Venerdì, 06 Dicembre 2019
Articoli filtrati per data: Lunedì, 05 Agosto 2019

Continua il nostro viaggio tra i mestieri ambulanti di una volta. In Oltrepò, anche nel più sperduto villaggio, periodicamente “spuntavano” diverse figure che con il loro arrivo portavano “scompiglio”: alla loro vista iniziava il passa parola da una porta all’altra, come per assicurarsi che al vicino non fosse sfuggito il loro arrivo. Erano altri tempi e certamente, se non tutti, quasi, avevano un coltello da affilare, una sedia da mettere a nuovo o una pentola da “rattoppare”.

L’arrotino, giungeva in paese di buon mattino su una sgangherata bicicletta munita di strane appendici, ruote, cinghie e manovelle, autopromuovendosi al grido “mulìta, è rivà al mulìta!”, - arrotino, è arrivato l’arrotino -. Dopo aver percorso due o tre volte la via principale del paese, si stabiliva in un piccolo spiazzo adiacente all’unica osteria, montava due cavalletti che, di fatto, sospendevano la bicicletta dal terreno, collegava la pedaliera con una catena alla ruota abrasiva, riempiva d’acqua una piccola scatola sospesa sopra la ruota medesima e cominciava a pedalare canticchiando in attesa di clienti che non tardavano ad arrivare.

Ed erano uomini con accette, cesoie, scuri da affilare, cunei usati per spaccare la legna, ma anche donne o ragazzi con forbici e coltelli di ogni forma e dimensioni. Il mulìta concentrato sul proprio lavoro non prestava molta attenzione alla piccola moltitudine che ammirava il metodico e ritmico lavoro di affilatura dei vari attrezzi a lui affidati; scorreva sulla ruota abrasiva, in un nugolo di scintille che non lo preoccupavano affatto, forbici e coltelli saggiando di tanto in tanto, il filo delle varie lame. Il loro rumore a contatto con la ruota abrasiva pareva il lamento di un gattino maltrattato.

Al termine di ogni affilatura, puliva con cura l’oggetto, lo incartava in un foglio di giornale, lo riconsegnava al proprietario ricevendone pochi centesimi di mercede. Lavorava sino a tarda ora e comunque, sino ad aver soddisfatto tutti i clienti, rimontava la bicicletta pronta per il viaggio verso un paese poco lontano. Se i clienti erano stati numerosi, cenava all’osteria spesso uscendone brillo, se di contro gli affari erano stati poco remunerativi, si accontentava di pane e formaggio offerto in pagamento da uno dei clienti più poveri accettando senza lamentele, una povertà dignitosa e fiera.

L’impagliatore di sedie, era un bergamasco di antico pelo, duro come le pietre della sua terra; aveva due mani nodose ed ispessite dai calli che diventavano svelte ed agilissime durante il lavoro. “L’e’ chè el cadreghè pòta” gridava poche volte e quindi si metteva al lavoro. Scaricava dalle robuste spalle scheletri di seggiole di legno, fasci di bionda lisca, erba palustre lunga e molto resistente, una borsettina di ferri che aveva visto tempi migliori, si accomodava su un basso sgabellino, e cominciava silenziosamente a lavorare. Come d’incanto le sue nodose mani divenivano rapidi ceselli che arrotolavano una manciatina di lisca, roteavano velocemente la sedia affidata alle sue cure per una pulitura e riliscatura, pescavano dal grande fascio di erba palustre altri fili da aggiungere ai precedenti, arrotolavano più volte la paglia, la ripassavano sul pianale della sedia in riparazione componendo a poco a poco un mosaico bello e resistente. Non si schiodava dal suo lavoro, rispondendo con sordi grugniti a nuovi clienti, se non dopo aver ultimato il suo quadro: si rigirava tra le mani la sedia impagliata a nuovo, la guardava e la riguardava in ogni suo particolare, batteva con la mano il piano d’appoggio, per sciogliersi in un sorriso che gli illuminava per pochi istanti un viso stanco, ma che ancora aveva guizzi dell’antica grazia giovanile.

Quindi rivolto ai presenti, con lessico che scendeva direttamente dalle sue valli, bofonchiava parole incomprensibili ma facilmente traducibili in mal celati complimenti alla sua arte. Continuava sino ad aver esaurito tutti i clienti o, in qualche caso, tutto il materiale da lavoro che aveva al seguito; a volte si fermava in paese anche due giorni comportandosi benissimo per tutto il tempo. Ultimate le operazioni di responsabilità, spesso si concedeva qualche bicchiere di vino generoso e genuino che gli agricoltori e l’osteria offrivano: purtroppo il bicchiere più in uso per il vino era il pêcar, boccale il vetro della capacità di mezzo litro circa, che finiva per confondere il pover’uomo sino a renderlo ubriaco a livello patologico. Fortunatamente in quel tempo non esisteva la prova dell’etilometro in caso contrario avrebbe avuto guai veramente seri. Lasciava il paese, a ciuca smaltita, silenziosamente come era arrivato, salutando i bambini che lo accompagnavano per il primo tratto di strada vociando e ridendo come solo i bambini sanno fare. Lo stagnino, si chiamava Francesco Moro, per tutti Cècu al mägnän, era originario della lontana Romagna che il padre mägnän, aveva raggiunto dal lontano Piemonte: aveva sposato una bella figliola romagnola e si era definitivamente colà accasato. Il figlio, dopo aver appreso il mestiere dal padre, si era trasferito nel pavese da dove partiva per i suoi periodici giretti; delle origini mai dimenticate e spesso decantate, conservava la parlata cantilenante e la battuta sempre pronta e salace.

Con una sgangherata bicicletta trascinava un malandato rimorchietto carico all’inverosimile di pentolini, coperchi, padelle e pentole di rame che avevano vissuto tempi migliori, oltre a un’attrezzatura completa per il lavoro di stagnino: tenaglie di foggia e dimensioni diverse, martelli, forbici, bombole e bombolette, barrette di stagno, bottigliette di acido, spazzole, carbone ed altre diavolerie non facilmente descrivibili. Tutti lo conoscevano e tutti profittavano della sua opera di esperto restauratore, riparatore e solo in pochi casi, venditore di pentolame di rame; per tale motivo evitava la pubblicità, si sistemava nel solito piazzalino davanti all’osteria, accendeva un piccolo braciere, preparava tutti gli attrezzi e canticchiando sottovoce, iniziava a lavorare non disdegnando una battutina salace, mai volgare, alle belle signore e signorine che lo avvicinavano per lavoro. Per ogni cliente che esibiva una pentola malandata, la sua risposta era invariabilmente improntata all’impossibilità di riparare l’utensile proposto, al tentativo di vendere un sua pentola di seconda mano e, al rifiuto della proposta commerciale, alla perfetta riparazione del malconcio utensile iniziale dimenticando che, pochi istanti prima, era stato definito irriparabile: Cècu ne deduceva meraviglie sulle sue capacità in particolare sull’estrema abilità delle sue mani e....non solo per lavorare, come diceva alle giovani clienti che si schernivano sorridendo.

Un acre odore di acidi, di aceto, di sali e di stagno fuso ammorbava l’aria tutt’intorno all’angolo di lavoro: l’artigiano prima puliva a secco, martellava, raschiava e strofinava la padella di turno, quindi la detergeva con gli acidi e, da ultimo, ricopriva la parte interna della stessa con lo stagno che fondeva al momento avvicinando la barretta di metallo ad un martelletto arroventato. Con pazienza e precisione l’artigiano ultimava la stagnatura, poggiava la padella sul terreno per farla riposare come Lui stesso diceva ed infine la passava delicatamente con uno straccetto di lana; al termine dei lavori la sua faccia era nera come la pece o per meglio dire, “négra mé la fàcia d’un mägnän”  nera come la faccia di uno stagnino. Il lavoro era finito, pronto per la consegna, per una salace battuta e per un arrivederci alla prossima. Soddisfatti tutti i clienti Cècu dopo un frugale pasto annaffiato con la sola acqua di fonte, - a suo dire non poteva bere alcolici che potevano reagire con i fumi degli acidi che inalava durante il lavoro provocando gravi malattie - ripartiva con il suo rimorchietto carico al’ inverosimile del materiale precedentemente scaricato per lavoro. Si raccontava che il materiale che l’uomo rivendeva o per meglio dire, tentava di rivendere, provenisse da poveracci in condizioni disperate o, peggio ancora, passati a miglior vita. Naturalmente l’interessato smentiva sdegnato. Sorridente com’era arrivato, felice per aver rivisto gli amici del paese, con un piccolo gruzzolo raccolto col sudore della sua fronte, se ne andava, raramente per tornare a casa, spesso per raggiungere il paese vicino e ripetere l’avventura della sua vita. In tempi recenti ho rivisto un moderno mägnän ambulante: con un vecchio camioncino si ferma in piccoli spiazzi nei mercati di paese o nelle fiere, espone la sua mercanzia, vende pentole di rame veramente belle ed altre di scarso pregio in quanto leggere e sottili come la carta. Scaltro come una vecchia volpe, il bobbiese, da lì arriva, se t’azzardi a richiedere uno sconto agli esosi prezzi richiesti, prima tenta di affibbiarti materiale diverso da quello scelto e di scarsa qualità , poi dice che ci rimette e conclude raccontando che a casa l’aspetta una sorella manesca che lo percuote se non spunta il prezzo stabilito.

È una vera sagoma. Conoscendolo un poco, mi sorge il dubbio che non segua la stessa scuola di pensiero del suo collega sopra ricordato in merito alla pericolosità di bere vino dopo aver lavorato con gli acidi. Sarà che attualmente il suo lavoro è più commerciale che artigianale, ma ho la netta sensazione che tra il saggio mägnän di Bobbio e il frutto della vite e del lavoro dell’uomo, vi sia qualcosa più che un’infatuazione: trattasi di amore vero, duraturo e indissolubile.

di Giuliano Cereghini

C’è chi dice che l’Oltrepò sia la regione più ricca di castelli d’Italia. Difficile fare un conto preciso, poiché difficile è anche definire quale sia effettivamente un castello e quale no. Nei nostri paesi, nelle nostre valli, qualunque palazzo nobiliare è definito ‘‘castello’’; qualunque area denominata ‘‘castello’’ rimanda alla presenza di un antico edificio fortificato del quale oggi magari non permangono che poche, incerte tracce.

Sul ‘‘Periodico’’ dello scorso mese è stato pubblicato un censimento di queste strutture; perché il tema è certamente interessante, non soltanto per una qualche ipotesi turistica tutta da dimostrare, ma soprattutto perché tutti noi abbiamo almeno un po’ di interesse per le bellezze di casa nostra. Bellezze che molto spesso non sono mai visitabili, né le sono mai state.

Capita perfino di imbattersi, gozzovigliando fra gli annunci immobiliari, in castelli che si vendono al migliore offerente. Quello di Pietra de’ Giorgi, pochissimi mesi fa. Quello di Pietragavina, nel 2015. Quello di Montebello (Beccaria), che ora sta affrontando un lungo e difficile percorso di rinascita grazie ai suoi attuali proprietari.

Capita anche di trovare in vendita prestigiose dimore nobiliari, che forse non sono propriamente ascrivibili alla categoria castellana, ma che per prestigio e storia meriterebbero, quantomeno, un pubblico interesse che non si arresti ai futuri prossimi più utilizzati – e meno credibili – d’Italia: ‘‘vedremo’’, ‘‘faremo’’, ‘‘proveremo’’.

La verità è che immaginare un futuro per questi monumenti – perché tali sono – è veramente difficile. Abitarli, oggi, sarebbe impensabile; almeno nella loro completezza. Trasformarli in altro – alberghi, qui? In Oltrepò? O forse dividerli in appartamenti, come accaduto a parte del castello di Castana? Cui bono?

In altri tempi, dove non arrivava la mano invisibile del mercato, arrivava quella ben più lunga dei pubblici poteri. Un museo, un ente pubblico, un ufficio di rappresentanza sarebbe giunto a occupare chissà quali bellissimi saloni affrescati, portando in dote un cospicuo finanziamento per il restauro collegato.

Ma questi son tempi di vacche magre; si fatica perfino a trovare il modo per occupare una vecchia pesa pubblica. E quando lo si fa, la soluzione difficilmente risulta credibile.

Volendo continuare ad affrontare questo tema, abbiamo chiesto alla proprietaria di un antico palazzo dell’Oltrepò, palazzo Pedemonti-Malaspina di Godiasco, di raccontarci qualcosa della sua struttura. Una di quelle che, non a caso, risulta essere in vendita.

Anni or sono (nel 2011) era in ipotesi il suo recupero e trasformazione in spazio museale, ed era sorto un comitato a questo scopo specifico. Ma una serie di curiose circostanze portò invece a valutare la cessione del palazzo prima ad un sedicente rappresentante dei Cavalieri di Malta – che, si seppe poi, lo disconoscevano; poi ad un lodigiano che decantava un meraviglioso museo di ceramiche. La classe politica dell’epoca – che non ha mai avuto il possesso del palazzo, ma di fatto ha brigato per cercare di catalizzare una soluzione altrimenti difficilissima – evidentemente sperava in quel ‘‘papa straniero’’ che di fatto non è arrivato mai. Chi vive sperando…

Passate le chimere, il palazzo è ancora lì. Insieme alla sua fatalista proprietaria: Anna Parini Maiola. Che dopo una vita passata ad insegnare nelle scuole pubbliche, aspetta. Un papa locale o straniero che sia, purché capace di restituire dignità ad un edificio che, ed è innegabile, ha una parte importante nella storia dell’Oltrepò, anche recente. Un papa, qui a Godiasco, manca dal ‘500. Era Leone X, ma all’epoca del suo passaggio si chiamava ancora Giovanni de’ Medici. A Palazzo Pedemonti Malaspina soggiornò, fra gli altri, il cardinale Alberoni, noto come il Richelieau spagnolo, durante il suo avventuroso passaggio dalla penisola iberica verso Piacenza.

Insomma: chi non vorrebbe vivere un palazzo così…

Signora Anna, vogliamo tracciare a grandi linee la storia di questo palazzo?

«La parte storica di Godiasco era circondata da mura, e doveva avere lungo queste mura un castello che in qualche modo difendeva il centro medievale. Un castello abbastanza importante, perché chiudeva e apriva la valle sulla Via del Sale, Rivanazzano all’epoca era solamente un centro minore. Passando gli anni e con essi l’esigenza di castelli di difesa, e probabilmente con il castello di Godiasco che risultava divenuto ormai fatiscente, nel ‘500 fu eretto questo palazzo signorile che era sede del marchese Malaspina del Ramo Fiorito, signore di Godiasco e delle terre circostanti.»

Cosa rimane del castello?

«Quello che rimane come testimonianza di quel periodo precedente è la via Castello, situata di lato rispetto all’area dove sorge il palazzo attuale. Quindi Palazzo Pedemonti-Malaspina si trova dove c’era questo castello, che è stato sostituito quindi dal palazzo signorile. È stato abitato quindi dal ‘500 in poi dalla famiglia Malaspina che erano signori di Godiasco.»

E come divenne Pedemonti-Malaspina?

«A fine ‘800 morì l’ultima, Malaspina, Antonietta, figlia del senatore Faustino Malaspina, che essendo donna non era in grado di tramandare il casato. Si sposò con un borghese di alto lignaggio, Lorenzo Pedemonti, che fu fra l’altro finanziatore di molte imprese garibaldine. Il palazzo arrivò così a chiamarsi Pedemonti-Malaspina.»

Quali personaggi illustri vissero questo luogo?

«Nella famiglia emersero due personalità di spicco. Il primo era, appunto, Lorenzo Pedemonti. Di lui ci rimane una corrispondenza ben tutelata con Mazzini, Garibaldi e gli ambienti garibaldini. Il secondo personaggio fu il colonnello Alessandro, poi nominato generale, decorato con l’Ordine Militare di Savoia, che guidò le truppe italiane nella presa di Gorizia. Anche il senatore Faustino fu personaggio illustre: fu senatore del Regno d’Italia nello stesso periodo in cui lo fu Giuseppe Verdi».

Ha subito ulteriori modifiche nel tempo?

«Il palazzo aveva anche una chiesetta nei suoi pressi, fatta erigere da un Malaspina intorno al ‘600 in onore della morte del figlio premorto rispetto al genitore. La chiesa di S. Maria dei Defunti adesso è diventata, storpiata dal tempo, locale dove lavora un fabbro.»

Poi, circa 10 anni fa, lei diventa proprietaria del Palazzo. Ora come si presenta?

«Potrebbe essere in condizioni migliori. Problemi di staticità particolari non ce ne sono. Il tetto è quasi in buono stato… certo che gli antichi splendori sono passati. Del salone delle feste damascato non rimane quasi niente, nel resto del palazzo qualche affresco… un bellissimo ingresso, con lo scalone di pietra.»

Vuole descriverci gli ambienti principali?

«C’è una parte storica, il palazzo vero e proprio, e poi una parte rustica, dove un tempo sorgevano le case dei dipendenti, le scuderie e i granai. Per quanto riguarda il palazzo, la parte padronale è strutturata su due piani, più un piano ammezzato. Il Piano Nobile presenta volte affrescate ed un’altezza media interna superiore ai cinque metri. L’accesso al palazzo consiste in un grande atrio dal quale diparte lo scalone monumentale che conduce al piano nobile.»

È visitabile?

«Su richiesta telefonica o cartacea. È interessante fare un giro della Godiasco medievale, per poi entrare nel palazzo e visitarlo.»

Ipotesi sul futuro?

«Vorrei venderlo, per trovare una destinazione giusta per il palazzo. La soluzione più plausibile mi sembra però quella di trasformarlo in un museo. Un museo di proprietà pubblica nel senso più lato del termine. Una fondazione potrebbe essere il soggetto giusto per gestirlo.»

di Pier Luigi Feltri

I cittadini i cui veicoli in circolazione nel territorio di Regione Lombardia su strade statali, regionali, provinciali e comunali, che abbiano subito un danno a seguito di collisione/investimento con fauna selvatica possono presentare domanda di rimborso del danno subito. Periodo di validità 01.01.2017 – 31.12.2019.

In analogia a quanto in uso presso altre Regioni, la presente copertura indennitaria (Kasko), deve intendersi operante in presenza di rinuncia - da parte del cittadino danneggiato e/o dei suoi eredi legittimi e/o testamentari - di ogni azione civile e di ogni ulteriore richiesta di rimborso danni nei confronti della Pubblica Amministrazione (vedi fac-simile dichiarazione).

La presente copertura indennitaria si applica ai cittadini i cui veicoli in circolazione nel territorio di Regione Lombardia su strade statali, regionali, provinciali e comunali, abbiano subito un danno a seguito della collisione con fauna selvatica selvatica (mammiferi e uccelli selvatici dei quali esistono popolazioni viventi, stabilmente o temporaneamente, in stato di naturale libertà nel territorio regionale, con esclusione dei cani randagi. A titolo esemplificativo e non esaustivo, devono intendersi ricompresi nella definizione: cervi, camosci, mufloni, daini, cinghiali, stambecchi, caprioli, orsi, volpi, tassi, lepri, nutrie e fagiani).

Sono escluse dalla presente procedura le strade in concessione, quali ad esempio autostrade, tangenziali protette, a pagamento in generale.

Il cittadino deve denunciare l'incidente (sinistro) utilizzando il fac-simile allegato (modello denuncia kasko)

La domanda dovrà essere presentata entro 30 giorni dal verificarsi dell'incidente.

Al modello di denuncia occorre allegare la seguente documentazione:

  • Attestazione di aver o non aver beneficiato di altri rimborsi assicurativi o privati per i danni che formano oggetto della domanda di indennizzo e dichiarazione di rinuncia all'azione civile e di risarcimento danni nei confronti della Pubblica Amministrazione, nonché dei dipendenti della medesima. (vedi modello dichiarazione )
  • Verbale delle Autorità, se intervenute
  • Eventuali testimonianze corredate da fotocopia fronte / retro del documento d'identità (in corso di validità) e del codice fiscale
  • Fotografie a colori con targa visibile che documentino il danno subito
  • Fattura e/o preventivo di riparazione del danno
  • Fotocopia fronte / retro della patente di guida del conducente
  • Fotocopia fronte / retro del libretto di circolazione del veicolo
  • Fotocopia completa della polizza personale stipulata per il mezzo in vigore al momento dell’evento (nb: la copia del rinnovo, certificato contrassegno e carta verde non sono sufficienti) o dichiarazione di inesistenza di garanzia kasko sul mezzo danneggiato e/o di altre garanzie che coprano l’evento per il quale si richiede il risarcimento dei danni
  • scheda di demolizione rilasciata dal P.R.A. (Pubblico Registro Automobilistico) solo in caso di danno con perdita totale al veicolo;
  • estratto cronologico generale rilasciato dal P.R.A., solo in casi di danno con perdita totale del veicolo
  • per le Società, dichiarazione trattamento IVA (detraibile o indetraibile, nel caso con specifica della percentuale che non è possibile portare in detrazione)
  • estremi bancari completi del proprietario del veicolo (IBAN) (si precisa che l’indicazione di questo dato non impegna alla liquidazione del sinistro e non costituisce conferma di indennizzabilità dello stesso).

La mancata o parziale indicazione delle informazioni richieste nei moduli obbligatori previsti, o il mancato invio dei documenti richiesti su indicati, potrebbe comportare il ritardo o l’impossibilità di definire la pratica.

a domanda compilata in ogni sua parte e completa di tutti gli allegati dovrà essere trasmessa in una delle seguenti modalità:

  • Tramite raccomandata con avviso di ricevimento a: Regione Lombardia – Presidenza – Struttura Gestione dei Servizi Interni – Piazza Città di Lombardia 1 – 20124 Milano

oppure

  • Tramite Pec (posta certificata) all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

oppure

  • Tramite presentazione della domanda al protocollo generale di Regione Lombardia (presso Palazzo Lombardia) oppure al protocollo degli Uffici Territoriali Regionali nei capoluoghi delle Provincie.
  • Telefono: 02/67654701 (il lunedì e il giovedì dalle 9,00 alle 12,30 e dalle 14,00 alle 16,30)  

    Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

  • Tempi di gestione della pratica ed accertamento del danno 

    La Regione Lombardia, ricevuto il modulo di denuncia e la documentazione prevista, provvederà alla protocollazione della pratica e trasmetterà la stessa alla Compagnia, tramite il Broker Assicurativo.

    La Compagnia, entro 60 giorni dalla ricezione della denuncia, riscontrerà il danneggiato direttamente o tramite il Broker.

    La Consulenza Tecnica della Compagnia Assicuratrice, in possesso del preventivo e/o fattura, stimerà i danni su documentazione, salvo casi dove riterrà opportuno incaricare un perito per visionare il veicolo.

    Ove venisse incaricato il perito, lo stesso prenderà contatto diretto con il danneggiato per concordare la data del sopralluogo di verifica del veicolo e accertamento dei danni.

    La riparazione del veicolo è a discrezione del danneggiato e non obbliga la Compagnia Assicuratrice al rimborso della spesa.

    La Compagnia, dopo 120 giorni da quando è in possesso di tutta la documentazione e/o informazioni prevista al punto “come presentare domanda”, darà riscontro al danneggiato in merito alla risarcibilità del danno e relativamente all’eventuale importo rimborsato.

    La mancata o parziale indicazione delle informazioni richieste nei moduli obbligatori previsti, o il mancato invio dei documenti richiesti su indicati, potrebbe comportare il ritardo o l’impossibilità di definire la pratica.
     

    Termine e conclusione del procedimento 

    L'indennizzo è pari al 75% del danno accertato al veicolo a seguito di stima da parte della Consulenza Tecnica della Compagnia, ovvero del valore del veicolo al momento del sinistro in caso di danno totale o antieconomico, ed è corrisposto fino al limite massimo di euro 5.500,00 (IVA compresa) per sinistro.

    Non sono comprese nell’indennizzo eventuali ulteriori spese che non riguardano la riparazione del veicolo, quali: traino, spese legali, fermo tecnico, beni ed oggetti personali, casco etc.
     

    Termine di prescrizione 

    Il diritto all’indennizzo si prescrive in 24 mesi dalla data di accadimento del sinistro – art. 2952 codice civile

  • La ricezione ed il riscontro da parte di Regione Lombardia e/o degli Assicuratori incaricati dei documenti e delle informazioni richieste per l’istruttoria non costituisce conferma dell’indennizzabilità del danno.

    Gli interessati eventualmente non soddisfatti dell’indennizzo, possono ricorrere nelle modalità previste dalle norme di legge.

Sempre più spesso gli automobilisti ed i motociclisti oltrepadani subiscono danni ai propri veicoli a causa delle strade dissestate, la Provincia di Pavia informava : "A partire dalle ore 24.00 del 31/12/2018 è attiva la nuova polizza RCT/O la cui copertura è assicurata dalla Società Cattolica di Assicurazione, con sede legale in Verona, Via L. Cangrande 16, P.IVA 00320160327.

In caso di incidente avvenuto su strada provinciale, l'infortunato o il proprietario/conducente del veicolo danneggiato (o incaricato con regolare procura), tempestivamente, può richiedere alla Provincia di Pavia il risarcimento del danno subito, nel caso ritenga quest' ultima responsabile. La dimostrazione del danno e del nesso causale è onere della parte che richiede il risarcimento.

È necessario inviare all'Ufficio Economato della Provincia di Pavia - Piazza Italia, 2, 27100 Pavia, il modulo allegato in calce, debitamente compilato, in cui si dichiarano i danni subiti dalla/e persona/e e dal mezzo e si descrivono le modalità del sinistro.

E' necessario allegare la documentazione fotografica con i riferimenti del luogo per identificare al meglio e con certezza il punto esatto del sinistro e qualsiasi documento e/o notizia utile (es. denuncia a forze dell'ordine) unitamente al preventivo per le spese di riparazione e/o richiesta di risarcimento danni.

La documentazione, che deve pervenire in formato PDF e, per gli eventuali allegati fotografici, a colori, deve essere inoltrata all’indirizzo di posta elettronica certificata: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

L’ Ufficio Economato trasmetterà le denunce direttamente a Cattolica, informando il danneggiato e indicando, nel contempo, il centro di liquidazione incaricato della gestione e al quale fare esclusivo riferimento per ogni informazione sul sinistro in vista di un eventuale rimborso, previo sopralluogo da parte dei tecnici del Settore Viabilità.

La Società Cattolica di Assicurazione comunicherà al danneggiato il numero del sinistro e i recapiti dell’ufficio liquidazione competente e l’informativa privacy.

Per ulteriori informazioni: Malinverni Maria Luigia 0382/597603 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo."

 Reato di incendio: il caso di un uomo trovato a bruciare rami secchi ci serve per capire cosa succede a chi dà fuoco a sterpaglia.

I carabinieri hanno denunciato un 60enne per incendio doloso. I militari, intervenuti a seguito di una richiesta dei vigili del fuoco che stavano domando un incendio di sterpaglie, hanno rintracciato poco lontano una persona che corrispondeva all’identikit fornito da alcuni automobilisti di passaggio che avevano visto l’autore de rogo. L’uomo è stato quindi identificato e denunciato.

L’articolo 423 del Codice penale prevede il reato di incendio. La norma prevede la reclusione da tre a sette anni per chi cagiona un incendio. La disposizione si applica anche nel caso d’incendio di cose proprie (ad esempio le sterpaglie del proprio giardino), se dal fatto deriva pericolo per la incolumità pubblica.

Pertanto, bruciare sterpaglie è reato. Per rientrare nella punibilità penale, infatti, non è necessario appiccare il fuoco a boschi, foreste o campi; è sufficiente anche un piccolo incendio, di dimensioni modeste, se questo è suscettibile di mettere in pericolo l’incolumità. E, di solito, anche un piccolo falò di sterpaglie, se c’è vento, è suscettibile di propagarsi attorno e generare allarme.

La Cassazione, peraltro, ha spiegato che si può ugualmente parlare di reato di incendio colposo quando il proprietario di un terreno appicca, su di esso, un “fuocherello” che può generare molestie ai vicini non necessariamente derivanti dalle fiamme ma anche dalle conseguenze di esse, come ad esempio la dispersione di cenere, fumo, calore, la mancanza di ossigeno, l’eventuale sprigionarsi di gas pericolosi dalle materie incendiate.

La stessa Corte ha ritenuto sussistente il reato di incendio boschivo anche in caso di estensioni di terreno a “boscaglia”, “sterpaglia” e “macchia mediterranea”, atteso che l’intento del legislatore è quello di dare tutela a entità naturalistiche indispensabili alla vita.

Insomma, il reato di incendio prescinde dal tipo di vegetazione sulla quale le fiamme vengono appiccate, essendo sufficiente che si tratti di area ove insista boscaglia, sterpaglia o altri tipi di piante

Sono piccoli, ma anche tra i peggiori inquinanti ambientali, con oltre 4mila sostanze tossiche al proprio interno e un tempo di degradazione superiore ai dieci anni. Ogni giorno dieci miliardi di mozziconi di sigaretta finiscono nell'ambiente, inquinando acque e terreni, hanno ricordato i promotori della campagna di sensibilizzazione #CAMBIAGESTO, ideata da Philip Morris Italia, in partnership con E.R.I.C.A. e PUSH.

Due terzi dei 5,6 mila miliardi di sigarette prodotte ogni anno finiscono in mare, dove vengono scambiati per cibo dagli animali, al punto che sono state trovate tracce di mozziconi addirittura nel 70% degli uccelli marini e nel 30% delle tartarughe marine. Nei dieci anni necessari alla loro decomposizione le sostanze nocive presenti all'interno vengono rilasciate nel terreno e nell'acqua. Le spiagge non sono immuni dalla presenza di questi inquinanti.

Secondo l'indagine Beach Litter di Legambiente in cento metri di spiaggia si trovano 77 mozziconi in media, che mette questi residui al quarto posto dopo plastica, polistirolo e tappi. All'estero la situazione è anche peggiore, ricorda il sito del Cigarette Butt Pollution Project, uno dei primi gruppi ambientalisti ad occuparsi del problema.

"I filtri delle sigarette sono il rifiuto più gettato nel mondo - ribadiscono gli esperti -, e sono da diversi anni il singolo oggetto più recuperato nelle pulizie della spiaggia negli Stati Uniti e in tutto il mondo"

Il 12 settembre 2019 ci sarà la prima udienza del processo delle tre educatrici, dell'asilo nido Zuccherino di Varzi, denunciate il 27 marzo scorso dalla Guardia di Finanza

Le tre educatrici sono : Monica Figheti, di Bagnaria, di anni 50, Sonia Catenacci, di Val di Nizza, di anni 24 Antonella Ruiu, di Bagnaria, di anni 45.  Per le tre educatrici il capo d’accusa è maltrattamenti e di aver  un comportamento violento e vessatorio nei confronti di bambini di età tra uno e tre anni che frequentavano l'asilo nido Zuccherino.

La posizione processuale, più complicata è quella di Monica Fighetti, che dal momento dell’arresto avvenuto il 28 Marzo 2019,, si trova da 4 mesi agli arresti domiciliari.   

Il lavoro investigativo della Guardia di Finanza è iniziato nel Dicembre 2018, in seguito alle diffuse voci sui comportamenti, almeno strani, delle educatrici dell'asilo. A quel punto, gli uomini della Gdf hanno installato delle telecamere nella scuola e le immagini hanno restituito una realtà fatta di sofferenze per i bimbi.

Nei video, infatti, si vedono le educatrici prendere a schiaffi i piccoli o urlare contro di loro. In un momento delle immagini, una educatrice prende un bimbo, lo trascina via e lo butta in un angolo. In un altro ancora una donna sgrida un piccolo, che piange a dirotto dopo essere stato colpito: "Adesso - dice - quando la mano sarà bordeaux forse capirai che la devi smettere".

All’asilo nido Zuccherino i bimbi dovevano essere al sicuro. Lì, dove passavano gran parte della loro giornata, dovevano imparare a stare con gli altri bimbi e dovevano essere curati ed educati. E invece per loro - tutti piccoli tra uno e tre anni - quel posto era diventato un vero e proprio inferno, tra botte, insulti e minacce. Nella struttura, hanno accertato a fine marzo 2019, gli investigatori delle fiamme gialle, i bambini venivano continuamente colpiti con schiaffi, spinte, strattoni e sottoposti a violenze psicologiche.

Installare subito sistemi di videosorveglianza in tutte le strutture scolastiche italiane. A chiederlo il Codacons, proprio in conseguenza, l'ennesimo, caso di maltrattamenti a danno di bambini avvenuto a Varzi, nel Pavese. “Si stanno moltiplicando i casi di violenza nelle strutture scolastiche portati alla luce solo grazie a telecamere nascoste piazzate dalle forze dell'ordine- queste le del presidente Codacons Carlo Rienzi - per questo ribadiamo la necessità di installare telecamere in tutti gli asili e scuole elementari, per controllare l'operato del personale scolastico ed evitare abusi e violenze che possono avere conseguenze anche gravi sui minori".

ECCO IL VIDEO DELLA GUARDIA DI FINANZA CON LE IMMAGINI DEI MALTRATTAMENTI : https://www.youtube.com/watch?v=QAF3rL4qMfU

  1. Primo piano
  2. Popolari