Martedì, 20 Agosto 2019
Articoli filtrati per data: Giovedì, 08 Agosto 2019

Broni sempre più città del basket. Da poco è stato inaugurato, proprio di fronte alla palestra che ospita la squadra femminile di serie A, il nuovo campetto di pallacanestro all’aperto. Per la sua costruzione è stata sfruttata la “gabbia”, un ex spiazzo di cemento da tempo inutilizzato che era ormai diventato terreno fertile per vandali e disturbatori notturni. A dirigere i lavori, finanziati dal Lions Club, è Gregory Marakis, che con la sua azienda si è fatto carico della manodopera. Appassionato di questo sport, è anche membro effettivo dei Viking Broni, gli “Ultras” della squadra di basket femminile.

Marakis da chi è nata l’idea di trasformare “la gabbia” in un campetto da basket?

«L’idea non è nuova. Prima di me altri avevano provato a trasformare la “gabbia” in qualcosa di diverso, o meglio a renderla sfruttabile in qualche modo e non un mero spiazzo di cemento. Comunque nessuno aveva mai impiegato tempo ed energie sufficienti affinché ciò avvenisse fino ad oggi, quando l’iniziativa è stata presa dal Lions Club - sezione Broni Stradella Montalino sotto la mia gestione dei lavori». 

Con che fondi è stata recuperata la piattaforma di cemento? È stato un lavoro comunale o una iniziativa sponsorizzata da privati?

«L’opera è stata finanziata dal Lions Club sezione Broni-Stradella Montalino e più specificatamente sotto iniziativa dalla presidentessa Rosanna Muselli. Sono stato contattato e mi è stato chiesto di occuparmi dei lavori di trasformazione del campetto, essendo io esperto di pallacanestro, e quindi insieme all’architetto Arianna Ghisleri ci siamo messi all’opera. L’architetto ha realizzato il progetto che è stato poi approvato dal comune di Broni. La mia azienda, la Elen Parati, si è presa in carico i costi di manodopera mentre il materiale è stato interamente finanziato dal Lions Club». 

Perchè secondo lei e Broni, città del basket, mancava ancora un campetto di pallacanestro?

«In realtà un campetto all’aperto esisteva, quello del Liceo scientifico Golgi di Broni, purtroppo non rispecchiava le nostre esigenze e quindi non è stato possibile ristrutturarlo: non aveva misure regolamentari; il fondo era completamente rovinato e bisognava completamente rifarlo; si trova all’interno del cortile di edifici scolastici che devono chiudere nel pomeriggio e quindi il campetto non sarebbe stato sfruttabile nelle ore serali; i canestri non erano più comunque regolamentari e avremmo dovuto sostituirli. Il campetto che abbiamo fatto ha il fondo e le misure adatti anche a tornei federali ed è utilizzabile anche nelle ore serali».   

Quale sarà il problema principale per il suo mantenimento?

«Il  problema di queste realtà è come sempre la manutenzione ed il far fronte alla maleducazione di chi non ha rispetto per il bene pubblico che viene continuamente bistrattato, cosa che generalmente scoraggia molto chi lo deve mantenere pulito e in ordine».

Come si spiega il fatto che nella maggior parte dei comuni dell’Oltrepò i campetti da basket all’aperto siano quasi tutti lasciati a se stessi e spesso in mancanza proprio degli stessi canestri o totalmente inagibili?

«Come detto alla risposta precedente, la maleducazione delle persone è figlia del malessere sociale che sfocia in una serie di atti, all’apparenza, inspiegabili come il vandalismo non solo dei campetti ma anche di qualsiasi altra cosa pubblica, questo credo sia il motivo principale della mancanza di strutture e zone pubbliche».

L’inaugurazione è già avvenuta?

«Sì, o meglio, l’inaugurazione è avvenuta durante il ritiro della Nazionale femminile di pallacanestro a Broni, giorno in cui abbiamo dedicato il campetto al compianto maestro Igino Montagna».

Ci sono iniziative in ballo?

«Sicuramente abbiamo intenzione di organizzare un torneo, ma non entro l’estate». 

I lavori al campetto sono ricominciati e si sta fornendo la zona di una rete di protezione e di un cancello. Verrà anche regolamentato da un orario? Se sì, quale sarà?

«Ci tengo a chiarire che era già tutto incluso nel progetto iniziale, ma le tempistiche si sono poi allungate a causa di impegni inderogabili dei fornitori, non appena terminato il cordolo verrà posizionata una rete per evitare che il pallone scappi fuori dal rettangolo di gioco. Nessun cancello, il campetto sarà rigorosamente videosorvegliato ma accessibile h24 perché sarebbe assurdo non poter giocare in ogni momento della giornata a questo fantastico sport. Grazie al comune di Broni, che si sta occupando della faccenda, sarà anche illuminato meglio per le ore notturne». 

Al campetto della vicina Stradella gli schiamazzi erano diventati un problema per molti, che si sono lamentati. Non temete di condividere la stessa sorte?

«No, siamo tranquilli: conosco bene il problema e molti ragazzi si sono preoccupati della cosa. Gli schiamazzi devono essere contenuti e i fruitori del campetto devono avere coscienza di quello che stanno facendo e dove si trovano. Detto questo, abbiamo fatto delle prove con un fonometro, e non siamo neanche lontanamente vicini alle cifre di soglia per il quale il rumore del pallone possa essere fastidioso o fuori norma». 

Broni è famosa per il basket, ma anche per la tifoseria della squadra femminile. Qual è il suo ruolo nel Viking Broni?

«Si tratta di una questione un po’ particolare. Io mi occupo, insieme a tutto lo zoccolo duro del gruppo, di organizzare i cori, l’allestimento striscioni, le trasferte, le feste... Insomma, tutto quello che bisogna fare insieme agli altri del gruppo di tifoseria, che ormai è come una famiglia». 

Cosa pensa che si possa fare in più, a livello comunale, per rendere più semplice l’organizzazione di eventi e manifestazioni sportive?

«Difficile da dire, sono conscio del fatto che, negli ultimi anni, le varie leggi hanno tolto molta autonomia alle casse dei comuni e che quindi è difficile chiedere loro aiuti economici. Il comune si è sempre mostrato favorevole alla realizzazione di manifestazioni sportive, cercando di aiutare con personale o servizi; magari una collaborazione più stretta tra tutte le società ed il comune potrebbe portare a idee nuove o migliori e alla realizzazione di manifestazioni più all’avanguardia. Ma la mia è solo un’ipotesi».

di Elisabetta Gallarati

L’attesissimo Rally 4 Regioni che con l’impegno di Aci Pavia e Scuderia Piloti Oltrepo, quest’anno si é presentato con una veste completamente nuova, non ha riservato grandi soddisfazioni ai piloti di casa. Nel rally storico, in quello moderno e nella regolarità sport, il successo é infatti andato a piloti extra-provinciali. Ma andiamo per ordine

Rally 4 Regioni Storico - La rivincita di Melli.

Il Rally 4 Regioni storico ha una storia abbastanza recente. Dopo un tentativo senza seguito datato 1982, é stato proposto dalla TCS di Cesena con a capo Rudy Dalpozzo nel 2011 e 2012. Nel 2015 é l’Aci Pavia a farsi carico dell’iniziativa che ha richiamato, piloti da tutta Italia e grazie alla collaborazione con l’ex campione Europeo Rally Yves Loubet, anche parecchi piloti stranieri, i quali non sono però riusciti ad aver ragione dei piloti locali che hanno dominato negli ultimi tre anni. Quest’anno però, i piloti pavesi impegnati nel rally 4 Regioni storico 2019 sono stati sconfitti sulle strade di casa. Si é chiuso quindi un dominio iniziato con la vittoria di Canzian-Nobili nel 2016, a cui ha fatto seguito la doppietta di Matteo e Claudia Musti nella versione internazionale del rally negli anni 2017 e 2018, (mentre nel nazionale  ad imporsi sono stati Buscone-Maggi e Ghezzi-Benenti), quest’anno (come lo scorso anno d’altronde), le cose si sono messe subito a favore del driver di Colico, Enrico Melli, il quale con la gara pavese ha un conto aperto (tre secondi posti ed una vittoria sfuggita lo scorso anno in vista del traguardo, quando sulla sua Porsche 911, c’é stato il cedimento del braccetto della sospensione posteriore destra).

In questa occasione, il giovane lecchese, navigato dall’espertissimo co-driver valtellinese Romano Belfiore, si é preso infatti una più che meritata rivincita, impossessandosi del comando già dai primi metri di gara per non lasciarlo più fin sotto la bandiera a scacchi, facendo sue tutte le 8 prove speciali in programma. Va detto, che la gravosità del suo compito é stata alleviata  in parte dal prematuro ritiro di Matteo Musti navigato da Fabio Fraschetta sulla Porsche 911 RSR, indicato alla vigilia come uomo da battere.

Alle spalle dei vincitori, dopo aver lottato a lungo con Riccardo Canzian ed Andrea Prizzon, su Opel Kadett Gt/e, autori di 2 secondi, un terzo e 2 quarti posto in prova, e costretti alla resa sulla terzultima prova, a salire con merito sul secondo gradino del podio, staccati di 2’00”2, sono i locali Alessandro Ghezzi ed Agostino Benenti, su Porsche 911 RS, vincitori tra l’altro del 2° Raggruppamento nonché della classe H1/>20 in quali hanno tenuto la posizione davanti a Canzian fin quando questo é rimasto in gara, facend segnare un secondo e 4 terzi posti in prova. A completare un podio occupato interamente dalle 6 cilindri di Stoccarda, troviamo un altro equipaggio locale, quello formato da Ermanno Sordi e Claudio Biglieri (Porsche 911 gr. B) distanziati di  5’40” dai vincitori. Sempre tra gli equipaggi locali, degno di nota é lo straordinario quinto posto assoluto e la vittoria di classe 3- I/1150 di Daniele Ruggeri e Martina Marzi con la Fiat 127 Sport. Bene anche Stefano Maroni ed Emilio Patrelli (Opel Kadett GSI), ottavi assoluti e primi di classe 4-J2/2000, nonché il decimo di Giorgio e Marco Verri con la Fiat Uno 70S, vincitori della classe 4-J1/1300. Oltre a quelli di Musti e Canzian, tra i ritiri eccellenti segnaliamo quelli di: Lo Presti (Porsche), Botti (Lancia Beta Montecarlo), Corallo (Lancia Delta), Faravelli (Opel Kadett GT/e), Salviotti (A 112), Ziglioli (Lancia Fulvia Coupè) e Cassinelli (Bmw).

Rally 4 Regioni  - Trofeo Valleversa

Trentatre anni dopo la sua ultima edizione, datata 1986 e vinta da Federico Ormezzano il Rally 4 Regioni ha riaperto quest’anno alle vetture moderne e nonostante la gara non abbia più nulla a che spartire - tranne il nome - con quella dell’epoca d’oro dei rally, ormai irripetibile, a firmare la vittoria é stato, come tradizione vuole, un pilota di rilievo che risponde al nome del palermitano Salvatore “Totò” Riolo. Con alle note sulla Skoda Fabia R5 la giovane vogherese Claudia Musti, il driver di Cerda ha preso la testa della corsa sulla prima prova della seconda giornata di gara, conservandola sino alla fine, approfittando dello stop forzato, causa noie meccaniche, del leader provvisorio Giacomo Scattolon al debutto con la Hyundai i20 R5. Dunque, il vecchio adagio di Siropietro Quaroni, papà del blasonato rally: “Se non si é campioni non si vince il 4 Regioni”, a quanto pare vale ancora.

Classe 1965, inizia a correre nel 1986, l’hanno in cui il 4 Regioni vive la sua ultima stagione, Riolo è sicuramente il più versatile pilota in attività nel panorama nazionale, in qualsiasi specialità dell’automobilismo si cimenta,  risulta vincente. Il suo autorevole palmarès è una collezione di prestigiose vittorie ottenute sui più vari campi di gara nelle diverse tipologie di competizione tra cui numerosi successi in rally moderni e storici. La sintesi della vincente versatilità di Totò Riolo si esprime nel successo alla Targa Florio del 2002, 2005, 2010, 2013 e 2019, a quello dell’Isola d’Elba del 2005, 2009, 2010, 2014 e 2018, al Sanremo del 2005, 2006 e 2009, al Legend del 2006, 2007 e 2016, alle 2 vittorie all’Alpi Orientali e le 2 al Circuito di Cremona, al Rally Internazionale di Messina del 2003, alla 24 Ore di Sicilia del 2004, le 4 Coppe Italia Rally. Vittorie che valgono un record senza precedenti, al quale si aggiungono tutte le altre nelle gare di velocità in salita. Ha persino debuttato in pista con la Formula Pergusa, centrando la vittoria in sei gare su otto disputate con la piccola vettura a ruote scoperte, il tutto per un totale di oltre 180 vittorie assolute. 

A Stradella, Riolo si é imposto in un rally tirato e molto combattuto. Alle sue spalle si sono piazzati Marcello Razzini e Virginia Lenzi che, con la Skoda Fabia R5, hanno accusato un distacco di 20”5. A completare un podio tutto Skoda, in terza posizione, staccati di ulteriori 3”6,” si collocano il piacentino Gabriele Cogni, (rientrante dopo un anno e mezzo di stop) perfettamente navigato dal locale Daniele Mangiarotti. Completano la top five assoluta i bravi Andrea Mazzocchi e Fabio Grimaldi con la Peugeot 208 con la quale si aggiudicano il successo nella classe R2B e Pietro Tronconi con Cristiano Giovo sulla Ford Fiesta R5. Bene Nicelli-Mattioda, sesti con la Peugeot 208. Un plauso anche al più giovane della famiglia Cogni, Giorgio, navigato sull’ennesima 208 da Silvia Gallotti, settimi assoluti.

Nelle classi: Melioli-Figari (Peugeot 106) vincono in N2; Lazzara-Bottaini (Clio RS) in N3; Caushi-Crotta (Fiat Seicento) in A0; Carraro-Guglieri (Clio Williams) in A7; Burgazzoli-Petrosa (Citroen C2) in RS1.6; Crepaldi-Botto (Clio RS) in RS2.0 e Avogadri-Bariani (Suzuki Swift) in RS1.4.  Dei 62 partenti in 38 hanno portato a termine la gara. Tra i ritiri eccellenti, oltre a quello di Scattolon, c’é stato anche quello di Brega-Zanini, finiti tra gli alberi della PS6 quando occupavano la quarta posizione con la Skoda Fabia R5.

Vittoria bresciana nel 4 Regioni - Regolarità Sport

La supremazia extra provinciale al 4 Regioni 2019 si é completata nella Regolarità sport in cui la vittoria assoluta é andata all’equipaggio bresciano composto da Angelo Seneci e Luisa Ciatti con l’Opel Kadett GT/E (primi nel Raggruppamento 8) i quali hanno distanziato di 49 penalità i lodigiani Senna-Suardi (VW Golf – Div. 7) e di 112 i locali Celadin-Bono (Lancia Fulvia Montecarlo Div. 4).  Appena giù dal podio, Verri-Carena (Fiat 125S Div.4). Nelle altre divisioni a vincere sono: Barilli-Zanoni (Lancia Fulvia Coupé 1.3) davanti a Ventura in gara con con alle note la giovane e brava debuttante di Godiasco Francesca Delucchi (Lancia Fulvia Coupé 1.3) nella divisione 2; Raimondi-Rizzola (Lancia Fulvia Coupè) davanti a Pinci-Pinci (Fiat 124 Sport Coupè) nella divisione 3; Perelli-Roveda (Lancia Fulvia HF 1.6) davanti a Berisonzi-Barbieri (Alpine A110) in Divisione 5 e Gregorelli-Gregorelli (Opel Manta) davanti a Bordi-Siracusa (Lancia Zagato) in Divisione 6- Poca fortuna per Vernett-Kalya (Mini Cooper) e Fusetto-Novati (A112) costretti al ritiro.

di Martino Olmi

Angiolina Sensale, vogherese, ha affiancato agli studi umanistici lo studio del pianoforte sotto la guida del Maestro Giuseppe Aneomanti. Diplomandosi brillantemente presso il Conservatorio “G. Verdi” di Milano, si è perfezionata con Piero Rattalino, Jörg Demus, Naum Starkman.

Premiata in concorsi nazionali e internazionali, svolge attività concertistica in varie formazioni da camera,  con l’orchestra e come accompagnatrice, ruolo per il quale ha conseguito, nel 1992, l’idoneità nel Concorso a cattedre per i Conservatori di Stato.

Ha tenuto oltre mille concerti in 25 stati, tra Europa, Stati Uniti, Sud America, al fianco di artisti quali: Gianni Raimondi, Fiorenza Cossotto, Giuseppe Sabbatini, Daniela Dessì, Elio Pandolfi, Paolo Poli. Tra le sedi più prestigiose: il Teatro Regio di Torino, il Donizetti di Bergamo e il Verdi di Trieste, la Sala Rachmaninoff del Conservatorio di Mosca, la Sala Cecilia Meireles di Rio de Janeiro, il Festival dei Due Mondi a Charleston, la grotta di Bernadette a Lourdes (diretta televisiva per RAI 2). Sovente invitata nelle giurie dei Concorsi di Canto Lirico, è stata docente ospite delle Università di Santa Maria (Brasile) e Athens (Georgia- USA).

Nel 2004 ha ricevuto il Premio Internazionale “Foyer des artistes”.

Da 27 anni cura la direzione artistica del Festival Ultrapadum, progetto che all’inizio si chiamava “Musica in Castello”, e si svolgeva in ville, castelli e dimore private, che per la prima volta si aprivano al pubblico in occasione dei concerti. La prima edizione ha raggruppato 5 eventi. Con il passare degli anni l’iniziativa ha avuto sempre più riscontri, andando a totalizzare, in un’edizione, ben 54 eventi tra Giugno e Settembre. La mission è quella di valorizzare l’Oltrepò tramite la cultura. Nella direzione artistica del Festival è affidata da Nadia Lanetti (in qualità di Coordinatrice) e da Michela Anselmi (Responsabile Relazioni Esterne ).

Quando è nato il festival Ultrapadum, chi ne è stato il principale promotore e qual è la sua mission?

«Il Festival Ultrapadum è nato 27 anni fa con un progetto di cui avevo curato la direzione artistica: si chiamava “Musica in castello” e si svolgeva in ville e castelli, dimore private, che per la prima volta si aprivano al pubblico in occasione dei concerti. La prima edizione fu di 5 eventi. Con il passare degli anni l’iniziativa ha avuto sempre più riscontri, andando a totalizzare in una edizione ben 54 eventi tra Giugno e Settembre. La mission è quella di valorizzare il territorio per mezzo della Cultura, incentivandone le potenzialità turistiche attraverso la conoscenza del paesaggio, della storia, dell’arte e dei prodotti della tipicità offerti in degustazione al termine dei concerti».

A che pubblico vi rivolgete? Ci sono anche giovani che si avvicinano alle vostre attività?

«Il Festival è rivolto all’intera comunità della provincia e delle province limitrofe, in particolare il milanese, supera ogni anno le 15.000 presenze e raccoglie un pubblico assolutamente eterogeneo, differenziato a seconda delle proposte musicali. I giovani costituiscono la nostra caratteristica distintiva nella proposta artistica perché collaboriamo con orchestre e cori giovanili di Europa e Stati Uniti. Molti giovani seguono le serate da cui traggono spunti per la propria crescita. Abbiamo avuto ospite quest’anno in un concerto  una giovanissima cantante lirica vogherese che da pubblico è diventata protagonista».

In Oltrepò, quali sono le zone di principale interesse, che vengono utilizzate come location?

«Rimane la vecchia filosofia della valorizzazione delle dimore storiche e di tutti quegli angoli suggestivi per architettura, storia o natura, oggetto di quel “turismo lento”, che con giusta ragione viene celebrato».

Concorso lirico 2019: qual è  il bilancio dell’evento?

«Il Concorso Lirico Giulio Fregosi è stato dedicato alla memoria del grande baritono vogherese (1887-1951) e ha portato a Voghera oltre 60 iscritti da 15 nazioni, che si esibiscono anche sui palcoscenici della corrente edizione del Festival. La grande novità dell’edizione 2019 è l’incontro, avvenuto qualche mese fa con i discendenti della Famiglia Fregosi, che conservano cimeli, costumi teatrali e lettere: documenti preziosi per una conoscenza dell’artista cui è dedicato il concorso e per l’allestimento di uno spazio museale all’interno della sede della manifestazione».

Ci sono talenti che potrebbero emergere, all’interno delle rassegne musicali che avete organizzato?

«Sicuramente i giovani talenti del Concorso Internazionale, ma anche altri giovani provenienti da concorsi che il nostro Festival segue a distanza ed invita».

Che generi musicali proponete?

«La nostra proposta spazia attraverso tutti i generi, con una preponderanza per la mu-sica sinfonica e lirica, ma con una apprezzata apertura anche a repertori trasversali: quest’anno i tributi agli Abba e ai Queen hanno totalizzato mille presenze».

Esistono altre associazioni simili in Oltrepò con le quali collaborate?

«Il nostro intento è quello di collaborare il più possibile con le realtà associative del territorio, ben consapevoli che la Cultura è l’unico bene che, condiviso, non si depaupera ma, al contrario, cresce».

Organizzate iniziative con istituti scolastici e scuole di indirizzo?

«Organizziamo corsi di Canto Lirico e Masterclass internazionali. Ad agosto, ad esempio, a Ca’ de Figo, location di nuovo inserimento nel Festival, ci sarà un concerto proprio con le cantanti cinesi impegnate in una Masterclass».

Che eventi avete organizzato nel corso di questi anni; quali saranno i prossimi in programma?

«In partnership con il Comune di Valverde siamo stati i primi a proporre le opere liriche in allestimento completo en plein air. Nostra anche la paternità di grandi eventi sinfonici come quello che ha inaugurato la rassegna 2018: 120 musicisti in San Pietro in Ciel d’Oro nell’ambito di un progetto che ha unito il coro di Anchorage (Alaska) all’Orchestra Filarmonica dei Navigli».

Avete dei partner pubblicitari che vi sostengono?

«Il nostro main sponsor è la Fondazione Comunitaria della Provincia di Pavia, alla quale dobbiamo la sopravvivenza in un momento storico di grande recessione, soprattutto per le risorse destinate alla Cultura».

Come sono i rapporti con le varie amministrazioni comunali che vi ospitano?

«Il Festival opera in stretta sinergia con le amministrazioni comunali e con le Pro Loco. Il concerto è spesso organizzato nell’ambito delle feste patronali, come momento aggregativo della comunità intorno ad un valore che si discosta dalle tradizionali sagre. In questo abbiamo verificato una crescita motivazionale nei nostri interlocutori pubblici, che sempre più apprezzano un investimento in manifestazioni “volatili”, che sembrano non generare un utile a breve scadenza, ma che rappresentano un forte veicolo di crescita dell’identità comunitaria».

 di Federica Croce

Romagnese è un comune italiano di circa 660 abitanti della provincia di Pavia. Si trova nella zona di montagna dell’Oltrepò Pavese, alla testata della val Tidone, a circa 10 km dal Passo Penice e sul confine con l’Emilia Romagna (Bobbio).

Nel territorio già abitato nella preistoria, l’antico borgo di Romagnese Castrum Romaniense, in base alla tradizione che affonda le radici nella leggenda, avrebbe avuto origine da un accampamento di legionari romani, in fuga dopo la sconfitta nella battaglia del fiume Trebbia ad opera delle truppe di Annibale nella seconda guerra punica (218 a.C.);

In epoca longobarda è nei possedimenti dell’Abbazia di San Colombano di Bobbio, fondata da San Colombano nel 614, e poi feudo del vescovo della stessa città, che ne mantenne sempre l’alta signoria.

Dopo la caduta dei Longobardi a opera di Carlo Magno, il Sacro Romano Impero costituì i Feudi Imperiali, all’interno della Marca Obertenga, con lo scopo di mantenere un passaggio sicuro verso il mare ed assegnò Romagnese alla famiglia dei Malaspina.

Il feudo, nel 1383, fu acquistato dal condottiero Jacopo Dal Verme, capitano generale del duca di Milano. Il feudo rimase sempre a questa famiglia, costituendo una dipendenza immediata della Contea di Bobbio dei Dal Verme dal 1436.

Il feudo di Romagnese, che fu sempre un unico comune fin da quando (invero piuttosto tardi) anche qui venne introdotto l’istituto comunale, cessò nel 1797 con l’abolizione generale del feudalesimo.

Unito con il Bobbiese al Regno di Sardegna nel 1743, in base al Trattato di Worms, entrò a far parte poi della Provincia di Bobbio. Nel 1801 il territorio fu annesso alla Francia napoleonica fino al 1814. Intorno alla metà dell’800 entrò a far parte nel circondario di Bobbio della provincia di Pavia e quindi della Lombardia. Nel 1923, smembrato il circondario di Bobbio, passò alla provincia di Piacenza e quindi all’Emilia-Romagna, per poi ritornare nel 1925 alla provincia di Pavia e alla Lombardia dove è definitivamente rimasto.

Piccolo borgo di 678 abitanti situato nell’ Alta Val Tidone, a 630 m di altitudine. Il monte Penice e il monte Pietra Corva  che fanno capolino sulla vallata, rappresentano insieme al Monte Mosso e al Pan Perduto, lo spartiacque che divide la Val Trebbia dalla Val Tidone.

Il clima temperato gode dell’influsso di correnti marittime provenienti dalla vicina Liguria, per questo è un luogo particolarmente indicato per il soggiorno di bambini, anziani e di tutte quelle persone con particolari problematiche che necessitano di un clima salubre. Il Giardino Botanico Alpino di Pietra Corva, rappresenta l’attrattiva principale di questo paese che ogni anno richiama migliaia di turisti provenienti anche da zone molto lontane. Il Giardino prese vita da un’idea elaborata nel 1960 del dottor Antonio Ridella che insieme all’instancabile giardiniere Cesare Soffritti, riuscirono nel 1967 ad aprirlo al pubblico.

L’ area su cui svettano il monte Pietra Corva e le vicine formazioni rocciose del Pan Perduto e dei Sassi Neri è stata riconosciuta a Gennaio 2019 come Sito di Importanza Comunitaria (SIC).

A Romagnese possono trovare spazio e pane per i loro denti anche tutte quelle persone appassionate di trekking ed escursioni in mountain bike, grazie alla vastità di percorsi ed itinerari presenti sul territorio.

Durante la stagione estiva, grazie alla Proloco e alle altre associazioni attive sul territorio, il borgo si anima di eventi  e sagre, da ricordare la Sagra della brusadèla che quest’anno avrà luogo Domenica 25 Agosto. La brüsadèla (“bruciatella”), è uno dei piatti tipici di Romagnese, focaccia a forma circolare fatta con gli stessi ingredienti, lo stesso impasto del pane (farina, acqua, lievito, olio, sale o zucchero), cotta nel forno a legna e servita da sola o accompagnata da altri ingredienti (salumi nel caso di brüsadèla salata o nutella nel caso di brüsadèla dolce). Ed è proprio questa particolare tipologia di focaccia è la protagonista di una sagra celebrata l’ultima o la penultima domenica del mese di agosto e giunta quest’anno al suo 25esimo anno di celebrazione. La sagra, infatti, venne introdotta nel 1995 e da quel momento ha conosciuto con il passare del tempo un profondo mutamento strutturale ed organizzativo che ha permesso di migliorarla sempre più e renderla più affascinante e suggestiva. In questa giornata oltre alle bancarelle di prodotti tipici , gli intrattenimenti e la lotteria si potrà assistere alla preparazione della brusadèla e degustarla liscia o con le varie alternative d’accompagnamento proposte dalla Proloco. Romagnese vanta anche diverse strutture ricettive che rappresentano un fiore all’occhiello della comunità, come la piscina che immersa nel verde e gestita in modo impeccabile, è sicuramente un forte richiamo per tutti. Il paese è una piccola perla dell’ Alta Val Tidone che vale la pena di vedere e di vivere.

Secondo una recente sentenza della Suprema Corte gli autovelox fissi sono vietati in città. La Cassazione, con la pronuncia n. 16622/2019 depositata il 20 giugno scorso ha confermato i precedenti orientamenti già affermati nelle sentenze n. 4451/2019 e 4090/2019 sulla illegittimità dell'installazione di autovelox a funzionamento automatico con contestazione differita sulle strade urbane che non siano di scorrimento.

Gli autovelox infatti possono essere soltanto mobili e con l'obbligo della presenza degli agenti accertatori che dovranno contrattare nell'immediato l'infrazione.

Diversamente le multe rilevate con autovelox fissi saranno nulle.

Sulle strade extraurbane invece gli autovelox fissi saranno ammissibili purché le strade ove sono collocati possano definirsi a "scorrimento".

Sono a scorrimento tutte le strade extraurbane che presentano determinate caratteristiche.

Laddove la strada definita a "scorrimento " manchi di uno dei requisiti stabiliti l'infrazione rilevata con autovelox fissi e non contestata nell'immediato sarà annullabile in quanto non valida.

Non solo. La Cassazione puntualizza altresì che l'infrazione rilevata con autovelox su strada urbana di scorrimento è illegittima se manca il provvedimento prefettizio di installazione. E anche laddove questo sia presente, la strada deve comunque avere le caratteristiche per essere catalogata come di scorrimento.

“Non so dove andare, scusatemi”. Sul tavolo ha lasciato una lettera indirizzata ai familiari in cui spiegava di non poter andare avanti in quelle condizioni. Poi si è impiccato. E’ successo a Barzanò, in provincia di Lecco, dove un pensionato settantenne si è ucciso nell’abitazione dalla quale stava per essere sfrattato.

Il dramma è stato scoperto dall’ufficiale giudiziario. I carabinieri di Cremella, dopo che i vigili del fuoco allertati dall’ufficiale giudiziario avevano aperto la porta, lo hanno trovato impiccato. Sull’accaduto sono ora in corso indagini da parte dei carabinieri del comando provinciale di Lecco e della compagnia di Merate.

Due mesi fa, quando per la prima volta l’ufficiale giudiziario aveva bussato alla porta del suo appartamento in via Manara a Barzanò, il pensionato si era presentato con una pistola in pugno e, puntandosela contro, aveva minacciato di spararsi se il funzionario non se ne fosse andato.

L’uomo era separato e con un figlio. Delle difficoltà economiche del pensionato, con alle spalle un lavoro come commesso in un negozio sportivo della zona, gli amministratori comunali erano venuti a conoscenza soltanto un paio di mesi fa, ma i problemi non erano stati risolti.

Sono le distrazioni, ormai, le prime cause di incidenti sulle nostre strade. Anche gravi, anche mortali. Navigatore e telefonino, radio e orologio intelligente, e chissà quale altro marchingegno ci distolgono gli occhi dalla strada e la mente dalla guida. Guida e basta e sarai più tutelato. Fai dieci chilometri di autostrada e un automobilista su tre non ha gli occhi sulla strada.

Ci distraiamo alla guida con tutto e poi succedono gli incidenti. Scontri, tamponamenti, urti, collisioni più o meno gravi ma sempre incidenti che si potrebbero evitare con un po’ di educata attenzione.

“Stai al volante non sul divano”. Ecco potrebbe essere una alternativa allo slogan guida e basta. Stai su un’automobile non su una giostra. Sei alla guida di un autocarro o di un tir non alla caccia al tesoro dei Pokemon. Solo l’altro giorno nuovo tamponamento tra camion nello stesso punto della A14 dove un anno fa era esploso il quartiere.

L’altro giorno  sulla Bologna Taranto zona Romagna per distrazione c’è stato un tamponamento tra tir senza gravi conseguenze per le persone ma disagi inenarrabili di traffico bloccato per una intera regione con dieci chilometri di coda formatisi in mezzora. Non ci siamo.

Facciamoci distrarre quando siamo a passeggiare a piedi in riva al mare magari mettendo delle ciabatte consone all’età e vestendo sempre un abbigliamento consono al luogo e al momento.

Sarà ovviamente meno grave come conseguenze sulla incolumità nostra e degli altri ma distrarsi su vestiti cuffie e infradito è sempre pesante come immagine. Aumenta il numero dei comuni che mettono divieti e adottano norme a regolare come si va vestiti e svestiti in località di villeggiatura e di mare.

Evidentemente c’è un uso eccessivo di canotte e costumi, infradito e pantaloncini, pettorali e toraci.

Diciamolo: se sei a 50 – 100 metri -ma massimo cento metri- da dove il mare tocca la sabbia o la roccia e non hai la maglietta vabbè un giro in torace e a piedi scalzi lo puoi fare. Ma la passeggiata a torace desnudo con un pantaloncino che non copre neanche il costume sulle vie oltre il lungomare è da divieto e da censura. Per buona creanza si diceva una volta.

A un ragazzino che scappa dal mare verso la sala giochi puoi anche consentirlo ma non al signore sulla quarantina che vuole esibire i bicipiti in luoghi non idonei.

Così come l’uso delle ciabatte infradito andrebbe regolamentato tra città e luoghi di mare, tra età anagrafica e età percepita: tutti si possono permettere un infradito in spiaggia, pochi hanno giustificazioni oltre gli anta per un infradito nella piazza cittadina, per non parlare di quelle e quelli che vanno con infradito in chiesa a messa anche in città di mare. E mettetevi una scarpa leggera, suvvia. Non sarà un’ora di cerimonia che vi farà sudare i piedi.

Poi c’è l’emergenza cuffiette musicali. Diciamo che fino ai 20, 25 anni, toh metti anche 27, le cuffie e cuffiette musicali sono uno strumento che si coniuga con la relativa testa dei summenzionati fruitori anagrafici. Ma perché il manager o il falegname di 50 o 55 anni deve portare la cuffia rossa come fosse un teenager?

Non si fa. Anche qui c’è un problema di distrazione, di buona visione  e un grande problema di reputazione. 

Negli ultimi 40 anni l'atmosfera in Italia è diventata più limpida e l'aria più pulita: lo dimostra uno studio dell'Università Statale di Milano e del Consiglio Nazionale delle ricerche (Cnr), che per la prima volta ha analizzato la visibilità orizzontale dell'atmosfera scoprendo che, nelle zone più inquinate del Paese, la frequenza dei giorni con visibilità sopra i 10 o i 20 chilometri è più che raddoppiata, grazie soprattutto alle norme anti-inquinamento. I risultati sono pubblicati sulla rivista Atmospheric Environment.

Lo studio, condotto dalla Statale con l'Istituto per le Scienze dell'Atmosfera e del Clima del Cnr (Cnr-Isac), ha analizzato i dati raccolti tra il 1951 e il 2017 relativi a una variabile meteorologica che non era mai stata studiata in modo esaustivo in Italia, cioè la visibilità orizzontale in atmosfera, molto condizionata dall'inquinamento atmosferico e cruciale in diversi ambiti come il traffico aereo.

I numeri indicano che la frequenza delle giornate con atmosfera limpida è cambiata fortemente in tutte le aree del territorio considerate, ed è più che raddoppiata nelle aree più inquinate come il bacino padano. Un altro risultato importante dello studio è l'aver messo in evidenza che il particolato atmosferico riflette la radiazione solare verso lo spazio, causando un raffreddamento della superficie terrestre che per decenni ha mascherato l'effetto dei gas serra.

Tra gli anni '50 e la fine degli anni '70, infatti, la temperatura nel nostro Paese è rimasta pressoché costante, mentre dagli anni '80, con le politiche di contenimento delle emissioni, la progressiva riduzione degli aerosol ha determinato un aumento della radiazione solare che giunge a terra portando a un aumento della temperatura pari a quasi mezzo grado ogni decennio.

Il riscaldamento globale causato dall'uomo farà aumentare la siccità e le piogge estreme in tutto il mondo, pregiudicando la produzione agricola e la sicurezza delle forniture alimentari. A pagarne le conseguenze saranno soprattutto le popolazioni più povere di Africa e Asia, con guerre e migrazioni. Ma anche il Mediterraneo è ad alto rischio di desertificazione e incendi. Lo prevede il rapporto "Cambiamento climatico e territorio" del comitato scientifico dell'Onu sul clima, l'Ipcc, diffuso stamani.

L'Ipcc nell'ottobre del 2018 ha pubblicato il famoso rapporto sul clima che avvertiva che, se il mondo non riduce subito l'emissione dei gas serra, già nel 2030 il riscaldamento globale potrebbe superare la soglia di +1,5 gradi dai livelli pre-industriali. Il rapporto diffuso oggi si concentra sul rapporto fra il cambiamento climatico e il territorio, studiando le conseguenze del riscaldamento su agricoltura e foreste. E' stato preparato da 66 ricercatori da tutto il mondo, fra i quali l'italiana Angela Morelli. Anche con un riscaldamento globale a 1,5 gradi dai livelli pre-industriali (l'obiettivo più ambizioso dell'Accordo di parigi sul clima del 2015), vengono valutati "alti" i rischi da scarsità d'acqua, incendi, degrado del permafrost e instabilità nella fornitura di cibo. Ma se il cambiamento climatico raggiungerà o supererà i 2 gradi (l'obiettivo minimo di Parigi), i rischi saranno "molto alti". Con l'aumento delle temperature, la frequenza, l'intensità e la durata degli eventi legati al caldo, comprese le ondate di calore, continueranno a crescere nel 21/o secolo, prevede lo studio. Aumenteranno la frequenza e l'intensità delle siccità, particolarmente nella regione del Mediterraneo e dell'Africa meridionale, come pure gli eventi piovosi estremi. La stabilità delle forniture di cibo è previsto che calerà all'aumento della grandezza e della frequenza degli eventi atmosferici estremi, che spezzano la catena alimentare. Livelli aumentati di CO2 possono anche abbassare le qualità nutritive dei raccolti. Nelle regioni aride, il cambiamento climatico e la desertificazione causeranno riduzioni nella produttività dei raccolti e del bestiame. Le zone tropicali e subtropicali saranno le più vulnerabili. Si prevede che Asia e Africa avranno il maggior numero di persone colpite dall'aumento della desertificazione, mentre Nord America, Sud America, Mediterraneo, Africa meridionale e Asia centrale vedranno aumentare gli incendi. I cambiamenti climatici possono amplificare le migrazioni sia all'interno dei paesi che fra un paese e l'altro. Eventi atmosferici estremi possono portare alla rottura della catena alimentare, minacciare il tenore di vita, esacerbare i conflitti e costringere la gente a migrare. Il cambiamento climatico inoltre aumenterà gli impatti economici negativi della gestione non sostenibile del territorio. 

Produzione sostenibile di cibo, gestione sostenibile delle foreste, gestione del carbonio organico nel suolo, conservazione degli ecosistemi, ripristino del territorio, riduzione della deforestazione e del degrado, riduzione della perdita e dello spreco di cibo. Sono questi, secondo il rapporto dell'Ipcc diffuso oggi, gli strumenti per ridurre le emissioni di gas serra, e quindi il riscaldamento globale, attraverso la gestione del territorio. Secondo lo studio, alcune misure hanno un impatto immediato, mentre altre richiedono decenni per ottenere risultati. Sono immediatamente efficaci la conservazione degli ecosistemi che catturano grandi quantità di carbonio, come le paludi, le zone umide, i pascoli, le mangrovie e le foreste. Nelle grandi aree verdi, piante e alberi catturano l'anidride carbonica dell'atmosfera e la conservano in tronchi e foglie. Questi in seguito si decompongono a terra e lasciano la CO2 imprigionata nel terreno (il cosiddetto carbonio organico nel suolo). Sono invece misure di lungo periodo la forestazione e riforestazione, il ripristino di ecosistemi ad alta cattura di carbonio, le attività agroforestali, il ripristino dei suoli degradati.

Con la raccolta del primo grappolo di uva in Italia è partita oggi la vendemmia 2019.

Il primo distacco avvenuto nell'azienda agricola Massimo Cassarà in Sicilia, in Contrada San Giorgio a Salemi, provincia di Trapani, inaugura l'inizio della raccolta lungo tutta la Penisola con la vendemmia delle uve Pinot grigio, le prime ad essere trasformate in vino. Ne dà notizia la Coldiretti che sottolinea con l'occasione la leadership internazionale dell'Italia, con una produzione che si stima fra i 47 e i 49 milioni di ettolitri, davanti alla Francia (dove la produzione dovrebbe oscillare fra 43 e 46 milioni di ettolitri), e alla Spagna (con una stima fra 40 e 44 milioni di ettolitri) e le permette di conquistare il primato mondiale nonostante un calo medio di circa il 10% a livello nazionale rispetto allo scorso anno.

La vendemmia del 2019, per effetto del clima pazzo e del maltempo alternato a ondate di caldo africano che hanno caratterizzato l'estate, registra alcuni ritardi soprattutto al Nord. In Italia le condizioni attuali, sottolinea Coldiretti, fanno ben sperare per una annata di buona buona/ottima qualità anche se l'andamento della raccolta dipenderà molto dal resto del mese di agosto e da quello di settembre per confermare le previsioni anche sul piano quantitativo. Da nord a sud della Penisola si parte tradizionalmente con le uve pinot e chardonnay in un percorso che prosegue a settembre ed ottobre con la raccolta delle grandi uve rosse autoctone Sangiovese, Montepulciano, Nebbiolo e che si conclude addirittura a novembre con le uve di Aglianico e Nerello. 

"Oggi si apre la stagione della vendemmia, la più importante per il comparto del vino, e le nostre previsioni positive per la prossima annata vengono confermate". Così il ministro delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, sen. Gian Marco Centinaio, commenta l'inizio della vendemmia 2019. "I primi dati che giungono - sottolinea Centinaio - affidano ancora all'Italia il primato in termini di produzione e registrano il record storico nell'export. Risultati importanti che sono frutto di un grande lavoro da parte degli agricoltori e dei produttori a cui vanno i nostri complimenti e un grazie.
Nonostante i ritardi e le difficoltà dovuti al maltempo, gli sforzi messi in campo stanno garantendo che la raccolta proceda nel migliore dei modi". "Il vino - conclude - è uno dei settori trainanti della nostra agricoltura, simbolo da sempre dell'eccellenza made in Italy in Europa e nel mondo. Da parte nostra continuerà ad esservi tutto il supporto indispensabile per stare al fianco delle aziende vitivinicole affinché possano operare in condizioni favorevoli e portare sul mercato un prodotto di qualità a tutela della sicurezza dei consumatori". 

La Sicilia inizia in questi giorni a staccare i primi grappoli, ma la vendemmia vera e propria entrerà nel vivo intorno al 20 agosto in tutta Italia. E' la previsione del Centro Studi di Confagricoltura, secondo cui "rispetto all'anno scorso, la quantità è in diminuzione, tuttavia occorre evidenziare che il raccolto 2018 è stato particolarmente abbondante, pertanto l'attuale diminuzione della produzione non è da leggere in termini negativi".
Si prevedono, secondo Confagricoltura, quantitativi ridotti in quasi tutte le regioni d'Italia, soprattutto in Friuli Venezia Giulia (-20%), in Umbria (-13%), in Veneto e in Campania (-12%) e in Trentino Alto Adige (-11%). Vanno in controtendenza il Lazio (+16%), il Molise (+10%) e la Calabria (+9%). I risultati sono il frutto della rilevazione annuale condotta dal Centro Studi di Confagricoltura su campioni di aziende vitivinicole di tutte le regioni d'Italia. Il 2019, si legge in una nota, "vedrà una diminuzione media della produzione del 6%, ma, grazie ad una primavera fredda e piovosa e un inizio estate caldo e secco, la qualità dell'uva è ottima e foriera di una produzione di vini potenzialmente eccellenti".
Il settore vitivinicolo, conclude la nota, è di rilevante importanza per l'economia agricola e dell'industria alimentare in Italia: le aziende con vigneti sono 300mila con una superficie coltivata ad uva da vino di 652mila ettari, di cui 50mila con cantine di vinificazione, un fatturato di circa 10 miliardi di euro e un valore dell'export di 6.2 miliardi.

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