Martedì, 02 Giugno 2020
Venerdì, 21 Febbraio 2020

Possiamo tranquillamente pensare che chiunque sia transitato in località Braccio, provenendo dalla Strada Provinciale 186 in direzione San Damiano al Colle o Rovescala, non abbia potuto non notare quella piccola torretta merlata che dal poggiolo domina le vallate sottostanti. Qualcuno si sarà limitato ad ammirarne la particolarità, altri certamente si saranno domandati che ruolo abbia potuto avere in passato. Si tratta di Cascina San Michele, conosciuta dagli abitanti del luogo come Torre San Michele, situata a San Damiano al Colle in prossimità della località Casalunga. È uno di quei posti magari apparentemente sottovalutati, ma che da anni custodiscono numerose storie e leggende, alcune tramandate, altre dimenticate e forse anche romanzate.

Una lunga storia, in parte raccolta in una pubblicazione scritta dal Dott. Flavio Fagnani e edita nel 2006 dalla famiglia Bisi per celebrare gli ottant’anni dell’omonima azienda agricola, che ne è l’attuale proprietaria. Si tratta di una piccola pubblicazione privata, ma contenente studi e testimonianze di importante rilevanza storica. Il nome San Michele deriva quasi certamente da una chiesa campestre dedicata all’arcangelo Michele che sorgeva proprio nei pressi dell’attuale cascina: di tale luogo sacro sono state rinvenute alcune tracce durante i lavori di restauro. Le prime testimonianze storiche compaiono invece in una deposizione del 15 novembre 1184, in cui Giovanni de Luzano, durante una controversia tra i comuni di Pavia e Piacenza, dichiarò che, per alcune annualità, delle collette del grano furono pagate anche da “cuidam rustico domini Guitelmi de Montedonnico qui manet prope sanctum Michaelem”, confermando l’appartenenza di Cascina San Michele al territorio pavese. In un atto del 1264 riguardante il censimento dei terreni appartenenti al territorio di Negrino (antico nome di San Damiano al Colle), venne citato un prato situato in luogo “Brayda desuper sanctum Michaelem”, che molto probabilmente indica la località Casalunga, situata a qualche centinaio di metri dalla cascina.

A confermarne la precisa posizione esiste una cartina del XIV secolo, in cui furono mappate le principali chiese della zona: in una perfetta triangolazione tra le chiese di Rovescala, Mondonico e San Damiano compare quella di San Michele. In alcuni documenti di metà ‘400 si deduce che la chiesa di San Michele si trovava in pessime condizioni, tali da non poter nemmeno celebrarvi le sacre funzioni. Sui ruderi della chiesa venne eretta una torre colombaria, probabilmente nei primi del ‘500, completata successivamente con l’aggiunta di una merlatura che le conferì un aspetto medievale. Nel 2002 durante alcuni lavori di restauro venne anche rinvenuto uno scheletro probabilmente risalente ad una sepoltura avvenuta nel periodo in cui la chiesa di San Michele era ancora in funzione. A metà dell’ottocento il governo monarchico decise di accorpare il comune di Mondonico (e quindi il territorio di San Michele) con quello di San Damiano al Colle, insieme a vari territori e frazioni dei vicini comuni di Rovescala.

Per diversi anni il complesso è stato abitato da Mario, che si potrebbe definire un vero e proprio “eremita”, il quale per diversi anni è stato di fatto il custode della storia di questo luogo. Personaggio introverso ma dall’animo gentile, ha presidiato la torre per alcuni decenni, vivendo nell’attigua casa e raccontando numerose leggende, alcune ancora conosciute dagli abitanti di San Damiano al Colle. Disegnava, scolpiva il legno, raccontava storie di guerra e amava parlare spesso di Garibaldi: leggenda vuole che l’”eroe dei due mondi” abbia soggiornato qualche notte presso la cascina, ma di questo avvenimento non esiste alcuna traccia, se non un vecchio busto conservato per anni all’interno della torre. Dal 1980 gli storici immobili e i terreni circostanti sono di proprietà dell’Azienda Agricola Bisi, fondata nel 1926 a Villa Marone, che dal 1996 ha fatto di Cascina San Michele la sua sede aziendale, con l’inaugurazione di una moderna cantina. Abbiamo intervistato Claudio Bisi, socio contitolare insieme al cugino Emilio, dell’Azienda Agricola Bisi.

Quando la famiglia Bisi è diventata proprietaria di Cascina San Michele?

«I nostri genitori l’hanno acquistata nel 1980 e vi abbiamo trasferito la sede aziendale nel 1996, anno in cui abbiamo inaugurato la nuova cantina».

Quando avete acquistato Cascina San Michele in che stato si trovava la torre e il complesso annesso?

«Le vecchie strutture erano in situazione fatiscente. Purtroppo, l’abitazione, che era anche la parte più bella dell’edificio, è stata demolita per motivi di sicurezza, in quanto irrecuperabile».

Che tipi di opere avete svolto?

«Abbiamo ristrutturato tutte le parti rimanenti, ovvero la torre, la cascina e la stalla, delle quali sono stati rifatti i tetti e i muri esterni, utilizzando intonaci e materiali adatti».

Svolgete attività di ricezione?

«Al momento non facciamo ricezione intesa come agriturismo o bed and breakfast, anche perché la torre e vecchia la struttura annessa, al momento, non sono visitabili al pubblico».

Presso Cascina San Michele organizzate eventi o giornate aperte al pubblico?

«Organizziamo visite in cantina ed eventi per i nostri clienti ed appassionati del settore, specialmente durante i mesi di marzo e aprile, quando è possibile assaggiare e conoscere i nostri vini nuovi».

Fate parte di qualche associazione?

«Siamo associati al Distretto del Vino di Qualità dell’Oltrepò Pavese e alla FIVI, Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, ente nato con lo scopo di rappresentare la figura del Vignaiolo di fronte alle istituzioni. Facciamo inoltre parte degli Enocuriosi, associazione senza scopo di lucro con l’obiettivo di contribuire dignità alimentare ai prodotti alimentari italiani».

Che tipologie di vini producete?

«La nostra azienda è divisa su quattro vallate, situate tre comuni: San Damiano al Colle, Rovescala e Montù Beccaria. Essendo l’azienda ubicata nella prima fascia collinare ha microclimi e terreni adatti per la produzione di vini rossi, principalmente Croatina e Barbera, ai quali abbiamo dedicato i vigneti più vocati. I vini bianchi li produciamo solo da alcuni terreni con esposizione a nord».

Siete coinvolti in qualche progetto territoriale?

«Essendo associati al Distretto del Vino di Qualità dell’Oltrepò Pavese abbiamo aderito al progetto “La Mossa Perfetta”, nata per valorizzare la Bonarda frizzante prodotta solo da aziende a filiera completa. Partecipiamo anche al progetto Vino, realizzato dalla Fondazione Lombardia per l’Ambiente e dalla cooperativa sociale Eliante nell’ambito del programma Oltrepò(Bio)diverso. Questo progetto si pone l’obiettivo di far convivere l’attività vitivinicola e la tutela della biodiversità nell’area dei vigneti dell’Oltrepò Pavese. A tal fine una rete di aziende dell’Oltrepò Pavese ha sottoscritto un protocollo volontario di gestione dei vigneti per sperimentare pratiche agricole orientate alla salvaguardia di alcune specie animali protette a livello comunitario e che ben rappresentano la grande biodiversità di questo territorio».

Concludendo, pensate che un ipotetico Circuito dei Castelli e delle Dimore dell’Oltrepò possa essere interessante per sviluppare l’enoturismo o, in senso più ampio, il turismo vero e proprio?

«Certamente sarebbe un’iniziativa interessante per incrementare il turismo nel nostro territorio».

di Manuele Riccardi

Il centro storico di Varzi si prepara a diventare una pinacoteca a cielo aperto. Grazie ad una convenzione stipulata tra Comune e liceo artistico Volta di Pavia, gli studenti avranno l’opportunità di dipingere le oggi (troppo) numerose saracinesche delle attività chiuse dislocate lungo l’asse della cosiddetta “vasca” varzese. L’iniziativa è stata presa in seguito a un’idea della Consulta Turismo e Centro storico, creata dal sindaco Giovanni Palli per affrontare ad hoc il tema del rilancio della capitale della valle Staffora. «Si tratta – spiega il primo cittadino - di un organo composto non da politici ma da comuni cittadini, i quali hanno suggerito di prendere a modello quanto già si è verificato in diversi centri soprattutto del sud Italia, dove per ridare vita a zone “morte” per via delle difficoltà economiche che hanno portato alla chiusura di diverse attività, si è ricorso alla pittura».

Le saracinesche abbassate sono un po’ come le persiane chiuse: abbandonate a se stesse, con il passare del tempo diventano l’effigie malinconica di un tempo andato che non accenna a ritornare. Fino ad ora, con le molte saracinesche abbassate ormai da anni, Varzi ricorda da vicino una bella donna che, lasciatasi alle spalle la gioventù, ha smesso di volersi bene e si è lasciata andare mostrando con impietosa rassegnazione le rughe. L’obiettivo di questo progetto è invertire la tendenza con un vero e proprio lifting.

Palli, a Varzi quante sono le saracinesche a disposizione?

«In tutto il paese se ne contano circa 70, quelle che almeno in questa fase iniziale prenderanno parte all’iniziativa sono una trentina, quasi tutte nel centro storico».

Un numero importante se si tiene conto che dietro ciascuna c’è un’attività commerciale cessata. Che tipo di ritorno vi aspettate?

«L’obiettivo è quello di rendere il centro storico attrattivo perché esteticamente più bello. La nostra intenzione è di trasformarlo in una sorta di pinacoteca-museo che parli di sé stesso ai visitatori, scatenando attraverso la peculiarità dei dipinti e dei pannelli che andremo a installare, una sorta di “caccia al selfie”, come è avvenuto in altre parti d’Italia dove addirittura realtà con maggiori possibilità economiche hanno coinvolto dei noti writers nella parte artistica».

Quali soggetti verranno ritratti?

«Metteremo a disposizione del liceo Volta una serie di fotografie d’epoca che ritraggono Varzi e il suo centro storico in un periodo florido della sua esistenza. Molte di esse arrivano dall’archivio di Fiorenzo Debattisti che gentilmente le ha messe a disposizione.

A queste immagini i ragazzi si ispireranno per creare una sorta di “ritorno al passato” visivo».

Ci saranno soltanto le saracinesche dipinte o avete pensato ad altre peculiarità per valorizzare il centro?

«Parallelamente c’è un altro progetto che prevede il posizionamento pannelli in forex con esposte foto di negozi storici e della piazza com’erano in altre epoche, sempre con l’intento di interessare e affascinare i potenziali turisti».

Quali sono le tempistiche previste per l’attuazione di questi progetti?

«La fase progettuale è già iniziata, l’intenzione è assolutamente quella di vedere il tutto attuato entro il mese di giugno, all’inizio cioè della stagione estiva, quella che deve rappresentare per il paese una svolta».

Chi finanzierà il progetto?

«Ci autotasseremo: il comune metterà a disposizione i materiali, vernici e spray necessari. Gli studenti la manodopera».

L’iniziativa ha già incontrato il favore pressoché unanime di tutti i commercianti, che da tempo lottano nella speranza di riuscire a riconquistare al paese un giro turistico che possa dare una scossa agli affari. Una delle pochissime attività aperte ad avere ancora la saracinesca è il ristorante Caffè del Centro, nel cuore della Varzi medioevale. Intorno a lui, in via Di Dentro, sono ben sei le saracinesche chiuse. «L’iniziativa è molto carina, ho messo a disposizione la mia molto volentieri» dice il titolare Alessandro Deglialberti. «Ben vengano queste opportunità che possono invogliare il turista a farsi un giro nel centro rianimandolo un po’. L’iniziativa è ancora più  meritevole visto che contribuisce anche ad abbellire il centro eliminando  diverse brutture che lo svilivano». Ora le aspettative sono tutte rivolte verso la bella stagione, nella speranza che possa davvero rappresentare una svolta: «Il 2019, almeno per la mia attività, è stato leggermente migliore dell’anno precedente, anche se di turisti da fuori non è che ne arrivino ancora molti. Vedremo se, anche grazie a questa iniziativa, le cose cambieranno con l’estate».

Soddisfatta è anche Laura Morelli, titolare del negozio di calzature di famiglia recentemente insignito dalla Regione del riconoscimento riservato alle attività storiche. «Ho messo volentieri a disposizione la porta di ferro che era l’ingresso dell’antica sede del negozio, quella di via Roma. Da tempo ci siamo trasferiti, ma quella porta resta per noi un simbolo ed è bello che possa contribuire a valorizzare tutto il nostro centro che è davvero bellissimo. L’auspicio è che questo progetto crei curiosità in persone che possano poi diventare, da semplici visitatori, clienti dei vari negozi».

di Christian Draghi

Zavattarello è un piccolo borgo medievale del nostro Oltrepò sito nell’ Alta Val Tidone, dominato dal Castello Dal Verme, immerso in una natura incontaminata, in cui regnano pace e serenità. Qui tradizione e modernità si mescolano, convivono e si fondono in un equilibrio armonioso. Zavattarello è in grado di regalare il ricordo permanente di uno stile di vita legato ai ritmi di una volta, ma aperto al futuro e lo dimostra il fatto che il piccolo centro medievale ha regalato tanto al modernissimo mondo delle quattro ruote. La passione per i motori è già da sola una confessione. A Zavattarello sanno di più su uno sconosciuto appassionato di motori che su qualcuno che ai motori è insensibile e che incontrano ogni giorno. Il piccolo centro, oltre ad essere stato testimone di sfide epiche dell’automobilismo su strada, ha dato i natali a parecchi piloti, appassionati e associazioni motoristiche di rilievo quali: Parco Chiuso Rally Club nel 2008 e Efferre Motorsport nel 2015. Di quest’ultima associazione abbiamo fatto, come si suole dire, quattro chiacchiere con il suo presidente, non che valido co-driver, Riccardo Filippini, fondatore con Flavio Rosato, Andrea Ballerini e Roberto Tedeschi del club stesso.

A differenza di altri team pavesi, Efferre Motorsport é la scuderia che annovera tra i propri affiliati il maggior numero di piloti provenienti da zone extra provinciale. A cosa é dovuta questa scelta? è appunto Riccardo Filippini a rispondere:

«Essendo Zavattarello una “terra di confine”, - dice Filippini -  fin dalla nascita del team la sua particolarità é stata quella di annoverare nelle nostre file equipaggi che giungono da regioni e provincie confinanti. Siamo partiti da un manipolo pochi amici e ormai è diventato una realtà abbastanza grande perché attualmente contiamo più di 35 unità, tra piloti e navigatori, provenienti da diverse regioni soprattutto da Liguria, Emilia Romagna, Piemonte e ovviamente Lombardia; le famose “4 Regioni”».

Come team avete vissuto un quinquennio intenso in cui a piccoli passi lo avete fatto crescere lavorando per la soddisfazione dei vostri adepti. Cosa bolle in pentola per la stagione che s’appresta a cominciare?

«Quest’anno è in programma la prima edizione di un trofeo scuderia denominato “EFFERRE trophy 2020” intitolato ad un grande appassionato di rally, Mario Crevani, vicepresidente della scuderia scomparso in tragiche circostanze. Sarà un trofeo basato su 4 gare, una in circuito,  un rally Day, un Rally nazionale è una Ronde per permettere ai nostri iscritti di potersi cimentare con ogni tipo di gara del panorama rallystico. Questa iniziativa é utile soprattutto per dare motivazioni ad alcuni piloti che hanno meno possibilità di correre e vogliono cimentarsi comunque in una specie di campionato. Saranno previsti premi interessanti sia per i piloti che per i navigatori che affronteranno questa sfida».

Si può avere un’anticipazione delle gare valide per il trofeo?

«Le gare in oggetto sono: il Motor Rally Show del prossimo mese di marzo a Castelletto di Branduzzo, quindi il Rally castelli Piacentini, a cui farà seguito il rally del Piemonte, per finire con la Ronde Città dei Mille».

è senza dubbio un’ottima iniziativa mirata al divertimento dei vostri soci, ma che comporta anche un notevole impegno

«Cerchiamo sempre di rinnovarci e dare un servizio sempre migliore ai nostri sportivi. In passato ci hanno definito un po’ un gruppo di matti. A me piace questa definizione perché davanti a tutto io metto il divertimento, la passione e proprio per questo cerchiamo sempre di dare una mano anche i giovani che vogliono avvicinarsi a questo mondo fantastico. Offriamo loro un supporto mettendo a disposizione le nostre conoscenze e le nostre strutture per cercare di avvicinare sempre più gente a questo meraviglioso ambiente».

Ma chi é Riccardo Filippini?  Trentacinque anni da compiere e altrettanti rally all’attivo. Come per parecchi altri zavattarellesi, la sua  passione per i rally è nata ancora bambino quando con il fratello si facevano accompagnare dal babbo a vedere i rally che dapprima si correvano vicino a casa, per poi spingersi un po’ più in la. «Ricordo ancora il rally di Pavia – racconta Filippini – poi, il Coppa d’Oro sulla Rocca del Giarolo o il Lanterna sulla mitica prova di Montebruno che dopo tanti anni, quest’anno sono riuscito a disputare e devo dire che arrivare in quei due tornanti alla  fine di quella prova che andavo vedere da bambino, disputandoli ora in gara su di una Saxo kit  nel bel mezzo di un diluvio universale, è stato molto molto emozionante».

Con questo ricordo hai toccato un tasto interessante, parlaci della tua attività rallystica. Dove e quando hai iniziato?

«La mia prima gara l’ho disputata affiancando Vittorio Belumè al  rally del Pinot del 2009 corso con una Citroen C2. Ero emozionato perché oltre essere il mio debutto, la gara transitava in Zavattarello, proprio sotto casa mia. Conservo il ricordo di mia figlia, ancora piccolissima, in braccio mio padre che mi salutava al  nostro passaggio».

Dopo quel debutto cos’é venuto?

«Che dire. Da allora acqua sotto i ponti ne è passata molta e di gare ne ho disputate parecchie, un po’ in tutte le classi e con molteplici vetture dalla Clio gruppo A  passando poi su tutte le sue tipologie, fino alla MG ZR, quindi: Saxo kit, 106 gruppo A, Panda kit, Punto Super 1600, Mitsubishi Evo per poi arrivare alla Fiesta R5 ed alla Skoda Fabia R5».

C’é una gara in particolare che ti ha dato le maggiori emozioni?

«Direi, la prima in R5, anche se si trattava di un rally anomalo: il Milano Rally Show. L’emozione di salire su una vettura top gamma come quella, é stata veramente forte. Però, pensandoci bene devo dire che é stata una emozione ancora più grande é stata la prima gara su strada con la R 5, sempre al fianco di Vittorio, affrontata lo scorso anno a fine stagione ovvero, la Ronde Città dei Mille sulla Skoda Fabia R5. Quella è stata una grande emozione oltre ad una grande esperienza, ho dovuto fare anche una riparazione volante con un elastico per permetterci di arrivare in fondo alla prima prova, poiché si è rotta la molla dell’acceleratore, un guasto più unico che raro su una R5».

Dopo questa chiacchierata, ci congediamo da Riccardo Filippini e da Zavattarello, con la convinzione sempre più fondata che i rally hanno il potere di unire pacificamente le persone in un modo che pochi altri sport hanno.

di Piero Ventura

“Confunduma no i nus coi cucal” è uno storico detto pronunciato dai “vecchi” saggi oltrepadani e che in buona sostanza dice di fare attenzione nel confondere le “cose” positive, utili e concrete con quelle negative, inutili e “vuote” (senza senso). Il riferimento è a due prodotti del nostro Oltrepò, molto diversi tra loro: le noci, frutto conosciuto da tutti ed i “cucal”, che a differenza della ghianda che è il frutto delle quercia, i “cucal” invece sono una malformazione a carattere escrescente che si forma sulle foglie, sui rami, sul tronco e sulle radici delle querce, dovuta alla parassitosi di funghi, batteri, insetti o acari. I “cucal” potrebbero essere definite una sorta di “tumore”, che in italiano prende il nome di galla, conosciuta anche con il sostantivo cecidio. Hanno forma sferica, sono molto leggere , perché praticamente vuote. Una volta si diceva “l’è voda o le vod me una cucala” quando si indicava una persona particolarmente vuota e che faceva azioni senza costrutto fattivo.

Ma cosa c’entra l’Oltrepò con questa differenza a carattere botanico? C’entra eccome se c’entra… Il 2020 è iniziato da alcune settimane e la speranza di molti oltrepadani è che possa essere migliore del 2019, ma nel 2019, così come in molti degli anni precedenti, gli oltrepadani (molti ma non tutti) hanno confuso “i nus coi cucal”, vale a dire che hanno creduto che le false promesse di molti dirigenti e politici locali potessero diventare azioni, situazioni ed eventi reali e concreti. Così non è stato. Purtroppo molti dirigenti e politici oltrepadani sono di “cucal” che si fingono noci, promettono e non mantengono!

Promettono che creeranno posti di lavoro, promettono che rilanceranno il turismo, promettono che rimetteranno a posto le strade, promettono che faranno ponti, promettono che puliranno i fossi, promettono che i controlli sulla produzione di molti prodotti tipici dell’Oltrepò saranno più severi, promettono che porteranno i prodotti tipici locali ad essere conosciuti in ogni dove… La lista delle promesse è lunga, ma in buona sostanza promettono e confondono le promesse con le azioni concrete, confondono “i nus coi cucal”.

Sarebbe ora che molti dirigenti e politici dell’Oltrepò la smettessero di fare enunciazioni e promesse corredate immediatamente da qualche selfie sui social, ma si occupassero solamente ed esclusivamente al raggiungimento del risultato promesso, e solamente quando il risultato è concreto e “certificato” dovrebbero portarlo a conoscenza della gente, in modo chiaro ed inequivocabile, solo quando e ripeto solo quando, il risultato da loro perseguito ed ottenuto è chiaro, certificato ed inequivocabile. In sostanza dovrebbero smetterla di “vendere” nus par “cucal”!

I politici oltrepadani intervengono a ogni piè sospinto su ogni cosa, dicono la loro e fanno promesse e pazienza se queste affermazioni e promesse sono fatte da giovani o meno giovani politici alla loro prima esperienza, anche giovani che occupano posizioni che dovrebbero essere di grande responsabilità nello scenario politico comunale, provinciale, regionale e nazionale. Fa ridere quando i politici di lungo corso (quelli che lo fanno da tutta la vita, da 10 anni e più) vogliono dire la loro e “vendere” soluzioni ai problemi più evidenti dell’Oltrepò. A titolo esemplificativo ma non esaustivo, sono pateticamente ridicoli quei politici di lungo, lunghissimo corso che esprimono opinioni e danno ricette sulle strade, sui ponti e sulle frane dell’Oltrepò. Io mi domando e domando loro: «Visto che eravate tutti al potere in questi ultimi 10, 20 o anche 30 anni… se la situazione è questa, Voi, che cavolo (per usare un eufemismo) avete fatto? Nessun senso di colpa?».

Ecco, questi politici incarnano le vere “cucal”.  Alla luce dei fatti e della situazione in cui versa l’Oltrepò, questi politici di lungo corso, con la ricetta pronta per ogni cosa, ed alla luce dei fatti le loro ricette….abbiamo visto a cosa hanno portato, imperterriti vanno avanti a dare le loro “soluzioni”, che ripeto alla luce dei fatti, a 360° e politicamente trasversali, si sono rilevate sbagliate e basta guardarci attorno per capirlo! Ah già dimenticavo la colpa non è mai di questi “cucal” politici ma è sempre degli altri “cucal” politici… eh sì perché anche i “cucal” hanno colori diversi, ma sempre di “cucal” stiamo parlando… Negli ultimi tempi, proponendosi come futuri attori politici oltrepadani del 2020 si stanno affacciando diverse forme di “cucal”: sui social impazzano, intervengono su tutto, copiano le dichiarazioni dei loro “capetti” regionali e dei loro “capi” nazionali e modificandole leggermente le adattano a proposte per il territorio oltrepadano.
Ecco questa gente, forse, è la forma più maligna, ed anche più idiota,  di “cucal”, che ricordiamo come scritto nell’incipit è una malattia della quercia e l’Oltrepò è una vecchia quercia ed a furia di “cucal” e di gente che le ha reciso i rami, la vecchia quercia dell’Oltrepò è in coma.

L’Oltrepò non ha bisogno di progetti “cucal” come nuove superstrade, nuovi musei (o meglio “museetti”), nuovi interventi a pioggia un po’ ad ogni sindaco e/o Comune con improbabili piani di rilancio che a nulla sono serviti e che a nulla serviranno, l’Oltrepò ha bisogno di azioni concrete: in primo luogo sistemare le strade, almeno le principali e sistemarle in modo serio e duraturo. Per qualche anno, nel caso specifico, sarebbe meglio che il fondo delle strade, gli asfalti ed i fossi relativi, fossero fatti in base ai capitolati, per qualche anno sarebbe meglio che chi deve controllare che le opere siano eseguite secondo i capitolati, lo faccia e sul serio, con diligenza e senza “sorvolare” se l’asfalto invece di essere di 5 cm come prevede il capitolato, è solo di 4 e molte volte di 3 cm, perché continuando imperterriti  a “sorvolare” su ogni cosa… la situazione è drammatica.

Le strade che collegano l’Oltrepò a Pavia, capoluogo di provincia, oltre ad essere piene di buche ed oltre a dover passare su ponti pericolanti per attraversare il Po, sono piene di cartelli che ne limitano la velocità ad ogni piè sospinto.

Dalla stazione di Voghera a quella di Pavia, 28 Km di strada, ci sono 59 limiti di velocità, 1 limite ogni 475metri anche in questo caso i cartelli che indicano i limiti sono i più disparati: alcuni 90km/h, alcuni 70, altri 50, altri 40, altri ancora 30, poi, ci sono una miriade di cartelli che indicano, buche, strettoie, lavori in corso, strada disconnessa, etc. etc. etc.

Dalla stazione di Stradella a quella di Pavia i km di strada sono 26 Km e i limiti di velocità 61: 1 limite ogni 426metri. In questo caso c’è pure l’optional, il ponte della Becca ora ad una sola corsia. Ponte che è teatro di sfida tra molti politici oltrepadani che si auto-incensano per i soldi che forse, forse, forse… dovrebbero arrivare per rimetterlo a posto? Per rifarlo? Fare un progetto?… Bohhh ognuno dice la sua ed ognuno vuole prendersi i meriti, per ora meriti del nulla.

Si autoincensano per i soldi che dovrebbero arrivare grazie all’intervento del politico bianco o rosso, o giallo o verde o blu di turno… neri no, almeno dichiaratamente non ce ne sono più. La colpa di questo, secondo le nostre “cucal” politiche oltrepadane non è di nessuno o meglio, è degli altri… e delle varie leggi, leggine, capitoli di spesa e capitoli vari che effettivamente ci sono e che non permettono di intervenire per migliorare quello che è alla base di ogni paese che vuole sperare di avere un’economia che funzioni: la viabilità e le infrastrutture.

Tutto vero: ci sono i capitoli di spesa, meno soldi per la provincia, meno per i comuni, meno per i vari enti pubblici o parapubblici che dovrebbero occuparsi della “cosa”, ma visto che questa è la più grossa emergenza che ha oggi l’Oltrepò, non sarebbe il caso e soprattutto non era il caso negli anni scorsi, invece di applaudire i politici che mettevano queste leggi, leggine, capitoli di spesa e varie amenità, che i nostri politici, sindaci, assessori ed ammennicoli vari oltrepadani si fossero imposti con un’azione responsabile e avessero detto: «Non prevedete più soldi per progetti fantasiosi e noi non ve ne chiederemo più, dateci i soldi invece per qualcosa di utile e di immediatamente

necessario: le strade e le infrastrutture». Invece no, ad ogni temporale, come negli anni ce ne sono stati migliaia, ed oggi li chiamano “bombe d’acqua” forse perché fa più scena, chiedono lo stato di calamità naturale…. il bello è che viene anche concesso e se ne vantano. Ti vanti di cosa? è 10,15 anni che sei amministratore e ti accorgi dopo un temporale che l’acqua va in ogni dove perché non hai fatto pulite i fossi….”ma va a ciapà di rat”!

Rinunciare a finanziamenti per “stupidaggini” e chiedere che quei soldi venissero destinati a strade ed infrastrutture, questo sarebbe stato comportarsi con il buon senso di un buon padre di famiglia, invece no, i nostri “cucal” politici sono andati avanti imperterriti a chiedere finanziamenti ed a spendere (non ad investire) soldi per cose non immediatamente necessarie.

Oggi allargano le braccia e nascondendosi dietro ai capitoli di spesa, ai tagli statali, regionali e provinciali, dicono: «Cosa dobbiamo fare? Non è colpa nostra».

Invece sì, è proprio colpa vostra che pur vedendo che l’Oltrepò colava a picco siete andati avanti sorridendo e tagliando nastri inutili per opere che non erano urgentemente necessarie, vi siete nascosti dietro la frase “beh se non li davano a noi, li davano a qualcun altro” ed io vi dico che se questi erano i progetti dei politici che voi avete appoggiato e vi siete affannati a far votare, non dovevate farlo e visto che invece li avete sostenuti e garantito il voto, la colpa è anche Vostra.

Ecco, l’Oltrepò in molte occasioni, forse troppe alla luce dei fatti, ha votato o si è fatto convincere a votare tante “cucal” politiche, che di fronte a queste affermazioni avranno sempre un Azzeccagarbugli di turno, politico o fans del politico che con 1000 scuse, disquisizioni e “leggine” varie li difenderà e dirà che la situazione non è esattamente così come la gente la percepisce e che non è così semplice da risolvere.

Certo… lo so anch’io che non è semplice, ma la situazione è esattamente così e basta guardarsi intorno, in Oltrepò, per rendersene conto. Ed è esattamente così perché la stragrande maggioranza dei politici oltrepadani “ien di cucal” difesi in molti casi da Azzeccagarbugli “cucal” quanto loro. Mi auguro che nel 2020 i pochi politici oltrepadani non annoverati nella categoria “cucal”, con azioni concrete e logiche facciano arrivare i soldi in Oltrepò per strade e ponti, mi auguro altresì che nel 2020 i cittadini oltrepadani sappiano distinguere al momento del voto “i nus dai cucal”.

Non si tratta di demagogia o di tematiche affrontate perché sulla bocca di tutti. La violenza contro le donne oggi costituisce uno dei più grandi problemi della nostra società. Stamattina in Municipio è stata presentata la campagna antiviolenza portata avanti dal Comune di Voghera “Basta violenza, aiuta chi non ha voce” dal presidente del Consiglio Nicola Affronti, dall’assessore alle Pari Opportunità Simona Panigazzi, da Barbara Marini (associazione C.H.I.A.R.A.), Paola Zanin (Associazione Casalinghe di Voghera) e dai consiglieri comunali Ilaria Balduzzi e Sandra Tassisto. L’associazione C.H.I.A.R.A, è stata fondata da Cristina Boffelli, mentre il Centro Antiviolenza di Voghera è stato riconosciuto da Regione Lombardia nel 2017. L’associazione nel 2019 ha registrato 101 casi di donne trattate (che fanno richiesta di aiuto e proseguono nel percorso), mentre nel 2018 sono state 93. In totale circa 300 donne hanno chiesto un primo aiuto. Per il 65% si tratta di donne italiane che vanno dai 20 ai 45 anni. Il territorio abbracciato riguarda non solo Voghera, ma anche l’Oltrepò orientale, l’Alta Valle Staffora e anche l’area attigua alla zona tortonese.

«Abbiamo scelto un’immagine molto forte, dai colori intensi», dichiara l’assessore alle Pari Opportunità Simona Panigazzi, «stiamo diffondendo manifesti, locandine e volantini per dire a tutti i cittadini che bisogna sempre denunciare e aiutare coloro che sono in difficoltà, vittime di violenza. Abbiamo condiviso una strategia che ha visto come capofila l’Associazione C.H.I.A.R.A. ONLUS, baluardo sul nostro territorio per queste tematiche. Sono stati coinvolti anche la Commissione Pari Opportunità, e in particolare le consigliere Daniela Galloni, Sandra Tassisto e Ilaria Balduzzi, il Centro Italiano Femminile, il DLF e la Rete Interistituzionale Antiviolenza Pavia».

La necessità di una campagna informativa si spiega, anche, con il secondo aspetto posto sotto i riflettori dai manifesti che si apprestano ad andare in affissione. Il 40% degli italiani pensa, purtroppo, che una donna, se lo volesse, potrebbe evitare di essere stuprata, spostando così la responsabilità dall’aggressore alla donna aggredita. «Non possiamo permetterci, davanti ad un'emergenza sociale di tale portata, il lusso dell'indifferenza - aggiunge Nicola Affronti - Se, da un lato, è necessario fornire alle vittime strumenti per denunciare e spazi per riprendersi, come il Centro Antiviolenza di C.H.I.A.R.A., dall'altro è indispensabile promuovere una cultura capace di superare stereotipi sbagliati». L’associazione C.H.I.A.R.A. (sede in via Martinelli) è aperta dalle 16 alle 19 tutti i pomeriggi (giovedì dalle 15,30 alle 19), mentre lo sportello decentrato dell’ospedale ex Cup è attivo venerdì dalle 9 alle 13 e lunedì dalle 14 alle 17. La campagna di comunicazione sostenuta dal Comune proseguirà anche nel prossimo mese di marzo, durante il quale si celebra la Festa della donna, ma il numero di telefono 1522 e il Centro Antiviolenza cittadino sono attivi h24, ogni giorno, per stare al fianco delle vittime e aiutarle a dire “No”.

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E’ stato inaugurato stamattina il nuovo parco in viale Repubblica dedicato agli animali. Si tratta di un polmone verde da circa 7000 metri quadrati in cui i padroni potranno far passeggiare i proprio cani. L’area è di proprietà dell’Asst di Pavia che l’ha ceduta in comodato d’uso gratuito al Comune di Voghera. Sono stati anche installati cinque giochi, omologati dalla Federazione Cinofila Italiana, nella zona dedicata all’agility dog. Sono stati collocati uno slalom, una bascula, un tavolo, un muro per salto a ostacoli e la palizzata. Il parco è aperto dalle 8 alle 20 e sarà gestito da Asm Voghera. Si tratta della terza area dedicata agli animali presente a Voghera, le altri due si trovano in viale Repubblica angolo via Foscolo e in via Montebello. Accanto alla parte dedicata agli animali ci sarà anche uno spazio protetto per le famiglie con i bambini. «C’è particolare interesse dell’amministrazione comunale per chi ama gli animali, è il terzo parco che viene dedicato agli amici a quattro zampe che possono girare liberamente e hanno a disposizione anche diversi giochi. Abbiamo riqualificato un’ampia area verde che contiene anche uno spazio sicuro e protetto per i bambini», commenta il sindaco Carlo Barbieri. «Si tratta di una delle aree più grosse in Italia per i cani, un parco inutilizzato in cui siamo intervenuti riqualificandolo e riportando alla luce il prato - spiega il vicesindaco Daniele Salerno - abbiamo curato le piante creando un’area per consentire agli animali di abbeverarsi dotandola delle attrezzature necessarie e creando una zona per il gioco con cinque strutture. E’ un primo passo, in base all’interesse che verrà riscontrato la volontà è di ingrandire il parco in futuro».

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Continua l’attività di rinnovo del parco contatori di Pavia Acque che prevede la progressiva sostituzione di tutti i misuratori nella provincia di Pavia. Partito nello scorso mese di luglio, il progetto punta a introdurre l’uso di contatori elettronici, detti anche “smart meter” o “contatori intelligenti”, in grado di fornire molte più informazioni degli attuali misuratori e soprattutto di consentire la telelettura dei consumi, con maggiore frequenza e costi ridotti rispetto al metodo tradizionale. 

I primi Comuni interessati dalle sostituzioni sono stati Badia Pavese, Monticelli Pavese, Pieve Porto Morone e Chignolo Po per un totale di 2.600 nuovi contatori installati.  In questi giorni è iniziata l’attività nel Comune di Miradolo Terme dove gli utenti dotati di contatori fabbricati prima del 2013 sono stati contattati dalla società incaricata da Pavia Acque, Veolia Acqua Servizi, per effettuare l’intervento di sostituzione con i nuovi “smart meter”. Successivamente saranno coinvolti altri Comuni delle aree pavese (Vistarino, Magherno, Torre d’Arese, Copiano), lomellina (Gravellona lomellina, Dorno) e oltrepo (Santa Giuletta, Redavalle, Corana, Lungavilla), in cui interverranno Coese srl, Consorzio Servizi Qualificati e Barbagli srl, fornitori incaricati della campagna di sostituzione da Pavia Acque.

Gli utenti che hanno fornito un indirizzo email a Pavia Acque saranno puntualmente preavvisati dell’avvio delle attività nel loro Comune. La data prevista per la sostituzione del contatore verrà inoltre comunicata alcuni giorni prima dell’intervento mediante l’esposizione, presso le utenze, di specifici avvisi che riporteranno anche i recapiti per richiedere eventuali informazioni o per concordare un appuntamento in data diversa. Gli operatori che si occuperanno delle sostituzioni saranno dotati di un tesserino di riconoscimento munito di fotografia, che potrà essere verificato utilizzando il numero antitruffa di Pavia Acque, 0383 1940114, attivato in collaborazione con l’arma dei Carabinieri proprio per gestire le segnalazioni sui falsi operatori e sui tentativi di furto.

L’intervento di sostituzione sarà completamente gratuito e avrà una durata di una quindicina di minuti, durante i quali sarà interrotta l’erogazione dell’acqua. 

I nuovi contatori elettronici installati saranno in grado di rilevare e trasmettere i consumi a Pavia Acque mediante modulo radio: in questo modo si potrà limitare i casi di accesso alla proprietà da parte degli operatori, riducendo sensibilmente il rischio di tentativi di truffe da parte di falsi letturisti. Inoltre gli utenti non dovranno più preoccuparsi di inviare l’autolettura e riceveranno sempre bollette emesse sulla base di consumi effettivi, senza stime e/o acconti. Infine, sarà più immediato per Pavia Acque individuare eventuali guasti o anomalie che possono evidenziare una perdita, a valle del contatore, sull’impianto interno.

Questo importante progetto rispecchia la forte spinta all’innovazione tecnologica di Pavia Acque e fa parte di un piano di investimenti che sta già riguardando l’adeguamento delle infrastrutture del servizio idrico alle sempre più stringenti richieste normative e di qualità del servizio.

Ad oggi è stata già appaltata la sostituzione programmata di 45.000 contatori in diversi Comuni della provincia di Pavia e anche per le pose di contatori legati a nuovi contratti, nei prossimi mesi saranno installati prevalentemente misuratori elettronici in luogo di quelli tradizionali.

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