Martedì, 26 Maggio 2020
Giovedì, 07 Maggio 2020

Venerdì 8 Maggio ricorre un anniversario importante, è la Giornata Mondiale della Croce Rossa. Con una emergenza coronavirus ancora in corso, pur se nella fase 2 della lenta ma faticosa ripresa, non sono previste iniziative di piazza come gli anni passati, neppure festeggiamenti, perché con le tante vittime che questa pandemia conta ancora ogni giorno non c'è proprio voglia di fare festa. Allora ogni Comitato di Croce Rossa ha pensato di ricordare questa giornata in modi diversi, essenzialmente attraverso la comunicazione multimediale, che in questo periodo ha fatto la differenza. Il Comitato di Voghera ha invece pensato a qualcosa di alternativo, ovvero un brano musicale e un videoclip, firmato da Oscar Barbieri (del duo musicale Oscar e Valentina), che tutti potranno visionare in anteprima alla mezzanotte dell'8 Maggio sul sito crivoghera.it (e canali social Facebook ed Instagram) e rilanciato poi attraverso le piattaforme di Pavia Uno Tv, l'emittente web pavese che ha già seguito pochi giorni fa la diretta "dal tetto della C.R.I." con l'omaggio della cantante Mary Montesano a tutto il personale sanitario dell'Ospedale di Voghera e a tutti i soccorritori C.R.I. impegnati in questa emergenza. Sarà lo stesso Oscar Barbieri a fornire alcune anticipazioni su web Giovedì 7 Maggio alle ore 21 dal suo profilo facebook collegato a quello della Croce Rossa e di Pavia Uno Tv. Ma già possiamo svelarvi che in questo brano, intitolato "La Croce Rossa c'è",  sono stati coinvolti una ventina di artisti del territorio, che hanno interpretato al meglio il brano. "Volevamo fare una cosa diversa dal solito, dare un volto e anche dire grazie a tutti i soccorritori che stanno vivendo in prima linea questa emergenza e che qui si sono divertiti a fare il playback sulle voci dei cantanti originali – spiega Chiara Fantin, Presidente del Comitato C.R.I. di Voghera –. Nel video, realizzato da Marco Cignoli,  purtroppo non siamo riusciti ad inserire tutti ma coloro che vi hanno partecipato rappresentano davvero tutta la nostra grande famiglia, visto che fra dipendenti e volontari superiamo le 300 unità. La cosa importante è averlo realizzato per cercare di sdrammatizzare anche per pochi momenti la situazione che stiamo vivendo in prima linea ormai da metà Febbraio e che spesso ci porta a fare turni massacranti e a vivere situazioni difficili da sopportare, anche emotivamente. Qui dietro di noi c'è il pronto soccorso nuovo, dove è stato creato il reparto Covid-19 e dove abbiamo visto transitare tanti malati trasportati non solo dalle nostre ambulanze ma anche da quelle che arrivavano da Codogno, Lodi, Piacenza, Pavia, perché da loro non c'era più posto. Noi siamo stati a dare supporto ai colleghi di Bergamo, una delle città più colpite, con una nostra ambulanza e il nostro personale, anche altre associazioni di soccorso si sono unite in questa grande catena di solidarietà. Quindi non posso che ringraziare tutta la nostra grande famiglia di C.R.I. Voghera che ancora oggi è attiva sul campo non solo per i servizi di emergenza/urgenza ma anche per la distribuzione di viveri, la spesa e i farmaci a domicilio e tanti altri servizi. E' giusto quindi riconoscere il valore di questi dipendenti e volontari e rivederlo tutto nei volti di coloro che hanno partecipato a questo video che invito tutti a seguire dalla mezzanotte dell'8 Maggio, anche se poi rimarrà sempre disponibile sul sito C.R.I. e sui nostri canali social come punta di orgoglio del nostro progetto "Voce&Cuore per la C.R.I. di Voghera". Grazie ad Oscar che ha raccolto la mia idea e in una notte ha steso il testo e in breve tempo ha contattato tutti coloro che hanno preso parte a questo brano in tanti modi diversi". Sarà bello soprattutto immedesimarsi in tutti in quei volti, anche a chi guarderà da casa, da un computer, un tablet, uno smartphone, orgoglioso di chi sta fronteggiando questa emergenza indossando una divisa che si è più volte rinnovata nel corso degli anni ma che, in ricordo del suo fondatore Henry Dunant (nacque l'8 Maggio 1828), continua ad essere indossata da 17 milioni di volontari (di cui 160.000 in Italia) presenti in 192 paesi: è infatti la più grande organizzazione umanitaria del mondo ed opera dal 1863 seguendo i 7 Principi fondanti, primo fra tutti l'Umanità, per alleviare le sofferenze degli uomini, anche in questa tragedia che stiamo vivendo tutti quanti insieme e che speriamo di metterci presto tutti quanti alle spalle per tornare alla normalità.

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Questa mattina la Commissione regionale trasporti della Lombardia ha audito i rappresentanti dei viaggiatori Conferenza regionale del trasporto pubblico locale sulle problematiche del trasporto pubblico locale legate alla gestione della 'Fase 2'.
Simone Verni, consigliere regionale del M5S Lombardia, dichiara: "Hanno ragione i rappresentanti dei viaggiatori: non siamo sul binario giusto. Sono state ampiamente confermate le perplessità e dubbi sollevati dal M5S sulla gestione dei trasporti nella fase 2. Il nodo ferroviario resta quello più critico e sono necessari correttivi immediati. Trenord non ha riattivato il 100 per cento del servizio, come avevamo chiesto, per scongiurare l'affollamento dei vagoni. 
Con meno treni sulle linee e l'obbligo del distanziamento sociale i posti persi sono ben più della metà di quelli disponibili".
Per il portavoce del M5S: "Come richiesto dai pendolari va studiato un piano sulla mobilità a 360 gradi e vanno anche implementate le manutenzioni e fatta chiarezza sui rimborsi. Spostarsi in sicurezza è un diritto che deve orientare le scelte di Regione Lombardia sul trasporto pubblico che non si può far dettare l'agenda da Trenord".

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Anche in Oltrepò Pavese il coronavirus ha “picchiato secco” colpendo, oltre che la sfera degli affetti, causando malattie e lutti, l’economia, un’economia quella dell’Oltrepò già per molti versi affetta da “coronavirus”. Ora, in un modo o nell’altro sarà necessario ripartire e, dato per assodato che il Covid è stato un duro colpo, è altrettanto assodato che il mondo non si ferma.

Stanno arrivando, hanno promesso, arriveranno… comunque dei soldi dalla Regione e dallo Stato centrale. Quando e quanti ne arriveranno certamente è difficile dirlo e soprattutto non bisogna dare credito, per amare esperienze precedenti… agli annunci dei vari politici locali che si attribuiscono spesso la paternità di qualunque denaro pubblico arrivi in Oltrepò.

Pochi o tanti che siano, arriveranno in tutta Italia e quindi anche in Oltrepò… per forza perché diversamente si rischia una mezza catastrofe economica ma, ed il passato dovrebbe aver insegnato… dovrebbe…, non rischiamo di commettere sempre lo stesso errore: “abusare” di questi soldi spendendoli in modo sciagurato e fine a se stesso. Perché il punto è proprio questo, questi soldi non andrebbero spesi, ma investiti per creare opportunità.

Quale potrebbe essere un’opportunità, concreta e possibile, per il nostro Oltrepò?

Una buona fetta dell’Oltrepò soffre di spopolamento, soprattutto l’Oltrepò collinare e montano, uno spopolamento che lo inaridisce sia dal punto di vista sociale che economico.

Qualche amministrazione comunale negli anni scorsi ha provato ad invertire la tendenza, offrendo facilitazioni, anche se non di grande portata, a chi si fosse trasferito nel proprio comune, facilitazioni che normalmente consistevano in: taglio o abbassamento delle tasse comunali e/o taglio o abbassamento degli oneri edilizi.

L’intento generale era comunque quello di portare nel proprio territorio giovani o nuclei familiari con figli, che, oltre a vivere nel comune, iniziassero a lavorare direttamente o indirettamente nel comune stesso.

I risultati sono stati modestissimi, al limite dello zero. L’errore di fondo, a mio giudizio, è stato quello di voler “parlare” ai giovani con la speranza che questi, con la valigia in mano, venissero a vivere ed a lavorare in Oltrepò. Questa esperienza, che ha ottenuto numeri bassissimi, ha insegnato che non sono i giovani i possibili e papabili “candidati” a diventare i nuovi residenti dell’Oltrepò… Pertanto la mia domanda è: paradossalmente questo virus, che ci ha messo in ginocchio, potrebbe trasformarsi in un’opportunità per ripopolare i nostri comuni?

Io penso di sì, potrebbe, non solo in Italia ma anche in Francia e Spagna dove c’è stata da parte di molti, al momento della pandemia, una vera e propria fuga dalla grande città. In Oltrepò questo non è avvenuto in modo significativo, non ci sono state molte famiglie oltrepadane trapiantate nei centri urbani o nelle metropoli che sono tornate al paese d’origine. Mi metto però nei panni di una qualsiasi persona originaria di uno dei nostri paesi che ad esempio vive a Milano per lavoro e ora, raggiunta l’età della pensione, si trova oramai da diverse settimane chiusa in un appartamento con un balcone di 10 metri quadrati… a esser fortunati...

Forse questo pensionato in queste settimane di clausura avrà pensato con nostalgia alla sua casa in collina dove è nato ed ha anche accarezzato l’idea che forse sarebbe stato meglio passare la quarantena lì piuttosto che in un condominio a Milano, con tutti gli annessi e connessi.

Tante sono le seconde case in molti comuni dell’Oltrepò, abitate per pochi giorni o poche settimane nel periodo estivo da oltrepadani d’origine, emigrati per lavoro in città, e molti di questi oramai sono in pensione e rimangono in città, o perché sono abituati a quella vita o perché lì, hanno figli e nipoti… In questo momento però il “nostro” pensionato oltrepadano trapiantato a Milano, potrebbe aver rivalutato l’idea di ritornare in Oltrepò…Ecco il punto: cercare di far ritornare in Oltrepò i pensionati. Penso siano loro gli interlocutori possibili da convincere e non i giovani, certamente non con l’intento di trasformare l’Oltrepò in una grande casa di riposo, ma con l’intento di convincere il maggior numero di persone, anche in età avanzata, a ripopolare i nostri comuni.

Può essere che, arrivando i nonni ad abitare qui, i figli possano x o x+y volte al mese venire a trovarli ed i nipoti poi, magari nei periodi di sosta scolastica, potrebbero rimanere in vacanza dai nonni. Queste persone, oltre ad incrementare in termini numerici il tessuto sociale, incrementerebbero anche l’economia locale, perché comunque tutti farebbero la spesa, chi più o chi meno userebbe l’autovettura, chi più o chi meno per ingannare il tempo coltiverebbe un orto o andrebbe al bar… Parlare oggi di feste paesane è sicuramente fuori luogo, ma si ritornerà prima o poi e magari in modo diverso ad una vita “normale” per cui queste persone socializzeranno, porteranno idee, avranno voglia di fare ed organizzare cose.

Come dicevo prima, non è che l’Oltrepò debba diventare una grande casa di riposo, ma “sfruttando” la possibilità che tanti “pensionati” ripopolino i loro paesi d’origine, per molti dei nostri comuni, potrebbe essere un modo per rilanciare il proprio tessuto socio economico. Potrebbe anche essere un modo per dimostrare ai figli di queste persone che comunque, trasferirsi in Oltrepò non è poi così male e magari pensandoci bene, magari con qualche sacrificio logistico, è meglio vivere in Oltrepò che in un condominio in una città.

Vivere in Oltrepò è anche più conveniente, perché è pur vero che c’è meno scelta rispetto all’offerta di una città, ma è altrettanto vero che è meno dispendioso in termini economici e di stress, vivere in una zona rurale piuttosto che in una metropoli: i costi sono inferiori ed in questo momento in cui il coronavirus ha colpito l’economia di tante famiglie, risparmiare in tasse comunali ed economizzare nelle spese familiari generali, è una cosa che molti potrebbero considerare.

Questo però a mio giudizio non basta. In molte nazioni del mondo, visto che lo spopolamento delle aree rurali è un problema planetario, molte piccole località con lo slogan “ti paghiamo se vieni a vivere qui”, hanno ottenuto successo. Allora è chiaro che ci sono vincoli legislativi ed amministrativi di vario tipo, dalla legge di bilancio al patto di stabilità… etc. etc. etc.che frenano questa iniziativa, ma se con i soldi che arriveranno, per affrontare e per cercare di attenuare l’impatto socio economico del post coronavirus, qualche amministratore comunale decidesse di dare tutte le facilitazioni possibili e concedibili dalla legge per un determinato periodo ai pensionati che si trasferiranno nel proprio comune e oltre a questo prendesse l’iniziativa ad esempio di erogare buoni spesa (200€ mensili) per ogni nucleo familiare di pensionati, ecco, farebbe un investimento e non spenderebbe soldi pubblici nel nulla!

Ci saranno poi i dettagli da affinare: i buoni spesa in via prioritaria potranno essere spesi per i prodotti alimentari ma, ed ogni comune deciderà in base alle proprie attività economiche, dovranno essere spesi all’interno del territorio comunale. Qui qualcuno potrebbe obbiettare che in molti comuni dell’Oltrepò non sono rimaste attività commerciali… Vero, ma è altrettanto vero che se il piccolo comune non ha attività commerciali, può accordarsi con i comuni limitrofi ed indirizzare la spendibilità dei buoni lì.

Con la speranza che se un comune non ha ad oggi più alcuna attività commerciale, aumentando il numero dei residenti, forse e speriamo, qualcuno potrà considerare l’idea di riaprire un negozio. Questo potrebbe essere un modo concreto e tangibile per incentivare le persone a ritornare ad abitare in Oltrepò. Chiaramente si dovranno mettere dei “paletti”, il primo che mi sovviene è: “noi ti diamo i buoni spesa per un  anno, ti riduciamo le tasse comunali ma tu ti impegni per almeno tre anni a risiedere nel nostro comune”. Le misure fino ad ora accordate dai comuni oltrepadani, che hanno proposto facilitazioni in tal senso e per questo scopo erano quantificate in 400/500 € annui ed è chiaro che un pensionato di Milano per quella cifra, difficilmente si convincerà a “far su ran e baran”, ma se oltre a quello gli viene garantito un contributo di 2mila/3mila € per il primo anno di residenza a cui va aggiunto un costo della vita inferiore ed una qualità della vita superiore, magari si convincerà e magari senza pensarci troppo. Rimane il problema di come far conoscere l’iniziativa ai tanti pensionati che vivono nelle città metropolitane ma che sono originari dell’Oltrepò: scriverlo sui giornali e sui social non basta, ogni comune può rintracciare, grazie all’ufficio anagrafe, una grande fetta di queste persone che vivono in città e a queste persone va scritto chiaramente quelli che sono i vantaggi economici se trasforma la sua seconda casa nella sua residenza primaria, abituale e continuativa, oppure se decide, invece di pagare l’affitto a Milano, di prendere in affitto, spendendo meno, una casa in Oltrepò.

L’idea non è di difficile applicazione ed inoltre i contributi erogati a questi nuovi possibili residenti rimarrebbero sul territorio, aiuterebbero le attività locali, rifarebbero partire una parte dell’economia. L’Oltrepò, ed è inutile raccontare balle, non ha le infrastrutture idonee oper essere attrattivo e per far sì che nuove imprese si trasferiscano qui, ed è difficilmente e non immediatamente attrattivo neppure per i giovani, ma a mio giudizio potrebbe esserlo per i pensionati. È inutile inseguire chimere di rilancio, in questo momento di grande crisi è meglio partire dalla base, dalle cose più semplici e dalle strade più perseguibili, invece di spendere per l’ennesima volta fondi per fare parchi giochi dove non ci sono bambini, piccoli centri sportivi dove non c’è nessuno sportivo, o nuovi musei della zappa piuttosto che del salamino cotto, là dove non c’è alcun visitatore.… Forse destinare i soldi che arriveranno, pochi o tanti che siano, per rendere attrattivo l’Oltrepò agli occhi di chi potrebbe venirci a vivere... potrebbe essere una grande opportunità, forse l’unica. Se non funziona, rimarrebbero nelle casse dei comuni i soldi dei contributi che si spera arriveranno dalla Regione e dallo Stato, per fare altro...

Il Coronavirus modificherà la nostra estate. Andare al mare non sarà più come gli anni scorsi, le nostre abitudini saranno cambiate. Per evitare assembramenti e vivere la spiaggia in sicurezza, un gruppo di giovani architetti toscani ha ideato un progetto pionieristico, che va al di là delle immagini dei 'gabbiotti' in plexiglass visti di recente sui social. Si tratta di #E-StateInSicurezza, ovvero una fruizione più libera degli spazi della spiaggia pur rispettando le distanze interpersonali. La proposta è stata messa in piedi da otto persone, tutte tra i ventotto e i trenta anni. Provenienti da diverse zone della Toscana, si sono incontrati all'Università di Firenze e hanno incrociato i loro studi e le loro carriere. Si chiamano Andrea Favilli, Antonio Giannetti, Caterina Ghelli, Mirco Guasti, Lavinia Guicciardini Salini, Lucio Innocenti, Tommaso Laezza e Consuelo Rellini. Da loro è partita questa idea che cerca di unire sicurezza, sostenibilità e flessibilità. In rappresentanza del gruppo, gonews.it ha intervistato Antonio Giannetti, architetto di Ponte a Egola.

E-STATE IN SICUREZZA: IL PROGETTO IN TRE CONCETTI CHIAVE

Da circa un mese a questa parte molte sono state le proposte formulate da architetti e aziende per aiutare i proprietari degli stabilimenti balneari delle regioni italiane a far fronte all’emergenza coronavirus.

Ciò che abbiamo notato immediatamente è stato che le proposte erano accomunate da un aspetto a nostro avviso di fondamentale importanza: tutte tendevano a rinchiudere l’uomo all’interno di un oggetto.

La domanda è sorta spontanea: perché chiudersi di nuovo all’interno di uno spazio limitato dopo due mesi di quarantena?

Da qui abbiamo sentito l’urgenza di dire la nostra, proponendo un progetto che si pone in un’ottica differente rispetto alle proposte formulate fino a ora, rompendo gli schemi e basandosi su un approccio rivelatosi vincente negli stato che hanno affrontato al meglio l’emergenza coronavirus: il rispetto delle distanze di sicurezza.

Ciò che proponiamo, è uno schema di flussi e distanze che permetterà sia ai proprietari degli stabilimenti che ai fruitori di tornare in spiaggia serenamente lasciando l’ansia e l’oppressione di questi mesi il più possibile lontano dall’ombrellone.

In quanto architetti, però, non volevamo dimenticarci dello studio dei materiali utilizzati e della resa estetica della nostra soluzione. Per questo motivo abbiamo deciso di focalizzarci su tre conce4 chiave: flessibilità, sicurezza e sostenibilità.

FLESSIBILITÁ

Il progetto si basa sulla divisione in tre macroaree: ingresso, spiaggia e mare, suddivise a loro volta in compartimenti più piccoli e collegate da percorsi a un’unica direzione.

All’ingresso si trova un’area dedicata ai servizi principali: pagamento, bar e soprattutto igienizzazione sia in entrata che in uscita dallo stabilimento In spiaggia, le file di ombrelloni sono divise da corridoi a unico senso di percorrenza, definiti da pareti di corde che delimitano ma non separano.

All’interno delle file, il distanziamento viene garantito da un sistema di pallet che si integrano nella configurazione generale fungendo in seconda istanza da sedute e/o da contenitori ornamentali per il verde.

Lo schema modulare e la tipologia di materiali selezionata fanno sì che il progetto possa essere adattato a stabilimenti balneari di ogni tipologia e dimensioni. I materiali utilizzati sono di basso costo, facilmente reperibili, personalizzabili e in alcuni casi anche riutilizzabili.

I proprietari degli stabilimenti potranno utilizzare tutto il materiale già a loro disposizione, dovendo investire soltanto nella separazione tra gli spazi e non sull’arredamento degli stessi.

Il concept è improntato alla semplicità delle strutture, in modo da limitare al minimo il supporto di manodopera specializzata.

Proprio grazie alla sua modularità e alla facile reperibilità dei materiali, il progetto intende venire incontro alle esigenze di velocità e facilità di realizzazione. Basterà applicare la griglia di base standard all’area a disposizione per individuare gli spazi da destinare agli ombrelloni e quelli per la circolazione.

SICUREZZA

La sicurezza è il fulcro centrale attorno al quale ruota l’intero progetto.

La priorità nello sviluppo del concept è stata quella di garantire la sicurezza e il rispetto delle norme vigenti evitando di erigere barriere che isolassero i fruitori degli stabilimenti balneari in un ambiente occludente.

Il rischio di contagio viene evitato assicurando il rispetto delle distanze minime con l’installazione di arredi e strutture che si integrano perfettamente nel paesaggio balneare garantendo al tempo stesso sicurezza e libertà di movimento.

SOSTENIBILITÁ

I materiali selezionati sono il legno per la struttura centrale e i pallet, la corda per la delimitazione dei corridoi e, facoltativamente, la canapa, un tessuto naturalmente antibatterico utilizzabile per il rivestimento dei cuscini. Nell’intento di perseguire un’idea di sostenibilità ambientale ed economica, il concept prevede materiali facilmente intercambiabili e reperibili localmente in tutte le regioni italiane.

L’utilizzo di materie prime “povere” e in parte di riuso riduce notevolmente l’impronta ecologica del progetto, sia in fase di realizzazione, sia in fase di smaltimento.

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