Lunedì, 06 Aprile 2020
Sabato, 07 Marzo 2020

Il riassetto della governance di Asm Voghera con la nomina del nuovo consiglio di amministrazione ha sollevato, com’era prevedibile, polemiche. Il neonominato vice presidente di ASM , l’onorevole Paolo Affronti ex sindaco di Voghera e segretario UDC, risponde alle critiche :  "Poche riflessioni: parere positivo della Giunta Comunale per la ricostituzione del CDA di ASM e per i nomi proposti - dichiara Paolo Affronti -l'Assemblea approva la decisione dell'azionista di maggioranza ( il Sindaco di Voghera) e riconosce ai piccoli comuni ( Casei Gerola con Todeschini) la rappresentanza in CDA .Non era stato così quando venne nominato l'amministratore unico,l'UDC dissentì e i suoi assessori(Geremondia e Battistella) disertarono la Giunta.Oggi invece con il consenso di tutti ( compresi ,segretario di F.I.assessore Carbone e vice sindaco Salerno,allora grande sostenitore in Consiglio Comunale della soluzione amministratore unico )il consiglio è finalmente costituito .

Al Sindaco Barbieri il riconoscimento di aver preso una decisione difficile determinata dalle dimissioni di Bruno.Dimissioni ,a suo dire ,per favorire la costituzione del CDA,peccato che ha riflettuto troppo tempo da luglio ad oggi.Che dire della gestione dell'amministratore unico : i risultati della sua gestione apparentemente positivi(malgrado la sua scarsa presenza in azienda), ci riserviamo di valutarli in sede di approvazione del bilancio.
Fondamentale certo l'impegno del personale tutto di  ASM che ha dimostrato professionalità .Il dr Bruno però non è riuscito ad attenuare il clima di conflittualità con la partecipata ASM vendita e servizi.In questo senso un clima diverso e costruttivo va ricercato.Personalmente devo dire che ho accettato la vice presidenza perché ho ricoperto tale incarico in passato , metterò a frutto la mia esperienza per far sì che l'Azienda possa offrire sempre migliori servizi e funzionalità ai cittadini del nostro Oltrepo.
Con il presidente Bianchi e gli altri del CDA spero di ben operare ,così come è stato con il consiglio precedente (presidente Sergio Bariani) prima dell'arrivo a Voghera della gestione commissariale. Gli amministratori della Valle Staffora,alcuni dei quali oggi dissentono (motivi politici?)non dimentichino che la soluzione CDA è stata presa dopo le dimissioni del Dr.Bruno da AD. ( un tecnico come ha amato definirsi ,che però non dimentichiamolo era candidato di un partito nell'ultima competizione amministrativa).Per la Valle Staffora  una occasione - conclude Affronti-  perduta per essere presente in  consiglio di ASM. Pazienza i piccoli comuni saranno rappresentati in  CDA dal prof  Todeschini,designato da un comune del basso Oltrepo : Casei Gerola ( a guida centro destra)".

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“Mulìta, cädrighè o cädärghè’, mägnän, umbrälè, cävägnè, spàsäcämê, märciàio, sträsè, ligéra, gelatè, frè, cantastòri “, sono attività ambulanti di un passato di cui ormai si è perso traccia: arrotino, impagliatore di sedie, stagnino, ombrellaio, riparatore di ceste, spazzacamino, merciaio, straccivendolo, barbone, gelataio, fabbro, cantastorie, sia i nomi che le attività di questi ambulanti si perdono nella poesia dei ricordi di chi ha avuto la fortuna di vivere quei magici e lontani anni, ma non trovano concreto rilievo nell’economia moderna poco disposta a riparare alcunché e più portata alla consunzione e sostituzione dei prodotti che la tecnologia moderna mette a disposizione

OMBRELLAIO - era un anziano piemontese a volte accompagnato dal figlio. Tale era perché il padre così lo chiamava, ma in realtà non si era mai visto nulla di così diverso: tanto il padre era piccolo, tosto, nero e silenzioso quanto il figliolo alto, allampanato biondo, ridanciano e chiacchierone. Andavano di casa in casa riparando in loco, sotto un portichetto o all’ombra di un vecchio olmo, ombrelli o grandi ombrelloni da carrettiere. In quei tempi lontani nulla si buttava  ed i vari attrezzi venivano usati sino a consunzione, riparati se possibile, riusati sino alla dissolvenza del materiale e mai gettati anzitempo. L’ombrello classico, di tela nera con fusto e manico di legno, stecche di ferro e gancetti di filo metallico, a volte subiva lesioni o falle riparabili. Si accantonavano in attesa ad’lumbrälè e si affidavano alle sue abili mani che provvedevano a ricucire o rammendare la tela, a sostituire la stecca o il manico rotto o, se possibile, a ripararli.

Solo in casi disperati gli artigiani consigliavano la sostituzione dell’attrezzo e ciò non accadeva mai se in questione era l’ombrellone da carrettiere. In origine era usato dai carrettieri che non potevano interrompere il viaggio intrapreso anche se pioveva o nevicava; dovevano continuare a dispetto delle momentanee avversità confidando nell’assistenza del fedele ombrellone: era enorme, riusciva a riparare contemporaneamente l’uomo a cassetta ed il cavallo aggiogato o il mulo di turno.

Il grosso manico di olmo o altro legno resistente, era fissato lateralmente il carretto all’altezza dell’attaccatura delle stanghe, sorreggeva un enorme telo grezzo variamente colorato, fissato a bacchette di legno o canne di bambù. Le lesioni del telo venivano pazientemente riparate con pesanti cuciture che solo i riparatori professionisti sapevano realizzare usando enormi aghi e filo speciale.

Raramente venivano inserite toppe che alteravano l’uniformità del disegno ma, se necessarie, sopportate in nome del recupero ad ogni costo e non solo per motivi economici. Se iumbrälè si trovavano presso casa all’ora di desinare “l’ùra ad disnà”  non era raro che fosse loro offerto un piatto di minestra ed un bicchiere di vino che consumavano all’ombra della pianta di casa rifiutando decisamente di sedersi con la famiglia per non recare altro disturbo. A volte, richiesto, il vecchio artigiano riparava o costruiva capaci ceste di vimini dette in dialetto “cävägn o cavägnö” assumendo la veste ambulante di un antico mestiere che, generalmente, era eseguito presso la rimessa dell’artigiano “al cävägnö”.

L’umbralè lasciava silenziosamente il paese seguito a notevole distanza dal chilometrico rampollo intento a giocare con i ragazzi, a scherzare con le ragazze o ad essere, a sua volta, scherzato dagli adulti. Il tutto in una bonaria atmosfera scevra da cattiverie, ripicche od angherie, tra brava gente che raramente concepiva la vita in modo diverso da un esperimento non chiesto da vivere con serenità ed allegria. Raffronto con i tempi presenti quel mondo rimarca i sentimenti di quegli uomini che vivevano serenamente pur in presenza di povertà ed ignoranza che oggi sicuramente favorirebbero l’aggressività .

STRACCIVENDOLO - in dialetto l’appellativo “sträsê” rende più l’idea di uno strano mestiere che essenzialmente prevedeva il ritiro di stracci ma anche delle pelli di piccoli animali; i toscani, nel loro fossile e noioso dialetto, come veniva definito da Gianni Brera, lo appellavano cenciaiolo. Gli stracci  o cenci di cui stiamo parlando, non erano le linde pezzuole che oggi rinveniamo nelle nostre cucine o nei ripostigli: erano brandelli informi di stoffe o di maglie che, oltre alla primaria funzione per cui erano nate, avevano già svolto l’onesta attività di supporto allo scarso riscaldamento delle case, alla nobile funzione di straccio o canovaccio nella sua più ampia accezione, ad un’ulteriore cernita per ricavarne suole o tomaie di eleganti ciabatte realizzate dalle donne di casa nei mesi invernali, che rispetto agli zoccoloni di legno, erano molto più calde e silenziose ed infine ormai ridotti ad informi brandelli di stoffa, venivano ceduti come stracci al Mändrògn.

Non era il nome dell’ambulante ma la località di provenienza dello stesso: Mandrogne in provincia di Alessandria, nota località patria di personaggi dediti a lavoretti sani e disposti a tutto pur di sfangare qualche liretta anche se di dubbia provenienza. L’altro filone di affari trattati riguardava le pelli di coniglio, di lepre e di altri piccoli animali di cui e bene dimenticare il nome.

I graziosi animaletti venivano soppressi con un colpetto ben assestato sulla cervicale, venivano scuoiati e le pelli rovesciate venivano impagliate perché meglio seccassero impedendo il deterioramento che le avrebbe reso inservibili. L’uomo si presentava un paio di volte all’anno con un triciclo munito di un ampio pianale posteriore, raccoglieva stracci e pelli chiedendo di essere pagato per il servizio prestato e dopo le risolute rimostranze dei contadini, accettava di pagare pochissimo il materiale che raccoglieva spesso offrendo in pagamento un puzzolentissimo quadrotto di sapone di dubbia provenienza.

Truce come era arrivato, ä strasê lasciava il paese pedalando a fatica senza salutare nessuno e senza che alcuno sentisse la necessità di offrire come consuetudine, un bicchiere di vino o una fetta di salame. Improvvisamente non si presentò al consueto incontro semestrale, e neppure l’anno seguente: voci di paese riportavano turpi avvenimenti a Lui attribuiti e di soggiorni nelle patrie galere. Qualche tempo dopo un onesto operatore della zona sostituì nel ritiro degli stracci e delle pelli al Mandrògn, senza rimpianto alcuno da parte dei suoi clienti. Solo chi ha avuto occasione di vedere il materiale di che trattasi può esattamente comprendere il significato della frase ‘non buttare via nulla’ ma i tempi e le ristrettezze economiche di un paese ridoto sul lastrico da uomini incauti, contemplavano anche nobili sacrifici per risollevare la testa e rimettersi in linea.

BARBONE - il brutale termine italiano non rende merito alla poesia di un clochard o di una ligèra di quei tempi ma tant’è, le varianti lessicali dell’italiano sono ben note e sottolineate da moderni barbari che, se sognanti, sono innocui, ma da svegli perseguono sanguigne espressioni dialettali che, seppur prive di costruzione logica, spesso sono dirette ed efficaci. Una domanda sorge spontanea: perché parliamo di barboni assimilandoli ai mestieri ambulanti? Perché sostanzialmente ambulanti lo erano più di altri ed il loro aveva tutte le caratteristiche di un mestiere. Tanti ne passavano in quei primi anni del dopoguerra: sbandati, poveri, traditi dalla patria o dalla moglie, senza arte ne parte preoccupati esclusivamente di procurarsi un bicchiere di vino, un piatto di minestra e un portico sotto il quale ripararsi dormendo su un comodo letto di paglia. Uno però è rimasto nel mio e nel cuore di molti che lo conobbero in quegli anni: Paolo Braghieri da Piacenza detto Pàul ciùc. Era un impiegato delle poste in pensione, reduce della guerra quindicidiciotto, rimasto con il cuore, con la mente e con tutto il suo sentire nelle trincee del Grappa e del Monte Nero dove era stato gravemente ferito. Indossava esclusivamente vecchi abiti militari che consunti, sostituiva con donazioni da privati o direttamente al distretto militare di Piacenza.

All’apparenza destava quasi apprensione nella sua divisa sdrucita, con quegli scarponi troppo larghi per Lui e con quell’andatura dondolante e ritmica che gli conferiva un’aria patetica e toccante nel medesimo tempo. La sera, ubriaco fradicio, entrava nell’osteria del paese, iniziava a camminare, quasi a marciare avanti ed indietro misurando in silenzio la stanza, quindi repentinamente si fermava e con aria spiritata, alzava la mano destra tendendo l’indice verso l’alto esclamando ad alta voce “abbiamo ricacciato il lupo tedesco nelle sue tane e glùm tnìc col müs in tlà màta  can ad la....” - abbiamo respinto il nemico tenendogli la faccia nella malta, cane di.....- Ultimata la sfuriata nel silenzio dei presenti, Paul riprendeva a misurare a falcate dondolanti la stanza in tutta la sua lunghezza per ripetere la patriottica sfuriata diverse volte.

Non dava fastidio a nessuno, non chiedeva elemosine, perché disponeva di una magra pensioncina che ritirava all’ufficio postale, si aggirava per i paesi ben voluto da tutti ed aiutato da molti in cambio di piccoli leggerissimi lavoretti. Casa mia era tappa obbligata per il piacentino: mia nonna offriva sempre un piatto di minestra ed un bicchiere di vino al povero uomo a condizione che non fosse già ubriaco nel qual caso lo rimproverava severamente negandogli il vino e provocando un contrito e sincero pentimento momentaneo.

Chiaramente minestra e vino venivano rispettivamente versate nella gavetta e nel gavettino militare e consumate per sua volontà, all’aperto anche quando il tempo era inclemente; d’inverno accettava di dormire nella stalla dopo aver consegnato i fiammiferi a mio padre che temeva incendi provocati inavvertitamente dall’accensione del sigaro. 

Il mattino seguente i fiammiferi venivano restituiti al legittimo proprietario che, se si offriva per qualche leggero lavoretto, denunciava il suo desiderio di sgranocchiare un po’ di pane e formaggio che la nonna realizzava con il latte delle nostre mucche.

Salutava tutti, ringraziava ed iniziava il giretto che lo riconsegnava a Bacco dopo poco tempo. Dopo due giorni di neve un pomeriggio ricomparve in fondo alla stradina che conduceva alla mia cascina; non aveva il coraggio di presentarsi alla nonna che lo avrebbe sonoramente redarguito stante la sua situazione altamente alcolica; mi chiamò con la mano ed appena giunsi al suo cospetto, mi ricordò che i miei familiari erano molto buoni con Lui, tutti, anche la nonna. Mio fratello Gianni, detto allora Gianô per le notevoli dimensioni e per il colorito roseo che perennemente esibiva, ci raggiunse curioso. Paul, appena lo vide, lo squadrò a lungo e disse “come sei bello, ti voglio dare un bacio” Si avvicinò e, mentre si abbassava per baciarlo, gli franò addosso seppellendolo letteralmente nella neve fresca ed abbondante.

Il tenore alcolico impediva al povero uomo i movimenti e quindi non riusciva a rialzarsi, imprigionando sotto di se nella neve fresca mio fratello. Provai a spostare il vecchio beone con tutte le mie forze ma non riuscii nell’intento. Da lontano mio padre aveva assistito agli avvenimenti, si avvicinò ridendo, prese il malcapitato per il pastrano e lo sollevò di peso mentre Gianni si rialzava a sua volta un po’ spaventato. Dopo un attimo d’imbarazzo scoppiammo in una risata liberatoria mentre il buon Paul, sorretto da mio padre, abbracciava con trasporto Gianni finalmente sorridente.

Mio padre sempre ridendo, accompagnò la stagionata ligèra dalla nonna pregandoLa per una volta di non sgridarlo, di rifornire la gavetta militare di un po’ di minestra e il gavettino di un’abbondante razione di barbera prima di alloggiarlo al caldo tepore della stalla avendo rifiutato di entrare in casa per scaldarsi al morbido tepore del camino. Per tanti anni Pàul ciùc si è aggirato dalle nostre parti, sempre militarmente impegnato, buono come un pezzo di pane e spesso ubriaco come una bertuccia. Improvvisamente diradò i suoi giretti sino a non presentarsi più . Si seppe che una figlia era riuscita a convincerLo e ad accasarLo presso un ricovero per anziani da dove non usci più . Il Suo corpo non usci dal ricovero non la Sua anima che per la verità non vi era mai entrata, era ed e’ ancora a S.Eusebio per le vie del paese o meglio, lassù sul Grappa e nelle trincee del Monte Nero a fronteggiare spavaldamente i crucchi, con un cappello alpino, un vecchio pastrano militare e il sorriso beffardo di uno degli uomini più buoni che io abbia avuto avventura di conoscere.                                                                        

di Giuliano Cereghini

 

Fratelli d’Italia dà il benvenuto a Marina Azzaretti. Il partito di Giorgia Meloni punta sull’ex assessore voghereseche rappresenta una nuova risorsa che potrebbe essere determinante nel far crescere e rendere più forte il partito, anche in previsione delle prossime elezioni amministrative.

"Viviamo un periodo molto difficile. Ritengo, proprio per questo - dichiara Marina Azzaretti-  importante riprendere in fretta la mia attività politica. Il mio ritorno in campo è un dovere verso  la mia a città e tutti i vogheresi che sia nella  scorsa tornata elettorale che poi ancor più in tutti questi anni mi hanno dato enorme fiducia. E garantisco fin d'ora di impegnarmi con ancor maggior determinazione e dedizione alla mia comunità. La decisione di aderire a Fratelli d'Italia è sgorgata da lunghe e attente riflessioni ed analisi politiche. Innanzi tutto perché mi riconosco nella storia della Meloni, come della altrettanto stimata  e amica,coordinatrice per la Lombardia, Daniela Santanche,entrambe donne, entrambe determinate, che hanno scelto di far politica per il bene comune, non per altri interessi. Oggi la Meloni, dopo aver fatto scelte importanti anni fa, con coerenza ed impegno è diventata la leader naturale di un nuovo centro destra. Simile percorso ha seguito la Santanche. E per questa loro tenacia e serietà le ammiro. Ritengo poi che la proposta programmatica della Meloni, contenuta nei 15 punti del suo programma che invito tutti a leggere,  oggi si sposi appieno con quella che è la mia visione degli obiettivi che una buona amministrazione deve lavorare per garantire alla popolazione, e aderiscono appieno anche a quelle che sono le esigenze locali. Ne cito solo alcuni: attenzione alle donne, incentivazione degli asili aziendali e apertura in orari uffici e negozi, sostegno alle forze dell'ordine e alla polizia penitenziaria, lotta alla corruzione e alle mafie, espulsione degli stranieri che delinquono e lotta al business dell'immigrazione clandestina, politiche di corretta integrazione, sostegno alle imprese, al piccolo commercio, alla produzione a km 0, semplificazione della burocrazia, difesa e atti concreti per la crescita del lavoro, lotta alla disoccupazione, valorizzazione del patrimonio storico artistico come volano di rilancio, rafforzamento del sistema scuole, sostegno a incubatori imprenditoriali e professionali, rafforzamento della cittadinanza attiva, difesa e tutela del territorio, sostegno all'efficientamento energetico, rafforzamento delle autonomie locali e più poteri ai Sindaci, tutela del nostro patrimonio identitario di tradizioni e valoriale.Fratelli d'Italia, come ridefinito dalla Meloni, per me si pone oggi radicalmente come la vera forza politica riformatrice, sintesi dalla storia della destra italiana di quella liberale, moderata e cattolica di persone come me,  portavoce di una strategia finalizzata alla reale difesa e al progresso della nostra nazione e delle nostre comunità locali. Apprezzo non solo la linea politica del partito ma anche l'attività e l'impegno messo in campo dagli esponenti locali. Con loro mi impegnerò - conclude l'Azzaretti - con spirito collaborativo e sinergia di intenti, per far crescere e rendere più forte il partito ma, soprattutto, per dare risposte concrete ai bisogni della nostra città." 

“Con l’entrata di Marina, Fratelli d’Italia continua a crescere e si conferma punto di riferimento per molti amministratori locali lombardi -  dichiara la senatrice Daniela Santanchè - Oggi essere amministratore locale spesso diventa una sfida complessa e pericolosa e Marina, accettando di tornare in campo assieme a noi, ha dimostrato di avere il coraggio e la passione che contraddistinguono le donne di Fratelli d’Italia, mosse dall’Amore per i loro concittadini. In Lombardia ‘Fratelli d’Italia’ sarà sempre pronto ad accogliere chi, come il nostro Leader Giorgia Meloni, non ha paura di mettere al primo posto l’Italia e gli italiani.Con i nostri valori e le nostre idee dimostriamo ogni giorno che non sono le poltrone o gli interessi di partito a guidare la nostra azione. In questi tempi così difficili per il nostro amato paese, credo sia importante dimostrare a tutti gli italiani che i Patrioti ci sono e non abbandoneranno il loro popolo, combattendo e difendendolo su tutto il territorio nazionale, dalle aule dei Consigli Comunali fino al Parlamento.”

"Fratelli d'Italia continua il percorso di crescita in tutt'Italia ed anche nella provincia di Pavia aggregando un numero crescente di Amministratori locali - dichiara il coordinatore provinciale del partito, Claudio Mangiarotti - Le motivazioni di questa scelta sono dettate dalla coerenza e nella concretezza nell'affrontare le varie problematiche politiche che Fratelli d'italia ad ogni livello ha saputo dimostrare in questi anni. Importantissimo per questa crescita è anche il ruolo di Giorgia Meloni, una donna carismatica che con grande determinazione ha saputo portare in pochi anni Fdi ad essere il secondo partito del Centrodestra. Parlando di donne che rivestono ruoli centrali nella politica con piacere accogliamo la vogherese Marina Azzaretti, che riconoscendosi nei valori cari Fdi ha deciso non solo di aderire al nostro partito ma di collaborare alla sua crescita. Sono fermamente convinto che questa adesione rappresenti un grande valore aggiunto per Fratelli d'italia, l'esperienza politica, l'impegno e le capacità dimostrate in questi anni da Marina Azzaretti saranno di forte impulso per il partito non solo a livello cittadino ma anche provinciale. A Voghera siamo una realtà decisamente importante presente in consiglio comunale con un gruppo di 3 consiglieri. Alle prossime amministrative presenteremo una lista altamente competitiva composta da uomini e donne rappresentativi della Città e saremo una realtà determinante per il successo del Centrodestra"

“Marina Azzaretti rappresenta sicuramente un valore aggiunto - dichiara il segretario cittadino Vincenzo Giugliano  - e' un importante risorsa per la crescita del nostro partito e porterà un valido e utile contributo al nostro gruppo anche in vista del prossimo appuntamento elettorale. Tutto il direttivo vogherese le da il benvenuto.”

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