Sabato, 20 Luglio 2019
Articoli filtrati per data: Giovedì, 11 Luglio 2019

Era il giugno 2018 quando Adriano Piras, imprenditore sardo nel campo della ristorazione, si è seduto sulla poltrona di primo cittadino di Mezzanino. Ad un anno dalle elezioni che l’hanno visto vincente, abbiamo raccolto le sue sensazioni.

Sindaco, come è andato questo primo anno?

«La sensazione è che i cittadini collaborano e hanno un punto di riferimento nella nostra amministrazione. Sicuramente è troppo presto per tirare le somme e fare bilanci, però ci stiamo impegnando tutti insieme e ci stiamo mettendo un grosso impegno per far si che questo comune migliori giorno dopo giorno».

Cosa ha fatto per il suo paese in questo primo anno da Sindaco?

«La prima cosa che abbiamo fatto è stata la ristrutturazione della scuola elementare primaria. La scuola per la nostra amministrazione era una cosa importantissima per fare in modo che i nostri bambini avessero una struttura adeguata, idonea e sicura per affrontare l’anno scolastico. L’altra cosa importante che è stata fatta da questa amministrazione è l’incrocio della via Malpensata che collega la via Roma, in modo tale che le nostre aziende fossero agevolate nel transito dei camion e dei tir».

Di solito in Oltrepò le strade rappresentano sempre un problema. La situazione nella vostra zona com’è?

«Le strade del nostro paese erano in condizioni pessime: abbiamo già iniziato ad asfaltare una zona di circa 400 metri, una zona residenziale che veramente non era mai stata toccata. Altri lavori di asfaltatura sono stati fatti nella via Cassinetta e nella via Palazzo. Molte altre sono ancora in programma».

Altri lavori fatti in questo primo anno di mandato?

«Abbiamo iniziato la riqualificazione dell’impianto di illuminazione in tutto il paese: sono stati riqualificati oltre duecento punti luce e inoltre sono stati aggiunti circa ottanta punti luce in più nelle zone che ne erano sprovviste. Proprio nei giorni scorsi, poi, siamo riusciti a aggiudicarci in un’asta un terreno di circa 4000 metri quadri, che nel corso degli anni era diventata una discarica a cielo aperto e insieme all’amministrazione abbiamo deciso di bonificarlo e creare un parco per gli adulti. Sarà anche una zona cani dove i nostri piccoli amici a quattro zampe avranno il posto e lo spazio dove sfogarsi e dove giocare. In collaborazione con il parco del Ticino, che ringraziamo tantissimo, siamo entrati in un progetto sperimentale e ci hanno portato circa quaranta piante di ciliegio selvatico, con cui è stato piantumato tutto il viale del cimitero e anche lì saranno messi dei punti luce per far sì che la strada sia illuminata».

In merito al tanto nominato “Ponte della Becca” ci sono novità?

«Per quel che riguarda il Ponte al momento non ci sono novità sostanziali. Stanno continuando le manutenzioni per migliorare la situazione. La nostra amministrazione è sempre stata sensibile al problema e a questo tema: abbiamo costanti incontri con la Provincia, con la Regione e il Ministero per far sì che il ponte venga costruito. Proprio qualche mese fa sono stati assegnati 800.000 euro da parte della Regione.  è nato però un piccolo problema: da novembre 2019 lo studio di fattibilità è stato spostato a gennaio 2020 e questo potrebbe creare ostacoli in quanto i lavori vengono programmati con cadenza quinquennale. Abbiamo parlato con i vari Ministri, con i vari Onorevoli e Consiglieri Regionali…l’Onorevole Lucchini, il Ministro Centinaio e il Senatore Mura stanno battagliando in modo tale che il ponte venga fatto.  Parlando con il Ministro Toninelli sono stato rassicurato sul fatto che i soldi sono stati stanziati e se tutto va bene entro il 2023 dovrebbero iniziare i lavori per il nuovo ponte».

Altri progetti in cantiere per Mezzanino?

«Per il futuro abbiamo un grosso progetto che stiamo definendo, sempre con gli assessori e la giunta comunale, e che riguarda l’impianto sportivo e il nuovo centro ricreativo per gli anziani: un bel progetto a cui stiamo lavorando, che coinvolge tutta la popolazione dai bambini ai ragazzi, agli anziani. Verrà riqualificato l’impianto con spogliatoi nuovi, un centro ricreativo, un nuovo campo di calcio. E ancora un campo di beach-volley e una palestra dove potremo fare delle attività insieme ai bambini della scuola e tutti ragazzi di Mezzanino. Poi abbiamo in programma un impianto di videosorveglianza dove copriremo tutti gli ingressi di Mezzanino con lettura targhe e tante telecamere con cui tutte le scuole, musei, comune, quartieri e periferie saranno controllate 24 ore su 24. Abbiamo anche organizzato dei corsi di primo soccorso ed è stato installato un nuovo defibrillatore: abbiamo in programma di metterne altri, per far sì che Mezzanino diventi un paese cardio-protetto, visto anche il numero elevato di anziani che abbiamo nel nostro paese».

Si vocifera di qualche diverbio con l’ex sindaco Zoppetti. Cosa può riverlarci?

«La diatriba con il mio predecessore ha assunto toni normali… a volte c’è qualche opinione diversa, ma tra maggioranza e minoranza direi che è del tutto normale».

I cittadini cosa le dicono quando la incontrano?

«Sono contenti del nostro operato. In un anno tante cose sono state fatte e molte sono in programma. Sono contento del rapporto che si è creato».

A Mezzanino tempo fa c’erano stati problemi per la corretta erogazione dell’acqua. è tutto risolto?

«Il problema si è risolto tempo fa e non ci sono state più problematiche. La questione era nata durante i lavori di ristrutturazione della torre per la modificata pressione e il conseguente livello dell’acqua. Ma adesso è tutto ok».

Come si potrebbe sfruttare il fiume secondo lei? Ci sono iniziative in questo senso?

«Sarebbe bellissimo realizzare un attracco e poter organizzare gite in barca per i turisti per dare più visibilità al nostro territorio. Certo avere un Ponte nuovo aiuterebbe a risollevare l’economia della nostra area e di quelle limitrofe».

Cosa si aspetta per il futuro?

«Sto affrontando la prima esperienza come sindaco e voglio riuscire a realizzare tutto quanto ho promesso. Ho la fortuna di essere affiancato da consiglieri preparati che giorno per giorno mi aiutano in questo percorso: insieme siamo veramente una grande squadra e il nostro obiettivo è quello di rendere Mezzanino un paese in crescita».

di Elisa Ajelli

Voghera vanta innumerevoli talenti, nel campo dell’arte ma anche in quello dello sport. Tutti ricordano Giovanni Parisi, moltissimi conoscono l’arciere “d’oro” olimpionico Mauro Nespoli. Recentemente la nazionale italiana di bowling, guidata anch’essa da un vogherese, era assurta all’onore delle cronache per essersi laureata campione mondiale. In pochissimi però sanno che esiste un’altra nobile disciplina in cui Voghera vanta un campione di livello mondiale: il Bridge. Il celebre gioco di carte conosciuto in tutto il mondo vede infatti in Massimo Lanzarotti uno dei suoi esponenti più bravi. Due volte campione mondiale, tre volte campione europeo e vincitore di innumerevoli campionati italiani, Lanzarotti oggi dirige l’Associazione Bridge Voghera, una realtà nata nei primi anni ’60 che conta oggi più di cento iscritti e disputa tornei due volte alla settimana, il lunedì e il giovedì, presso il circolo “Il Ritrovo”. «Chiunque voglia avvicinarsi al bridge è il benvenuto» dice Lanzarotti, che non nasconde le difficoltà avute negli ultimi anni. «Non ci sono insegnanti, per cui negli ultimi anni non abbiamo più tenuto corsi, anche se dal prossimo autunno l’idea è quella di farli ripartire, anche in virtù degli investimenti che la Federazione sta facendo per promuoverlo a livello scolastico».

Quanto costa l’iscrizione all’associazione?

«L’iscrizione all’associazione è gratuita, si paga la tessera della Federazione, che ha un costo variabile a seconda del tipo di agonismo che si pratica, con cifre che variano da 20 a 100 Euro all’anno».

Perché, secondo lei, rispetto al Bridge, il Poker e il Burraco attirano un pubblico maggiore?

«Per imparare a giocare a Bridge ci vuole tempo e applicazione, bisogna studiare e anche trovare un partner di gradimento…se si riesce a superare il primo scoglio, è un gioco che ti prende completamente, ha dei risvolti che negli altri giochi non ci sono. Si può paragonare agli scacchi, giocato con le carte».

Come vede proiettato il Bridge, sia a livello locale che nazionale?

«Il problema è quello dato dalla mancanza dei giovani, anche se negli ultimi anni la Federazione lo sta promuovendo anche a livello scolastico, con esito positivo».

Ci sono altre associazioni di categoria, in Oltrepò, con le quali collaborate?

«Sì, le più vicine a noi sono a Pavia ed Alessandria, con interscambio di partecipazione ai tornei».

In che modo vi finanziate?

«Ci finanziamo con le iscrizioni ai tornei, dai quali si trattiene una piccola quota per comprare i materiali».

Come si è avvicinato a questo gioco, che si caratterizza per essere un misto tra tresette e briscola?

«Mi sono avvicinato per caso, perchè da ragazzo frequentavo un bar dove c’erano diversi giocatori di Bridge».

Quali sono le maggiori difficoltà che ha incontrato?

«Onestamente nessuna, perché la passione che avevo era talmente alta che è sempre stato un piacere».

Lei è considerato tra i migliori giocatori del mondo. Pensa che i suoi successi abbiano dato una spinta alla diffusione del bridge?

«Sinceramente penso di no. La massa non conosce quello che succede ad un certo livello; la  diffusione può venire solo dai corsi».

Ci racconti il suo primo ricordo, legato a uno dei tornei internazionali che ha disputato..

«Il primo ricordo è legato al 1995, anno in cui vinsi il Campionato Europeo.

Eravamo una squadra composta da quattro debuttanti e abbiamo vinto agevolmente; la mia è stata la miglior coppia del Campionato».

Quali sono i prossimi tornei ai quali parteciperà? Come si è qualificato negli ultimi?

«Prossimamente andrò a Istanbul e successivamente a Las Vegas nell’ambito di due manifestazioni internazionali; quest’anno abbiamo già vinto due tornei importanti ed a Marzo ho rivinto col mio compagno il Campionato Italiano».

Secondo lei, come si riconosce un talento?

Come in tutti gli sport ed in tutti i giochi, penso che il talento di una persona si scopra in poco tempo, mentre alcuni possono diventare buoni giocatori con lo studio e l’applicazione, anche se difficilmente diventeranno dei fuoriclasse».

di Federica Croce

“La Stalla del Coriggio” è una grande e imponente cascina che si erge su una piccola strada di campagna che collega l’Oltrepò pavese al vicino capoluogo di provincia. Oggi è un agriturismo, ma La Stalla nasce in tempi antichi e Cesare Cantù, che l’ha ereditata dal padre, ne è il proprietario. Ha deciso di studiare alla facoltà di Agraria dell’Università di Piacenza e riprendere così in mano un’attività che stava perdendo il suo valore originale.

Che cos’è la “Stalla del Coriggio”, quando nasce?

«La cascina, a corte chiusa lombarda, nasce attorno al 1800 ed era di proprietà della famiglia Arnaboldi, i conti che avevano molti possedimenti in queste zone. Il mio bisnonno la acquistò e fu sfruttata inizialmente per allevare il bestiame e per la produzione cerealicola. Nel 2008 mio padre, che era medico dermatologo a Broni e a Pavia, la rese un agriturismo, trasformando la stalla dismessa, nell’attuale sala interna. L’attività la chiudemmo nel 2012 e ho deciso di riaprirla io l’anno scorso».

Rimane chiusa circa cinque anni. Per quali motivi?

«Le spese erano parecchie. Mio padre era medico e l’azienda agricola era difficile da seguire essendo nella sua posizione e dovendo assumere parecchio personale. Quando io mi sono laureato in agraria presso l’Università di Piacenza, ho pensato di riprendere in mano innanzitutto l’azienda e, quando me la sono sentita, di riaprire anche l’agriturismo».

Quali sono le produzioni della vostra fattoria? E quali prodotti acquistate invece da altre aziende?

«Dal punto di vista cerealicolo si producono: frumento, erba medica, ceci e il sorgo, che è una granaglia a uso zootecnico; produciamo anche miele e insaccati coi nostri suini che acquistiamo fin dai piccoli. Frutta e verdura sono del nostro orto e le farine che utilizziamo per fare la pasta sono di nostra produzione. Acquistiamo vino e formaggi da aziende dell’Oltrepò e per l’estate abbiamo anche la birra artigianale. Il riso viene acquistato nel pavese».

Se dovessi fare un confronto fra l’azienda che era di tuo nonno e quella tua attuale, troveresti molte differenze?

«Mio nonno, per quel che ricordo, aveva la stalla piena di bestiame e l’attività era più remunerativa attraverso l’allevamento; ormai i tempi sono cambiati e non potrei più vivere solo di quello:  ora produciamo per noi, per il ristorante e per la vendita a privati e negozianti. Ovviamente a differenza del passato, ho investito molto per ristrutturare tutto e per fornirci di mezzi moderni per lavorare. La nostra è un’azienda di medie dimensioni, abbiamo circa sessanta ettari di terreno coltivabile e la produzione di cereali è abbastanza proficua, ma il loro prezzo è calato molto ed è difficile competere con i prodotti più scadenti ma più economici provenienti dall’estero».

Dove vendete i vostri prodotti?

«I nostri prodotti li vendiamo in molto negozietti dell’Oltrepò e del pavese, ma anche a clienti privati e tramite vari mercatini a cui partecipiamo il sabato e la domenica. Prepariamo cesti natalizi per le feste».

Producete anche il miele, come procede la sua lavorazione?

«Il miele prodotto in agricoltura non è paragonabile a quello che si trova al supermercato. La prima fioritura è quella dell’acacia e le api cominciano a produrre miele che una volta depositato può essere raccolto, fatto asciugare e lavorato in apposite centrifughe in laboratorio. Una volta che ha decantato per quindici giorni si può raccogliere in vasetti. La prassi è molto lunga ma il nostro prodotto è davvero ottimo e abbiamo un ottimo riscontro con la clientela».

La zona in cui siete non è molto di passaggio, pensi che questo sia un punto a favore o a sfavore?

«Sì, la strada non è molto trafficata e inizialmente il fatto che la gente non mi conoscesse e la mancanza di segnaletica, erano cose che mi spaventavano di più. Ormai la gente ci conosce e siamo anche sul portale agriturismo.it, un portale fondamentale per le aziende come la nostra e la gente ci raggiunge quindi facilmente. Siamo immersi nel verde e i nostri clienti vengono soprattutto per questo, poi ci troviamo sulla strada che porta a Pavia ma anche vicino alle colline, quindi è facile che le persone ne approfittino per fare una gita fuori porta e decidano di fare una sosta nella nostra cascina. Siamo anche molto attivi sui social, come “Stalla del Coriggio”».

Quali sono i vostri punti a favore rispetto ad altri agriturismi?

«Come dicevo prima, la nostra zona immersa nel verde è uno dei nostri vanti; abbiamo ampio spazio che ci permette di ospitare anche grandi comitive o battesimi e comunioni, abbiamo una qualità dei prodotti molto elevata. La gente sta iniziando a capire quanto sia importante mangiare prodotti sani e genuini proprio per la propria salute. Inoltre abbiamo un rapporto molto stretto col cliente, ci piace entrare in confidenza e spesso raccontare la nostra storia facendo visitare le sale; abbiamo il tavolo da ping pong nell’area di gioco, gli sdrai per prendere il sole e anche molto altro».

Cosa ne pensa della rigidità delle normative a livello europeo che regolano lo statuto degli agriturismi?

«Ci sono molte regole per un agriturismo, ma io credo che molti non le rispettino nemmeno. Personalmente mi trovo d’accordo con le varie leggi. Si chiede un 40% minimo di prodotti che provengano dalla propria attività (ortaggi, carni, farine, uova, ecc) ed è un elemento che contraddistingue l’agriturismo da un normale ristorante. La parte più difficile del rispettare le norme è che ogni agriturismo potrebbe ospitare esclusivamente un numero di persone che rispecchi il totale dei propri prodotti: in pratica più produci e più clientela puoi avere, ma è chiaro che se si tratta di allevamenti e agricolture intensive allora non si tratta più di produzione famigliare, quindi vengono stabiliti dei massimali da non sforare».

Perché crede che la Regione sia così fiscale con le normative che vi regolano? Cosa vi garantisce in cambio del rispetto di queste regole?

«Le regole vanno rispettate perché senza di esse non si avrebbe distinzione fra una trattoria qualsiasi e un vero agriturismo. Mi sembra ovvio dover presentare prodotti di qualità e personali. Ovviamente esistono degli incentivi, elargiti ogni 4-5 anni per le ristrutturazioni inerenti a fabbricati come il nostro; abbiamo una riduzione dell’iva al 10%  e un incentivo annuale per chi ha meno di quaranta anni e viene considerato quindi un giovane agricoltore. Qualcosa  abbiamo che ci aiuta. Chiaramente da zero sarebbe stato comunque impossibile aprire da solo tutto quanto, io partivo da un’azienda già ben avviata da mio padre ed è stato più semplice, ma in generale i costi sono davvero elevati. Personalmente ho aderito anche a una delle misure agro-ambientali regionali, per la quale abbiamo inserito, nel nostro caso, mille giovani alberi (fra aceri, pioppi, ecc) acquistati da un grosso vivaio piantandoli all’interno di una lunga siepe di bargnolino: in questo modo abbiamo recuperato un’area non coltivabile e per 25 anni riceveremo un piccolo contributo statale per la manutenzione ordinaria. Ovviamente la manutenzione del verde la faccio personalmente e dobbiamo preoccuparci noi di quella zona».

di Elisabetta Gallarati

Uno degli effetti del Decreto Salvini sulla sicurezza è stato quello di svuotare (non solo di operatori e immigrati, ma anche di senso) i centri accoglienza sparsi sul nostro territorio. Tagliati i fondi, le cooperative che li gestiscono sono rimaste senza “benzina” e la prima conseguenza è stata il licenziamento di psicologi, medici, mediatori linguistici ed altre figure che ruotavano intorno a queste realtà con lo scopo di favorire l’integrazione.

Chi si rallegra per questa chiusura dei rubinetti ci vede un colpo ben assestato al “business dell’immigrazione”. Per altri invece significa la perdita del lavoro, oppure l’essere abbandonati a se stessi. Oggi i Cas (Centri di assistenza straordinaria) sul territorio oltrepadano sono ridotti ai minimi termini e quelli che non hanno chiuso lavorano tra mille difficoltà, spesso con pochissimi operatori costretti a coprire un territorio reso sempre più vasto dalla necessità di accorparsi, con stipendi da fame che spesso arrivano in ritardo. C’è chi non ce la fa più e deve mollare. Come Marco Sinigaglia, fino a pochi giorni fa operatore presso il Cas di Cervesina.

Perché se ne è andato?

«Ho dato le dimissioni perché ci siamo trovati a lavorare su turni in sole tre persone nella gestione di quattro centri dislocati a parecchi chilometri di distanza. Il lavoro non è stabile, e i continui cambi di cooperative non danno prospettive».

Quando aveva iniziato a lavorare in un Cas?

«Ho cominciato a lavorare per una cooperativa nel luglio del 2017 come operatore notturno. Il mio compito era di sorveglianza e in caso di necessità di assistenza di 21 immigrati nel Cas di Ghiaie di Corana. Dopo un anno subentrò un’altra cooperativa, che ottenne l’appalto per la gestione del centro di Cervesina, con 11 migranti, di Pieve del Cairo (8) e di Canneto pavese, oltre ad altri già dislocati a Parma e nel milanese».

Di cosa si occupava?

«Richieste sanitarie (dall’accompagnamento dal medico di base alla prenotazione di esami alla distribuzione del kit d’igiene), burocratiche (gestione dei documenti, rinnovo del permesso di soggiorno, della carta d’identità, della tessera sanitaria), lavorative (dalla scrittura del Curriculum all’invio alle agenzie) e alimentari (lista della spesa e distribuzione del cibo degli ospiti)».

Cosa è cambiato dopo il decreto Salvini?

«Il decreto sicurezza ha tagliato le ore degli operatori, lasciando i centri scoperti per parecchie ore al giorno. Per le difficoltà economiche che il decreto comporta (da 35 euro al giorno per ospite la Prefettura ne elargisce la metà), la cooperativa lascia per una nuova Onlus, che oltre al licenziamento di psicologi, medici, mediatori linguistici e culturali  prende in gestione un nuovo centro sito a Garlasco».

Per alcuni si è trattato di colpire un business, quello dell’immigrazione. Lei che ne pensa?

«Se c’era un business non era certo a favore degli immigrati o di noi operatori. Dipende dall’intenzione della cooperativa: c’era chi con i 35 euro al giorno per migrante investiva veramente per aiutare la loro integrazione, con corsi e lezioni, mediatori culturali, oppure comprando anche biciclette per aiutarli negli spostamenti. C’era poi chi, come l’ultima cooperativa per cui ho lavorato, mi ha dato l’impressione di interessarsi più al ritorno economico. Non si può fare di tutta l’erba un fascio».

Le cooperative prendevano dalla Prefettura 35 euro al giorno per migrante. Quanti di questi soldi finivano agli immigrati stessi?

«Il pocket money era di 2,50 euro per ogni notte trascorsa in un Cas. Se si dormiva fuori i soldi venivano scalati».

Alcuni rifugiati hanno trovato lavoro?

«Quelli che hanno studiato e imparato bene l’italiano sì. Una minoranza, ma qualcuno ce l’aveva fatta».

Perché parla al passato?

«Gli immigrati dei nostri centri venivano in Italia richiedendo la protezione umanitaria, dovendo poi dimostrare in sede di Commissione esaminatrice (in media dopo un anno e mezzo dal loro ingresso in Italia) di non poter rientrare nel loro paese perché a rischio di vita. Il decreto sicurezza ha tolto la protezione umanitaria restringendo il numero dei casi protetti e quindi ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno è ormai diventato quasi impossibile. Il permesso provvisorio per stare in Italia non coincide con un permesso lavorativo, il che significa che quando il permesso di soggiorno scade l’immigrato non può più lavorare regolarmente, favorendo la criminalità e il lavoro in nero».

Ha incontrato molte di queste persone. Ha capito perché vogliono venire in Italia correndo anche rischi enormi?

«Al momento del loro arrivo compilano un modulo chiamato C3 in cui comunicano le loro ragioni. La maggior parte dichiara di essere in pericolo di vita nel proprio paese natio perché parte di minoranze religiose o etnie discriminate. Ovviamente non possiamo conoscere se si tratta delle vere ragioni o meno. Quello che sappiamo è il lungo e durissimo percorso che affrontano per arrivare qui».

C’è qualche storia che l’ha colpita particolarmente?

«Ogni immigrato ha una storia particolare, quello che li accomuna è però il periodo di prigionia in Libia, una tappa necessaria per l’ingresso in Italia dall’Africa. Negli ormai noti centri di detenzione libica vengono derubati, torturati, uccisi. Spesso partono dall’Africa in tre o quattro parenti e arriva in Italia solo uno di loro dovendo assistere all’uccisione dei suoi famigliari. Le donne vengono stuprate o costrette a prostituirsi. Queste sono le storie più comuni».

Da quale paese fugge la maggior parte di loro?

«Sono per lo più nigeriani. Un paese dove la situazione politica è altamente instabile».

Cosa fanno queste persone nel Cas in cui lavorava lei?

«La mattina fanno le pulizie, mangiano a casa poi vanno a scuola in autobus o in bicicletta. Chi lavora fino a sera è impossibilitato al ritorno coi mezzi pubblici e deve tornare al centro in bicicletta con ogni condizione atmosferica rischiando la vita oppure pernottare fuori dal centro, rinunciando al pocket Money giornaliero di 2.50 che la cooperativa gli dà ogni mese per ogni notte dormita al centro».

Cosa accadrà ora che il ruolo dei Centri Accoglienza è fortemente limitato?

«In questi anni c’è chi ha veramente lavorato per ambientarsi e integrarsi. Chi è sempre andato a scuola ha imparato l’Italiano, ha svolto o svolge lavori, anche volontariato nel paese o nella città di residenza. Invece adesso non si fa reale distinzione tra gli immigrati, viene dato a tutti esito negativo dalla Commissione esaminatrice. Abbandonati a loro stessi, molto probabilmente saranno costretti a fuggire dall’Italia o a diventare clandestini nel nostro paese».

  di Christian Draghi

Il Consiglio regionale della Lombardia si è aperto il 9 Luglio con un minuto di silenzio per ricordare Giovanni Alpeggiani, consigliere regionale dal 1990 al 1995, scomparso nei giorni scorsi a Voghera (Pavia) dopo una lunga malattia.

“Chi lo conosceva bene lo descrive come un uomo brillante, di grande intelligenza, appassionato di politica e molto attento ai problemi del suo territorio” ha affermato il presidente del Consiglio regionale, Alessandro Fermi, sottolineando che “Alpeggiani era noto per la sua autorevolezza, tant’è che anche negli ultimi anni fece da guida e punto di riferimento a numerosi politici dell’Oltrepò”.

Nato a Voghera 67 anni fa, medico condotto, Alpeggiani viveva a Brallo di Pregola, nell’Oltrepò Pavese, dove era stato sindaco negli anni Ottanta prima di essere nominato assessore alla Provincia di Pavia. Consigliere regionale al Pirellone col PSI, lasciò successivamente i socialisti per passare poi a Forza Italia e infine al Nuovo Centro Destra.

Alla commemorazione in Aula erano presenti i familiari, tra i quali il cugino Luigi, ai quali Fermi ha rivolto un pensiero di vicinanza e di cordoglio.

Il Codacons,Coordinamento delle associazioni per la difesa dell'ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori, in una nota stampa comunica : "Mercoledì mattina, intorno alle 10, a Corvino San Quirico ,  un'auto diretta a Casteggio ha investito sulle strisce pedonali un uomo di 79 anni. L'uomo, tanta è stata la violenza dell'impatto, ha quasi spaccato il parabrezza dell'auto nell'urto ed è poi stato scaraventato a diversi metri di distanza. Si tratta di un residente in paese ed è deceduto all'arrivo nel pronto soccorso del San Matteo. Sul posto sono intervenuti i soccorritori del 118 con autoambulanza e automedica; sulla dinamica del sinistro indagano le Forze dell'Ordine. Ancora una tragedia sulle nostre strade, ancora un investimento sulle strisce pedonali. E' necessario ridurre il limite di velocità a 30 km/h nei centri urbani, solo così episodi del genere potranno smettere di ripetersi. Il Codacons presenta esposto in Procura e si riserva la costituzione di parte civile nell'eventuale processo penale". 

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"Qualità e perseveranza. I due punti cardinali della nuova rotta di Terre d'Oltrepò disegnano un futuro improntato all'ottimizzazione delle produzioni, anche nell'ottica di un aumento del valore dei conferimenti. Non è destinato a restare lettera morta l'ulteriore cambio di passo annunciato dalla cantina di Broni, prima realtà vitivinicola lombarda in termini di volume prodotto: ne danno prova gli ultimi parametri indicativi sottoposti ai soci, tutti volti all'incremento qualitativo dei vini e degli spumanti.

Decisivo, in questa direzione, l'apporto progettuale di Riccardo Cotarella, enologo di fama internazionale che ha recentemente avviato un rapporto di consulenza con Terre d'Oltrepò.

«Abbiamo chiesto ai nostri soci – spiega Andrea Giorgi, presidente della cantina oltrepadana – la disponibilità ad adottare una serie di criteri relativi alla coltivazione e al conferimento, con l'obiettivo di realizzare prodotti vinicoli ancora più pregevoli. Raccolta manuale delle uve, limiti di portata massima dei carichi, rispetto delle norme agronomiche, contenimento della produzione per ettaro di superficie: sono solo alcuni dei punti portati all'attenzione dei soci, con i quali andremo ad approfondire e concordare ogni singolo parametro proposto, per sollecitare l'adesione al progetto che abbiamo intenzione di attuare».

L'invito, dunque, è a puntare in alto. Partendo però da una solida base, vale a dire i risultati più che positivi messi in cassaforte con l'ultima vendemmia. «Un passo alla volta, dobbiamo elevare il nome della nostra cantina attraverso un'oculata valorizzazione dei vigneti più vocati – aggiunge il numero uno di Terre d'Oltrepò – anche e soprattutto per dare al territorio nuove chance di credibilità nel panorama vinicolo nazionale. Ai soci viene oggi offerta una grande opportunità. La partnership con Riccardo Cotarella diventa in tal senso una tappa obbligata, sia per il supporto tecnico che può fornire ai nostri enologi, sia per il contributo che darà al processo di potenziamento della nostra immagine»"

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