Lunedì, 20 Gennaio 2020
Articoli filtrati per data: Giovedì, 09 Gennaio 2020

Si è da poco conclusa l’edizione 2019 del “Mercato dei vini dei vignaioli indipendenti” organizzato dalla FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti): un’edizione da record, con 626 vignaioli presenti e 22.500 visitatori. Costituitasi nel 2008, la FIVI è una federazione di vignaioli nata per difendere gli interessi dei propri aderenti in ambito morale, tecnico, sociale economico e amministrativo; per partecipare alle politiche di sviluppo viticolo a scala locale, nazionale ed europeo ed, infine, proporre misure economiche e norme legislative nell’interesse dei Vignaioli Indipendenti. La federazione inoltre propone e promuove un’organizzazione economica del vino sostenibile e razionale, dialogando con i poteri pubblici con l’obiettivo di esprimere le problematiche specifiche dei vignaioli associati. Gianluca Cabrini, 40 anni, titolare dell’Azienda Agricola Belvedere di Montecalvo Versiggia, dal 2016 è delegato FIVI Oltrepò Pavese.

Gianluca, quando ha iniziato la sua attività agricola?

«La mia realtà nasce nel 2013, quando ho fatto ripartire l’azienda agricola che era di proprietà dei nonni di mia moglie. La mia fortuna, come dico sempre, è stata quella di avere lo storico in vigna e non in cantina: vigneti dai trenta ai sessant’anni di età che mi hanno permesso di avere già un prodotto interessante da poter trasformare».

Come mai questa scelta?

«Io non arrivo da questo mondo: fino al 2012 vendevo automobili nel lodigiano. Saturo di questo mondo mi sono buttato in questa impresa. Prima di allora non mi ero mai occupato di vino, anzi ero un consumatore molto “basic”. Poi frequentando corsi ed interessandomi sempre di più mi sono trovato immerso in questa realtà».

Che tipo di impostazione ha dato alla sua azienda?

«Ovviamente, dovendo iniziare da zero, ero consapevole di non poter fare grandi numeri e che l’unica soluzione era fare della qualità, qualcosa di diverso. Il mio vino più rappresentativo è il Wai, un vino che finisce la fermentazione in bottiglia: una sorta di metodo classico senza sboccatura, come i vini frizzanti di una volta. Sono prodotti di nicchia, ma da bere tutti i giorni. Quando ho iniziato ho da subito pensato di dover dirigermi verso una certa direzione. Attualmente abbiamo i vigneti in conversione bio e in cantina facciamo il minimo della lavorazione: nessun filtraggio, nessuna chiarifica e rifermentazione spontanea. Ora va di moda parlare di “vino naturale”, ma io parlerei di “vino rispettoso”: al consumatore bisogna fargli capire innanzitutto che esistono due tipi di vini, quello industriale e quello artigianale. Tra gli artigianali troviamo il convenzionale, il biologico, il biodinamico e il naturale. Poi naturalmente molte tipologie si vanno a sovrapporre e sono collegate tra di loro».

Perché ha scelto di aderire alla FIVI?

«Io non mi sono associato subito, in quanto il primo anno la cantina era in ristrutturazione e ho vinificato presso terzi. Terminati i lavori mi sono subito iscritto, perché ho trovato questa associazione “pura”, fatta di vignaioli che portano avanti un progetto comune senza divisioni. Io non conoscevo ancora bene le realtà e le dinamiche del ruolo, ma da subito ho avuto fiducia in questa federazione».

Lei è delegato per l’Oltrepò Pavese: negli ultimi anni la FIVI ha avuto un vero e proprio boom nella nostra zona, con l’adesione di diverse aziende…

«Sono delegato FIVI dell’Oltrepò Pavese dal novembre 2016: questa funzione nasce in quanto FIVI nazionale non riuscirebbe ad occuparsi di tutto il territorio italiano senza un referente che faccia da tramite. Non sono solo, in quanto sono aiutato da Luca Padroggi, Alessio Brandolini, Riccardo Riccardi e Matteo Maggi, altri vignaioli associati. In Oltrepò il numero di aziende è aumentato notevolmente ed è per questo che si è deciso di alzare l’asticella ufficializzando una delegazione, per avere un maggiore peso e maggior rappresentatività in Consorzio di Tutela Vini. Ora la delegazione Oltrepò vanta 35 aziende associate e il merito di questo successo va dato a tutti: ognuno ha messo del suo per raggiungere questo risultato. Non bisogna limitarsi a identificare la FIVI solo come il “Mercato dei vini” di Piacenza, come molti pensano. “Il Mercato” è un complemento di un lavoro di un anno, dove la federazione permette all’associato di vendere il suo prodotto. La FIVI svolge il ruolo di un sindacato, che non da servizi, ma che porta avanti progetti comuni e fa valere le proprie ragioni ai tavoli di lavoro, al Ministero o a Bruxelles».

Pensa che questo interesse collettivo per la Federazione possa dare uno spunto al rilancio del settore vitivinicolo oltrepadano? Cosa potrebbe fare (o sta facendo) la FIVI a favore dell’Oltrepò?

«La FIVI è rappresentata in Consorzio da un nostro socio, Camillo Dal Verme. Anche FIVI sta portando avanti l’idea che un vignaiolo venga considerato in modo più bilanciato per i tre ruoli che ricopre: quello di produttore, di vinificatore e di imbottigliatore. La FIVI non darà uno spunto ma sarà fondamentale per il rilancio di questo territorio, perché le aziende associate sono tutte di livello qualitativo medio-alto. Come delegazione Oltrepò non abbiamo potuto ancora fare nulla di particolarmente rilevante, in quanto ci siamo costituiti da poco: per ora di tangibile è stata organizzata la giornata di presentazione della delegazione a Pavia e un’anteprima del Mercato dei Vini all’enoteca regionale. Stiamo organizzando anche “punti di affezione” presso ristoranti ed enoteche dove si potranno trovare i nostri vini. Da oggi cercheremo di far scoprire il nostro territorio a noi stessi, agli oltrepadani e ai pavesi, facendo capire che anche noi facciamo vini interessanti. L’Oltrepò non è solo grande distribuzione e grandi cantine».

A fine del mese scorso vi abbiamo visti impegnati al Mercato dei Vini di Piacenza 2019, un’edizione record. Com’è andata?

«Ogni anno è un’edizione da record: solo sabato ci sono stati 10.100 ingressi. Aver ampliato l’evento a tre giornate è stata una mossa azzeccata, in quanto al lunedì ci sono stati parecchi operatori. Da alcuni anni il mercato è frequentato anche da diversi stranieri, buyers e non solo, provenienti da USA, Spagna, Corea e altri paesi: certo, non sono buyer da grandi numeri, ma sono rapportati a nostri numeri e nostre esigenze».

Per concludere, pensa che la FIVI possa accogliere altre aziende oltre padane interessate? Non si rischia che l’ingresso di troppe aziende possa creare degli squilibri?

«Tutte le aziende che supportano la nostra filosofia sono ben accette, non abbiamo imposto vincoli o numeri chiusi. Basta avere e garantire i requisiti richiesti dalla federazione. Proprio due anni fa è stato rivisto il regolamento per evitare l’ingresso di società commerciali e mantenere pura l’associazione con soli vignaioli. Non penso che l’ingresso di altre aziende possa causare degli squilibri:  se sono omogenee e spinte dagli stessi ideali credo che si andrà a creare un gruppo ancora più forte e con un peso più rilevante». 

Oltre a Gianluca Cabrini, abbiamo voluto sentire il parere di alcuni vignaioli oltrepadani presenti al Mercato dei Vini di Piacenza.

Alessio Brandolini, titolare dell’omonima azienda vitivinicola di San Damiano al colle

Quando si è iscritto alla FIVI e quale è stata la motivazione che l’ha spinta a farlo?

«Mi sono iscritto alla FIVI nel 2015 perché è l’unica associazione che difende gli interessi dei vignaioli, che curano tutta la filiera produttiva».

Da quanto tempo partecipa al Mercato dei Vini di Piacenza? Come ha trovato l’edizione 2019?

«Partecipo dal Mercato dei Vini di Piacenza dal 2015 (cinque edizioni). L’edizione 2019 è stata una delle migliori sia dal punto di vista organizzativo che per l’affluenza dei visitatori. Negli ultimi anni l’appeal del Mercato è molto migliorato».

Come Vignaiolo cosa si aspetta da FIVI nei prossimi anni? Quali problematiche spera che vengano affrontate?

«Spero che la FIVI nei prossimi anni toccherà il tema della riforma dei Consorzi, perché considerando la nostra zona, sarebbe molto importante che i vigniaioli avessero più peso all’interno dei Consorzi».

Valeria Radici Odero, titolare dell’Azienda Agricola Frecciarossa di Casteggio

Quando si è iscritta alla FIVI e quale è stata la motivazione che l’ha spinta a farlo?

«Ci siamo iscritti alla FIVI nel 2015, che è stato un anno particolare perché ha marcato lo strappo con il Consorzio da parte di una serie di aziende del territorio, tra cui la nostra. Walter Massa è venuto a Casteggio ad inizio marzo per la presentazione della Guida Slow Wine e ha parlato della FIVI. Nella lettera che ci ha poi inoltrato ho capito che la FIVI poteva aiutarci, perché è l’unica associazione che si batte per i problemi dei piccoli e dei vignaioli. E quando si è piccoli, da soli è impossibile far cambiare le cose. In FIVI siamo tutti vignaioli e ci battiamo per proteggere il nostro modo artigianale di fare vino, proprio a cominciare dalle leggi che a volte andrebbero riviste per proteggere chi dà valore al vino, al territorio e alla tradizione».

Da quanto tempo partecipa al Mercato dei Vini di Piacenza? Come ha trovato l’edizione 2019?

«Partecipiamo dal 2015, ho visto crescere in modo esponenziale la manifestazione, sia dal punto di vista dei produttori presenti, che del pubblico. É un bellissimo momento di incontro, tra noi vignaioli di tutta Italia e con i visitatori, un pubblico di appassionati e professionisti del settore. Ho l’impressione che quest’anno sia cresciuta la presenza di importatori stranieri e sommelier di ristoranti di tutta Italia. Chi cerca un certo tipo di produttore, lo trova più facilmente qui, dove c’è la garanzia che siamo tutti vignaioli, che a Vinitaly dove c’è il mondo».

Come Vignaiolo cosa si aspetta da FIVI nei prossimi anni? Quali problematiche spera che vengano affrontate?

«FIVI è già molto attiva nella battaglia per la governance dei Consorzi, che però non è ancora terminata. Spero che si riesca in seguito a fare qualcosa per ridurre la burocrazia, macchina complicatissima, che, cosi com’è oggi, è un costo e una perdita di tempo per le piccole aziende».

Tosi Giuseppe, titolare dell’Azienda Agricola Tosi di Montescano

Quando si è iscritta alla FIVI e quale è stata la motivazione che l’ha spinta a farlo?

«La nostra azienda è iscritta alla FIVI dal 2017. Avevo alcuni amici e colleghi che erano iscritti già da alcuni anni e mi parlavano benissimo dell’associazione, quindi ho approfondito e mi è piaciuto molto il clima che si respira tra i vignaioli e le motivazioni della FIVI».

Da quanto tempo partecipa al Mercato dei Vini di Piacenza? Come ha trovato l’edizione 2019?

«Questo appena passato è per me il secondo mercato FIVI a Piacenza a cui partecipo (oltre alla partecipazione a quello di Roma nell’anno 2018), ma ero andato come visitatore a quasi tutte le edizioni e mi ha sempre colpito l’unione tra vignaioli di zone completamente diverse, il clima che si respira durante il mercato è festivo ed è anche un modo per scambiarsi idee e pareri ,fuori dalla logica economica e relazionarsi come colleghi e magari futuri amici e non come concorrenti».

Come Vignaiolo cosa si aspetta da FIVI nei prossimi anni? Quali problematiche spera che vengano affrontate?

«La FIVI sta facendo molto per i vignaioli che, purtroppo, non sono rappresentati in modo giusto da nessuna altra associazione. Essendo aziende spesso molto piccole, gli associati FIVI faticano ad adempiere a tutto quello che la burocrazia ci impone, e quello che mi aspetto è uno snellimento proprio di quella burocrazia che è spesso deleteria per le piccole aziende, in quanto toglie tempo e risorse ai lavori di campagna e cantina, che sono poi quelli che determinano la qualità di un vino. Mi aspetto anche una maggiore sensibilità e competenza tra le persone che effettuano i controlli nelle aziende per quanto riguarda qualità, sofisticazione ecc., e so che la FIVI si sta già muovendo per questa problematica».

di Manuele Riccardi

Deborah Aquilini, più familiarmente Debby, ha 22 anni, è al terzo anno di studi presso la facoltà Agraria dell’Università di Piacenza e pianifica anche di conseguire una laurea magistrale; attualmente lavora part-time presso un distributore di benzina a Montebello, si allena regolarmente e si impegna a trovare del tempo da passare con le persone che ama. Ciò che la contraddistingue di più, però, è la sua passione per la motocross. A causa degli stereotipi che gravitano intorno al suo lavoro e allo sport che pratica, questa instancabile ragazza deve affrontare commenti e atteggiamenti che spesso raggiungono i livelli dell’inciviltà e della molestia – fenomeno di cui sono purtroppo vittime anche molte altre donne ogni giorno. Tuttavia lei continua per la sua strada a testa alta e combatte la disparità fra i sessi in silenzio, dimostrando il valore del genere femminile, esattamente pari a quello maschile, sia nel quotidiano che in pista.

Deborah, ha un sogno che vorrebbe realizzare una volta terminati gli studi?

«è una cosa abbastanza da pazzi per i tempi che corrono, però vorrei aprire un agriturismo con produzione propria: una delle mie 3 sorelle sta studiando pasticceria, quindi i dolci sono assicurati; poi la passione per la cucina l’abbiamo un po’ tutte in realtà. In ogni caso ora la priorità è laurearmi e fare la magistrale, poi, prima di buttarmi a capofitto nell’apertura di una mia attività, valuterò la situazione e mi guarderò un po’ intorno».

Tutto questo in parallelo con la sua passione per la motocross.

«Assolutamente, io lavoro praticamente per la moto: se non ci fosse lei è vero, mi sarei già laureata probabilmente e dovrei sforzarmi meno a incastrare tutti gli impegni, ma mi mancherebbe quel momento di libertà in cui posso sconnettere tutti gli altri pensieri e concentrarmi solo a dare il meglio di me in pista. Non è che io stacchi il cervello – anzi, devo usarlo eccome, ma è per me un divertimento tale che qualunque influenza esterna svanisce».

Quando e come si è appassionata a questo sport?

«Pratico motocross da 4 anni e da 3 in modo agonistico. è stata una scoperta un po’ casuale. Ho sempre voluto provare ad andare in moto, ma i miei genitori me l’hanno impedito perché questo sport li spaventava un po’; finché non hanno pronunciato le parole “a 18 anni fai quello che vuoi” e così ho fatto (ride): una volta maggiorenne, grazie a mio cugino che già faceva motocross, ho fatto la mia prima corsa, e da lì è nato l’amore per le due ruote».

Ha iniziato a gareggiare molto presto, solo un anno dopo aver iniziato a praticare  motocross. Perché?

«Ho cominciato così presto perché in un anno sono migliorata veramente tanto, soprattutto quando ho fatto il passaggio da 85cc a 125cc. In questo anno ho anche conosciuto moltissime persone – tante ragazze – e sono entrata un po’ nel giro insomma. Mi ha spinta a competere la ricerca di stimoli diversi per migliorare: secondo me il modo più efficace per fare progressi in più o meno qualsiasi cosa è il confronto con altre persone, di ambo i sessi ovviamente. Ho appena concluso il campionato regionale Piemonte – Lombardia femminile, ma ho affrontato anche gare miste con i ragazzi, in cui impari soprattutto a farti la pelle, a farti rispettare. Il prossimo anno, se tutto va bene – incrociamo le dita, parteciperò al campionato italiano».

Quanto sacrifica per questa sua passione?

«Ora le acque sono un po’ più calme dato che gli allenamenti in moto sono meno frequenti e con le lezioni siamo fermi, ma di solito devo incastrare tra di loro le lezioni in Università, lo studio che di conseguenza ne deriva, il lavoro, gli allenamenti un paio di volte a settimana per 3 ore circa ciascuna, la palestra e la piscina che consentono la preparazione fisica adeguata alle corse,e ovviamente tempo per il mio ragazzo e i miei amici. Di norma, se non c’è allenamento, il mio giorno libero è il sabato; ma, contando che le gare si tengono di domenica, devo essere a letto alle 21 per svegliarmi alle 4 o alle 5, raggiungere la pista, fare le prove e tutto il resto. Quindi le uscite la sera – anche se andare a ballare non mi piace – sono quasi sempre escluse. Il periodo più difficile è tra marzo e ottobre circa, perché parte la stagione delle gare e quindi gli allenamenti sono più frequenti: è in questo lasso di tempo che  mi tocca sacrificare la maggior parte del tempo».

In che cosa consiste la sua preparazione fisica al di fuori delle esercitazioni? A cosa serve?

«Il mio standard è di due o tre volte in palestra alla settimana, un allenamento, chiamiamolo così, all’aria aperta – in bicicletta di solito, e adesso che il brutto tempo limita le ore in cui posso andare in moto, inserisco anche il nuoto – la parte di cardio. Serve allenare anche il proprio fisico per essere più prestanti in corsa: equilibrio, forza nei muscoli e fiato sono indispensabili. Inoltre è si è più resistenti ad eventuali cadute o incidenti di altro tipo: metti che, anche da fermo, ti cade la moto su una gamba – sì, può capitare; devi essere forte abbastanza da tirarla su se sei solo o nessuno può aiutarti».

Com’è, per lei in quanto donna, lavorare ad un distributore di benzina?

«Frustrante. Soprattutto gli uomini dai 30 anni in su pensano che tu non valga niente. Io qualcosa ci capisco di motori, vuoi per la moto vuoi perché è un argomento che mi ha sempre interessata; ecco, c’è chi, nonostante non sia capace egli stesso, non vuole accettare aiuto da me per gonfiare le gomme, banalmente. E non offro il mio aiuto per vantarmi del fatto che so gonfiare le ruote: uno, è il mio lavoro; due, è buona educazione dare una mano a chi ha bisogno. Certo che sentirsi dire, senza una motivazione fondata “no, tu non sei capace”, ti fa venire voglia di rispondere “arrangiati”. Io non sono fatta così, quindi soggetti del genere di solito li lascio tribolare un po’ e poi vado ad aiutarli. Poi c’è chi esagera con gli apprezzamenti al punto da arrivare alla molestia. Capitano anche i complimenti educati e fin lì ci può stare, mi fanno anche piacere: sorrido e ringrazio. Ma la maggior parte delle volte sembra di essere la ragazza immagine di un pub, messa lì  non tanto per fare il proprio lavoro quanto per appagare i clienti. Certi cafoni, se gli si risponde a tono, capiscono e se ne vanno; per altri invece non si può fare altro se non ignorarli e sperare che la smettano il più velocemente possibile. Sono comunque clienti e quindi non si può esagerare nel ribattere. Lo stress che deriva da questo impiego è soprattutto psicologico, però quando hai degli obiettivi da raggiungere e quindi necessità di un lavoro, passi oltre. Il lato positivo è che sono piccola e questo tipo di esperienze mi serve per farmi le ossa».

Le sono mai capitati episodi tanto gravi da dover chiamare la polizia?

«Non legati al fatto che qualcuno mi stesse dando fastidio: ero tentata di chiamare quando uno (abbastanza conosciuto in zona quindi avevo in mente che soggetto fosse) ubriaco, ha davvero esagerato e mi ha fatta spaventare; per fortuna mi sono venute ad aiutare delle persone dal bar qui di fianco ed è stato allontanato. Mi è capitato quest’anno di chiamare la polizia a causa di un uomo armato. Si è allontanato dopo che ho avvertito le autorità, ma la loro reazione mi ha lasciata allibita: al telefono mi hanno chiesto chi mi assicurava che avesse la pistola; la sagoma dell’arma si vedeva chiaramente al di sotto della maglietta – era estate. Avevo anche fornito la targa del furgone. Sta di fatto che non mi hanno creduta; sì, penso proprio per il fatto che dall’altro capo del telefono avessero sentito la voce di una giovane ragazza. Poi mi hanno richiamata dicendo che avevo ragione e che quest’uomo aveva subito dopo fatto una rapina a Stradella. è comprensibile che questi episodi – due dei tanti che mi sono capitati – non mi facciano sentire tutelata come donna e come persona. L’altra mia collega è nella stessa situazione».

In ambito sportivo la situazione è diversa? Ha subito discriminazioni anche nell’ambiente motociclistico?

«Sì, soprattutto in officina. Ripeto, io sostengo che la base del miglioramento sia il confronto, quindi come ascolto e apprezzo i consigli anche io mi sento di darne, nella maniera più educata possibile. Non a tutti è chiaro che in moto, in officina, siamo sì uomini e donne, ma soprattutto piloti. Detesto chi pretende di saperne più di te, chi crede che tu sia un’incapace, chi ti dice cosa devi fare dall’alto dei suoi attributi maschili. Se hai un suggerimento da darmi sono più che disposta ad ascoltarlo e poi sta a me se seguirlo o meno, ma chi si atteggia da superiore non lo tollero. Per il quieto vivere di solito ignoro, ma poi in pista dimostro quanto valgo e quanto la differenza di sesso non conti nulla quando sei sulla moto; e come rode a certe persone essere battuti da una ragazza. Se pratichi questa disciplina e te la cavi anche bene piovono i “sei un maschiaccio”, “perché fai uno sport da maschi?”, “dovresti essere più femminile” – poi, quando ti vedono vestita bene e truccata fanno, tutti sorpresi “ah, ma quindi ti vesti anche da donna!”. Come un ragazzo può scegliere se uscire in smoking o con la felpa, allo stesso modo una ragazza può scegliere se uscire in tuta o vestito e tacco. Stessa cosa nello sport: non ci sono discipline da uomo o da donna, però se un maschio fa danza allora è gay per la società – come se ci fosse qualcosa di male, tra l’altro, e se una femmina corre in moto allora è uno scaricatore di porto. E purtroppo è molto difficile far cambiare idea al mondo; con qualcuno ci sono riuscita, ma la disparità uomo-donna è talmente radicata nella società che sarà difficilissimo annullarla».

Aldilà dei pregiudizi e dei comportamenti intollerabili riservati alle ragazze, problemi legati, come ha detto lei, alla società intera e che poi si riflettono anche sullo sport, è soddisfatta di come qui in Oltrepò viene vissuto il mondo del motociclismo?

«Trovo ci siano un bel po’ di pecche, le quali derivano dal fatto che molte piste sono gestite da gente poco qualificata, che non ti mette in condizione di poterne usufruire appieno. In primo luogo sono necessari dei parcheggi adeguati, che non si allaghino ad esempio, perché non sono pochi quelli che sostano presso una pista con il camper per più giorni e capita che rimangano bloccati. Poi bisognerebbe equilibrare bene i livelli di difficoltà del sentiero: ovvio che per migliorare è necessario alzare poco a poco l’asticella, ma sfido a trovare qualcuno che venga da te se il circuito che offri nel complesso è basilare ma con sporadici ostacoli invalicabili anche per gli esperti. Anche lo sterrato deve essere idoneo – ne so qualcosa essendo questo parte del mio campo di studi: è impossibile correre su un terreno duro, che è quasi un sasso, e per questo deve essere supervisionato. Anche l’organizzazione di alcune gare lascia a desiderare… sono molto puntigliosa e critica a questo proposito perché ricerco sempre la perfezione. Tuttavia apprezzo la grande quantità di appassionati presenti nelle nostre zone e anche un po’ più lontani, condotti qui dalle competizioni che muovono sempre un enorme flusso di persone: non dimentichiamoci che l’anno prossimo proprio in Oltrepò si terrà la Sei Giorni di enduro. Inoltre, la grande quantità di piste presenti ti permette di raggiungere in circa 20 minuti almeno un circuito, senza sprecare ore e ore nel viaggio, tempo che va sfruttato in moto. C’è da dire poi che, accanto ai gestori poco adatti, ci sono quelli che anche dopo giorni di maltempo sistemano il sentiero e ti mettono in condizione di poter correre. In sostanza, il nostro territorio ha enormi potenzialità: bisogna imparare a sfruttarlo e gestirlo nel migliore dei modi».

di Cecilia Bardoni

"Gent. mo Direttore, siamo a fine anno e come consuetudine è momento di bilanci, auspici, riconoscenza e compartecipazione. Vorrei dedicare questo momento all’AUSER di Godiasco Salice Terme, associazione di volontariato e promozione sociale attiva sul territorio dall’inizio dello scorso anno. Per quanto di mia conoscenza ( numeri sicuramente in difetto), in questo suo primo anno di vita l’AUSER, con i suoi circa 125 tesserati ed i suoi 25/30 volontari attivi, “capitanati” da un presidente instancabile, hanno asssistito  circa 70 persone con più di 500 interventi di accompagnamento, percorrendo con le 2 vetture in carico circa 30mila KM. Un bilancio più che positivo, con l’auspicio di poter fare meglio me sempre di più.

Dico un GRAZIE di cuore a tutti questi volontari estendendolo a tutti coloro che facendo volontariato donano agli altri un poco del loro tempo e un poco della loro vita. Il tempo dedicato dai volontari è anche tempo rubato alle loro famiglie, pertanto, alle famiglie dei volontari dico che siamo tutti debitori. Sosteniamo l’AUSER di Godiasco Salice Terme e sosteniamo il volontariato.

 Ermes Rigoli - Salice Terme"

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Il Codacons Pavia attraverso una nota stampa si dichiara : "Finalmente arriva il giro di vite sul gioco d'azzardo a Voghera. Il Comune intende dotarsi dall'anno prossimo di un regolamento stringente per ridurre le giocate che nel solo 2019 ammontano a 106 milioni di euro. Una crescita esponenziale: si è arrivati a questa cifra -scrive Codacons - partendo dai soli 33 milioni di euro spesi nel 2015. Il regolamento sarà armonizzato con quelli dei comuni limitrofi per una essenziale comunione di intenti. L'obiettivo è di evitare che i giocatori si spostino dalle sale da gioco di Voghera a quelle delle località vicine. Le linee guida del nuovo regolamento che l'amministrazione intende adottare sono svariate. Si va dall'aumento del controllo sull'utilizzo degli apparecchi da gioco, alla riduzione degli orari di apertura delle sale giochi e sulla loro dislocazione sul territorio, vietando che queste possano essere posizionate nel raggio di 500 metri dalle strutture cosiddette sensibili, in particolare le scuole, a una maggiore vigilanza da parte delle forze dell'ordine. Finalmente anche il Comune di Voghera si doterà di un regolamento anti slot. Si tratta di uno strumento fondamentale per la lotta e repressione del gioco d'azzardo e, seppur con colpevole ritardo, è un bene che il regolamento sia adottato con una particolare attenzione ad armonizzare le regole di tutti i comuni della provincia onde evitare comportamenti elusivi delle regole. Ora, dopo la firma del protocollo d'intesa, attendiamo la stesura e approvazione del regolamento. Sarà poi necessario vigilare affinchè il regolamento venga rispettato - conclude Codacons - invitiamo i cittadini a segnalare alle Autorità e al Codacons gli eventuali contravventori". 

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