Mercoledì, 19 Febbraio 2020
Lunedì, 03 Febbraio 2020

Abbiamo incontrato Giuseppe Faè, presidente del gruppo VO.LO.GE – Volontari Logistici Gestionali. L’associazione ha sede legale a Cava Manara in via Monte Grappa, ma esistono gruppi locali, parti integranti dell’associazione, anche in Oltrepò Pavese. «Abbiamo cinque sedi operative dislocate sul territorio», ci ha spiegato il presidente; «i nuclei di Casei Gerola – Corana – Cornale e Bastida – Silvano, Gambolò, San Giorgio Lomellina, Pavia, Velezzo. Ce ne sarà presto un altro in Oltrepò.» Proprio a Casei, nello scorso novembre, i volontari hanno prestato un importante e tempestivo servizio in occasione della piena del Curone. Faè, che dal 2014 è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana, ci ha raccontato l’impegno costante del sodalizio sul territorio dell’Oltrepò (e non solo).

Come si è sviluppato il gruppo sui territori?

«VO.LO.GE si è radicata sul territorio sviluppando un programma di convenzioni con le amministrazioni comunali per le quali garantisce il presidio sul territorio svolto da volontari reclutati sul territorio stesso, quindi conoscitori delle problematiche locali. Ovviamente, in caso di necessità, ogni nucleo conta sul supporto del personale degli altri nuclei.»

E come è articolata l’organizzazione delle cellule locali?

«Ogni nucleo ha una sede operativa, un mezzo di servizio ed un magazzino di attrezzature di primissimo intervento secondo le casistiche ed in base alle specializzazioni dell’associazione stessa.»

Qualche esempio di specializzazione?

«VO.LO.GE, come specializzazione primaria, ha la “logistica d’emergenza” seguita da “idrogeologico” e “cinofilia del soccorso”. Ogni specializzazione ovviamente richiede la dotazione di attrezzature specifiche, quali tende, tensostrutture, effetti letterecci, torri faro, tavoli e panche, impianti di illuminazione con generatori, generatori di aria calda, motopompe, turboneve e molto altro ancora. Attrezzature che i quasi cento volontari periodicamente controllano ed usano affinché tutto sia funzionante e pronto per eventuali emergenze. Il controllo e la manutenzione delle attrezzature costituisce momento formativo per i volontari, i quali, al di là della frequentazione del corso base ed altri specialistici, applicano la pratica quale miglior insegnamento. Oltre ai nuclei periferici, VO.LO.GE. ha anche delle sezioni operative di specializzazione, come quella del N.O.C. - Nucleo Operativo Cinofilo.»

Parliamo di questo nucleo.

«Il N.O.C. annovera quattro cani preparati e pronti per la ricerca in superficie di eventuali dispersi, tramite il criterio “mantrailing”, che consiste nell’annuso di un indumento personale, quindi rilevazione della traccia del percorso fino al ritrovamento della persona. Le unità cinofile sono abilitate e certificare da U.C.I.S.- Unione Cinofili Italiani del Soccorso, organo specialistico dell’E.N.C.I. - Ente Nazionale Cinofilia Italiana, unico e massimo organo cinofilo riconosciuto dal Dipartimento Nazionale della Protezione Civile.»

Quali sono i metodi con cui riuscite a finanziarvi e quindi a mantenere anche un così cospicuo numero di attrezzature? Ottenete fondi regionali?

«Poche cose le abbiamo attinte da bando regionale e bando nazionale. Il resto mettendo mano al portafoglio, con autotassazione dei soci fondatori oppure grazie a servizi che svolgiamo, mettendo a disposizione parte delle attrezzature (come tensostrutture, tavoli, panche), a fronte di richiesta, per eventi organizzati da comuni, Pro Loco, società sportive; anche in altri comuni dell’Oltrepò, diversi da quelli dove siamo presenti direttamente. Chiaramente davanti a questo servizio chiediamo un minimo contributo; le minime risorse per continuare a vivere come associazione, per pagare l’assicurazione dei nostri sette mezzi. Anche perché i bandi, che siano regionali o nazionali, a volte ti danno la possibilità di acquisire attrezzature, ma al massimo arrivano a pagarti il 75% della spesa. Quindi se tu acquisti un’attrezzatura che costa 10mila euro devi averne a disposizione altri 2500.»

Quali sono le spese principali cui fate fronte con queste risorse?

«La maggior parte delle risorse viene investita nelle divise e nei dispositivi di protezione individuale per i volontari. Il volontario ha sempre la priorità.»

Quanti sono i volontari facenti capo complessivamente all’associazione?

«Attualmente novantasette.»

Quali sono le occasioni di incontro?

«I vari nuclei hanno in programma almeno un paio di volte al mese una serata in sede. Noi, come sede, organizziamo riunioni periodiche, oppure quando c’è la necessità di illustrare servizi o la gestione di determinate emergenze. Avendo nuclei sparpagliati sul territorio lasciamo una certa autonomia gestionale.»

Lei, personalmente, ha una lunghissima esperienza come volontario in svariate situazioni di emergenza.

«Ho partecipato alle operazioni di soccorso in sette terremoti. Sono stato in Kosovo... ho cominciato la mia attività di volontario nel 1976. Dal 2014 in poi, quando è nata questa associazione, abbiamo dovuto far fronte a varie emergenze: gelicidio, esondazioni dei fiumi, situazioni di dissesto idrogeologico, come ad esempio quelle dello scorso ottobre a Rivanazzano, Casteggio, Voghera, dove abbiamo lavorato per una settimana. E, pochi giorni dopo, la piena del Curone.»

Come ha preso vita VO.LO.GE.?

«In precedenza ero presidente di un’altra associazione che faceva non solo attività di protezione civile, ma anche altre cose. Dopo di che, dal momento che in quella l’interesse per la protezione civile era venuto meno, con altre sei persone abbiamo deciso di fondare questa nuova realtà. Era il febbraio 2014. Dopo cinque anni potevamo già fare affidamento su quattro gruppi periferici e su più di settanta volontari.»

Una crescita rapida. Ci sono progetti di espansione ulteriore?

«Noi intendiamo diffondere una cultura di protezione civile, e siamo costantemente disponibili alla creazione di nuovi nuclei e a rispondere alle esigenze in questo senso dei comuni del nostro territorio. Tanto per fare un esempio: un comune di 3mila abitanti, se volesse costituire un gruppo comunale (e se riuscisse a trovare dieci persone disponibili), come uscita finanziaria nel primo anno dovrebbe mettere in conto almeno 25mila euro.

Organizzarsi per i corsi, per il vestiario, per i mezzi di trasporto e per un minimo di attrezzatura. Ora, un comune spenderebbe quei soldi con il rischio che dopo un anno il gruppo magari abbia dei litigi interni e si sciolga. Il comune in questo caso si troverebbe 25mila euro di divise e attrezzature appesi al chiodo.»

Quale la soluzione?

«Un sindaco illuminato valuta di procedere in outsourcing. Mette in piedi una convenzione triennale con un’associazione già operativa, già dotata di attrezzature, alla quale versa una cifra a titolo di rimborso. Dopo di che, noi andiamo sul territorio, chiediamo una stanza dove mantenere una sede,  e troviamo 5/6 persone per far partire il gruppo.»

È successo così a Casei Gerola.

«A Casei c’è un gruppo di 12 persone. In più, quando arriva una situazione di emergenza tutti e 97 i volontari sono pronti a convergere per dare una mano, se necessario. Quelle 12 persone sono le prime che intervengono, con attrezzature dell’associazione, ma i rinforzi vengono subito allertati. Tanto è vero che, durante l’ultima emergenza sul Curone, quando siamo arrivati a Casei abbiamo montato le paratie di protezione a monte e valle del Curone in un’ora, perché c’erano quasi trenta persone. Poi abbiamo presidiato la situazione tutta la notte, fino al rientro dell’allarme. Stesso discorso per Cornale.»

Certo, non sarà facile reclutare volontari. Il mettersi a disposizione degli altri non sembra essere più fra i principali interessi degli italiani...

«Non solo per noi... che per fortuna abbiamo anche 7/8 ragazzi giovani, fra cui un diciottenne, un ventenne anche fra i cinofili. L’impegno a volte può essere importante; i cinofili chiaramente sono i più stressati rispetto agli altri perché tutte le domeniche devono allenare i cani. Il problema nostro, ma di tutte le associazioni di volontariato, è quello di reclutare volontari. La gente non è più molto sensibile al mettersi a disposizione per fare qualcosa per gli altri. Noi siamo un’isola felice, con tante attività che riusciamo a realizzare... Ovvio che soprattutto in materia di Protezione Civile è necessario investire tempo, e certe volte anche denaro, perché non sono previsti rimborsi. Ma soprattutto tempo. Diciamo che non c’è precettazione o reperibilità, ma ci deve essere disponibilità, che è diverso.»

Siete in rapporti costanti con la Protezione Civile provinciale?

«Certo, noi siamo comunque inquadrati nell’ordinamento della Protezione Civile. Come tutte le altre organizzazioni del settore: siamo 86 in provincia di Pavia, fra gruppi comunali e associazioni; il coordinamento, per legge, è demandato alla provincia. Lavoriamo a stretto contatto con i dirigenti e i funzionari dell’ufficio Protezione Civile. Non ci si muove mai autonomi. La nostra autonomia è vincolata ai comuni con cui siamo coordinati. Se succede un’emergenza a Casei interveniamo noi; se il problema diventa troppo grosso e ingestibile arrivano anche i volontari di altre organizzazioni. Noi abbiamo la nostra colonna mobile, per cui siamo autonomi, per quanto riguarda attrezzature come autopompa, torre fare e tutto quello che può servire.»

Organizzate anche i campi scuola...

«Sì, una bella esperienza a contatto con i giovani. L’ultimo ai Piani del Lesima, con 60 ragazzi, è durato una settimana. A luglio 2020 si realizzerà la settima edizione.»

Parliamo più nel dettaglio del nucleo di Casei.

«Il nucleo è stato costituito quattro anni fa con l’ex sindaco Stella. Leonardo (Tartara, ndr) ha ereditato questo accordo, e ha deciso di rinnovare la convenzione per i prossimi tre anni. È un sindaco molto attento al discorso della prevenzione e ai vari compiti della Protezione Civile. È riuscito a farsi finanziare le barriere anti-esondazione dal Magistrato del Po (ora AIPo). Noi abbiamo fatto un’esercitazione ai primi di ottobre per il posizionamento delle barriere anti-esondazione del Curone, a monte e a valle del ponte, all’ingresso di Casei...»

Esercitazione che si è rivelata molto utile, dato che pochi giorni dopo l’esercitazione si è verificata l’emergenza vera e propria. In quali altre attività collaborate con il gruppo di Casei?

«A Casei, al di là di questo evento emergenziale, ciò che ha fatto nascere il gruppo è quanto successo nel 2014 con la grande esondazione, quando già eravamo intervenuti a svuotare le cantine... ma soltanto il giorno dopo. Da lì si è capita l’esigenza di far crescere un presidio locale in grado di operare il prima possibile. Poi collaboriamo con la Polizia Locale per altre manifestazioni, vedi la festa medievale che organizzano in paese. Lo stesso facciamo in altri comuni, come a Cornale. Recentissimamente, il 6 gennaio, a Gerola hanno organizzato il tradizionale falò del fantoccio della befana. Siamo andati noi a fare il presidio, in accordo con i Vigili del Fuoco.»

E in programma ci sono altre esercitazioni?

«Abbiamo in programma un’esercitazione di due giorni a Casei, simulando un problema intercomunale. Prevederemo anche l’evacuazione di alcune persone, per testare i punti di raccolta. Avremmo dovuto già averla fatta, ma poi c’è stata la piena... è arrivata insomma l’emergenza vera e ci ha bloccati.»

Vi occupate, me lo ha detto prima, anche di dissesto idrogeologico. Data la presenza sul territorio, conoscerete bene la situazione disastrosa del nostro territorio.

«Assolutamente sì, diciamo che il nostro servizio, in “tempo di pace”, è anche quello di monitorare il reticolo minore, perché i problemi storicamente abbiamo visto che arrivano da lì, più che dai grossi fiumi. Il clima è cambiato, si verificano sempre più spesso le famose “bombe d’acqua” (anche se è improprio come termine), e quello che succede – a partire dalle invasioni di acqua e fango, o l’ingrossamento dei torrenti – è dovuto all’incuria uomo. Nel senso che se nei periodi di calma non si provvede a rimuovere i detriti, anche un semplice fossato si gonfia in un attimo. I fossi che servono allo scolo delle acque piovane non vengono mantenuti, non vengono periodicamente puliti, quindi è ovvio che al verificarsi di precipitazioni i fossi si riempiano in un attimo e che l’acqua vada dove non ha impedimenti.»

Come si articola il vostro monitoraggio?

«Noi arriviamo sul territorio e notiamo una situazione problematica, quindi facciamo le segnalazioni al sindaco all’AIPo. Il sindaco di Casei, grazie alla sua sensibilità, si è mosso prima lui con AIPo per curare la pulizia del Curone qualche chilometro a monte dell’abitato, appunto per evitare che in caso di piena detriti, ramaglie e altro si incastrassero sotto il ponte. La prevenzione viene fatta con la manutenzione quindi dei corsi d’acqua minori, ma anche del piccolo fossato. Ovvio poi che se si rilevano ammassamenti di materiale boschivo, in accordo con AIPo noi ci mettiamo a disposizione per la rimozione. Certo, preferiamo farlo all’asciutto, in estate, e non quando c’è la piena, con il rischio di andare a bagno...»

di Pier Luigi Feltri

Stradella è l’unica città dell’Oltrepò orientale dalla quale partono treni e corriere per Piacenza, Pavia e Milano. È un centro di primaria importanza per i pendolari della zona, non solo per gli undicimila stradellini. Per questo motivo gli sforzi e gli investimenti richiesti sono maggiori rispetto ai comuni del circondario. Micol Galli, Pianificatore Territoriale a Piacenza, dal maggio scorso è consigliere delegato al pendolarismo e al trasporto del Comune di Stradella. Eletta tra le fila di Fratelli d’Italia, è anche stata nominata Presidente della Commissione Urbanistica.

Micol, per lei questa è la prima esperienza come consigliere comunale?

«Sì, sono stata eletta lo scorso maggio nella nuova amministrazione. Ci tengo a ringraziare il coordinatore Provinciale di Fratelli d’Italia Claudio Mangiarotti per l’occasione datami e il Sindaco Alessandro Cantù per avermi inserito nella sua squadra ed avermi affidato le deleghe al pendolarismo e al trasporto».

Come mai ha deciso di accettare queste deleghe e di occuparsi di questo settore?

«Questa delega mi è stata affidata dal Sindaco Cantù per la mia preparazione da Pianificatore Territoriale ma anche perché da diversi anni sono una pendolare: uso il treno tutti i giorni per andare a lavorare e quindi vivo l’esperienza sulla mia pelle ogni giorno, in tutte le sue problematiche. Già durante il periodo universitario aveva svolto diversi studi e progetti sul trasporto e sulla mobilità».

Quali sono i principali disservizi di cui soffrono i “pendolari stradellini”?

«La stazione di Stradella fa parte di due tratte molto congestionate: la Stradella/Pavia/Milano e la Stradella/Piacenza. Sulla tratta diretta a Pavia ci sono disservizi continui, in varie fasce d’orario. Mentre sulla tratta diretta verso il piacentino le problematiche riguardano essenzialmente i treni del mattino frequentati dagli studenti diretti a Piacenza».

Per esempio?

«La stazione di Stradella raccoglie un enorme bacino scolastico essendo usufruita dagli studenti di tutti i paesi limitrofi. Ho avuto parecchie segnalazioni da loro soprattutto riguardante il treno delle 7:18, diretto Castel San Giovanni e a Piacenza, il quale è sempre pieno e in ritardo. Gli studenti hanno solo la possibilità di entrare con massimo di quindici minuti di ritardo, altrimenti sono costretti ad aspettare fuori dall’istituto. Questo genera la perdita dell’intera ora di lezione e la richiesta di giustificazione da parte del genitore».

Come potete affrontare e risolvere questo problema?

«Insieme al Comune di Broni, e coinvolgendo anche i sindaci dei comuni limitrofi, siamo riusciti ad avere un incontro con il Prefetto di Pavia, al quale abbiamo fatto le nostre proposte, segnalando le problematiche e le criticità attuali. Una delle segnalazioni da noi fatta riguarda appunto il treno delle 7:18 per Piacenza, chiedendo che venga anticipato di almeno 10 minuti, in modo tale da poter permettere agli studenti di non perdere la prima ora in caso di ritardo della partenza. Abbiamo già problematiche che riguardano la mobilità sulle strade, con buche e ponti chiusi, quindi l’obbiettivo è potenziare e garantire un livello medio-alto di mobilità alternativa, ferro e gomma, senza che questo diventi uno stress a fine giornata».

Cosa prevede la convenzione con tra comune e Ferrovie?

«Tra Ferrovie e Comune di Stradella esiste una convenzione che scadrà a breve, nel 2021, e che andrà rinnovata. La pulizia dei locali è garantita e gestita dalla Broni Stradella Spa. Noi verifichiamo che questo venga fatto. Uno dei nostri obbiettivi è sicuramente inserire gli spazi della stazione di nostra competenza nell’ambito del “Progetto Reciprocità”, bando indetto da questa amministrazione riservato a coloro che, con determinati requisiti, svolgeranno attività socialmente utili con piccole manutenzioni e interventi migliorativi, mantenendo tutti i requisiti in materia di sicurezza previsti dalla legge».

Avete previsto qualche lavoro straordinario riguardante la stazione ferroviaria?

«La stazione di Stradella, di proprietà di FS, è in una posizione strategica di primaria importanza anche per comuni come Portalbera, Santa Maria della Versa e tutta la Valversa e viene utilizzata sia da studenti che da lavoratori. Esiste un progetto di riorganizzazione del piazzale al fine di migliorarne la fruibilità, il tutto senza alcun esproprio alle ferrovie. Sarà avviabile con il rinnovo della convenzione».

Parlando di servizio ferroviario: nei giorni scorsi Regione Lombardia ha rinnovato la convenzione con Trenord per altri nove anni, senza alcun bando. Una notizia che ha subito fatto infuriare i pendolari, viste le numerose critiche e i parecchi disservizi degli ultimi anni. Qual è la sua opinione?

«Ho ricevuto il Comunicato dei “Comitati Viaggiatori ferroviari della Lombardia”. Ad oggi Trenord non offre un servizio adeguato agli utenti, con pochi mezzi vecchi e obsoleti. Speriamo che tutto questo migliori e che posso garantire un servizio migliore in futuro».

Torniamo alla sua delega. Com’è la situazione del pendolarismo stradale? Com’è il vostro rapporto con Autoguidovie?

«Sin da quando ci siamo insediati abbiamo rilevato disservizi riguardanti non solo Stradella ma anche i paesi vicini collegati dalle tratte comuni. Le corse e le fermate devono essere garantite ed effettuate sempre. Abbiamo chiesto chiarimenti alla società ed ora siamo in attesa di risposte».

Quali sono le prossime problematiche che intende affrontare?

«Sicuramente vorrei sistemare tutte le fermate della linea urbana di Stradella: abbiamo rilevato fermate non segnalate, prive di cartelli o di orari esposti. Ci sono anche problematiche da affrontare riguardanti lo stato delle pensiline e della segnaletica orizzontale che sono sicuramente da migliorare e prevedere. Per poter far si che la mobilità su gomma sia utilizzata maggiormente ci deve essere più chiarezza nell’offerta di tale servizio: esposizione degli orari e mappa delle linee devono esserci ovunque e facilmente reperibili».

Lei è Presidente della Commissione Urbanistica. Di cosa vi state occupando attualmente?

«La commissione si è riunita a novembre, in cui abbiamo discusso il riadattamento del regolamento edilizio urbano nel rispetto della nuova normativa regionale, la quale va a standardizzare tutti i regolamenti urbani con adattamenti relativi ad ogni specifica realtà. Riuniremo una nuova commissione per presentare il regolamento definitivo, il quale dovrebbe essere operativo già da metà anno».

di Manuele Riccardi

Il 22 gennaio 2020, sono quattro anni che il mio fratellone buono ci ha lasciati. Fratellone buono. Gianni era così un uomo buono. Buono con tutti, disponibile con chi avesse bisogno, generoso fino all’autolesionismo. Chiunque avesse un problema, chiunque lo cercasse trovava in Lui disponibilità e cortesia. Nasce a S. Eusebio il 21 gennaio 1949 da Emilio e Venturelli Maria. Coccolato e vezzeggiato dalla mamma e dalla sorella Gianfranca, difeso dal padre che ne vedeva l’erede, compagno di giochi e di marachelle del fratello Giuliano: anzi, per i più, erano sempre giochi e quelli del fratello sempre marachelle. Purtroppo era quasi sempre vero e, più avanti, scopriremo perché “quasi”.

Chi non lo conosceva bene ricorda il sorriso buono che si intravedeva sotto due mustacchi imperiali.  Bianchi ormai, sale e pepe come Lui diceva, ma imponenti e ben curati. Era un uomo buono o, come  mi piace ricordare, era la bontà vestita da uomo. Tutti lo rammentano con tanta nostalgia e con il rimpianto vero che si deve ai grandi uomini. Si, grande uomo lo era davvero: con tutti e per tutti. Con quel ricciolo malandrino che spesso gli copriva la fronte e con quel sorriso i baffoni, ma soprattutto con il sorriso degli occhi.

Gli occhi di un cerbiatto velati da una punta di tristezza, me sempre sinceri e luminosi come solo sanno essere gli occhi di un bambino. Ecco Gianni era così: Rambo nell’aspetto e bambino nell’animo. Era la dolcezza nel corpo e nelle mani di un gigante. Era ciò che più ho invidiato nella mia vita: un uomo buono. Continuo a scriverne al passato, ma spesso mi sembra impossibile che non ci sia più o, come diceva Lui vecchio alpino, che sia andato avanti. Penso e dico cose che lo coinvolgono dal vivo, non come un ricordo. Passando davanti al piccolo cimitero del paese saluto Lui e gli altri sfortunati amici di Mario e Domenico come ho fatto per tanti anni conversando come ai bei tempi quando le giornate di questa magra vita terrena, erano più lievi, più serene. Mi sembra impossibile che ci abbiano lasciato. Mi sembra impossibile che il mio fratellone buono non sia più a Sant’ Eusebio a sfalciare l’erba del giardino con il fedele Domenico preciso punto di riferimento dei suoi continui rimproveri agricoli o comportamentali! Ebbene questa buonissima persona, Gianni dico, ebbe a perpetrare in un lontano passato, una micidiale marachella, l’unica se ben ricordo, ma tremenda e foriera per me di ingiusti rimbrotti e prese in giro (il quasi). Il marrano poi ebbe a completare l’opera tacendo la mia innocenza e salvaguardando la sua immacolata immagine di Gianò bambino buono. Ricordandolo con infinito amore e rimpianto voglio che quella storia che oggi mi fa sorridere, renda merito al fratello meno buono di Lui, più scapestrato e un po’ folle ma, in quell’ occasione dannatamente innocente. Ti voglio bene fratellone e ti perdono per una volta, ma non provarci più quando ci rivedremo nelle amate praterie celesti di caccia di Manitù.

Mio fratello Gianni aveva allora sette splendidi anni, era grande e grosso, bianco e rosso come un bocciolo di rosa, ultimo di tre fratelli era il cocco di tutti : di papà perché dicevano che gli rassomigliava, di mamma perché molto buono, di mia sorella che avendo otto anni più di lui si sentiva un po’ mamma, di nonna che lo definiva il suo pacioccone.

Unico in famiglia che non lo amava troppo ero io perché, di due anni maggiore, aveva di fatto preso il mio posto di primo ed unico maschio della nidiata: mi aveva rubato coccole, attenzioni, complimenti e vizzi nonostante le assolute prudenze dei miei familiari che avevano già sperimentato la mia aggressività quando Gianni contava dieci mesi ed io ventidue. Non riuscivo più a strappare la mia adorata tettarella di gomma al poveretto che, nel frattempo, armato di quattro dentini in posizione strategica, aveva imparato a resistere ai miei ripetuti tentativi di strappargli il ciuccio che mamma mi negava. Dopo una simile operazione infruttuosa, nonna mi aveva sorpreso ad avvicinare un seggiolino alla culla, a brandire una palettina in ferro “ bärnàs “ e pronunciare una frase minacciosa: mè al màsc. Inequivocabile. Nel tempo ero peggiorato sino a costringere babbo a mettermi in collegio a Pavia sia per cercare rimedio alla mia giovanile follia, sia per permettermi di frequentare scuole non altrimenti raggiungibili dal mio adorato paesino. Gianni è una delle persone più buone che sia dato incontrare: dico spesso di lui che non è un uomo buono, Lui è la bontà vestita da uomo. Allora era Gianô, con gli anni e’ diventato un omone, Ràmbo per gli amici, mantenendo però la caratteristica essenziale del suo carattere.

L’unica volta che l’ha combinata davvero grossa nei miei confronti è stato il trattamento riservato a l’aniôn. - anitra maschio da riproduzione - Ricordo io avevo nove anni, lui sette, era d’estate, periodo che ispirava molto il mio spirito bizzarro: ne combinavo di tutti i colori coinvolgendo mio fratello ma sopportando da solo, come giusto, i rimproveri, le sgridate e spesso le legnate di mio padre che aveva imparato a non chiedersi e a non chiedermi più “ chi e stato?”.

Già lo sapeva e si comportava di conseguenza. Pranzavamo, quando mamma, senza secondi fini, ebbe a segnalare che lo splendido maschio di anatra muta, scelto quale riproduttore per l’annata, non aveva il solito atteggiamento elegante, maestoso ed aggressivo: sembrava a suo dire, un po’ giù . Babbo girandosi di scatto verso di me, “o l’è malà o quaidö gà dàt una svaslà” o è malato o qualcuno l’ha picchiato?  e continuò tranquillamente a mangiare. Mi sentii ferito nell’orgoglio non tanto e non solo perché ero innocente, ma soprattutto per non aver mai pensato di sistemare la mala bestia nel modo suggerito da mio padre per punirlo del fatto che, a volte, ci inseguiva beccando le nostre nude gambette. Spergiurai la mia innocenza, finsi d’essere tremendamente offeso, non convincendo papà e costringendo mamma a prendere le mie difese per pacificare gli animi. Ràmbo assisteva impassibile.

Il giorno dopo mamma denunciò il peggioramento dell’orgoglioso animale che ormai rifiutava il cibo e si aggirava ciondolante per il cortile non alimentandosi e non esercitando l’importante funzione per cui ero stato scelto. Papà non aveva cambiato idea: la colpa era sicuramente mia conosciuto, non solo a casa mia, come temibile randellatore di qualsiasi animale si aggirasse nel paese. Negai con tutte le mie forze arrivando persino a lacrime a cui solo mamma fece finta di credere.

Ràmbo assisteva impassibile.

Passarono diversi giorni e la musica era sempre la stessa: la bestiaccia stava male e la colpa era mia: ormai questa teoria era tacitamente condivisa da tutti e la cosa mi infastidiva sempre più. All’ennesima allusione di papà, smisi di mangiare, mi alzai di scatto e contrariamente alle abitudini, senza chiedere permesso ad alcuno, uscii di casa.

Ràmbo assisteva impassibile.

Cercai la mala bestia in cortile, non la vidi subito: improvvisamente la scorsi all’ombra della serenella e vicinissima alla piletta dell’acqua. Era magrissimo, incapace di reggersi sulle zampe e con la testa ciondoloni; di tanto in tanto beveva un sorso d’acqua dal contenitore, si muoveva appena, e tornava a sdraiarsi privo di forze e di volontà. Mi fece sincera compassione, mossi verso di lui che non reagì come suo solito, lo accarezzai quasi a dargli coraggio ed istintivamente, provai a scostare le penne del dorso ben sapendo dove i monelli come me colpivano senza ragione animali innocenti solo per riderne.

Nulla trovai sul dorso ma improvvisamente, mentre esaminavo le ali della povera bestia, mi accorsi di un sospetto gonfiore nella parte posteriore dell’animale: esattamente sotto la coda . Occorre fare una breve premessa per i ....non addetti ai lavori: l’attrezzo riproduttore dell’anitra maschio è una specie di vermiciattolo elicoidale bianchissimo, tipo “girabarchè” - in italiano piccolo trapano a mano - L’atto cupolativo è lento e metodico e il fortunato animale, contrariamente a polli e conigli, non dimostra fretta nel nobile gesto arrivando addirittura ad aggirarsi per il cortile con la mobilia al vento per aerare e raffreddare il suo baldo strumento di piacere e di dovere irritando, con tale comportamento, il buon Ràmbo, come poi si seppe.

L’accennato sospetto gonfiore finito sotto i miei polpastrelli altro non era che al girabarchè ad l’aniòn sapientemente annodato. Avete capito bene: qualcuno aveva fatto un nodo nello strumento di lavoro e di piacere della povera bestia! E non ero stato io! L’attrezzo bianchissimo in origine, dal nodo in avanti era violaceo tendente al nero mentre nella parte inferiore conservava il colore naturale. Afferrai l’animale e con un po’ d’impegno e con le mie abili dita, sfeci il nodo con non poca difficoltà. L’animale appena liberato dalla sadica tortura, parve rinascere: spiccò un balzo in avanti, si diede una salutare sgrullatina, si mise a correre in cerchio come impazzito e addirittura mi guardò con occhio diverso dal solito, o almeno così mi parve.

Lasciai il pennuto godersi la magia del momento, rientrai in casa senza proferire inutili parole. Notai che, per la prima volta, Ràmbo mi guardava sottecchi senza misurare il suo occhio con il mio. Ebbi il dubbio che l’angioletto, il bambino buono, il cocco di mamma avesse qualcosa da nascondere ma non ne avevo la certezza. Attesi che babbo si avviasse al sonnellino pomeridiano, le donne fossero intente ai lavori di cucina, avvicinai Gianni ormai agitatissimo, lo presi per la camiciola e con aria cattiva gli dissi “ sàt fàt ä l’aniòn?” e lui di rimando “chè câ tl’hà dìt?”. “Cosa hai fatto all’anitra maschio?” E lui “Chi te l’ha detto?” Avevo la certezza che era stato lui. Non dissi nulla a nessuno ma lascio alla più fervida immaginazione di chi legge, come e quante volte il povero Gianni ebbe a pagare a caro prezzo la sua ignavia e la sua insensibilità nei confronti di suo fratello.

L’aniôn fu ancora oggetto di discussioni tutte improntate alla meraviglia per la repentina e totale guarigione della povera bestia, nessuno ne sapeva la ragione ma un’insolita occhiataccia di mio padre a Ràmbo, l’angioletto, mi convinse che probabilmente aveva capito o, anche lui, aveva estorto la confessione.

Naturalmente nessuno si degnò di chiedere scusa a me che, almeno in quell’occasione, non ero minimamente colpevole anzi, avrei meritato un encomio e un poco di riconoscenza per l’opera altamente umanitaria che avevo compiuto: almeno da l’aniôn! Invece la mala bestia ristabilita e ingrata, continuava a rincorrermi per mordicchiare le mie nude gambette, suscitando composti ululati di dolore e di rabbia.

di Giuliano Cereghini

Abbiamo festeggiato con brindisi, prelibatezze e abbuffate di ogni genere. Adesso è il momento di pensare alla linea e rientrare nei ranghi di un’alimentazione più equilibrata. Perdere un po’ di peso non è impossibile, è anche un atto doveroso nei confronti del nostro fisico il quale, dopo tanti stravizi, ha bisogno di un momento di riposo e di detox.

La ricetta di questo mese è una zuppa che utilizza un prodotto del nostro territorio molto prezioso per la nostra salute: la cipolla dorata di Voghera.

La cipolla, con tutte le sue varietà, è un ortaggio diffuso in tutto il mondo e da sempre presente nell’alimentazione dell’uomo. È una pianta erbacea bulbosa, della famiglia delle Liliacee, originaria delle zone asiatiche, usata fin dall’antichità dagli egiziani e successivamente da greci e romani.

Questo alimento, oltre che ingrediente principale di moltissimi piatti culinari, possiede molte proprietà curative ed è di base un antibatterico naturale. La cipolla è ricca di vitamine (A, B1, B2, C, E), sali minerali come calcio, fosforo, magnesio, ferro e manganese, fonte di fermenti naturali utili per stimolare e favorire la digestione. Inoltre, contiene pochissime calorie e ha una forte azione diuretica, in grado di ripulire fegato e reni. Essendo un antibatterico naturale, la cipolla ha un’azione antisettica sul nostro organismo, utile per combattere contro germi, batteri ed infezioni; in particolare, depura e disintossica l’intestino, favorendo lo sviluppo della flora batterica. In particolare, la cipolla dorata di Voghera ha una forma a trottola leggermente schiacciata, con un diametro di circa 6 cm di media; il colore è giallo dorato intenso. Il profumo è molto intenso e il sapore è caratterizzato da una elevata sapidità.

La coltivazione avviene nell’area vogherese e nei comuni immediatamente limitrofi. Si raccoglie in estate e si conserva per tutto l’inverno.

Per le sue caratteristiche di consistenza e gusto, è particolarmente adatta ad essere utilizzate nella preparazione di minestre e zuppe. E veniamo alla nostra ricetta, molto gustosa ed indicata anche ad una cena conviviale. Tra gli ingredienti troverete la mela, che ha un ruolo fondamentale in questa preparazione perché renderà la zuppa molto più digeribile!

Come si prepara:

Peliamo le cipolle e le affettiamo ad anelli sottili. Tagliamo la mela sbucciata a fettine sottilissime. In una casseruola mettiamo 5 cucchiai di olio extravergine ,uniamo le cipolle e la mela e facciamo rosolare a fuoco dolce per circa 20 minuti fino a quando non saranno appassite, senza prendere colore. A questo punto aggiungiamo la farina, mescoliamo bene e cuociamo  ancora due minuti. Scaldiamo il brodo e lo versiamo gradualmente nel tegame con le cipolle, mettiamo il coperchio e lasciare cuocere dolcemente per un’ora. Ora saliamo e aggiungiamo una bella spolverata di pepe macinato al momento. Preriscaldiamo il forno a 180°C, inforniamo  le fette di pane disposte su di una teglia e le rigiriamo una volta fino a farle dorare. Togliamo la teglia dal forno. Versiamo la zuppa abbondante nelle ciotoline di terracotta, appoggiamo sulla superficie di ogni zuppa una fetta di pane che cospargeremo con il formaggio grattugiato. Disponiamo le ciotoline sulla griglia del forno, accendiamo il grill e lasciamo dorare per qualche minuto. La nostra squisita zuppa è pronta! Buon appetito e buon 2020!

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di Gabriella Draghi

La vittoria al rally show monzese é andata ad Andrea Crugnola su Volkswagen Polo, che ha dominato anche il Master’s Show finale. Il varesino ha vinto questa quarantesima edizione davanti alla Hyundai i20 di Dani Sordo staccato di 11.5 secondi.

Sul terzo gradino del podio è salito l’equipaggio formato da Andrea Nucita-Mattia Nicastri su Hyundai i20 NG. Con il Monza Rally Show, un must per il circuito brianzolo, si é conclusa la stagione motoristica all’interno del tempio della velocità in cui, come abitudine non sono mancati i piloti e le scuderie oltrepadane ad iniziare da Massimo Brega e Paolo Zanini su Hyundai i20 R5 per i colori della Scuderia Piloti Oltrepo, il pavese del Brallo Michele Tagliani e la vogherese Claudia Musti su Skoda Fabia R5, l’equipaggio di Broni composto da Davide e Ilaria Maggi (Skoda Fabia R5) ed il vogherese Vittorio Belumè affiancato sulla Snoda Fabia R5 da Riccardo Filippini, presidente della Efferre Motorsport di Romagnese.

Andrea Crugnola ha vinto per la prima volta il trofeo principale, riservato alle vetture R5. Daniel Sordo, Andreas Mikkelsen, Alessandro Re, Marco Bonanomi, Piero Longhi ed Andre Nucita sono stati i principali rivali di Crugnola. Nonostante l’assenza di Valentino Rossi, personaggio che sembrava vitale per il proseguimento dell’evento, non è mancata la solita atmosfera che si respira all’appuntamento rallistico brianzolo. Sicuramente giusta la scelta di preferire le R5 alle WRC.

 Una decisione che ha livellato le prestazioni ed ha reso il Rally più imprevedibile che mai. Andrea Crugnola ha iniziato nel migliore dei modi il Monza Rally 2019, grazie anche ad una velocità di punta superiore rispetto alle Hyundai o alla Skoda, ha conquistato il successo nell’Autodromo 1, la prima speciale dell’evento, prova che ha visto una partenza in salita Per Brega e Tagliani. Il primo, oltre ad essersi girato, ha maturato anche una penalità di 10” che dal 39° posto assoluto lo ha fatto scivolare al 48° nella generale a 27”6 dal leader.

Tagliani invece, pur partendo in ritardo, é stato il migliore tra i pavesi con un 36° tempo assoluto a 16”5 da Crugnola. Al 41° posto troviamo i fratelli Maggi a 19”, mentre Belumé ha chiuso al 53° posto a 34”7. La Volkswagen n° 6 del varesino conquistava la vittoria anche sui 20 chilometri della Roccolo 1, secondo stage ed ultima asperità di giornata in cui Brega é 27° a 29”6; Maggi 34° a 35”6; Tagliani 39° a 40”7e Belumé 51° a 1’18”4.

La classifica del primo giorno vedeva Crugnola in vantaggio di 5.2 secondi su Nucita e 7.4 su Daniel Sordo, vincitore del Monza Rally Show nel 2010 e nel 2013. Gli oltrepadani sono invece: 37° Tagliani-Musti; 38° Brega-Zanini; 40° Maggi-Maggi; 50° Belumé-Filippini. Una graduatoria molto tirata e sopratutto incerta in vista delle due prove Grand Prix della seconda giornata di gara. Come spesso accade, il Monza Rally Show può cambiare radicalmente la sua classifica dopo le prove Grand Prix. Le due gare, previste sulla distanza dei 44 Km, giocano un ruolo chiave nell’evento perché molto lunghe e atipiche rispetto ad un rally normale. Dopo un giro dell’Anello alta velocità, le vetture escono dalla Parabolica Sud per immettersi nel tracciato moderno dove sono previsti sette lunghissimi giri. Tra le difficoltà che si incontrano in questa prova c’é anche il traffico che si crea con le diverse auto impegnate contemporaneamente in pista. Daniel Sordo, terzo prima della Gran Prix 1, approfittava dell’assenza di traffico per conquistare la speciale e secondi preziosi su Crugnola, quarto al termine della prima GP alle spalle di Nucita e Bonanomi, ma sempre leader della classifica generale. A distanza di poche ore, Andrea Crugnola ha preso un’importantissima rivincita durante la prova Parabolica, vincendo davanti a Breen e Sordo, secondo in graduatoria con 5.5 secondi di ritardo. Per quanto riguarda i pavesi é ormai un ricordo lontano (2003) quando Massimo Brega e Mario Perduca con la Peugeot mettevano in fila tutti proprio nella Gran Prix.

Quest’anno il driver di San Damiano al Colle si é dovuto accontentare di un pur lusinghiero 32° posto a 48”3 dal lider nella gP1 e del 38° a 58”6 nella GP2; Tagliani 34° a 50”7 nella GP1 e del 40° a 1’06”8 nella GP 2 preceduto da Maggi (1’04”1), mentre Belumé chiude al 49° posto la prima ed al 51° la seconnda. Nella classifica assoluta, a 3 prove dal termine troviamo al 31° posto Brega-Zanini, al 35° Bagliani-Musti, al 38° Maggi-Maggi e al 46° Belumé-Filippini. Brega aumenta il ritmo nel finale, é 28° nella PS6 con Tagliani 37°, Maggi 39° e Belumè 50°.  Brega-Zanini si ripetono sui 20 chilometri della PS7 dove sono 29° con Tagliani 41°, Maggi 42° e Belumé 51°. Nulla cambia sull’ultima PS con Brega che si conferma il più veloce tra i pavesi. Alla fine guadagna un buon 27° posto assoluto nella classifica generale in cui Tagliani é 34°, Maggi 41° e Belumè che ha recuperato sino al 45° posto. La gara di Brega-Zanini é stata poi onorata dal 5° posto ottenuto nel Hyundai Trophy.

di Piero Ventura

Dopo una breve pausa, torna “Auser in jazz” con l’appuntamento del 6 febbraio e la musica del Piano Trio di Marco Detto: un incontro di fantasia musicale e improvvisazione creativa che si intrecciano simultaneamente. Ogni strumento, ogni brano, ogni momento compositivo danno vita a continue sorprese grazie all'estro di Marco Detto, nonché alla complicità degli ottimi musicisti che lo accompagnano che per questa serata sono Giulio Corini al contrabbasso, considerato tra i più interessanti improvvisatori della nuova scena jazzistica italiana, e Tony Arco alla batteria, unanimemente reputato un punto di riferimento della didattica della batteria jazz, oltre ad essere coinvolto in collaborazioni con orchestre sinfoniche, big band e formazioni artistiche ai massimi livelli del jazz italiano e internazionale.

In apparenza così lontane da ogni schema strutturale, le composizioni di Marco Detto lasciano spazio alla fantasia e alla personalità di ogni musicista, contribuendo, ciascuno a suo modo, al tessuto musicale che fonde stili interpretativi diversi, profondamente legati alla memoria del proprio vissuto e alla propria origine territoriale. In questo contesto, Marco Detto potrebbe essere considerato un pianista d’imprinting classico e compositore tout-court che ricrea il piacere del dialogo musicale più semplice ed espressivo per ciascuno strumento - con una valenza a volte romantica - e una ricerca incessante di timbri e di suoni. Il rapporto privilegiato che riesce a ricreare con i musicisti, in modo del tutto naturale, lo porta a trasformarli in straordinari compagni di viaggio. Melodia e cantabilità sono da sempre le componenti essenziali della musica di Marco Detto. Se vi si aggiunge solarità e freschezza, ecco che la miscela sonora che lo caratterizza da sempre è presto fatta. In trio con Giulio Corini e Tony Arco, attraverso un pianismo fluido, essenziale, semplice nell’espressione, ma complicato nella costruzione, l'interplay scorre facile, sorprendentemente vitale, originale e jazzisticamente italiano.

La serata si terrà nel Salone Auser, Via Fam. Cignoli 1, Voghera (PV) dalle ore 21.15 con ingresso a offerta. Nell’intervallo, come di consueto, si potrà degustare uno dei famosi risotti proposti dal cuoco Carlo Mogolini accompagnato da un bicchiere di buon vino.

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"Consapevole dell'utilità del feedback dei cittadini sulla raccolta differenziata porta a porta - scrive una nota stampa del Comune di Broni-  l'amministrazione comunale ha programmato una nuova serie di incontri nei quartieri della città. Primo degli appuntamenti in calendario quello di martedì 18 febbraio nella zona est: a partire dalle 21, presso il Centro polifunzionale di Via Matteotti (in cui ha sede la biblioteca comunale), i residenti della zona potranno fornire le loro impressioni sul servizio e fornire eventuali suggerimenti per migliorarlo, in un'ottica di concreto dialogo con l'utenza. Martedì 25 febbraio, nel medesimo orario, sarà il turno della zona ovest-centro (presso la scuola elementare "Paolo Baffi" in viale Alcide De Gasperi), mentre gli abitanti delle frazioni avranno occasione di esporre le loro esigenze giovedì 27 febbraio, durante l'incontro in programma alle ore 21 nella Sala civica di Cassino Po. Saranno sempre presenti i tecnici della Broni Stradella Pubblica, a disposizione per domande e chiarimenti.

Per informare la popolazione sulla nuova campagna di ascolto è stata predisposta una lettera d'invito, che in questi giorni verrà recapitata a tutti i bronesi, a firma del primo cittadino Antonio Riviezzi. «A circa tre mesi di distanza dall'avvio della nuovo sistema di raccolta dei rifiuti – spiega lo steso sindaco – desideriamo tornare nei quartieri per esporre i primi dati del "porta a porta", ma anche con l'obiettivo di ricevere consigli utili al continuo miglioramento del servizio. Lo schema degli appuntamenti ricalca quello adottato nel mese di ottobre, quando avevamo incontrato la cittadinanza proprio per illustrare il funzionamento della differenziata. Un'esperienza fondamentale, che ora abbiamo deciso di replicare per dare nuovamente voce in capitolo ai residenti. Come amministrazione – conclude – crediamo infatti che il confronto con i cittadini sia la via migliore per far sì che tutto funzioni nel modo più efficiente possibile».

L'iniziativa ai nastri di partenza va a rafforzare il mix di strategie elaborato dal Comune, allo scopo di promuovere le corrette prassi della differenziata e raccogliere i commenti degli utenti. Nei mesi scorsi, accanto alla "canonica" distribuzione di materiale cartaceo informativo, è stato infatti avviato lo Sportello Ambiente, attivo il sabato mattina dalle 10 alle 12 presso il palazzo municipale. Sul sito web, sul canale Youtube e sulla pagina Facebook del Comune sono inoltre disponibili brevi video in cui il sindaco Antonio Riviezzi spiega le caratteristiche del servizio: una sorta di "tutorial" in sei parti per imparare a separare nel giusto modo i rifiuti.

Il referente del Comune per il porta a porta è l'ingegner Paola Smeraldi. In caso di necessità - conclude la nota stampa-  i cittadini hanno la possibilità di contattare la Broni Stradella Pubblica al numero verde 800 550 335, oppure via email all'indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.."

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Si è svolto in Via Cavour domenica 2 febbraio in occasione dell'inizio della seconda giorno di formazione per nuovi clown di corsia "nasini rossi" il flash mob. I nasini conclamati e gli aspiranti nuovi clown hanno ballato a suon di bans e di balli della tradizione tutti insieme per una ventina di minuti riscontrando curiosità e stupore nei passanti  che si sono fermati per capire cosa stesse succedendo

Il principio che ha fatto nascere il flash mob è stato quello del "mettersi in gioco", del capire che fare clownterapia significa anche questo. Il corso si è concluso nell'auditorium accanto alla piscina comunale con la proclamazione di 14 nuovi nasini rossi  che si vanno ad aggiungere al cospicuo numero di nasini già facenti parte dell'associazione Clown di Corsia Voghera ODV

L’associazione “Clown di Corsia”  è un'organizzazione no profit Onlus, fatta da volontari che hanno voglia di donare un poco del loro tempo alle persone malate e meno fortunate, portando un sorriso e un momento di svago.

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Il medagliere del Karate Team della Palestra Malibù di Voghera continua ad arricchirsi. Se il 2019 si era concluso  con 3 ori e 3 argenti nella “X Coppa Italia UKS”e nei “Christmas Game” con 7 ori, 3 argenti e 4 bronzi, anche il 2020 inizia sotto i migliori auspici. Sabato 25 e domenica 26 Gennaio presso il Palazzetto dello Sport di Alzano Lombardo (BG) si è svolta la quarta edizione della “ Black Belt Cup – International Karate Tounament WUKF” che ha visto la partecipazione di più di 700 atleti di nazionalità sia europee che extraeuropee.

I giovanissimi karateki vogheresi Corsaro Benedetta, Giorgi Andrea, Pagani Alessio, Pagani Matilde e Doris con il loro allenatore Alessandro Caferri si sono distinti nelle specialità del kumite di categoria, open e di squadra portando a casa nel kumite di categoria e open 3 ori, 5 argento e 3 bronzi, mentre nel kumite a squadre sia femminile che maschile 2 argenti

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