Giovedì, 24 Ottobre 2019
Articoli filtrati per data: Domenica, 07 Luglio 2019

Un dolore al petto che si irradia al braccio sinistro: questo è il più tipico, ma non l'unico, sintomo dell'infarto. Per chi ne viene colpito, ovvero circa 140.000 persone ogni anno in Italia, ogni minuto è prezioso, ancor più di quanto si pensasse finora. Nei casi molto gravi, infatti, per ogni 10 minuti di ritardo, 3 pazienti in più su 100 perdono la vita. Mentre la Golden Hour, ovvero le due ore di tempo considerate il limite entro cui intervenire per salvare il cuore, è ormai superata. A evidenziare l'importanza di soccorsi tempestivi sono nuovi dati scientifici, discussi a Matera in occasione della presentazione della campagna 'Ogni minuto conta', promossa da 'Il Cuore Siamo Noi - Fondazione Italiana Cuore e Circolazione Onlus', con il patrocinio della Società Italiana di Cardiologia (Sic).

    La rapidità dei soccorsi in caso di infarto, come noto, è indispensabile. "Sapevamo già - spiega Francesco Romeo, direttore della Scuola di Specializzazione in cardiologia Università Tor Vergata di Roma e presidente de Il Cuore Siamo Noi - che un intervento successivo ai 90 minuti dall'esordio dei sintomi può quadruplicare la mortalità. Gli ultimi studi hanno dimostrato però che non esiste in realtà un 'tempo soglia' che permetta di discriminare tra intervento tempestivo o meno. La prognosi del paziente, invece, peggiora in maniera continua all'aumentare del ritardo nel trattamento". E questo è ancor più vero per chi arriva in ospedale in condizioni gravissime: "in questi casi per ogni ritardo di 10 minuti si registrano ben 3 morti in più su 100 pazienti". Ma anche per chi arriva in condizioni meno gravi il ritardo ha un impatto negativo. "Più si indugia - aggiunge Ciro Indolfi, presidente Sic e direttore di Cardiologia dell'Università Magna Grecia di Catanzaro - maggiore è la quantità di muscolo cardiaco che viene perso, con importanti conseguenze nella qualità di vita. Il tempo è muscolo".

    Per ridurre il ritardo, due le strategie: educare i cittadini a riconoscere rapidamente i sintomi e migliorare l'organizzazione dei soccorsi, entrambi obiettivi della campagna 'Ogni minuto conta', che verrà diffusa su media e social media per migliorare, nella popolazione, la conoscenza del rischio.

    "Dobbiamo far sì - precisa Romeo - che chiunque sappia riconoscere i segni dell'infarto: la manifestazione più tipica è un dolore oppressivo al centro del petto, che duri oltre 20 minuti, sia insorto a riposo e in alcuni casi irradiato al braccio sinistro o alla mandibola; ma spesso l'attacco si presenta in maniera più subdola, come un dolore addominale o nella parte posteriore del torace". Dal momento del primo contatto con i sanitari occorre poi far accedere quanto prima il paziente all'angioplastica, intervento con cui si 'libera' l'arteria ostruita. Per questo è essenziale che i mezzi di soccorso abbiano a bordo un elettrocardiogramma e garantire il trasferimento del paziente nel più breve tempo possibile a centri con una emodinamica, senza passare dal Pronto Soccorso.

Il giugno 2019 è stato da record, il più caldo mai registrato in Europa e nel mondo da quando c'è disponibilità di dati, a partire cioè dal 1850. Nel Vecchio Continente, in particolare, la temperatura media è stata di oltre 2 gradi sopra la norma, anche per effetto dell'ondata di calore che a fine mese ha colpito Paesi come Italia, Francia e Spagna con temperature di 6-10 gradi sopra la media. Lo indicano i dati del servizio per il cambiamento climatico del programma Ue di osservazione satellitare della Terra Copernicus.

Tempo di vacanze e di pasti all'aperto, la grigliata è una tradizione ma bisogna fare attenzione. Quando si fa un barbecue infatti la cottura della carne può provocare la formazione di sostanze cancerogene: lo ricorda l'American Institute for Cancer Research, secondo cui con alcuni accorgimenti è possibile ridurre i rischi.
    "Diverse ricerche hanno mostrato che una dieta ricca di carne rossa e lavorata aumenta il rischio di tumori del colon - spiega Alice Bender, Senior Director of Nutrition Programs dell'istituto - e grigliare carne, sia bianca che rossa, ad alte temperature forma sostanze fortemente cancerogene".
    Il primo consiglio degli esperti è grigliare diversi tipi di alimenti, non solo le carni rosse ma anche quelle bianche, il pesce e la verdura. Anche la marinatura, prosegue il decalogo, aiuta a diminuire i rischi. Alternare carne e verdure su uno spiedo, avvertono ancora gli esperti, diminuisce l'area esposta alla fiamma ed è quindi più salutare. Erbe e spezie, sottolinea l'indicazione numero quattro, sono molto utili perchè contengono antiossidanti. Il consiglio numero cinque è limitare l'esposizione al fumo, mentre il numero sei è pulire bene le griglie per eliminare i residui che rimangono attaccati che hanno la più alta concentrazione di cancerogeni. Un altro accorgimento è ridurre il tempo di cottura. Il consiglio numero otto è scegliere carbone di legni duri, che bruciano a temperature più basse. Vanno scelte anche carni più magre, o a cui è stato eliminato il grasso. Infine, bisogna girare spesso la carne, una procedura che riduce i rischi.

Il tappo alternativo al sughero non è davvero più un tabù. È quanto emerge da un sondaggio online, con tanto di videoquiz social promossi da Vino.tv e Vinventions sul rapporto tra consumatori e chiusure per vino. Interviste a produttori che utilizzano le chiusure Vinventions, domande quiz tra wine lover, enologi e produttori e poi parola all'esperto, con Chiara Giannotti di Vino.tv, con boom social per la serie di 10 video che hanno superato in pochi giorni le 50mila visualizzazioni su Facebook e Instagram. Nelle risposte i consumatori vogliono che la chiusura garantisca sicurezza, assenza di difetti, longevità e basso impatto ambientale.

"Sono le caratteristiche che vogliamo dalla nostra serie Green line - afferma Filippo Peroni, direttore commerciale Italia di Vinventions - e per questo abbiamo voluto mettere alla prova i consumatori. Il nostro primo obiettivo è proteggere il vino dei produttori, attraverso prodotti performanti e che consentano la gestione dell'ossigeno. Perché se c'è un difetto del tappo molto spesso i consumatori non se ne accorgono come dimostrato anche in queste interviste. E poi priorità all'ambiente. Per produrre un tappo Green line utilizziamo una sola goccia di acqua e la carbon foot print è pari a zero, visto che composto da un derivati di canna da zucchero. Va detto inoltre che con i nostri tappi niente più ansia da conservazione del vino. Orizzontale, verticale o capovolta, una bottiglia tappata con Green line non darà problemi di tappo".

L’Oltrepò Pavese della vite e del vino si appresta a ripartire dal “via”, come al Monopoli, un’altra volta. Secondo un manager del vino che ho conosciuto a una degustazione a Bologna e che ha recentemente trovato casa in Emilia sarà l’ennesima falsa partenza, condita da slogan, foto di gruppo e qualche pennellata di pubblicità o titoloni, ma che non porterà a niente di nuovo. Questo professionista del settore mi ha spiegato che in Oltrepò il problema è chi conduce le aziende che dettano le regole. «Guarda che brutte etichette mettono in giro, guarda a che prezzi le posizionano, guarda che numeri fanno con gli spumanti Metodo Classico, con il grande Pinot nero o con il Riesling Renano e poi capisci... vorrebbero vendere il vino top che non c’è».

Ma la politica, stavolta, è dalla loro: «Sul ministro non mi esprimo, perché lo stimo, ma Ersaf e Regione Lombardia farebbero bene a concentrarsi sulle incompiute, dal Centro Riccagioia all’Enoteca Regionale di Cassino Po, che sono costate tanto ai lombardi. La prima doveva essere la nuova San Michele All’Adige, struttura d’eccellenza nella formazione, la seconda una vetrina per il territorio lombardo, mentre di lombardo all’interno dell’Enoteca ci sono una manciata di cantine di fuori Oltrepò e qualche fotografia».

D’istinto chiedo al manager dei viticoltori-conferenti delle cantine sociali, la maggioranza silenziosa. Questo per capire se a suo avviso siano soddisfatti e dunque per questo non si ribellino: «Non capiscono e non li ascolta nessuno nel vero senso della parola. I giornalisti chiave se li sono comprati i soliti noti con contratti, bottiglie omaggio e appassionate chat su Whatsapp, come se un contatto da trattare con distacco professionale fosse l’amicone della porta accanto. Chi pensa a chi viene pagato quattro soldi al quintale quando in gioco ci sono poltrone, stipendi, relazioni con i piani alti per chi aveva sempre vissuto a pianterreno? Per costoro i viticoltori sono gli schiavi, quelli che devono sempre sacrificarsi e attendere l’alba di una nuova era che non arriva mai».

Che pessimismo, dico io. Risposta: «Sono ancora ottimista, ho pure visto l’Oltrepò sulle strade del Giro d’Italia con un mezzo da Garden Center, con sopra scritto “Armonie”. Mi è venuto da ridere. Così come mi è venuto da sorridere, provando imbarazzo per lui, quando ho visto il duro leader del Distretto del Vino rientrare in Consorzio su pressing regionale, come se adesso in assemblea del Consorzio si contasse una testa un voto, come lui stesso pretendeva con fermezza anni fa, o come se adesso i piccoli produttori avessero tratti in comune con i dirigenti e gli imbottigliatori da tutto a un euro». Ma in fondo le diaspore non aiutano, obietto io. Pronta la replica: «Fanno bene ad andare per la loro strada aziende come Torrevilla e Vistarino, perché in Oltrepò le partite sono sempre truccate, come le vasche che qualcuno ti fa evaporare in una notte quando schiacci i calli alle persone sbagliate. Chi dà le carte sono sempre gli stessi e usano gli stessi metodi, spacciandosi pure per il nuovo che avanza. Puoi chiamare il miglior allenatore al mondo ma risponderà sempre a chi lo ingaggia, per garantirsi ruolo e stipendio. In Oltrepò in anni strategici hanno avuto il miglior direttore di consorzio d’Italia, Carlo Alberto Panont, ma l’hanno offeso e umiliato cacciandolo, dopo avergli impedito di fare ciò che sapeva. La Regione Lombardia ha contribuito allo step finale, mandandolo via pure da Riccagioia quando funzionava». Ma in questa Italia del vino va male per tutti, o no? «Affatto. Ci sono micro zone di produzione sconosciute ai più fino a un decennio fa che oggi vendono bottiglie realizzando da 3 a 10 volte in più rispetto agli oltrepadani da bosco e da riviera». Cioè? «Ecco un’analisi: la prima zona di produzione vinicola della Lombardia, che solo ultimamente tanto sta a cuore alla politica, produce tra DOCG (poco), DOC (appena appena) e IGT (tantissimo; il vino meno controllato e più tagliabile quasi ovunque e commercializzabile in fretta) il 60% del totale lombardo. L’unica consolazione resta questa, ovvero riempire tante cisterne facendo fatturato e non utile. Se basta questo io sto bene a casa mia e loro staranno sempre peggio a casa loro». Perché? «Quando dovranno discutere cose che spostano interessi economici della lobby, picchieranno nell’urna in assemblea dei soci la loro scheda da 500mila quintali che cadrà ancora come un’incudine sui buoni propositi e le anime belle. Già successo con Classese come nome identificativo dell’Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG, no?». Boh, alla fine la mia degustazione a Bologna si è chiusa con l’amaro in bocca: sarà stato il vino o la tristezza?

di Cyrano De Bergerac

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