Venerdì, 06 Dicembre 2019
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Senso civico e tanta forza di volontà. A Romagnese un gruppo di volontari ha deciso di rimboccarsi le maniche e sistemare marciapiedi, verniciare ringhiere, tagliare l’erba e persino ripulire i sentieri. Tutti lavori che una volta avrebbero fatto i cantonieri, figure che oggi i Comuni, salassati dai tagli ai fondi statali, sempre più difficilmente possono permettersi.

Per Virginio Castagnetti, che risiede in una delle numerosissime frazioni, è diventata una sorta di missione. è lui a farsi portavoce del gruppo volontari, buona parte dei quali collabora anche con la Pro Loco: «Il paese si sta svuotando di anno in anno e continua ad invecchiare. Ogni piccola iniziativa che può mantenerlo vivo e renderlo attrattivo val la pena di metterla in atto».

Come è nata questa idea?

«Era un’iniziativa che ci tenevo a mettere in atto e di cui avevo parlato mettendola anche in programma dopo le elezioni. Tutti dobbiamo dare una mano perché la situazione per chi vive qui diventa sempre più complicata. Ci sono 45 frazioni nel Comune e quasi tutte sono abitate da persone molto anziane, alcune delle quali nemmeno guidano più. Già da prima ci adopravamo per aiutarle, magari con la spesa o portando medicine. Il passo successivo era fare volontariato non solo per le persone fisiche, ma anche per il paese stesso».

Che tipo di lavori avete fatto o state facendo?

«Diversi. A Casa Matti hanno sistemato il parco giochi, adesso iniziamo a mettere a posto quello del capoluogo che non è messo bene.

Nella frazione Villa Casa abbiamo sgomberato dei fossi e i tombini occlusi dalla terra e fogliame, abbiamo contribuito a sistemare una piccola frana che si era verificata tra Casale e Casa Pilla».

Nel capoluogo invece?

«Abbiamo sistemato la pavimentazione nella via centrale sostituendo le mattonelle della pavimentazione della piazza che saltavano via e completando una ventina di metri di un tratto di strada che era rimasto scoperto dopo che erano stati effettuati dei lavori per le tubature dell’acqua. Adesso è la volta della ringhiera che fa da parapetto alla strada che gira intorno al paese: in alcuni punti è stata saldata ed è in fase di riverniciatura».

Quanti siete in tutto?

«Abbiamo cominciato in tre e adesso saremo circa una decina, ma c’è sempre gente che si aggiunge dando una mano o il cambio a qualcun altro».

Si aspettava tanta collaborazione?

«Sinceramente no, mi ha fatto davvero tanto piacere. In particolare ci tengo a spezzare una lancia in favore dei giovani. Spesso si dice che non hanno voglia e non si interessano a  fare certi mestieri, invece non è vero. Qui stanno dando una bella mano anche loro».

E l’Amministrazione? Vi sostiene?

«Sì, l’iniziativa è partita in accordo con il nuovo sindaco. Pagano loro i materiali».

All’ingresso del paese, venendo dal Penice, si nota una panchina rosso fuoco. è opera vostra anche quella?

«Sì, abbiamo pensato di riverniciarla di quel colore come segnale contro la violenza sulle donne».

Avete in programma anche dei lavori ai sentieri?

«Sì, è nostra intenzione ripulirli il più possibile, soprattutto adesso che stanno per così dire diventando di moda e potrebbero dare una mano a incentivare il turismo».

In che condizioni versano?

«Ci sono le segnalazioni ma sono sporchi e necessitano di essere ripuliti, tagliando erba e rami».

Lei vive il paese da moltissimi anni. Come lo ha visto cambiare?

«Il paese è invecchiato, mancano giovani e bambini, perché non ci sono posti di lavoro qui. Non abbiamo molti servizi. La scuola elementare non si sa fino a quando avrà i numeri per restare aperta, la posta ha ridotto le aperture da 6 a tre giorni la settimana, la banca che prima faceva cinque giornate adesso fa mezze giornate con soli due dipendenti. Da otto mesi è chiuso anche il distributore di carburante e per rifornirsi bisogna andare a Zavattarello. La situazione sta crollando lentamente».

Zavattarello che ha appena citato dista solo sei chilometri, ma sembra un altro mondo. C’è pressoché ogni tipo di servizio. Come mai tanta differenza in così poca distanza?

«Secondo me loro sono avvantaggiati dal fatto di essere riusciti a riunire il cuore del paese nel capoluogo. Accentrando tutto è stato più facile creare una specie di piccola città. Romagnese invece ha poco più di 600 abitanti, molti dei quali sparsi nelle 45 frazioni disperse in giro. Sarebbe importante riuscire a riunire la popolazione nel capoluogo».

   di Christian Draghi

Stradella è conosciuta nel mondo come la “Città della Fisarmonica” per la nota produzione di questo strumento musicale. Ma il nome di questa città è stato reso famoso in Italia e nel mondo da un’altra attività: il motociclismo. Nel 1886 vi nacque Gino Magnani, il quale dopo un’esperienza al Touring Club di Milano decise di fondare nel 1914 “Motociclismo”, la prima storica rivista di settore della quale mantenne la direzione per ben 50 anni. Nel 1924 il ventisettenne stradellino Pietro Trespidi, dopo aver acquisito preziose competenze presso la Gilera, assemblò in una piccola e improvvisata officina di Via de Amicis il suo primo prototipo di moto 250cc.

Già l’anno successivo le sue moto iniziarono ad ottenere i primi successi sportivi, guidate dai piloti locali Pernetta e Brega. La produzione stradellina di motociclette durò all’incirca 38 anni, dal 1924 al 1962. In questo periodo vennero commercializzate in tutto il mondo modelli a marchio Moto Trespidi, Alpino e Ardito. Moto e storie che rimangono impressi nella memoria degli appassionati. Grazie al lavoro e alla loro passione è stato possibile mantenere vivo il ricordo di questi gloriosi marchi nostrani.

Abbiamo intervistato Angelo Fiori, 69 anni, pensionato e presidente del Motoclub Città di Stradella da circa quattro anni, che si è posto l’obiettivo di ricostruire in modo minuzioso il passato motociclistico stradellino. Nel 2013 ha curato la pubblicazione di “Alpino e Ardito – Le Moto di Stradella”, un vero e proprio catalogo dei modelli stradellini.

Fiori, quando avete fondato il Motoclub Città di Stradella?

«è stato fondato dieci anni fa, nel dicembre 2009. Quest’anno è il decimo anniversario della fondazione. Le finalità erano quelle di riscoprire le tradizioni motociclistiche di Stradella, in particolare quelle legate alla produzione locale dell’Ardito e dell’Alpino».

Stradella è stata una città importante per il motociclismo italiano: Gino Magnani fu il fondatore di Motociclismo, Pietro Trespidi un innovatore nella progettazione di moto. Secondo lei la Città di Stradella ha dato il giusto riconoscimento ha questi personaggi?

«Gino Magnani fu pioniere della moto e sponsorizzò il Circuito di Stradella nel migliore dei modi. Pietro Trespidi fu un genio della tecnica motociclistica che fondò nella nostra città ben tre marchi di moto: la Moto Trespidi nel 1924, l’Alpino nel 1945 e l’Ardito nel 1951. Sarebbe bello che entrambi questi personaggi fossero ricordati in modo opportuno. Nel 1925 Ignazio Pernetta vinse il Campionato Italiano Gentlemen, riservato ai dilettanti, in sella ad una Moto Trespidi 250, davanti al compagno di squadra Brega. L’anno successivo, per mantenere vivo l’interesse suscitato dalle vittorie sportive, Trespidi aveva bisogno di una fabbrica più grande. Venne promossa quindi una sottoscrizione popolare per azioni da 100 lire l’una, che gli permise di ampliare l’attività. Nonostante ciò la crisi fu sempre forte e nel 1927 Trespidi fu costretto a chiudere la fabbrica. Dopo anni, nel 1944, presentò un motore ausiliario laterale, dal peso di 9 kg, che si applicava direttamente sul mozzo della bicicletta. Questa “invenzione” fu essenziale per la ricostruzione postbellica, in quanto permetteva a chi possedeva già una bicicletta di potersi “motorizzare” e poter lavorare. Fu la fortuna di molti che avviarono un’attività commerciale\artigianale nel dopoguerra dato che tale motore venne applicato anche a tricicli da trasporto cassonati. Quindi i commercianti e gli artigiani potevano muoversi in un raggio d’azione molto più ampio per svolgere le loro attività. Certo, la velocità non era un granché, ma la fatica di certo era parecchio ridotta… Anche il Senatore Sclavi raccontava di aver iniziato la sua attività imprenditoriale acquistando un “laterale” Trespidi, per poter recarsi da Stradella al Carmine e occuparsi della costruzione di un ponte sul Tidone».

Quindi possiamo dire che i motori di Trespidi hanno dato un grande aiuto al boom economico?

«Certo, c’erano anche altri motori, come il Cucciolo e il Mosquito che avevano alle spalle aziende come Ducati e Garelli, ma l’Alpino era certamente competitivo. Queste moto nel dopoguerra partecipavano alle gare nei “circuiti cittadini”, dedicati a motori di piccola cilindrata, facendosi non poca pubblicità. C’erano determinate regole da rispettare in queste gare, come il limite di pedalate all’uscita della curva. L’Alpino, 48cc si imponeva in queste gare proprio perché aveva parecchia ripresa. Queste vittorie contribuirono alla crescita delle nostre fabbriche e di riflesso allo sviluppo economico della nostra città: si pensi che nel periodo d’oro, nella prima metà degli anni ’50, l’Alpino occupava direttamente ben 130 dipendenti e l’Ardito circa 30, generando un consistente indotto».

I vostri soci vantano una grande collezione di moto stradelline?

«Complessivamente i soci del motoclub sono in possesso di oltre una ventina di modelli. Io ho un Alpino, ma c’è anche chi ne ha due, tre o più. La “collezione”, se così si può definire, non è ancora completa. Ci sono però diversi appassionati non stradellini che vantano grandi collezioni. Per esempio c’è Juan Santos, un collezionista portoghese appassionatissimo dell’Alpino, che tutte le volte che trova qualcosa in vendita lo acquista e mi tiene sempre informato sul materiale che recupera. Ha una collezione molto vasta, di cui va molto orgoglioso. Un altro grande appassionato, Luciano Battisti, si trova a Pesaro, dove ha realizzato un’esposizione privata di circa 45 modelli: è un industriale, figlio di un concessionario Alpino della zona, il quale è rimasto molto legato al marchio».

Siete riusciti a censire l’intera produzione?

«Più o meno sì. Ci sono stati oltre una trentina di modelli tra ciclomotori, motoleggere, motociclette, scooter e motocarri. Insieme al direttore Perelli di Motociclismo d’Epoca, abbiamo ipotizzato che siano state prodotte a Stradella circa sessantamila moto, molte delle quali esportate all’estero».

Quindi possiamo trovare alcuni modelli anche in giro per il Mondo?

«In Sud America c’era un importatore in gamba, il quale aveva fatto parecchia pubblicità stabilendo diversi record di velocità. L’Alpino è stato anche esportato in tutta Europa, ma abbiamo documentazioni di esportazioni, non quantificate, in Siam, Giappone, Indonesia e sud est asiatico. Proprio per quest’ultimo mercato Trespidi aveva parecchia attenzione, producendo appositamente un modello chiamato “Indo” un “tubone”, piccolo, leggero, dalle forme morbide ed eleganti».

Prima ha parlato di record di velocità. Quanti primati detiene l’Alpino?

«La produzione è iniziata con il 48cc “laterale”, a cui si sono aggiunti nel corso degli anni modelli di cilindrata superiore: un 63cc, un 75cc, un 125cc fino a 200/250cc: queste cilindrate venivano commercializzate soprattutto in Argentina. Per farsi pubblicità c’erano due modi: stabilire record di velocità oppure partecipare ai “Circuiti cittadini” e vincerli. Per quanto riguarda i primati di velocità va segnalato che il primo record mondiale è stato segnato il 16 gennaio 1952 sulla tratta “Castel San Giovanni – Borgonovo -  Castel San Giovanni” da Andrea Bottigelli su un 75cc, con una velocità media di 129 Km\h. Era un Alpino  con carenatura “a uovo” aerodinamico e per farlo partire ed arrivare i meccanici dovevano prenderlo al volo, in quanto il pilota non aveva la possibilità di appoggiare i piedi. Era un siluro. Il 1 febbraio dello stesso anno l’importatore argentino Perales aveva preparato un 49cc, pilotato da Vaifro Meo, il quale raggiunse una velocità di 90km\h nella categoria <50cc. Due anni dopo a Monza l’Alpino stabilì ben 7 record di velocità sulle grandi distanze. Le moto di Stradella hanno vinto in tutt’Italia, partecipando anche a gare di durata come la “Sei giorni di Milano”, “Giro d’Italia Motociclistico” e la “Milano-Taranto”. Riguardo la “Milano-Taranto” del 1953 c’è un aneddoto particolare…».

Di cosa si tratta?

«Un postino, tale Ledda, prese il via in piena notte da Milano a bordo del suo Ardito 48cc non preparato, con il quale solitamente svolgeva il suo lavoro, con l’obbiettivo di raggiungere Taranto in giornata. Dopo aver affrontato pioggia e freddo sui vari passi dell’Appennino ed aver forato ben due volte, raggiunse finalmente la Puglia. Qui sfortunatamente sforò di nuovo, non avendo più nessuna camera d’aria di ricambio. Essendo già tarda sera i gommisti avevano già chiuso le officine. Girando per il paese si informò e ne trovò uno al cinema: senza demoralizzarsi si diresse dentro la sala e, disturbando tutti gli spettatori, riuscì a trovarlo. Lo convinse a riparargli la gomma e ripartì verso Taranto. Qui però non trovò più nessuno al traguardo, in quanto la gara era terminata ore prima. Riuscì però a scoprire dove alloggiava un commissario di gara: lo buttò giù dal letto e si fece timbrare il foglio d’arrivo, unico 48cc a concludere la massacrante gara. Quest’impresa fu talmente particolare che venne utilizzata parecchio come pubblicità per il marchio Ardito».

Sul mercato collezionistico che valore hanno queste moto? Quali sono i pezzi più pregiati?

«Sono moto che valgono tra gli 800 e i 1500 euro. Ci sono modelli che praticamente sono rarissimi, come i primi motori laterali. Di listino valgono dai 2000 ai 4000 euro, ma il valore lo si decide dall’incontro tra i venditore e l’acquirente. L’interesse di quest’ultimo non ha un valore prestabilito da un listino. Per esempio un collezionista della zona possedeva diversi motori “laterale” che non era interessato a vendere: un collezionista svizzero gli ha fatto la tipica offerta “che non si poteva rifiutare” e quindi ha ceduto. Poi certo dipende dalla conservazione e dall’originalità dei pezzi».

Cos’avete fatto come Motoclub per mantenere vivi questi marchi?

«Organizziamo manifestazioni aperte a tutti, esponendo i nostri modelli. Per diversi anni, nel mese di settembre, abbiamo esposto una cinquantina di modelli sulla Allea Dallapè, in modo che la gente  potesse avere l’occasione di ammirare buona parte della produzione stradellina. L’esposizione ha suscitato molta curiosità e ha riscosso l’interesse di numerosissimi visitatori. Inoltre nel maggio 2013 abbiamo pubblicato un libro intitolato “Alpino e Ardito – Le Moto di Stradella” in cui è stata ricostruita l’intera storia motociclistica con foto e schede tecniche».

Tutte le documentazioni in vostro possesso dove le avete trovate?

«Molto materiale arriva dagli articoli di Motociclismo. Purtroppo gli archivi dell’editore non sono completi, quindi altre ricerche sono state fatte presso la biblioteca Sormani di Milano in cui è conservata un’intera collezione.  Altri dati li abbiamo poi grazie alle documentate monografie che Piero Inglardi ha dedicato rispettivamente all’Alpino e all’Ardito».

Torniamo al Circuito di Stradella. Di cosa si trattava?

«Il Circuito di Stradella era una gara molto famosa ed importante per l’epoca. La prima edizione venne vinta da Ignazio Pernetta su una Moto Trespidi , nella classe 250cc, mentre nella classe 500cc si impose Achille Varzi. Nel 1927 vi partecipò anche Tazio Nuvolari, il quale riuscì a segnare il giro più veloce ma fu costretto al ritiro. Cosa che non accadde nel 1930, edizione in cui si impose nella classe regina. Il Circuito di Stradella era valido per il Campionato Italiano, alla stessa stregua di Monza. La partenza era ai giardini, poi si proseguiva in Via Garibaldi e via fino all’incrocio di Montescano per poi raggiungere Montù Beccaria. Successivamente si scendeva fino in località Braccio e si proseguiva fino al Cardazzo, per poi rientrare a Stradella lungo la Via Emilia. Le strade non erano tutte asfaltate, quindi era un’impresa ardua. La gara era sponsorizzata da Motociclismo, diretto e fondato dallo stradellino Magnani, il quale teneva molto ad organizzare un evento motociclistico di spessore nella sua città e riteneva il circuito stradellino tra i migliori d’Italia a livello tecnico. Si corsero sei edizioni dal 1926 al 1933».

Secondo Lei a Stradella non sarebbe opportuno avere un museo dedicato al Motociclismo?

«Questo è il mio obbiettivo. Bisognerebbe avere a disposizione uno spazio di un centinaio di metri quadrati dove esporre i modelli che sono già a Stradella, tenendo conto che ci sono anche collezionisti non del luogo disposti a metterci a disposizione i loro modelli. Servirebbe una struttura non troppo decentrata, relativamente in centro. In periferia non avrebbe senso. Singoli esemplari di Alpino e Ardito sono esposti in diversi musei e collezioni in giro per l’Italia e nel mondo: per esempio ho trovato per caso un Alpino Piuma esposto al Musèe de la Moto di Entrevaux, in Provenza. Sarebbe opportuno valorizzare adeguatamente una pagina di storia sportiva ed economica che ha dato lustro alla nostra città».

  di Manuele Riccardi

Una serata di "fuori programma", ovvero di brani che solitamente il pubblico richiede durante i bis, prima del congedo dell'artista, al termine della sua serata. E' l'idea originale venuta ai due pianisti Elvira Foti e Roberto Metro, un affiatato duo artistico molto apprezzato dalla critica, che può vantare centinaia di concerti in tutto il mondo. Il loro repertorio è fatto dunque di composizioni tratte dal repertorio tipico dei bis virtuosistici di fine concerto, tutti fuori programma per pianoforte a quattro mani. Ecco allora che Venerdì 9 Agosto, alle 21,30, nella Piazza Don Arpesella di Pietra de' Giorgi, risuoneranno la Polka Tritsch-Tratsch e la Marcia di Radetzky di Strauss, la Danza Ungherese di Brahms, il Can Can di Offenbach, la Rapsodia Ungherese di Liszt, la Czardas di Monti, etc..

Roberto Metro ed Elvira Foti si sono diplomati al conservatorio Corelli di Messina, entrambi con l'eccezionale punteggio di 10/10, lode e menzione d'onore, rispettivamente sotto la guida di Sonja Pahor e di Roberto Bianco.

In seguito, si sono perfezionati singolarmente con Maria Tipo, Eliodoro Sollima e Michele Marvulli. Da oltre 15 anni formano un affiatato duo pianistico, molto apprezzato dalla critica, che ha tenuto centinaia di concerti in tutto il mondo.

Si sono esibiti negli Stati Uniti (suonando, fra l'altro, più volte alla Carnegie Hall di New York), in Australia, Giappone, Canada, Messico, Brasile, Argentina, Corea del Sud, Thailandia, Malesia, Singapore, Inghilterra, Germania, Austria, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Lussemburgo, Svezia, Polonia, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Svizzera, Turchia, Cipro.

In qualità di solisti hanno collaborato con importanti orchestre sinfoniche europee, americane ed asiatiche, sotto la guida di illustri direttori di fama internazionale. Hanno registrato per emittenti radiotelevisive di vari paesi. Hanno inciso due cd, uno dedicato alle Rapsodie ungheresi di Liszt e l'altro – pubblicato dal Musikseminar di Monaco di Baviera – contenente Valzer, Polke e Marce della Famiglia Strauss, in una rara ed inedita trascrizione per pianoforte a quattro mani realizzata dallo stesso Roberto Metro.

Tale registrazione, che rappresenta una novità assoluta nel panorama discografico a livello mondiale, è stata premiata dall'Università di Santa Fe (Usa), con un "International award in performing arts – music". Recentemente il prestigioso Yong Siew Toh Conservatory of Music di Singapore li ha invitati a tenere due master classes, dedicate alla musica per duo pianistico.

Ingresso ad offerta, in caso di maltempo il concerto, organizzato in collaborazione con l'amministrazione comunale di Pietra de Giorgi, si terrà presso il Cantinone Medievale.

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Il concerto della banda "Cetra d'Oro" di Casteggio, inserito nel Festival Borghi&Valli, apre invece i festeggiamenti in occasione della Festa patronale di Santa Maria Assunta a Lungavilla. L'appuntamento è per Sabato 10 Agosto a partire dalle ore 21 presso l'Auditorium Casa del Giovane (ingresso ad offerta). Il complesso bandistico ha origini lontane, essendo stato fondato nel 1881 su iniziativa dell'allora «Società di Mutuo Soccorso degli Operai e Coltivatori di Casteggio». Oggi il gruppo, diretto dal maestro Paolo Nascimbene, porta avanti il suo impegno con la stessa passione di un tempo, affermandosi come una delle componenti musicali più longeve della regione lombarda.ella banda cittadina. Tra i suoi promotori rientravano personaggi di spicco come Giuseppe Maria Giulietti, celebre esploratore e fotografo, ma anche presidente e socio benemerito della «Società di Mutuo Soccorso». Il corpo musicale crebbe in seguito sia nel numero dei componenti sia nel merito. Negli anni '60 si affiancò il gruppo delle "majorettes", la cui partecipazione arricchì le sempre più frequenti esibizioni della banda per oltre 20 anni. Oggi, purtroppo, il gruppo delle "majorettes" è solo un bel ricordo, complici anche i mutamenti della società. Nonostante i momenti difficili, attualmente la Banda Cetra d'Oro di Casteggio, diretta dal maestro Paolo Nascimbene e sotto la guida esperta del presidente Renzo Guarnaschelli, porta avanti il suo impegno con la stessa passione di un tempo, affermandosi come una delle componenti musicali più longeve della regione lombarda.

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Il gran caldo di inizio Agosto non ha fatto desistere il numeroso pubblico accorso nella Chiesa di S. Crispino a Porana per la "Lirica del cuore", il galà con gli Amici della Lirica dell'Oltrepo Pavese portato in scena nell'ambito del Festival Borghi&Valli per iniziativa di Associazione Porana Eventi, con l'obiettivo di raccogliere fondi per il restauro della chiesina neogotica e le famiglie bisognose del territorio. Tanti gli applausi per i protagonisti della serata, a partire dai maestri Enrico Zucca e Luca Torciani al pianoforte e al violino, che hanno fatto emozionare gli intervenuti con brani di forte impatto meditativo come la "Meditation" da La Thais di Massenet o di grande virtuosismo come La Ciarda di Monti. Tre i tenori che si sono esibiti, ad iniziare da Giampaolo Guazzotti, che ha presentato per la prima volta "M'apparì tutt' Amor" dalla Martha di Flotow.  E poi Cherubino Boscolo, che ha proposto il tema cantato di Gabriel's Oboe da Missing di Ennio Morricone e si è esibito nel duetto "Musica proibita" di Gastaldon con Lorena Valle. Una trasformazione riuscitissima da baritono a tenore quella di Carlo Checchi, dopo anni di intenso studio: il giovane pavese ha conquistato tutti con "E lucevan le stelle, dalla Tosca di Puccini e "Amor ti vieta" da Fedora di Giordano. Applausi anche per il mezzosoprano Marta Leung in "Mon Coeur s'ouvre a ta voix" da Samson e Dalilà di Saint Saens e per i tre soprano Giovanna Michelini (con la "Wally di Catalani" e il duetto della "Barcarola" di Offenbach), Lorena Valle ("Casta diva" di Bellini) e Sally Kline ("Arcobaleno" di Harlem).

Per chiudere non poteva mancare l'esibizione dei "Tre tenori" in "La Donna è mobile" e "O sole mio", che ha visto anche l'intervento di Dino Trotta, colui che  ha curato la serata in ogni dettaglio. Ora per tutti gli appassionati di lirica, e in modo particolare degli "Amici della Lirica" dell'Oltrepò, il prossimo appuntamento è per il 14 Agosto a Canevino, in occasione della Festa della Madonna Assunta.

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