Giovedì, 28 Maggio 2020

Il mese scorso dicevo che il Coronavirus non è il male peggiore che soffoca l’Oltrepò del vino. E avevo ragione. In piena emergenza abbiamo assistito nell’ordine: alla sfuriata in Consorzio del subcomandante Renato, re degli imbottigliatori e vero dominus del territorio; alla clonazione in ordine sparso del bel lavoro di Tommaso Chiesa con le dirette di Team Oltrepò per azzerare le distanze e parlare di futuro; all’annuncio già annunciato (macchina del fumo?) di Terre d’Oltrepò e La Versa secondo cui la cura al coma di bilancio c’è e si chiama Riccardo Cotarella. Riuscirà l’enologo superstar nazionale a medicare vendite crollate, utili mai così bassi e magari una maxi causa di lavoro? Ai posteri l’ardua sentenza. Nel frattempo la soluzione territoriale alla crisi derivata dalla pandemia e dal lockdown, con bar e ristoranti chiusi per due mesi, sembrerebbe quella di aggrapparsi tra applausi registrati e il consueto leccaculismo alla finta soluzione della “vendemmia verde”. Di cosa si tratta? La vendemmia verde è la distruzione totale o l’eliminazione dei grappoli non ancora giunti a maturazione, riducendo la resa della relativa superficie viticola. Tutto questo per avere qualche incentivo europeo, una miseria però. Mentre le quotazioni di uve e vini a un passo dalla prossima vendemmia si preannunciano comunque disastrose, da -30% a -40%, i soliti noti stanno a guardare.

è una costante: in Oltrepò Pavese dei vitivinicoltori e produttori d’uva non si cura nessuno. Un mercato al ribasso potrebbe anzi favorire i signori di sempre, i feudatari, gli imbottigliatori che reggono le sorti di alcune cantine cooperative e che alla bisogna tolgono le castagne dal fuoco ai nobili. A sfoderare i soliti canini ci sono anche i mediatori, segugi dell’affare, in odore di amnistia. Al momento le uniche voci contrarie alla vendemmia verde sono quelle del presidente di Torrevilla, Massimo Barbieri, del professor Teresio Nardi, fiduciario della condotta Slow Food Oltrepò Pavese, che ha parlato di «spreco inutile in assenza di altre misure di sostegno al mondo contadino», e di Pierangelo Boatti, titolare di Monsupello, che ha spiegato: «Lo stato di crisi causato dal Covid-19 e dalla pessima gestione statale dell’emergenza, con provvedimenti tardivi e spesso poco coerenti, ha messo in un angolo gli straordinari talenti contadini e operai dell’Italia del vino e dell’agroalimentare». L’unico altro passo ufficiale l’ha fatto la FIVI, Federazione italiana viticoltori indipendenti, che tramite Andrea Picchioni ha scritto anche al Consorzio per esprimere il proprio punto di vista e chiedere interventi concreti.

Nel testo, che ha fatto il giro dell’Oltrepò per la grande condivisione delle istanze da parte dei piccoli produttori, si legge: «Per garantire un valore al nostro lavoro, sono state proposte soluzioni come la vendemmia verde, che presenta però un costo importante, difficilmente sostenibile e con difficoltà di controllo, o la distillazione, dove la remunerazione è estremamente bassa». Fatta questa premessa, la lettera prosegue: «Non è nostra intenzione distruggere il lavoro dell’anno passato anche perché la nostra attività è dipendente dalle condizioni climatiche e la natura a volte rende difficile portare a casa un raccolto soddisfacente. Pertanto, procedere ora con la distruzione del vino dello scorso anno, come avviene con la distillazione, oppure individuare delle parcelle la cui uva verrà distrutta, come avviene con la vendemmia verde, espone comunque al rischio di non avere nel 2020 una vendemmia soddisfacente per qualità e quantità, sempre sussistendo il rischio legato alle condizioni atmosferiche». FIVI incalza: «In quanto agricoltori sappiamo che con la natura e le sue avversità occorre sempre fare i conti e ci siamo sempre assunti il rischio connesso a questi fattori strutturali, come continueremo a fare».

Poi le proposte al Consorzio: «Chiediamo che per la vendemmia 2020 le rese per ettaro di tutti i disciplinari dei vini Doc in Oltrepò Pavese superiori a 10 t/ettaro vengano ridotte del 20%. Questo potrà limitare l’eccesso di prodotto e mantenere un valore corretto per l’uva e il vino. Chiediamo che per la vendemmia 2020 non venga autorizzato in Oltrepò Pavese l’arricchimento dei mosti: produrre uve che non raggiungono gli standard saccarometrici in un anno come questo significa non avere compreso il tempo che ci troviamo a vivere e non avere adottato le misure agronomiche più razionali».

Infine un auspicio: «Confidiamo nella considerazione per le proposte qui elencate e auspichiamo una piena presa di coscienza della situazione e dei rischi che l’intero comparto vino corre in conseguenza di questo tragico periodo storico».

Il Consorzio si metterà la mano sul cuore? Calpesteranno qualche callo e ricacceranno il socio di maggioranza e i suoi grandi clienti nella loro metà campo senza tentare cure annacquate? L’anno scorso Fabiano Giorgi ha debuttato con la geniale trovata della vendemmia a ritmo di musica per cacciar via la tensione, come aveva spiegato ai giornalisti che amano lui, il suo vino e i suoi incarichi. Con quello che è successo alla Cantina di Canneto pochi mesi fa e con queste prospettive di mercato, forse quest’anno la colonna sonora sarà una bella messa da Requiem. Singolare infine la scelta della società di certificazione della DOC, Valoritalia, che ha affrontato l’emergenza Covid-19 autorizzando per un periodo all’autocertificazione dei vini. Ottima mossa: in Oltrepò la storia recente di scandali e sofisticazioni dimostra proprio che c’è da fidarsi a far avvenire l’iter di certificazione dei vini a denominazione senza inviare i prelevatori ufficiali abilitati nelle cantine. Con guanti, mascherina e dispositivi di prevenzione individuale c’era il rischio di trovare una folla di contagiosi moribondi davanti alle vasche? Sussisteva la difficoltà di riunire commissari degustatori esaminatori che compilassero singolarmente le loro schede d’analisi per ammettere alla DOC oppure bocciare un vino difettoso? Pensate davvero che la Repressione Frodi abbia uomini e mezzi per andare a verificare ora, a ritroso, tutte le autocertificazioni? Ma per favore… L’Oltrepò vi applaude o tace. Bene, bravi, bis!

 di Cyrano De Bergerac

 

Il fatto che dal 18 maggio si potessero tirare su le saracinesche non significa che tutti lo abbiano fatto. Soprattutto tra baristi e ristoratori è prevalsa la prudenza e diversi hanno preferito restare un attimo in più alla finestra per attendere i primi risultati di una ripartenza che, senza la propensione di tutti ad adeguarsi alle nuove regole per la convivenza sociale, potrebbe rivelarsi un pericoloso boomerang fino a rispedire tutti, come nel gioco dell’oca, alla casella di partenza. Chi ha deciso di non riaprire subito lo ha fatto principalmente per  mancanza di tempo per adeguarsi a norme uscite all’ultimo minuto, per poter valutare l’evolversi della situazione dei contagi su un tempo più lungo oppure per via delle spese ingenti che si sarebbero dovute sostenere con le indicazioni “della prima ora”.

«Abbiamo deciso di prenderci più tempo per attendere che le norme espresse dal decreto legge venissero collaudate e soprattutto per poter garantire la sicurezza alle persone» spiega Andrea Marsiglia del Pub Soqquadro di viale Diviani A Salice Terme, che ha preferito prendersi un po’ di tempo in più per poter in qualche modo “prendere la rincorsa”. «Ci siamo dati da fare per ripensare la nostra attività, i suoi spazi, l’offerta al cliente. Il nostro desiderio è dare la possibilità alle persone di ritornare a godere di questa ritrovata libertà senza il timore di qualcosa che è ripartito senza le giuste attenzioni e riflessioni. Questa fase andrà bene se ognuno farà diligentemente la sua parte e noi ci stiamo assolutamente dando da fare per fare la nostra al meglio e siamo certi che i nostri clienti sono sulla nostra stessa lunghezza d’onda».

Se il decreto approvato fosse stato quello pensato inizialmente, con la distanza di quattro metri tra i tavoli o, in alternativa, il plexiglass, probabilmente Soqquadro come molti altri piccoli locali non avrebbe più aperto. «Si è aspettato fino all’ultimo e come categoria siamo stati “graziati” rispetto alle regole previste dai primi rumors. Rispetto a quello che poteva essere l’acquisto di plexiglas o ai 4 metri di distanza diciamo che le nuove direttive dovrebbe incentivare un po’ di più la gente ad andare in giro».

Riguardo ai costi della ripartenza, Marsiglia pone l’attenzione sugli investimenti fatti prima del Covid e che non potranno essere ammortizzati. Lui, come altri, aveva da poco deciso di puntare sulla musica dal vivo e la programmazione di alta qualità che stava proponendo stava iniziando a dare risultati importanti. «Abbiamo dovuto buttare della merce, ma la preoccupazione maggiore è per chi aveva puntato sulla musica dal vivo spendendo parecchio in attrezzatura e adesso non può lavorare». Su quali siano in generale i problemi principali cui la sua categoria deve far fronte ha le idee piuttosto chiare. «Mancanza di aiuto reale dallo Stato. Personalmente non conosco nessuno che abbia ricevuto neppure i famosi 600 euro. Mancano le casse integrazioni, che potrebbero permetterci di sostenere alcune situazioni con i dipendenti. Poi ci sono tasse, mutui, affitti: spese solo posticipate ma che restano»

di Christian Draghi

"Soddisfazione per le audizioni in videoconferenza alla Camera del presidente, del direttore generale e del responsabile del laboratorio di Virologia molecolare dell'Irccs Policlinico San Matteo di Pavia, Alessandro Venturi, Carlo Nicora e Fausto Baldanti. Abbiamo fortemente voluto che la commissione Affari sociali di Montecitorio potesse beneficiare dei loro preziosi contributi e aggiornamenti sulle sperimentazioni con il plasma in atto su pazienti Covid-19. Ancora una volta il San Matteo si conferma un'eccellenza del sistema sanitario lombardo e nazionale, portando la propria esperienza al servizio delle istituzioni e dei cittadini".   Così i deputati pavesi della Lega, Elena Lucchini e Marco Maggioni, promotori dell'iniziativa.

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Lavori sulla Broni-Stradella, Villani chiede incontro a Terzi per difficoltà mobilità pendolari . "La buona notizia del rinnovo dei binari sulla linea Broni-Stradella, che prevede la chiusura totale del tratto tra Broni e Bressana Bottarone dal 1 giugno al 20 settembre, comporterà inevitabilmente disagi ai pendolari. Ma anche alla viabilità del pavese visto che i cantieri coincidono con i lavori sul ponte della Becca. Per questo è urgente un incontro con l'Assessore Terzi che chiarisca le modalità delle operazioni". Lo chiede il Consigliere regionale del Partito Democratico Giuseppe Villani, che ha raccolto le preoccupazioni dei cittadini e dei sindaci dei comuni coinvolti dalle manutenzioni straordinarie sulla rete ferroviaria e viabilistica.

"Ancora oggi non solo sono incerti i tempi e i modi del collegamento sostitutivo per gli utenti del servizio ferroviario - spiega Villani - ma non esiste nemmeno un piano per gestire la coincidenza con i lavori di consolidamento strutturale sul ponte della Becca, programmati fino a gennaio 2021, che obbligheranno al senso unico alternato 24 ore su 24 e creeranno code e rallentamenti sui collegamenti stradali. Visto che ad oggi non c'è stata ancora alcuna interlocuzione tra la Regione e i rappresentanti istituzionali del territorio, in primis i Sindaci dei comuni interessati, crediamo sia opportuno che l'Assessore competente si attivi per fare convocare un tavolo e fare chiarezza" conclude Villani.

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Se a Voghera nei mesi caldi della crisi la mortalità è salita di quasi il 150%, a Broni e Stradella l’effetto-Covid è stato decisamente meno devastante. Al punto che, tabelle Istat alla mano, il tasso di mortalità non ha praticamente subito oscillazioni rispetto ai 5 anni precedenti. Maurizio Campagnoli è medico di famiglia nel distretto di Broni-Redavalle, con circa 1200 assistiti. Esercita la professione da circa 37 anni ed è specialista in chirurgia vascolare e chirurgia generale. è uno dei collaboratori del sindaco di Broni nella gestione delle problematiche sanitarie del territorio.

La Fase2 è ormai nel pieno dello svolgimento. Si parla delle famose “3T” (testare, tracciare, trattare) necessarie per una sua buona riuscita. Com’è la situazione in Oltrepò?

«Siamo in una fase in cui è necessaria la massima attenzione da parte di tutti, onde evitare, specie nella nostra Regione, un pericoloso rebound. Al momento la situazione in Oltrepo pare sotto controllo, anche se i medici di famiglia rischiano pure in questa fase di svolgere mansioni prettamente burocratiche. A mio avviso si dovrebbe demandare al territorio non solo il controllo, ma anche la possibilità di testare, tracciare e trattare. Per quanto possibile ho sempre cercato di attuare questa strategia».

Dei numeri reali di questa crisi si dibatte da tempo e pare che determinare le vere dimensioni di questa crisi non sia facile. Lei opera sul territorio e assiste 1200 persone. Come stanno le cose secondo lei?

«I numeri, a mio avviso, sono sottostimati. In questi due mesi abbiamo avuto modo di associare i sintomi più disparati al coronavirus. Probabilmente molti asintomatici si sono positivizzati. Ovviamente oggi tutti ci auguriamo che si sia raggiunto un alto tasso di immunità».

Riceve sempre molte chiamate da persone con sintomi riconducibili al Covid?

«Nel corso delle ultime due settimane nessuna».

Dall’inizio della crisi quanti sui pazienti hanno avuto il virus?

«Circa trenta. Attualmente ne restano due o tre».

Qualche decesso?

«Ho avuto purtroppo quattro decessi per polmonite da coronavirus. Bisogna tener conto che l’età media dei nostri pazienti è molto avanzata, con alta percentuale di pazienti con pluripatologie croniche: per questi motivi la mortalità è stata senz’altro più elevata».

Quanti sono rimasti casi “sospetti” perché mai testati?

«Non so dire con precisione, la sierologia ci potrà fornire risultati più attendibili. Potrei azzardare un numero tra i venti e i trenta. A questi dovremmo poi aggiungere gli asintomatici positivizzati».

Lei come sta? Si è ammalato o è stato testato?

«Non sono stato testato con tampone. Eseguirò l’esame sierologico quando non sarò costretto a recarmi a Pavia. Durante questi mesi comunque non ho avuto sintomi riconducibili al coronavirus. In questi giorni accuso i classici disturbi allergici stagionali».

Si è parlato dell’introduzione di un protocollo preciso per chi ha più di 37,5 di febbre, con tampone immediato. Un servizio gestito dalle Usca (Unità Speciali Continuità Assistenziale) sul territorio. Ha avuto modo di verificarne il funzionamento?

«Ho avuto modo di constatare professionalità e grande disponibilità da parte dei colleghi delle USCA anche se, soprattutto all’inizio, vi erano forti limitazioni alle visite domiciliari per scarsità di dispositivi di protezione (dpi). Al momento non ho potuto verificare questo nuovo protocollo, perché non ho casi clinici recenti».

Avrà comunque il polso della situazione anche grazie a contatti con i colleghi. Rispetto alle scorse settimane, oggi si riescono ad ottenere tamponi e ad assistere i malati in maniera decorosa?

«Ora sì; all’inizio abbiamo avuto molta difficoltà a far eseguire i tamponi ai pazienti paucisintomatici, o agli asintomatici esposti».

La mortalità nel periodo tra il 1 marzo e il 15 aprile 2020 è aumentata a Voghera del 150%. A Broni e Stradella l’impatto in termini numerici è stato minore, anche in rapporto alla popolazione. Come bisogna leggere questi numeri?

«Non conosco a fondo la realtà di Voghera e dell’Oltrepo Occidentale. Posso senz’altro affermare che nel nostro territorio si è instaurata una forte coesione tra i medici di famiglia e anche con i colleghi dell’ospedale di Broni Stradella, in particolare con l’equipe dell’amico Giovanni Ferrari. Nella mia città si è attivata una stretta collaborazione con il sindaco e l’amministrazione comunale, la Protezione Civile e i gruppi di volontariato a loro legati, la Polizia Locale e i Carabinieri. Questa filiera ha probabilmente prodotto risultati positivi».

Chiudiamo facendo un passo indietro. Diversi suoi colleghi si sono lamentati di essere stati abbandonati a se stessi durante le fase più calde dell’emergenza. Lei concorda?

«Purtroppo sì. I primi dpi sono arrivati in forte ritardo e comunque inadeguati a visitare un potenziale infetto da coronavirus, senza rischiare di contaminarci e/o diventare noi stessi portatori della patologia ai nostri familiari e pazienti. Per questi motivi gran parte dei medici di famiglia di Broni, Stradella e Oltrepo Orientale si sono confrontati per stabilire delle linee guida comuni: chiusura degli ambulatori; triage telefonico; accesso solo su appuntamento per pazienti senza sintomi correlabili al coronavirus; visite domiciliari per i nostri pazienti affetti da patologie croniche».

di Christian Draghi

Il coronavirus ha colpito pesantemente i paesi italiani e non solo dal punto di vista sanitario. Anche gli imprenditori in vari settori hanno purtroppo attraversato e stanno passando momenti molto delicati dovuti alla pandemia che li ha costretti a chiudere o a ridefinire le proprie attività. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Filippo Savini, imprenditore stradellino proprietario di tre locali in città.

Filippo, il lockdown ha colpito pesantemente il mondo del food e beverage. Ad oggi lei è in grado di quantificare il danno economico che ha subito?

«Il mancato incasso di tutti questi weekend e di tutte le ricorrenze, a partire dalla festa della donna, può essere intorno ai venti mila euro… forse certi locali hanno perso un po’ di più, altri meno».

Sono stati decisi modi e tempi di riapertura, la parola d’ordine è “restrizioni”. Quali sono concretamente queste restrizioni e si è già attivato per adeguare il suo locale alle nuove linee guida?

«Sì, ci stiamo attivando, certo, ma ci si attiva ad una cosa che va contro natura…».

In che senso?

«Il bar, il ristorante e simili sono attività per cui alla base c’è una ricerca del sociale, quindi c’è bisogno di socializzazione, delle persone che si riuniscono in un posto, di assembramenti vari ed è quindi contro quello che sono le nuove leggi, quindi noi dobbiamo per forza aprire mantenendo degli standard che vanno contro la natura della nostra impresa e questo è molto complicato aldilà di distanziamenti, di tavoli, plexiglass e quant’altro... Una persona non va al bar per bere il caffè perché ha sete, va al bar per bere il caffè perché la “pausa caffè” è socializzazione, si stacca la testa, si pensa ad altro, si parla con gli altri. Per attrezzare il locale mi sono già organizzato con la sanificazione, che stiamo facendo, anche se comunque i nostri locali sono puliti sempre».

Per i distanziamenti che sono previsti cosa ne pensa?

«Sicuramente la storia dei distanziamenti è per noi un problema, anche perché chi ha un attività così ha dei dipendenti e si sa che nel momento in cui si apre si hanno delle spese fisse che sono enormi, anche per le tasse e così via… con una capacità ridotta al cinquanta per cento ovviamente non si riescono in pratica a coprire neanche le spese e quindi probabilmente molti locali non apriranno nemmeno, perché conviene tenere chiuso».

Quali costi ha dovuto sostenere per adeguare il locale?

«Abbiamo speso 200 euro per sanificarlo periodicamente, poi abbiamo acquistato mascherine, gel, prodotti e guanti per tutti... per ora più o meno abbiamo speso 600 euro, ma per ora. Stiamo ancora aspettando le linee guida definitive».

A suo giudizio un ristorante può lavorare (non in perdita) con le restrizioni rese necessarie dall’emergenza sanitaria? Pensiamo ad esempio alle distanze di sicurezza tra le persone che comporteranno una drastica riduzione dei posti...

«Purtroppo in Italia c’è una concezione un po’ sbagliata, si pensa che viviamo nell’oro. In realtà il ristorante ha dei margini molto piccoli. Alla fine dell’anno il margine sul totale incassato si aggira intorno al 5%, 8% se si è lavorato molto bene. Sarà un tirare a campare, senza la possibilità di avere un guadagno effettivo e con tanto sacrificio per riuscire a pagare le tasse. Il nostro “roseo” futuro è questo…».

Dopo un primo tempo di chiusura totale i ristoranti e anche i bar hanno intrapreso la “strada” del takeaway. Come sta andando?

«Il take-away diciamo che è sempre un tirare a campare anche quello. Io mi sono inventato qualcosa di particolare con la secret box che sta funzionando bene. Certo è che bisogna avere un sacco di immaginazione e fantasia e bisogna sempre reinventarsi. Diciamo che per il White Rabbit è più una sorta di delivery, mentre per l’altro mio locale, il bar ‘Vintage’, il take-away funziona molto bene per l’aperitivo, grazie anche alla posizione centrale della città in cui si trova. Mentre il mio terzo locale, il pub Neverland è chiuso perché ha dei costi fissi molto elevati e conviene quindi non aprire al momento».

La risposta da parte della clientela è positiva. Non crede che sia solo un momento dovuto alla voglia di un minimo di normalità ma che sarà un entusiasmo che andrà a scemare con il tempo?

«La gente adesso non ha molta scelta quindi accetta il take-away. Penso però che possa funzionare molto bene in città, ma in un posto come Stradella lascia il tempo che trova. Adesso va bene, ma non penso che possa aprire un locale solo takeaway in questa zona. Certo è che noi una sorta di take-away la facevamo già, sia al White Rabbit che al Neverland, quindi ci sarà magari un incremento in questo senso, ma diciamo che non è su questo che un locale deve e può basarsi...».

Prima parlava della sua secret box... ce la racconta?

«In pratica è una scatola che ti arriva a casa e non sai quello che mangi! Il concetto è come la scatola del Lego, perché all’interno tutti gli ingredienti sono stati porzionati, messi in buste numerate, con dei messaggi e dei video su whatsapp con i nostri cuochi che cucinano, passo dopo passo, tutti gli ingredienti all’interno della scatola e le persone possono così preparare i loro piatti. è molto divertente perché poi c’è la condivisione sui social. Ho cercato di studiare un intrattenimento culinario: mangiare non è solo mangiare, ma deve essere anche soddisfare un bisogno di intrattenimento, soprattutto in un periodo in cui si doveva stare chiusi in casa, senza molto da fare».

Nel suo ristorante quante persone lavoravano prima del Covid? E nell’immediato futuro come sarà?

«Nel mio ristorante ci lavorano circa dieci persone, ma con queste nuove regole le persone che avevo “a chiamata” dovranno stare a casa, c’è poco da fare… è tutto in proporzione ovviamente».

A livello locale avete ricevuto o riceverete aiuti?

«Il comune di Stradella si è attivato subito e abbiamo fatto una bella riunione, dove hanno ascoltato noi ristoratori e baristi e dove ci hanno chiesto cosa potevano fare per noi. Noi naturalmente abbiamo detto le nostre esigenze. Al momento siamo ancora vincolati dalle linee guida che ci arrivano “dall’alto”, però sono sicuro che il nostro Comune ci aiuterà, perché l’amministrazione sa che bar e ristoranti sono il traino del commercio della città».

Lei fa parte di coloro che nonostante le restrizioni riaprirà i suoi locali. A Stradella com’è la situazione, apriranno tutti?

«Dovrebbero aprire quasi tutti, direi l’80%: a Stradella la gente ha voglia di uscire, quindi ci saranno di sicuro molti controlli e forse qualche problema di ordine pubblico. Questo è quello che penso e l’ho scritto anche sui social: “se c’è assembramento davanti ad un supermercato la gente è cretina, se c’è assembramento davanti ad un bar, il barista è cretino”…Una cosa che proprio non capisco».

di Elisa Ajelli

Oggi pomeriggio (26 maggio) sono entrati operativamente nel vivo i lavori da parte di Rti Unirecuperi e Ecopera per la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti speciali non pericolosi dal capannone a Medassino ex sede della ditta Recology. I primi camion sono partiti e hanno caricato carta da parati, materiale di recupero per l'agricoltura e materassi per lo smaltimento che avverrà a Arezzo, Piacenza e Torino. Le opere termineranno a fine luglio. Il piano per l’area situata in via Lomellina 145 ha un costo complessivo di circa 1 milione 316 mila euro, di cui 885 mila per i lavori di smaltimento. Dopo aver avviato alla fine dello scorso anno l’iter procedurale dell’appalto, la Rti Unirecuperi e Ecopera aveva vinto il bando indetto dall’amministrazione comunale di Voghera.

«Ci avviamo alla risoluzione di un problema importante. Non ci sono tati motivi di ritardo imputabili all’amministrazione, ma l’avvio dei lavori è stato reso più complicato dalla machiavellica burocrazia Italiana e dalle nuove norme imposte dal momento di emergenza», commenta il sindaco Carlo Barbieri.

Dopo aver predisposto le operazioni preliminari di organizzazione del cantiere, è partita l’opera di rimozione dei materiali e la pulizia del capannone al cui interno sono contenuti circa 5mila tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi. Le tipologie più importanti di rifiuti presenti sono a base di materiale plastico (carta da parati, reti di copertura e tubi di irrigazione), tessuti e materassi di gomma piuma, pneumatici fuori uso e rifiuti speciali misti ancora da dividere.

«Sono molto soddisfatta per l’avvio dei lavori e ringrazio gli uffici per tutto il lavoro svolto – aggiunge l’assessore all’Ecologia Simona Panigazzi – un percorso reso più lungo dalle questioni burocratiche sta giungendo al termine. L’amministrazione ed i cittadini tireranno finalmente un sospiro di sollievo. E’ importante pensare al futuro quando si fanno scelte, perché potrebbero influenzare e dare problemi a coloro che verranno dopo di noi».

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"La legge ordinamentale è l'ennesima forzatura illegittima di questa maggioranza. Questa volta la Lombardia approva una deregulation della caccia, favorendo il bracconaggio e mettendo a rischio i lombardi di sanzioni europee. Ho ripetuto in aula le parole di Papa Francesco secondo cui siamo custodi del creato e abbiamo il dovere di tutelare l'ambiente. In Lombardia evidentemente il centro destra è incapace di ascolto e non possiede nessuna etica ecologica", così Simone Verni, consigliere regionale del M5S Lombardia motiva il no del M5S Lombardia alla Legge di Semplificazione 2020. Il Movimento, questa mattina, ha partecipato al presidio in Piazza Duca D'Aosta a Milano contro la deregulation sulla caccia.

"La Lombardia è la prima regione italiana per reati di bracconaggio. È vergognoso obbligare le guardie venatorie ad indossare abiti ad alta visibilità rendendo così inefficace la loro attività di contrasto del bracconaggio. È assurdo consentire la caccia al cinghiale tutto l'anno e l'uso di visori notturni. L'attività venatoria ha delle regole ben precise. Si possono cambiare utilizzando solo mezzi e procedure legittime: a Roma o a Bruxelles. Le scorciatoie illegali prese dalla Lombardia sono assurde, oltre che pericolose".

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La notizia del possibile arrivo di uno o forse due impianti per la produzione di biogas in Oltrepò ha suscitato immediatamente dibattito. Le strutture, che dovrebbero sorgere nella zona industriale di Campoferro e a Casei Gerola, sarebbero adibite alla produzione di biometano da fonti rinnovabili. Le aziende proponenti hanno denominazioni diverse ma fanno capo alla stessa proprietà: Voghera Green Energy Società Agricola e Casei Gerola Green Energy Società Agricola srl sono ramificazioni della Green Energy Power 1 con sede a Bovolone, provincia di Verona. Per quanto almeno in apparenza “green”, il progetto fa storcere il naso anche a Legambiente, che dopo averlo analizzato lo boccia in maniera netta. Le motivazioni del “no” a questi impianti in Oltrepò le spiega il membro del direttivo Patrizio Dolcini, consulente che si occupa di economia circolare ed energie rinnovabili. La sua formazione universitaria è di stampo chimico ed ha maturato esperienza pluriennale in campo impiantistico in diversi settori e in varie società.

Dolcini, la nascita di impianti a biometano è stata incentivata dal Governo con un apposito decreto del marzo 2018. Si tratta di una iniziativa mirata a sostenere la produzione di energia da fonti rinnovabili. Come mai Legambiente si schiera contro i progetti presentati in terra d’Oltrepò?

«Perché la logica che vorremmo far passare è che si devono fare quegli impianti che rispondono ai bisogni e alle richieste del territorio, evitando speculazioni e deregolazioni. Proprio per questo in Oltrepò ribadiamo l’importanza di fare ad esempio un impianto efficiente di biometano  che chiuda il ciclo della raccolta differenziata della frazione umida di ASM, mentre riteniamo che impianti come quelli proposti siano avulsi dal territorio, calati dall’alto senza un rapporto coi nostri reali bisogni».

Qualcuno ha detto che inizialmente, a livello provinciale, avreste dato parere favorevole…

«Assolutamente no. Chi lo dice vuole spargere veleno nell’aria. A nessun livello abbiamo appoggiato questo progetto. Non abbiamo nulla contro gli impianti che producono biometano in generale, ma questo nello specifico non lo appoggiamo».

Avete analizzato la relazione tecnica presentata dalla ditta. Cosa non vi convince?

«Essenzialmente due aspetti. Il primo aspetto è il fatto che si basi “a titolo esplicativo” su una dieta, cioè le biomasse di alimentazione, che sono molto diverse dalle biomasse che si chiede di autorizzare. Un poco come se mi presentassi in una concessionaria per avere informazioni su un modello specifico di auto e mi dessero un estratto di wikipedia che descrive com’è fatta un’auto a livello generale. Il secondo aspetto è che gli allegati relativi agli impatti ambientali ed al traffico appaiono ricchi di affermazioni e molto meno di dati specifici relativi alla situazione specifica del territorio e della viabilità. In partica non ci sembrano per nulla aderenti a quanto richiesto normalmente in fase di autorizzazione».

La ditta specifica da dove arriverà la fornitura di materia prima necessaria a produrre biometano?

«L’elenco delle materie richieste in autorizzazione fanno ritenere che arriveranno in buona parte da società specializzate nel commercio di biomasse , con provenienza da varie regioni, forse anche dall’estero. Sicuramente non vi è un rapporto con il territorio, con quelle che sono le materie qui disponibili. Insomma un impianto di questo tipo per quanto riguarda l’alimentazione poteva essere proposto indifferentemente al Sud , al Nord o alle Isole Tonga».

Non solo Campoferro, ma anche Casei Gerola. Come mai addirittura due impianti in pochi chilometri?

«Risponde a logiche speculative. Val la pena far notare che se la potenzialità di lavorazione giornaliera del materiale è inferiore alle 150 tonnellate non è necessario presentare una Valutazione di impatto ambientale (VIA). Guarda caso, entrambi gli impianti avrebbero una produzione appena inferiore a quella soglia. Poi manca una pianificazione territoriale, e chi propone impianti non deve nemmeno dimostrare le capacità tecniche e finanziarie per realizzarli».

Mettiamo però che venga approvato. Il progetto, a livello puramente tecnico, le sembra almeno ecologicamente sostenibile per il territorio d’Oltrepò? Che tipo di impatto ci si può aspettare?

«L’impianto non si inserisce nel quadro produttivo e di valorizzazione del territorio. è un corpo estraneo, con impatti negativi soprattutto a livello del traffico indotto e potenzialmente rispetto alle molestie olfattive. Soprattutto non risponde ai nostri bisogni, alla valorizzazione di filiere locali».

Riguardo agli odori, la proprietà assicura che non ce ne saranno, se non “di terra fresca”. è verosimile?

«Con le misure di abbattimento delle molestie olfattive previste in progetto abbiamo forti dubbi. Critiche sono soprattutto le fasi di ricezione, stoccaggio ed alimentazione delle biomasse. Inoltre essendo previsto il compostaggio, sarebbe utile capire con esattezza che quantità di compost prodotto potrà esser stoccata in attesa dello smaltimento verso la destinazione commerciale. Certo un compost di qualità non puzza, ma stoccato per medio o lungo termine non profuma».

Che tipo di prodotto sarà lavorato in questo impianto? Il progetto mette qualcosa nero su bianco?

«Come già evidenziato in relazione tecnica, “a titolo esplicativo” si parla di una dieta composta prevalentemente di insilati. Questa è una dieta peraltro che probabilmente se portata a realizzazione escluderebbe l’impianto dagli incentivi GSE, in quanto l’uso prevalente di insilati non è ammesso dal Decreto Biometano del 2018. Abbiamo però ragione di ritenere che visto il lungo elenco di biomasse richieste in autorizzazione, si useranno altre biomasse , probabilmente in funzione dell’offerta momentanea del mercato».

Gli scettici sollevano dubbi riguardo al fatto che questo tipo di impianti, nati ufficialmente per lavorare qualcosa, possano finire per smaltire altro. è secondo lei un dubbio legittimo in questo caso?

«Il termine corretto per definire l’azione di questi impianti sarebbe “digerire”. Il principio è la digestione anaerobica in un reattore con flora batterica dedicata. Comunque l’eventuale uso per una dieta “totale” a base di frazione umida della raccolta differenziata, cioè di un rifiuto, con una autorizzazione di stampo “agricolo” non è possibile. Per quanto richiesta in autorizzazione, la frazione umida non può superare una percentuale fissata normalmente attorno al 20%, sia per motivi autorizzativi che per limiti tecnologici».

A livello di traffico, considerando anche la non efficientissima rete di infrastrutture del territorio, c’è motivo di temere ripercussioni importanti oppure le stime riportate dei volumi riportate nel progetto sono sostenibili?

«Il dato del traffico preoccupa. La via d’accesso è già normalmente un parcheggio per i mezzi pesanti in attesa per lo scarico-carico delle aziende vicine, tanto da rendere a senso unico la circolazione per forza maggiore. Il traffico poi indotto proprio già ora in zona dalle attività presenti è molto impattante. La scelta della localizzazione dell’impianto in un’area già critica  in tal senso è fortemente errata».

La conferenza dei servizi per l’approvazione definitiva è in agenda per il 16 giugno. Che margini di manovra ci sono ancora per discutere ed eventualmente bloccare il progetto?

«Chiederemo con le nostre osservazioni uno stop all’iter. Siamo confidenti che l’azione concertata fra associazioni e cittadini possa bloccare un impianto come questo destinato solo o quasi a creare problemi. I margini ci sono, occorre però chiarezza a livello amministrativo ed istituzionale nell’opporsi all’impianto».

di Christian Draghi 

La ditta proponente «Un gioco di scatole cinesi»

Chi sono la ”Voghera Green Energy Società Agricola” e la “Casei Gerola Green Energy Società Agricola”? A visura camerale risultano due Srl riconducibili alla medesima proprietà, Marco Beltrami domiciliato a Bovolone (Verona), che è titolare con almeno una carica di trenta imprese diverse, la maggior parte delle quali hanno in comune la denominazione “Green Energy Società Agricola” mentre varia la denominazione a seconda della località in cui viene presentato il progetto. Oltre a Casei Gerola e Voghera, nel pavese progetti analoghi sono stati presentati anche a Landriano e Zinasco. Secondo il consigliere comunale vogherese Caterina Grimaldi si tratterebbe di un «gioco di scatole cinesi con aziende create ad hoc per presentare progetti “fotocopia” in giro per il territorio. Dalle visure camerali di tutte le società che fanno capo al proponente – spiega Grimaldi - risulta evidente un grosso intreccio che fa purtroppo prefigurare, in senso negativo, i possibili futuri sviluppi di questa operazione su Voghera, che potrebbe vedere ampliato non solo la dimensione dell’impianto, successivamente alla prima autorizzazione, ma anche il tipo di matrici in ingresso e non meno importante anche le caratteristiche imprenditoriali del gestore». Beltrami risulta anche amministratore unico di Green Energy Power 1 srl, società che si occupa di produzione di energia elettrica, dell’Immobiliare San Marco srl, e della Geo Studio Engineering srl, uno studio professionale con una decina di dipendenti che, da anni, si occupa dei principali progetti di biodigestori in tutta Italia. Tutte con sede a Bovolone. Il compromesso per l’acquisto del terreno su cui dovrebbe sorgere il nuovo impianto vogherese è stato stipulato con la Matti Immobiliare che ne è proprietaria nel gennaio 2019.

Il presidente Luigi Gatti, in carica dal giugno 2018 sotto l’egida di Regione ed Ersaf, sfiduciato senza giri di parole dal socio di maggioranza del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese: Terre d’Oltrepò - La Versa, attraverso la voce del nuovo big del vino oltrepadano, Andrea Giorgi.

Gli stracci erano volati già nel dicembre 2019, quando lo stesso Giorgi aveva bocciato senza giri di parole la gestione dell’ultimo anno del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese.

Una presa di posizione che si basava su alcune situazioni che si erano venute a creare con la presidenza di Luigi Gatti che avevano portato Giorgi, per divergenze sull’operato, ad abbandonare un consiglio di amministrazione. Successivamente aveva spiegato: «Ci sono aspetti estremamente positivi come l’assunzione del direttore Veronese - spiega il numero uno del colosso vitivinicolo oltrepadano - altri invece non sono concepibili.

Ad esempio l’immobilismo presidenziale nell’affrontare questioni organizzative: non è tollerabile, come non è comprensibile, la chiusura rispetto all’aiuto che possono dare gli altri consiglieri e soprattutto i vicepresidenti. Per non parlare delle mancate risposte ai consiglieri o i silenzi su questioni che sono state sollevate. In questo contesto non è possibile lavorare e per questo motivo, mio malgrado, sono stato costretto a lasciare anzitempo l’ultimo consiglio. Proprio per questo spero che la consapevolezza e la responsabilità di tutti i consiglieri e dei produttori associati ponga fine ad una situazione surreale che da troppi anni si protrae.

Dico tutto questo per il bene del nostro territorio. Per troppo tempo Terre d’Oltrepò è stato il facile capro espiatorio, ora gli altri dimostrino di assumersi le proprie responsabilità». Il presidente di Terre d’Oltrepò era entrato ancor più nel dettaglio delle situazioni contestate al presidente Gatti.

«In questo anno la nostra cantina cooperativistica all’interno del consiglio - spiega - ha dato il proprio apporto in merito a decisioni importanti quali l’allargamento del numero dei consiglieri, le azioni per ripulire la gestione da precedenti ed incomprensibili decisioni che hanno minato credibilità e funzionamento del consorzio stesso». Andrea Giorgi, con un comunicato datato 20 maggio, il giorno prima del consiglio d’amministrazione decisivo sulla revisione di voto e statuto, rincara la dose: «Mi rammarica il fatto che, nell’ultimo anno, abbiamo invano cercato di portare avanti gli interessi del territorio, ostacolati però da persone che sul territorio predicano bene ma razzolano male. Oggi questi comportamenti non sono più ammissibili.

E la nostra Cantina non è più disposta a questi doppi giochi che fanno male all’Oltrepò». Giorgi si rammarica del fatto che a suo dire qualcuno è rimasto completamente sordo a quanto proposto dalla cantina: «Nei mesi scorsi – spiega - abbiamo cercato di intervenire più volte con proposte costruttive sulla gestione ma non siamo stati ascoltati. Ci hanno accusati di avere l’egemonia decisionale nel consorzio. A questo punto abbiamo fatto un passo indietro, abbiamo assecondato le richieste, ma anche questo non è stato apprezzato. è giunto il momento di cambiare profondamente l’ente a favore dei viticoltori. Lo ribadisco, ora più che mai, in questo delicato momento storico per il mondo della viticoltura, che non possiamo più ammettere l’immobilismo che ha caratterizzato questa gestione. Mi spiace ma è tempo di una riforma radicale anche in seno al consiglio di amministrazione. Proprio per questo, come ho già detto in passato, Terre d’Oltrepò non si vede più rappresentata dall’attuale presidente Luigi Gatti».

La parola è quindi passata giovedì 21 maggio alle ore 16 al consiglio di amministrazione e ai consiglieri in carica sotto la presidenza Gatti ovvero ai vice presidenti Luca Bellani, Andrea Barbieri e Pier Paolo Vanzini, insieme al resto del consiglio: Claudio Battaini, Simone Bevilacqua, Francesco Cervetti, Cirillo Contardi, Camillo Dal Verme, Quirico Decordi, Gilda Fugazza, Andrea Giorgi, Renato Guarini, Marco Maggi, Davide Musselli e Valeria Vercesi. L’epilogo è stato l’approvazione dopo una melina protrattasi per quasi due anni del nuovo statuto, sulla falsariga di quanto già individuato come necessario dall’ex Cda a guida Michele Rossetti, messo all’angolo a fine mandato insieme a gran parte della precedente gestione, l’ala indipendente da Terre d’Oltrepò. In pratica si prevede l’allargamento del consiglio, che passerà da 15 a 21 membri, e una limatura del peso ponderale dei voti di ogni singolo socio in assemblea. Oltre a questo s’imporrà una maggioranza qualificata per assumere alcune decisioni: succederà un po’ come accade nelle assemblee condominiali rispetto alle scelte che per essere assunte richiedono il verificarsi di più condizioni insieme (la presenza di tot inquilini e dei titolari di tot millesimi). Secondo molti, comunque, cambierà poco in merito all’egemonia di Terre d’Oltrepò - La Versa in assemblea del Consorzio, per via del combinato disposto del peso del maxi polo cooperativo che oltre che sui suoi voti ha sempre potuto contare su quelli dei suoi grandi clienti che da essa dipendono

(imbottigliatori) e di molti viticoltori privati, associati singolarmente al Consorzio e magari altresì soci del cantinone che comunque hanno, costantemente o saltuariamente, rapporti d’affari con il colosso da non scontentare. La paura è che l’allargamento del Cda sia solo di facciata, per poi decidere alla vecchia maniera in sede assembleare: l’ultimo passaggio realmente fondamentale per l’assunzione di ogni scelta cruciale relativa a disciplinari e strategie. Sul destino di Gatti e del consiglio uscente sarà decisiva la seduta di consiglio del Consorzio del 28 maggio. La politica è già in movimento. Rinviata sempre alla stessa seduta, a quanto trapela, anche la discussione sulle scelte in vista dell’imminente campagna vendemmiale 2020 all’epoca del Covid-19. La sezione locale della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti per far fronte alla situazione d’emergenza vuole più di ogni altra cosa l’abbassamento delle rese e lo stop alla possibilità dell’arricchimento dei vini con mosto concentrato rettificato. Si dovrà aspettare per capire quali siano gli orientamenti nel rispetto dei produttori di qualità che chiedono scelte e garanzie.

di Giuseppe De Bellis

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