie del Lions Club Stradella Broni Montalino per aver donato questi generi alimentari di prima necessità alla nostra associazione. Noi operiamo attraverso la Parrocchia in diversi comuni della zona a partire da Stradella ma aiutando famiglie anche di Portalbera, Arena Po e altre zone limitrofe. Grazie a questa serata possiamo dire che Santa Lucia è arrivata anche nelle case dei più bisognosi donando un po’ di serenità”

Inoltre, al termine della cena si è tenuta la tradizionale lotteria benefica, organizzata grazie alle consuete generose donazioni di ricchi premi offerti dalle socie e da numerosissimi esercizi commerciali della zona.L’intero ricavato verrà devoluto dal Club Stradella Broni Montalino per l’acquisto di altri generi alimentari in favore dell’associazione caritativa  “Il Pane di Sant’Antonio” di Broni, nonché al fine di realizzare service benefici ritenuti meritevoli nelle zone di Stradella Broni e Portalbera. Nello specifico, con riferimento a quest’ultimo comune, il ricavato concorrerà, insieme ad altre iniziative per la raccolta fondi organizzate dal Club nel corrente anno,   alla ricostruzione di una parte della zona esterna della scuola elementare di Portalbera.

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Al via un progetto che vuole affrontare le sfide ambientali che il Pianeta mette di fronte al mondo della viticoltura. Parte con questa filosofia un piano di lavoro che vedrà coinvolti i soci di Terre d'Oltrepò. In queste settimane i vertici del gruppo, insieme alla parte tecnica costituita da agronomi ed enologi, stanno contattando i soci del colosso vitivinicolo per lanciare un progetto che troverà fondamento nel corso della prossima stagione agricola.
"Negli ultimi anni  - spiega Nicola Parisi, agronomo di Terre d'Oltrepò - stiamo assistendo agli effetti dei cambiamenti climatici che rappresentano una realtà accertata dal mondo scientifico che sta influenzando, talvolta anche favorevolmente, l'attività viticola e le caratteristiche delle nostre produzioni. In particolare i cambiamenti climatici impongono un adattamento delle tecniche colturali del vigneto per far fronte alla ridotta disponibilità idrica, agli eccessi di esposizione termica e luminosa dei grappoli, alla rimodulazione della maturazione e dell' epoca di raccolta". In questo contesto si sviluppa il progetto che ha l'obiettivo di rispondere a questi cambiamenti garantendo la sostenibilità economica dell'attività dei viticoltori.
"Terre d'Oltrepò – spiega il presidente, Andrea Giorgi - intende sviluppare progetti di studio, sperimentazione e dimostrazione adottando strategie, approcci di gestione e pratiche agronomiche tesi ad individuare le soluzioni più idonee, capaci di rispondere alle sfide ambientali ed a mitigare gli effetti dei mutamenti del clima, conservando gli abituali elevati standard qualitativi delle proprie produzioni vitivinicole ed assicurando la sostenibilità economica della nostra attività". Per formalizzare al meglio l'operatività in questo ambito la cantina oltrepadana ha chiesto la collaborazione dei propri viticoltori.
"In questi giorni Terre d'Oltrepò – aggiunge l'agronomo Parisi - ha somministrato un questionario ai propri associati per raccogliere informazioni preliminari rispetto alle tecniche di gestione del suolo e della vigneto. Da qui partiremo per definire nel dettaglio il progetto. E' attiva, a questo proposito, una collaborazione con l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (la sede di Piacenza), in particolare il Dipartimento di Scienze delle produzioni vegetali sostenibili (DI.PRO.VE.S.); con l'Università degli Studi di Pavia, grazie agli accordi con il Dipartimento di Scienze della Terra e dell'Ambiente ed, infine, con  'Università degli Studi di Milano".

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Negli ultimi anni sta notevolmente aumentano l’attenzione del nostro territorio verso il turismo straniero, e viceversa. Nonostante l’Oltrepò sia ancora molto lontano dal traguardo, molti stranieri hanno creduto e investito per far si che il nostro territorio possa essere conosciuto al di fuori del contesto locale. Sarah e Federico, lei libera professionista olandese “migrata” in Italia per amore da più di vent’anni, lui manager di Milano, sono i titolari del bed & breakfast “Bacialupo”, situato in Montecalvo Versiggia. Hanno iniziato la loro attività nel 2015, ottenendo ottimi riscontri. Sarà Sarah a raccontarci la sua storia…

Sarah, come mai avete deciso di trasferirvi in Oltrepò?

«è stato l’Oltrepò a venire da noi, in quanto non lo conoscevamo. L’abbiamo scoperto alcuni anni fa, in modo indiretto. Ci recammo da un nostro amico in Valtidone, zona molto gettonata dal milanese, e ci innamorammo subito della campagna. Volevamo trovare un luogo sul piacentino dove poter passare i weekend lontano dalla città, ma tutte le ricerche andarono a vuoto. Dopo quasi cinque anni di tentativi, periodo nel quale abbiamo anche fatto due figli, abbiamo scoperto l’Oltrepò quasi per caso, senza avere la lontana intenzione di aprire un B&B, in quanto entrambi avevamo già il nostro lavoro a Milano. Un giorno una signora, proprietaria di una casa che stavamo trattando, alla nostra domanda “Ma che chiesa è quella che si vede da qui?” ci rispose “Ah, ma quella è in Oltrepò”. Questa risposta ci incuriosì e nei giorni successivi iniziammo a girare anche questa “terra sconosciuta” e ci entusiasmò la Valversa, in quanto una zona di collina non troppo distante da Milano e adatta alle nostre esigenze. Fu in questa fase che iniziammo a maturare l’idea di non limitarci solamente ad una seconda casa, ma di aprire anche un B&B. Nel 2013 trovammo questa abitazione a Montecalvo e la acquistammo a scatola chiusa, dato che dell’Oltrepò conoscevamo veramente poco. Va anche ricordato che a spingerci ad aprire il B&B e a darci l’idea di sfruttare il “canale olandese” ci fu suggerito da Nick e Stef, due olandesi che gestiscono da diversi anni il B&B “I due padroni”, sempre qui a Montecalvo: loro sono stati i veri pionieri di questa attività, che gestiscono da più di dieci anni».

Ora che avevate una casa di campagna mancava solo di fare il passo e diventare B&B…

«Certo, questo era diventato il nostro sogno. Ma a Milano avevamo sia il lavoro che i bambini a scuola e questo risultava difficile. La società per cui lavoravo era in grossa difficoltà ed un giorno ottenni una proposta di liquidazione che non potevo rifiutare. Questo fu il fattore scatenante che diede il via alla nuova attività. Nostra figlia più grande, Sophie, doveva poi iniziare le elementari. Nel 2015 decidemmo così di trasferirci nella casa di Montecalvo per prova, dandoci un tempo di due anni, iscrivendo le nostre figlie alla scuola di Santa Maria della Versa. Sempre nello stesso anno iniziammo anche l’attività di B&B. Abbiamo iniziato con due sole camere, per poi arrivare alle attuali quattro».

Che tipo di servizi offrite ai vostri ospiti?

«Noi inizialmente non sapevamo nulla dell’Oltrepò e di ospitalità. Partimmo con l’idea di utilizzare il B&B per poter richiamare olandesi in Oltrepò, perché sapevamo che come me avrebbero apprezzato questo territorio. Ma non ci immaginavamo un riscontro così forte. Questo dimostra ancora una volta che le cose belle vengono di più apprezzate dagli stranieri che da chi ci vive. Tendenzialmente l’olandese conosce bene la Toscana, le Marche, la Puglia e le grandi città d’arte. Di base non conosce l’Oltrepò, ma il fatto che si trovi a circa un’ora da Milano, in un punto strategico per visitare le città, con un territorio molto simile alla Toscana incuriosisce molto il turista straniero. Noi quando andiamo in Olanda per le fiere del settore per prima cosa vendiamo l’Oltrepò, poi il Bacialupo. Loro sono interessati al territorio e quando arrivano da noi hanno già le idee ben chiare su quello che cercano: dove fare le passeggiate? Dove Mangiare? Cosa visitare? Dove affittare le bici? Noi non vendiamo nulla, non siamo tour operator, ma quando vengono da noi hanno già la riposta a tutte le loro domande. Qualche mese fa un giornale olandese ha pubblicato un articolo su di noi e su altre realtà oltre padane che come noi avevano fatto rete contribuendo ad ospitare il giornalista per circa una settimana, organizzando tante visite necessaria a descrivere al meglio le bellezze dell’Oltrepò. Il risultato è stato un bellissimo articolo di circa quattro pagine dal titolo “La Toscana del Nord”. Da lì c’è stato un vero boom di turisti stranieri , che nel nostro caso ci hanno impegnati per tutta la stagione».

Collaborate con altre strutture o attività locali?

«Certo, e noi spingiamo per cooperare con altre attività di ospitalità o enoturistiche. Per esempio collaboriamo con un’attività qui vicina che durante l’anno celebra parecchi matrimoni di stranieri e noi ospitiamo alcuni invitati che non trovano spazio presso la struttura».

La vostra attività è scelta soprattutto da turisti stranieri o anche da italiani?

«Nell’alta stagione possiamo dire che sono solo stranieri, tra cui soprattutto olandesi, tedeschi, belgi, francesi e svizzeri».

Il turista straniero cosa si aspetta di trovare in Oltrepò?

«Lo straniero che arriva in Oltrepò sa già cosa visitare e dove andare. Apprezza tantissimo la tranquillità e la pace. Per il turista straniero il fatto che l’Oltrepò sia sconosciuto è solamente un vantaggio, in quanto sa che non troverà la ressa che può trovare in Toscana o in altre zone più gettonate. Molti arrivano in aereo e si muovono con l’auto noleggio. Abbiamo notato che per loro non è un problema fare molta strada in auto per raggiungere Cremona, Genova o Torino, in quanto sono comunque posti nuovi per loro».

Pensate che l’Oltrepò sia all’altezza delle aspettative del turista straniero?

«Per noi è stata una piacevole scoperta sia per il paesaggio che per i vini, ma abbiamo notato parecchia soddisfazione anche dai nostri clienti».

Da quando avete aperto la vostra attività avete notato qualche miglioramento nell’approccio turistico del territorio oppure è rimasto invariato?

«Generalmente sta migliorando. Sentiamo molte persone che si lamentano, ma vediamo che ci sono parecchi giovani che hanno voglia di fare con spirito d’iniziativa. C’è ancora molto da fare, ma noi non abbiamo fretta. Nel nostro piccolo abbiamo avuto una forte crescita e non vediamo per quale motivo non debbano averla anche gli altri. Noi siamo contenti quando sentiamo che qualcuno apre un nuovo B&B, perché significa che abbiamo preso la giusta decisione».

Cosa si dovrebbe fare per migliorare l’ospitalità in Oltrepò?

«La nostra è una zona bellissima, con percorsi stradali che si affacciano su panorami mozzafiato. Ma la situazione delle strade è veramente pessima. Si rischia di perdere il cicloturismo, che è importantissimo per noi. Bisogna inoltre ancora sviluppare un buon piano di comunicazione territoriale, partendo dai social e da portali dedicati».

  di Manuele Riccardi

Una delle caratteristiche dell’Oltrepò è quella di essere un territorio molto frammentato. Non solo a livello ideologico, ma soprattutto amministrativo: 145mila abitanti distribuiti in modo disomogeneo in 76 comuni, per una media di circa 1800 abitanti ciascuno. Media che però non riflette la realtà, in quanto molti di questi comuni sono di dimensioni ridotte, con popolazione inferiore a 300 abitanti. Volpara, con i suoi 129 abitanti, è un paese che appartiene a questa realtà. Dal maggio scorso ha un nuovo sindaco, Claudio Mangiarotti, 32 anni, imprenditore agricolo. E’ al primo mandato come sindaco del suo paese, ma è un nome conosciuto dalla politica locale.

Mangiarotti, Lei ha 32 anni, ma si occupa di politica da molto tempo…

«è vero, la politica mi ha sempre interessato. Fin da ragazzino, dai 14 anni se non ricordo male: allo sport preferivo i comizi e gli appuntamenti politici. A 16 anni ho preso la prima tessera di Alleanza Nazionale e, dopo lo scioglimento di quest’ultimo nel 2009, ho seguito il percorso politico nel PDL. In quell’anno impiegai la quota che avrei potuto investire per le vacanze estive per iscrivermi alla Fondazione Alleanza Nazionale. Nel dicembre 2012 ho convintamente aderito al nascente partito di Giorgia Meloni Fratelli d’Italia e, nel marzo successivo, sono stato candidato alla Camera dei deputati alle elezioni politiche. Da allora è continuato il mio impegno politico con Fratelli d’Italia ,di cui dal novembre 2017 sono coordinatore provinciale. Prima di diventare sindaco di Volpara ero stato eletto consigliere comunale nel vicino comune di San Damiano al Colle, nella lista dell’attuale sindaco, e amico, Cesare Vercesi».

Per quale motivo ha deciso di candidarsi sindaco del suo paese?

«Sono sincero, non ci avevo pensato: sono stati alcuni miei concittadini a chiedermelo. Ci ho riflettuto alcuni giorni ed ho accettato. Mi piace la politica e mi piace una politica di servizio. Oggi si parla molto di volontariato e, giustamente, se ne parla sempre in modo positivo. Quando si parla di politica, invece, lo si fa sempre più spesso con un’accezione negativa. Fare politica per il territorio, cercando di andare incontro alle problematiche ed alle necessità dei cittadini, credo sia la prima forma di volontariato. è con questo spirito che ho accettato di candidarmi, per l’amore verso  Volpara, paese dove da sempre vivo e lavoro».

Quali sono state le principali difficoltà incontrate nei primi mesi d’amministrazione?

«Penso che a questa domanda qualunque amministratore di un piccolo comune darebbe questa risposta: “la scarsità di risorse”. Purtroppo questa problematica limita davvero le scelte amministrative e ci porta a dover dare spiacevoli no a richieste legittime di nostri concittadini. Questo credo sia il lato brutto dell’essere amministratore oggi:  di fronte a segnalazioni fondate e suggerimenti si è impossibilitati a concretizzarli per assenza di risorse da investire».

Che tipo di collaborazione ha Volpara con i comuni vicini?

«Volpara da anni fa parte di un Unione di Comuni dell’Alta Valle Versa, insieme a Golferenzo e Montecalvo Versiggia. Se non vado errato si tratta di una delle prime unioni costituite, se non la seconda della Lombardia. è in scadenza a fine anno ci stiamo attivando per rinnovarla».

Qualche anno fa l’ex sindaco di Santa Maria della Versa aveva avanzato la proposta di fusione con i comuni di Volpara, Montecalvo e Golferenzo. Il suo sembrava essere l’unico comune favorevole a seguire questa strada. Qual è la sua opinione a riguardo?

«Amo il mio paese: non nascondo di essere campanilista ed inevitabilmente una fusione porterebbe Volpara a diventare una frazione, con una conseguente perdita di autonomia e di identità. D’altro lato bisogna anche riconoscere che il mio paese ha una popolazione in costante decremento. “Piccolo è bello… ma costa”, quindi bisogna ricordarsi che l’Unione fa la forza. Bisogna mettere tutto su una bilancia. Sarà una riflessione che saremo chiamati a fare in corso di mandato, calcolando attentamente se un sacrificio possa portare ai nostri concittadini un vantaggio dal punto di vista dei servizi e del risparmio economico. Personalmente non vedo positiva la fusione, che era stata proposta, tra i comuni della nostra Unione con Santa Maria della Versa. Il nascente comune conterebbe meno di 3500 abitanti lontano dai 5000 che il progetto fusioni auspicava e soprattutto guardando il trend con una popolazione in costante calo. Sarei più propenso ad una fusione di tutta la Valle Versa con Stradella. Nascerebbe una città con oltre 15.000 residenti che guarderebbe con visione globale i problemi di tutta la vallata. Se va fatto un sacrificio va fatto fino in fondo. è l’unico progetto di fusione che sposerei subito».

Negli ultimi mesi l’argomento “strade dissestate”  è sulla bocca di tutti, dagli amministratori ai semplici utenti: a Volpara avete lavori in programma?

«Il tema delle infrastrutture è fondamentale. Purtroppo il problema delle strade dissestate è un forte limite per l’economia locale e l’incremento turistico. Devo ammettere che appena insediato ho ricevuto la visita del Presidente della Provincia Vittorio Poma, il quale ha promesso un interessamento per la sistemazione delle strade della Valle Versa».

Cambiando argomento, lei è anche imprenditore agricolo. Volpara è famosa per il Moscato: com’è andata la produzione quest’anno?

«Purtroppo il territorio di Volpara ha subito in quest’annata una pesante perdita di produzione causata dalla grandine. Abbiamo contato 6 grandinate in pochi mesi. La fascia alta del Comune, dove ha sede tra le altre la mia azienda, ha subito un danno elevatissimo, con coltivazioni totalmente distrutte. La fascia bassa è stata limitatamente colpita. In complesso sicuramente non è un’annata abbondante, ma la qualità è elevata».

E per quanto riguarda i prezzi?

«Il problema dei prezzi non riguarda solo Volpara ma è comune a tutto l’Oltrepò. Ed è un problema serio che sta mettendo in ginocchio le aziende. Per anni in Oltrepò abbiamo sbagliato puntando alla quantità a discapito della qualità. Oggi per fortuna si sta andando verso un’inversione di rotta: molte aziende stanno puntando alla selezione per ottenere prodotti di punta già in vigna. Ma, come ogni legge di mercato, la qualità andrebbe remunerata…A tal proposito sono un po’ critico con le associazioni di categoria che non vedo attive nel lanciare in modo evidente un grido di allarme verso questo problema».

Ogni anno, durante la vendemmia scatta sempre “l’allerta stranieri”, in quanto la carenza di manodopera causa una vera e propria invasione di stagionali dall’est Europa. A Volpara com’è la situazione?

«Rispetto ad alcuni anni fa la situazione è molto rientrata. Sinceramente non si è mai verificato però un problema concreto a Volpara. Qui da noi arriva solamente il personale richiesto dalle aziende, le quali assumono regolarmente gli operai e li ospitano temporaneamente nelle abitazioni messe a disposizione delle aziende stesse».

Cosa pensa della situazione agricola in Valversa?

«è necessaria una convinta inversione di rotta. Dobbiamo puntare su una produzione di qualità, con l’impegno di tutti. La valorizzazione delle eccellenze enogastronomiche, se abbinata ad una giusta offerta turistica, potrebbe risollevare la nostra Valle».

Concludendo, che progetti ha per il futuro di Volpara?

«Cercherò  di valorizzare le eccellenze, partendo dal Moscato. Potenziare l’offerta turistica per far conoscere Volpara, il suo territorio  ed i suoi paesaggi. Le infrastrutture efficienti sono però fondamentali per raggiungere l’obbiettivo…».

 di Manuele Riccardi

Week-end di polvere e sole quello svoltosi in terra marchigiana , dove si è svolto il rally balcone delle Marce prima gara del Campionato Raceday dove ha visto un numeroso elenco partenti in ogni categoria , in particolare nella classe R2 dove erano presenti ventitre partecipanti . Tra questi piloti era presente anche il giovane oltrepadano Davide Nicelli in coppia con Mattioda sempre a bordo della loro 208R2 del Team By Bianchi che l'hanno portata al 3° posto di R2 , gara test per loro in vista dell'importante impegno tricolore il Tuscan Rewind di fine stagione dove si giocheranno il Trofeo Peugeot . " E' stato un fine settimana molto positivo – dichiara Nicelli-  noi abbiamo impostato la gara per trovare il giusto feeling con la terra dopo un anno che non ci correvo e perchè avevamo bisogno di chilometri visto che per me era solo la quarta gara su sterrato, senza guardare più di tanto la classifica. Sono riuscito a trovare subito una buona competitività sinceramente inaspettata visti gli avversare con cui ci scontravamo tanti molto più esperti di noi su terra, però siamo riusciti a giocarcela sempre con i migliori e questo è importante grazie anche alla macchina che il Team mi ha dato semplicemente perfetta in tutto. Portare a casa un ottimo risultato è importante più che altro per il morale dopo un 2Valli negativo che ci dà la consapevolezza che al Tuscan sarà una gara durissima, ma che abbiamo le carte in regola per poter dire la nostra fino all'ultimo . Sicuramente se dobbiamo migliorarci e crescere su asfalto sulla terra abbiamo ancora tantissimo da imparare  quindi bisogna continuare a lavorare duro per arrivare a competere con i migliori giovani terraioli che ci sono al momento . Ora dovrò prepararmi in ogni minimo dettaglio fisicamente, mentalmente e lavorare al meglio insieme al mio navigatore e al mio team  per farci trovare super pronti per l'ultimo e decisivo appuntamento di fine novembre al Tuscan Rewind”

Tanti piloti, sia a livello di assoluta ma anche trofeisti, ancora in situazioni di classifica molto aperte, quindi proprio il Tuscan Rewind, ultimo round di questa stagione, vedrà sicuramente una lotta dal primo all'ultimo metro sulle bellissime prove sterrate toscane da parte di diversi piloti che si giocheranno la vittoria finale del Trofeo Peugeot 208 . Un trofeo ancora tutto da decidere dove sarà presente  Davide Nicelli che sarà obbligato a disputare  una gara perfetta visto che al momento è terzo in classifica a cinque punti dal leader Griso e a quattro da Guglielmini.

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