Mercoledì, 22 Maggio 2019
Articoli filtrati per data: Lunedì, 06 Maggio 2019

Anche quest'anno la Croce Rossa di Voghera festeggia tutte le mamme Sabato 11 Maggio dalle 10 alle 19 e Domenica 12 Maggio dalle 9 alle 13 con un banchetto in piazza Duomo per la vendita di vasi di margherite colorate provenienti dalla Liguria. Con un solo gesto si potranno compiere due buone azioni: si faranno felici le nostre mamme e si aiuterà il Comitato di Voghera a continuare a fare del bene con la raccolta fondi per il sostentamento di tutte le attività di Croce Rossa al servizio della popolazione. Un altro importante anniversario è quello dell'8 Maggio, Giornata Mondiale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, un momento di festa dedicato ai 17 milioni di volontari che operano in tutto il mondo, 150 mila dei quali in Italia, presenti ovunque, quotidianamente, 24 ore su 24, per aiutare chi soffre. La festività ricorda il giorno della nascita di Henry Dunant, fondatore dell'associazione. L'obiettivo delle celebrazioni di questa giornata è quello di avvicinare la cittadinanza al movimento della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa.

Giorgio Barchiesi, il cuoco-contadino meglio conosciuto come Giorgione, è sbarcato in Oltrepò Pavese e si fermerà qualche giorno tra Pavia e il Pavese per un tour delle bellezze e delle bontà della nostra cucina che racconterà con il suo stile inconfondibile e la sua passione per la coltivazione e la preparazione delle materie prime. Giorgione Orto e Cucina è un format di Gambero Rosso Channel (Canale 412 di Sky) che va in onda da diversi anni con notevole seguito di pubblico che apprezza la capacità di Barchiesi di valorizzare i prodotti della terra (orto) in cucina appunto, dando ad ogni puntata ricette facilmente replicabili a casa e grande risalto al territorio che va di volta in volta ad esplorare. “Il programma ha un vasto pubblico di followers che lo segue perché ama il racconto, la ricerca culinaria e gustativa da parte di Giorgione, la sua ironia e la sua grande conoscenza delle materie prime. Vogliamo raccontare prodotti in cui crediamo e di comprovata qualità.” Spiegano dall’ufficio stampa di Gambero Rosso. Non si tratterà quindi di “spot” ma di una vera e propria narrazione delle tipicità gastronomiche storiche e delle meraviglie paesaggistiche.

In Oltrepò, Giorgione è ospitato alla Tenuta Quvestra di Santa Maria della Versa dove è stato accolto da Miriam e Simone Bevilacqua che gestiscono la tenuta; qui, a passeggio tra le vigne, chiacchierando con lo chef-contadino di vino, tradizione ed eccellenze vitivinicole dell’Oltrepò Pavese, lunedì 6 maggio sono iniziate le riprese. L’ itinerario prevede poi, nella stessa giornata, la valle Staffora con una visita all’azienda Montelio Vini di Codevilla, al Caseificio F.lli Cavanna di Rivanazzano e ad altre realtà produttrici di specialità storiche come il salame di Varzi e la carne di vacca varzese. Martedì la troupe e l’instancabile Giorgio scenderanno verso Pavia con una tappa all’agriturismo (e elicicoltura) Il Guscio di Verrua Po e all’Azienda Mauro Castellotti, produttrice di riso a Vistarino per giungere a degustare un Aperitivo Oltrepò™ al Girasole di Travacò Siccomario dove Giorgione sentirà raccontare della macinatura di mais otto file del Molino Ferrari di Pavia. Da qui, guidato dagli esperti di Vacanze Pavesi e in sella a una Vespa, Giorgione si sposterà in città alla scoperta delle meraviglie del centro storico e alla ricerca ancora di qualche particolarità per il suo cestino della spesa da utilizzare nelle ricette che poi cucinerà con la Chef Piera Spalla. Tartufo bianco, carne di vacca varzese, mostarda, erbe spontanee, lumache, farina, formaggio… quali piatti starà immaginando Giorgione? Le puntate andranno in onda in estate, probabilmente a luglio. Una grande occasione, per l'Oltrepò e per il suo territorio, di visibilità a livello nazionale resa possibile da una squadra che crede profondamente nel luogo in cui vive.; un invito, a chi scoprirà il nostro territorio attraverso Giorgione, a venirlo a conoscere e degustare di persona

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Stamattina in sala Giunta è stata presentata la 9ª edizione della Run For Parkinson’s - Voghera che si svolgerà domenica 12 maggio. L’Associazione Pavese Parkinsoniani sede di Voghera e l’ASD Atletica Iriense – Voghera, insieme al Centro di Medicina dello Sport, Villa Esperia, l’Asst di Pavia (U.O. di Neurologia dell’Ospedale di Voghera) e l’Ortopedia Noli organizzano la maratona benefica, competitiva e non con il patrocinio dell’assessorato allo Sport e tempo libero del Comune di Voghera. Si tratta di una manifestazione, di livello internazionale, che vuole essere un'azione di solidarietà sociale nei confronti di tutte le persone affette dalla malattia di Parkinson e dei loro familiari. Il ritrovo dei partecipanti per la gara competitiva omologata Fidal (Federazione Italiana Di Atletica Leggera) è fissato alle 8 davanti all’ex caserma, partenza alle 10 (costo d’iscrizione 10 euro). Il percorso si sviluppa partendo dal centro storico di Voghera fino alle aree periferiche di Voghera (strada Valle) con ritorno previsto in viale Carlo Marx. Mentre per gli appassionati che faranno la passeggiata non competitiva il ritrovo è alle 9 davanti sempre davanti all’ex caserma (quota d’iscrizione 10 euro). Al gruppo con maggior numero di partecipanti e ai gruppi classificati al 2° e 6° posto saranno donate coppe e targhe. L’iniziativa è aperta a tutti i runners, volontari, amici che vogliano correre, camminare, pattinare. Il ricavato sarà devoluto a favore dell’associazione Pavese Parkinsoniani. E’ previsto un servizio di babysitting fornito dall’associazione Clown di Corsia Voghera onlus. «Un’iniziativa importante e consolidata nella nostra città che vede la partecipazione di diversi atleti e cittadini - commenta il sindaco Carlo Barbieri - un’azione concreta di solidarietà sociale nei confronti di chi è malato di Parkinson». «Siamo partiti con trecento partecipanti e lo scorso anno siamo arrivati a duemila. Come Asst di Pavia portiamo avanti quotidianamente le attività ambulatoriali in tutta la Provincia in stretta collaborazione con l’associazione Pavese Parkinsoniani», commenta il dott Carlo Dallocchio che è stato uno di promotori nove anni fa affinché la Run for Parkinson’s venisse fatta anche a Voghera. «Siamo orgogliosi di ospitare l’associazione presso la nostra sede universitaria vogherese, fornire supporto e formare personale perché crediamo nella sporterapia», sottolinea il dottor Giuseppe Giovanetti coordinatore del Centro di Medicina Sportiva. «Villa Esperia ha sempre partecipato a questa manifestazione e per il secondo anno è main sponsor - commenta dott.ssa Adele Andriulo, direttore sanitario di Villa Esperia - sosteniamo a tutti gli effetti le attività quotidiane sia all’interno della struttura, con un percorso dedicato, sia all’esterno con questa iniziativa in cui è coinvolto anche il nostro personale». «Abbiamo sempre partecipato a questo evento, ma quest’anno in modo più operativo - dice Marco Serra dell’Ortopedia Noli - è un’ottima iniziativa per permettere ai malati di uscire di casa e sentirsi meglio». 

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La tradizione orale fa risalire la produzione del salame di Varzi al periodo delle invasioni longobarde che si insediarono nel Pavese nel VI secolo: ai tempi di Rosmunda e Alboino, di Teodolinda e Adelchi, il salame in Valle Staffora  già esisteva. Le popolazioni nomadi erano abituate a produrre cibi di lunga conservazione, da utilizzare durante le migrazioni, facilmente trasportabili e difficilmente deteriorabili. Inoltre la conservazione della carne di maiale era un’abitudine alimentare tipica delle popolazioni nordiche, pertanto è ipotizzabile che i suoi derivati si siano diffusi originariamente nei luoghi interessati dalle loro migrazioni. Il contatto fra le popolazioni barbariche e quelle autoctone della Valle Staffora, ove si è originata la produzione del salame, ha probabilmente dato origine ad un processo di integrazione fra le due diverse culture. Inoltre da queste terre passò per secoli la Via del sale lombarda, l’antica arteria che consentì il transito del commercio fra Genova e Pavia per tutto il Medioevo. Dalla pianura al mare viaggiarono importanti prodotti manifatturieri e a ritroso il sale, elemento prezioso, indispensabile per la conservazione degli alimenti. Perché questo paese nel cuore della Valle Staffora, nell’alto Oltrepò Pavese, è così famoso per il salame locale? Probabilmente perché Varzi si trova al centro di un territorio con un clima perfetto per la produzione dei salumi, nell’appennino collinare  dove arriva la brezza del vicino Mar Ligure a mitigare il freddo della  montagna. Abbiamo incontrato Angelo Dedomenici, ultimo di una generazione di maestri nella produzione del salame che a Casanova Staffora, piccolo borgo nel Comune di Santa Margherita Staffora, produce salame dal 1799.

Dedomenici, recentemente la nota rivista eno-gastronomica “Gambero rosso”, in una degustazione alla cieca, ha posto il suo salame al primo posto della classifica definendolo “Un salame regale, che stacca gli altri concorrenti, dall’aspetto splendido e dalla stagionatura perfetta, un buon 30% di grasso che contribuisce a rendere dolce il gusto,  una struttura succosa e  giustamente friabile. Profumi e aromi complessi, veraci e persistenti di ottima carne stagionata, spezie, vino, leggero aglio, frutta secca tostata, cantina, muffe nobili e sottobosco.” Per ottenere un risultato di questo tipo bisogna avere una grande esperienza nella lavorazione e un utilizzo di eccellenti materie prime. Ci vuole raccontare quando è iniziata la sua attività?

«La storia della mia famiglia si perde nella notte dei tempi. Ho notizie certe a partire dal 1799 ma fino a quando l’attività è stata portata avanti da mio nonno, la produzione era molto limitata, si ammazzavano al massimo 10 maiali che venivano allevati dalla famiglia ed i salami venivano venduti in zona. Con l’avvento di mio papà la produzione è iniziata ad aumentare ed abbiamo allargato il nostro raggio di vendite. Ho sempre mantenuto la lavorazione tradizionale  e negli anni ho ampliato il mio laboratorio a norme CEE per garantire le condizioni igieniche ottimali. Nel 1984 sono stato tra i soci fondatori del “Consorzio volontario fra i produttori del salame di Varzi”, sotto l’egida del Comune di Varzi e la spinta della Camera di Commercio di Pavia e della Comunità Montana Oltrepò Pavese. La zona di produzione comprende 15 comuni: Bagnaria, Brallo di Pregola, Cecima, Fortunago, Godiasco, Menconico, Montesegale, Ponte Nizza, Rocca Susella, Romagnese, Santa Margherita di Staffora, Val di Nizza, Valverde, Varzi, Zavattarello, tutti parte della comunità montana Oltrepò Pavese.

Fin da subito lo scopo è stato quello di tutelare e garantire il prodotto, svolgere attività promozionale per far conoscere il Salame di Varzi su mercati sempre più vasti, vigilare sull’uso della Denominazione di Origine Protetta e fornire assistenza tecnica ai produttori. Da 10 anni ormai non ne faccio più parte perché, secondo me, un prodotto tipico quando è prodotto su vasta scala ed è venduto nella grande distribuzione, perde la sua tipicità, diventa un prodotto industriale e non ha più le caratteristiche originali che lo contraddistinguevano».

Per ottenere un salame eccellente, regale è necessario sicuramente partire da un ottima materia prima, la carne di un suino allevato in un determinato modo. Da dove provengono le carni che lei utilizza per la sua lavorazione?

«I suini devono essere allevati appositamente per ottenere carni mature e sode per oltre un anno di età, alimentandosi con crusca, orzo, grano ed erba fino al raggiungimento di un peso di circa 220 Kg. Io utilizzo quelli allevati in zona da Marco Cavalleri. Vengono macellati al macello di Varzi e poi  io seleziono le carni qui nel mio laboratorio. Devo dirle una cosa molto importante: lavoriamo ogni suino separatamente. Questo cosa vuol dire? Che dalla macellazione all’insaccatura, ogni salame contiene la carne di un solo suino e questo è molto importante per la qualità. Inoltre utilizzo tutte le parti migliori, anche quelle che di solito vengono utilizzate per produrre i prosciutti. In questo modo il salame acquista la  morbidezza che lo differenzia dal salame industriale».

Nella degustazione della rivista “Gambero Rosso è emerso anche un altro particolare importante, solo l’aggiunta di un pizzico di E252. Quindi un salame con pochissimi conservanti?

«Certo, una volta tritata la carne, aggiungo sale, vino rosso locale, pepe, pochissimo aglio e giusto un pizzico  di salnitro il cui sapore caratteristico non si avverte in bocca. Molto importante poi per la perfetta conservazione sono l’insaccatura, la legatura ed in fine la stagionatura. L’abilità del maestro salumiere sta prima di tutto nella perfetta insaccatura che non deve presentare bolle d’aria. Poi ogni salame viene legato con lo spago con la tipica legatura locale. In fine per la stagionatura utilizzo prima alcune camere tiepide e poi le mie tre cantine fresche con temperature leggermente diverse. Bisogna seguire molto bene la stagionatura, la filzetta può essere pronta dopo circa 60 giorni, un salame medio dopo 4-5 mesi, il cucito dopo più di sei mesi. Un’importanza fondamentale è data anche dal clima della nostra zona, caratterizzato da aria non inquinata e temperature adatte alla riuscita del prodotto».

Nel suo laboratorio artigianale produce solo salami?

«No, produco anche pancette stagionate, salamini, cacciatorini, la coppa che io ho chiamato “Bondiola” registrando il marchio, che ha una lavorazione diversa da quella piacentina perché viene messa a bagno per dieci giorni nel vino rosso prima di stagionarla e il salame rosa che è un salame cotto particolare».

Nel 2013 lei ha inaugurato qui a Casanova Staffora “Il museo del salumiere”, un museo unico nel suo genere realizzato con il contributo di molti amici che racconta un po’ la tradizione del suo lavoro nel nostro territorio, di che cosa si tratta?

«È un piccolo contributo  che mi sento di dare alle nuove generazioni, avvicinandole ai vecchi strumenti di lavoro che col tempo ormai sono dimenticati. Non a caso ho recuperato quasi tutto in famiglia, dalle attrezzature del macello agli allestimenti di com’era il nostro negozio agli inizi del secolo. Coltelli, taglieri, un’antica ghiacciaia, il vecchio bancone, ritagli di vecchie fatture e immagini retrò fanno da cornice ad uno dei primi esempi di tritacarne a manovella che probabilmente prende spunto da un’idea abbozzata da Leonardo da Vinci. Ho anche ricostruito l’antico laboratorio del salumiere dove sono illustrati tutti i passaggi della lavorazione con gli attrezzi antichi».

Il suo lavoro per essere svolto al meglio necessita di grande esperienza ma anche di tanta passione  e spirito di sacrificio, ha qualche giovane che vuole seguire il suo percorso nel rispetto della tradizione?

«Sì, quando ho bisogno viene ad aiutarmi un ragazzo che ha vent’anni che è molto appassionato e capace e sarà quello che proseguirà la mia attività».

Ha un sogno nel cassetto?

«Sì, ci sono tanti piccoli artigiani salumieri nella valle che lavorano seguendo le antiche tradizioni rimanendo nei piccoli paesi ,dando un servizio e fungendo anche da centro di aggregazione. Spesso e volentieri devono affrontare molti problemi e decidono di smettere, si perde così un grande patrimonio. Il mio sogno sarebbe quello di riunire tutti questi piccoli produttori in un gruppo, sia affiliato al consorzio ma con caratteristiche diverse dalla produzione industriale, mirato alla lavorazione di  un prodotto di nicchia, tradizionale, a produzione limitata. Bisognerebbe lavorarci su e sviluppare un’idea che possa  aiutare anche questi piccoli produttori».

di Gabriella Draghi

L’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili è stata fondata a livello nazionale nel 1956. Nel 1978 è stata riconosciuta, per decreto del Presidente della Repubblica, come l’Ente morale che per legge ha il compito di tutelare e rappresentare in Italia i diritti morali ed economici di tutta la categoria degli invalidi civili, vigilando anche sulle amministrazioni pubbliche per impegnarle ad attuare il rispetto degli obblighi di legge nei loro confronti. Angelo Achilli, 42 anni imprenditore agricolo di Santa Maria della Versa, volontario sin dal 2003, dal maggio scorso è alla guida di ANMIC Pavia in qualità di presidente provinciale.

Achilli, da quando la vostra associazione è presente nella nostra provincia?

«A Pavia siamo presenti dalla fine degli anni ’60».

Quanti associati avete?

«ANMIC nazionale vanta circa 180.000 associati, opera su tutto il territorio nazionale attraverso le sue 104 sedi presenti in ogni città capoluogo, le 19 sedi regionali ed oltre 350 delegazioni comunali. A livello provinciale abbiamo circa 4000 iscritti di cui, nello specifico, un migliaio in Oltrepò. Oltre alla sede provinciale di Pavia abbiamo delegazioni a Voghera, Vigevano, Broni, Vidigulfo e Belgioioso».

Nello specifico di cosa vi occupate?

«L’associazione si occupa principalmente di seguire il Disabile a partire dal momento in cui presentiamo domanda presso la commissione di accertamento di invalidità, in tutte le problematiche sanitarie, legali e fiscali. In provincia di Pavia offriamo ai nostri associati un supporto legale con tre avvocati, due medici legali e una quindicina, tra impiegati e volontari, che arrivano capillarmente a coprire buona parte del territorio pavese. Inoltre siamo autorevolmente inseriti in tutte le commissioni di accertamento di invalidità, sia all’INPS che al ASST, con il nostro medico di categoria presente per legge. I miei maestri in ANMIC mi hanno insegnato che il miglior modo per perdere un diritto è quello di non conoscerlo. Le persone con disabilità, per ottenere i propri legittimi diritti, hanno bisogno di informazioni precise e puntuali che possono trovare qui in ANMIC. Senza intenti polemici, devo dire che negli anni c’è stato un pullulare di associazioni che vorrebbero tutelare e informare i disabili, ma noi quotidianamente vediamo rivolgersi presso i nostri uffici persone che, antecedentemente  rivoltosi a referenti non preparati, hanno perso tempo, denaro e diritti. Spesso  noi li avvisiamo della possibilità di fare ricorso in tribunale per vedere ottenute le loro legittime richieste. Capita anche che i medici di base, una volta compilato il certificato telematico per l’invalidità, indirizzano l’utente verso generici patrocinatori, non sapendo che AMNIC è l’ente più preparato e specializzato in materia di invalidità civile».

Capita spesso che venga burocraticamente negato un diritto ad un portatore di invalidità?

«Noi facciamo circa un centinaio di ricorsi all’anno, e otteniamo successo in oltre il 90% dei casi. Ci sono due aspetti a riguardo. In primo luogo l’ente erogatore, che è l’INPS, sovente non ottiene da parte del cittadino richiedente una documentazione medica tale da poter ottenere il riconoscimento del diritto. Se il Disabile si rivolge a noi in prima istanza siamo in grado, in maniera accurata, di dire all’invalido dove migliorare la richiesta, integrandola con documentazione adeguata, in modo da eliminare qualsiasi dubbio. L’altro aspetto è quello più negativo. C’è l’impressione che l’INPS, quando possa, neghi dei diritti legittimi a persone che certamente non stanno simulando in malafede patologie inesistenti».

In che senso?

«Noi dobbiamo ricordare che l’ex presidente dell‘INPS, Tito Boeri, con determina presidenziale, ha dato di fatto degli incentivi economici a quei medici dell’area medico-legale dell’INPS che avessero revocato pensioni. Questo è qualcosa che va contro il Giuramento di Ippocrate e contro anche la legge. Io sono certo che i medici dell’INPS abbiano tutti un’ottima coscienza professionale e che abbiano rispettato i loro giuramenti. Noi ci fidiamo della professionalità dei medici, però questo è stato un segnale bruttissimo».

Quindi come definisce i rapporti con gli enti erogatori?

«Ci tengo a precisare che nell’ultima riunione di ANMIC e FAND (Federazione delle Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità) con i vertici dell’INPS, abbiamo avuto parecchia collaborazione. Noi abbiamo segnalato casi di gravi ritardi nelle revisioni di Legge 104, esenzioni ticket ed accompagnamento di persone e loro hanno dato massima disponibilità e hanno lavorato sodo per risolvere i problemi. Però rimane un grosso problema a livello di personale INPS. Sono oltre dieci anni che non viene indetto un concorso di assunzione del personale ed ora, con “Quota 100” andranno in pensione circa 20 impiegati dell’INPS. Questo sarà un disastro annunciato, non ci sarà più la capacità di trasmettere l’esperienza tra un capo settore e i nuovi assunti che dovranno imparare da se. Il Disabile vero può aspettare anche più di 6 mesi per avere un riconoscimento! Io rinnovo qui l’invito ai parlamentari del nostro territorio, in particolare i rappresentanti del governo, a far si che questo concorso all’INPS venga fatto presto, perché siamo in una situazione drammatica, non solo per le persone che hanno invalidità, ma anche per le persone che vanno in pensione e hanno bisogno dell’INPS per motivi previdenziali di vario genere».

Come associazione come vi comportate nel caso in cui vi si presenti un “falso invalido”?

«Sarebbe nel peggiore interesse dell’aspirante falso invalido passare da noi, gli negheremmo la possibilità di associarsi dato che lottiamo quotidianamente, e con difficoltà crescenti, per far riconoscere diritti a chi disabile lo è per davvero. Il primo filtro che ferma il falso invalido e che fa anche risparmiare tempo e denaro all’ASST e all’INPS è proprio ANMIC,  in quanto portiamo nelle commissioni mediche solo disabili che ne hanno i requisiti. Ci sono anche casi di persone che, in buona fede, hanno  idea di avere dei diritti su delle invalidità che poi effettivamente non ci sono. Anche queste vengono fermate e scoraggiate. Questo si traduce in un grande risparmio sia per INPS che per ASST. ANMIC è già un ottimo strumento di razionalizzazione delle risorse per gli enti preposti per risparmiare tempo e denaro».

Quali sono stati i più grandi successi dell’ANMIC a livello nazionale?

«A livello nazionale tutto, e sottolineo tutto, ciò che è stato fatto in materia di disabilità è stato fatto con ANMIC. Prima della nostra associazione le pensioni di invalidità non esistevano, come non esisteva l’accompagnamento e nemmeno la legge quadro 104/92 che riguarda anche il sostegno scolastico dei minori con disabilità. Qualunque miglioramento in questa materia è stato fatto grazie a noi».

Spesso si sentono casi di abuso riguardanti l’applicazione della Legge 104. Cosa ne pensa?

«La Legge 104 è stata sicuramente un passo di civiltà molto importante, e non solo perché permette al richiedente di ottenere i tre giorni di retribuzione a carico INPS per assistere i propri cari. Dobbiamo però difenderla dagli abusi di quei ‘’furbetti’’ che potrebbero averne usufruito per motivi non legati al cura del disabile. Questi casi, isolati e minoritari in provincia di Pavia, devono essere sanzionati perché, chi l’ha giustamente richiesta, ne ha il reale e indispensabile bisogno per la loro assistenza e non si può vedere accumunato ai trasgressori».

Ritiene che il disabile, al giorno d’oggi, riesca ad integrarsi pienamente nel mondo del lavoro?

«Il disabile innanzitutto desidera essere integrato nel mondo del lavoro, cosa che purtroppo oggi è molto difficile. Talune aziende preferiscono pagare sanzioni piuttosto che ottemperare all’obbligo di assunzione nella quota disabili. Il pubblico, che dovrebbe dare il buon esempio, spesso non ottempera a  questi obblighi e i centri di collocamento mirato non sono purtroppo in grado di dare risposte a queste esigenze. Il disabile non cerca la carità, ma la possibilità di rendersi utile e dare il suo contributo creativo per lo sviluppo della società. L’esperienza mi insegna che il disabile, una volta inserito in un luogo di lavoro diventa più motivato e produttivo di un normodotato, perché vuole dimostrare il suo valore. Naturalmente se integrato in un contesto consono alle sue possibilità fisiche e non».

Da qualche mese avete inaugurato la nuova delegazione di Broni, paese tristemente famoso per i problemi causati dalla Fibronit. La scelta di aprire una delegazione in quella località è stata puramente  territoriale o anche simbolica ?

«Vista la distanza che i cittadini dell’alta Valversa dovevano percorrere per recarsi presso i nostri uffici, ho inaugurato nel mese di gennaio la delegazione di Broni, proprio per far si che diventi un centro di raccolta di tutte le problematiche del mondo della disabilità dell’Oltrepò orientale. Questo è un piccolo inizio, che però deve portare ad una rivoluzione a livello territoriale. C’è tanto lavoro da fare. Come Oltrepò, notizia confermata, abbiamo raggiunto e superato Casale Monferrato  come casi di mesotelioma. Purtroppo la situazione di Broni è diventata esemplare sotto questo profilo. Ma abbiamo scelto Broni anche per la grande disponibilità del sindaco Riviezzi, il quale ha accettato prontamente la nostra proposta».

Com’è coordinata la delegazione di Broni?

«Viene gestita dal presidente emerito provinciale Lobalbo Luigi e dal Dottor Moroni Daniele, per ora è operativa un giorno alla settimana, il venerdì mattina. Però, da come stanno andando le cose, speriamo di farla diventare operativa due o tre giorni alla settimana. Stiamo lavorando bene e le persone si rivolgono con fiducia a noi. Scoprono dei diritti che prima non sapevano di avere».

Oltrepò e barriere architettoniche: come risponde il territorio alle richieste dei disabili?

«Un’altra importante battaglia di ANMIC è appunto quella dell’abbattimento delle barriere architettoniche. Abbiamo molte storie di cui parlare che sono andate a buon fine. Per esempio a Voghera abbiamo risolto un problema inerente alla collocazione dei posti auto per disabili. Per una svista dell’amministrazione, erano stati spostati  sull’acciotolato di piazza Duomo dove i disabili  con deambulatore e carrozzina non potevano muoversi e neppure accedere al marciapiede troppo alto. Dialogando con l’assessore e il sindaco siamo riusciti a farli collocare in un punto più consono dotato di passerella transitabile dai disabili. A Broni abbiamo ottenuto dal sindaco Riviezzi la possibilità per i disabili di poter parcheggiare, senza pagare, nelle aree blu nel caso in cui non avessero trovato disponibilità nelle aree riservate».

Quindi c’è una buona risposta dalle amministrazioni locali…

«Posso dire che sia il sindaco di Broni che il quello di Voghera sono stati disponibilissimi a risolvere le problematiche dai noi segnalate. L’unico che ci ha delusi è il sindaco Ordali di Santa Maria della Versa che, di fronte al caso di una disabile del suo Comune, ci ha dato delle risposte che non abbiamo ben compreso lasciandoci perplessi. Per quel caso però ho anche interessato l’assessore regionale Bolognini e la mia amica Giusi Versace parlamentare di Forza Italia. Purtroppo, rispetto ad altre zone d’Italia, in Oltrepò siamo ancora molto indietro e non abbiamo ancora una cultura dell’integrazione del disabile. Sarà mio compito principale, anche come cittadino dell’Oltrepò, far si che questa situazione cambi».

La vostra associazione organizza anche qualche evento particolare?

«Un piccolo fiore all’occhiello della nostra associazione è il  gruppo teatrale “Aggiungi un sorriso”, con sede a Voghera, coordinato da Vincenzo Scognamiglio. è composto da volontari di ANMIC, i quali intrattengono e svolgono spettacoli per disabili ed anziani. Tra le tante attività, recentemente, abbiamo coinvolto il tenore di fama mondiale Emanuele Servidio in alcune case di cura. Abbiamo anche un gruppo di sportivi capitanati dal paraolimpico di tiro con l’arco Gabriele Ferrandi,  i quali hanno partecipato alla maratona ‘’Scarpa d’oro’’ e sono stati premiati da Giusy Versace e dall’Assessore  regionale al Welfare Giulio Gallera».

Come presidente, quali sono i suoi prossimi obbiettivi?

«Purtroppo negli ultimi 5 anni la nostra sezione è stata funestata da malattie e lutti. Abbiamo perso presidenti e dirigenti che erano di esempio per tutti noi. Il mio compito è portare AMNIC sempre più vicina ed operativa nei confronti dei cittadini più fragili. Posso dire che, sebbene sia in carica da circa 10 mesi, i risultati si vedono. Le persone che si rivolgono a noi, grazie anche al passaparola , sono in forte aumento e ormai abbiamo circa 4000 associati, ma prevediamo di aumentarli in maniera sensibile. A Voghera abbiamo chiesto al sindaco Barbieri di creare una consulta politica per l’abbattimento delle barriere architettoniche e sociali per tutti i disabili. Abbiamo già una consulta a Vigevano e a Pavia, ma una volta che otterremo Voghera, e Barbieri ci ha già dato la disponibilità, potremmo avere una consulta a livello provinciale, per arrivare su tutto il territorio e sui tutti i piccoli comuni dell’Oltrepò. Colgo l’occasione per rinnovare l’invito al sindaco Barbieri finché questa consulta venga istituita».

In dieci mesi, qual è stata la sua più grande soddisfazione come presidente?

«A livello provinciale, ma non oltrepadano, il caso che mi ha colpito di più è quello della pavese Lorena Arlati, disabile grave che era di fatto “sequestrata”  da un anno e mezzo in un appartamento privo di ascensore al quarto piano in un condominio dell’ Aler. Siamo intervenuti e l’Aler le ha dato un’altra casa al pian terreno dove la disabile può uscire con meno disagi. Poi ci sono soddisfazioni a livello amministrativo, cioè essere riusciti a stabilire un rapporto di fiducia con l’INPS e l’ASST, che si è tradotto nel veder soddisfatte le richieste delle persone colpite da disabilità. Come in tutte le cose, il rapporto umano, la fiducia e la stima hanno loro valore e portano a risultati. Devo esprimere un profondo ringraziamento verso i dipendenti di AMNIC, che sono Riccardi Davide ed Eva Maraffini, i quali sono impegnati a dare risposte a problemi profondi, in maniera professionale e molto umana, trattando le persone non come dei numeri ma come fratelli che devono essere alleviati ed accompagnati in percorsi spesso impegnativi. La più grande soddisfazione resta comunque quella di vedere gli occhi delle persone una volta che gli hai dato un sollievo o riconosciuto un diritto…».

di Manuele Riccardi

Nato a Varzi 37anni fa, ha vissuto a Torre degli Alberi nel comune di Colli Verdi e fin da piccolo giocava in cucina grazie alla passione trasmessagli dal padre anche lui cuoco. Maurizio Toscanini oggi è apprezzato chef di un noto ristorante di Torrazza Coste e segretario – fresco di riconferma - della sezione pavese della Federazione Italiana Cuochi. Dal 1995 ha frequentato il Santa Chiara di Stradella, poi ha iniziato subito la gavetta in Val Versa, è stato per un breve periodo all’estero e ha maturato altre esperienze in locali stellati Michelin tra il Veneto e il Trentino. Il cuore però l’ha riportato in Oltrepò, una terra ricca e allo stesso tempo povera, dove professionismo e dilettantismo, nel settore della ristorazione, vanno a braccetto da tempo immemore.

Toscanini, in territorio d’Oltrepò quante scuole di cucina esistono? Quante di esse riconoscono la qualifica professionale di chef?

«Premetto che la qualifica di Chef - per fortuna - non si apprende in un istituto alberghiero, ci vogliono un po’ di anni di esperienza per imparare il mestiere, perché non bastano le basi tecniche per dirigere una cucina. Comunque per chi vuole intraprendere il cammino nella ristorazione in Oltrepò sono presenti due scuole di riferimento: una è ENAIP di Voghera e l’altra è Il O.D.P.F. Santa Chiara di Stradella. Entrambe sono rivolte ad allievi che escono dalla scuola media e alla fine del loro percorso con vari stage ottengono la qualifica di operatore della ristorazione o tecnico di cucina. Poi da poco è presente un progetto in fase di sviluppo promosso dalla Università dei Sapori di Perugia che ha come sede qui in Oltrepò una cascina adiacente all’enoteca regionale di Broni, in questo istituto  troviamo corsi post diploma e post laurea mirati su molte tecniche, una scuola di alta qualità  per professionisti».

Il nostro territorio è vocato all’enogastronomia, ma l’impressione è che l’approccio dominante alla cucina sia quello “casalingo” e che gli autodidatti nella ristorazione siano in vantaggio sui “professionisti”. Cosa ne pensa?

«Ultimamente il nostro mestiere ha avuto un certo successo mediatico. Penso però che una base didattica e la gavetta siano basi che un professionista deve assolutamente  avere, oltre la passione e il sacrificio per farlo. In una azienda ristorativa sono molti gli aspetti da gestire e lo chef è il motor che deve sapere coordinare lo staff di cucina, il magazzino, fornitori. Poi deve gestire i costi del piatto e, per dirla in breve deve avere spiccate doti di problem solving. Questo si può imparare solo attraverso  esperienza e capacità gestionali, cose non impossibili per un autodidatta ma difficili. Penso che un professionista serio che si aggiorna, ricerca la materia prima migliore e segue con passione il suo lavoro è sempre in prima linea e all’avanguardia».

Quanto la tendenza al “fai da tè” influisce sul livello della ristorazione oltrepadana?

«Incide negativamente perché si creano nuove realtà che nel breve periodo hanno problemi e nella maggior  parte dei casi chiudono. Dunque il mio consiglio è sempre di contattare un professionista o l’associazione quando si vuole aprire un locale, in modo di farsi guidare per avviare al meglio la propria attività.  Solo con la concorrenza di qualità riusciamo a fare per l’Oltrepò  una bella vetrina».

Personalmente che giudizio esprime sulla ristorazione del nostro territorio? Qualche critico l’ha definita ferma agli anni 80...

«Faccio fatica a contraddirlo, purtroppo  non è un problema da poco. Perché la maggior parte dei locali hanno un tipo di menù sicuramente  buono ma non proprio in linea con le tendenze attuali. Però vedo qualche stella brillare, un piccolo segnale di cambiamento  esiste per merito di qualche giovane coraggioso e forse anche per la volontà di crescere di alcuni ristoratori e albergatori. Questo spero nei prossimi decenni porterà beneficio al nostro territorio. Puntare su formazione di qualità dei giovani, nuove tecnologie e investire sul proprio locale sono sforzi spesi bene, mette nelle condizioni di essere concorrenziali e attirare turismo».

è possibile secondo lei fare “alta cucina” con prodotti del territorio? O la logica del km0 non lo consente?

«Certo che si può, ovvio ci deve essere ricerca della materia prima di qualità. Noi abbiamo la fortuna di avere un territorio abbastanza vasto che spazia da zone pianeggianti a zone più montuose e che offrono dunque molti tipi di prodotti e soprattutto d’eccellenza. Esistono realtà agricole di successo che stanno veramente  lavorando bene con carni pregiate, verdure, frutta, formaggi, nel settore vinicolo, addirittura  da qualche anno con lo zafferano e le erbe spontanee. La logica del km0 sicuramente è una strada percorribile, ci sono locali che hanno adottato questa scelta e stanno facendo bene. Io per primo nella mia cucina adotto questa ottica».

L’impressione è che chi viene in Oltrepò a mangiare si aspetti ravioli, brasato e salumi tipici innaffiati da Bonarda e Barbera ma poco altro. Per chi esce da una scuola può essere ugualmente stimolante cercare lavoro in un ristorante oltrepadano?

«Sono luoghi comuni. Potrei rispondere che se vado in Trentino mi aspetto i canederli e speck, mentre invece è la regione con più stellati Michelin in Italia  insieme al Piemonte. Noi purtroppo non abbiamo molta attenzione dalla guida Michelin però esistono  alcuni locali che sono riconosciuti dell’Espresso, Gambero rosso, Slow food e anche altre guide. Forse per un ragazzo che vuole iniziare il mio consiglio  è prendere la valigia e guardare  fuori però penso sia stimolante anche rimanere sul territorio sempre girando qualche locale per arricchire il bagaglio  professionale. Un giovane che inizia deve letteralmente  rubare il mestiere, perché il nostro è pur sempre un lavoro artigianale e bisogna tramandare i segreti dell’arte culinaria per le prossime leve. A prescindere da dove si lavori, bisogna essere umili, metterci passione e sacrificio, essere curiosi e affamati di lavoro , imparare bene le basi perché  sono sempre utili, poi aggiornarsi e cucinare con amore. Dopotutto è la soddisfazione  di ogni cliente che ci riempie il cuore».

Parliamo della Federazione di cui fa parte: di che cosa si occupa Federcuochi?

«La nostra è una  associazione  di categoria e si pone come riferimento  sul territorio. Ha delle missioni prioritarie che sono tutelare la figura professionale del cuoco, aggiornare i professionisti attraverso i corsi e sensibilizzare i giovani alla formazione  continua. Tutelare le risorse alimentari del nostro territorio e della nostra tradizione. Il mio ruolo in particolare prevede di supportare il lavoro del presidente nel promuovere eventi, organizzare e gestire l’associazione insieme al direttivo».

Che tipo di iniziative organizzate?

«Il 13 maggio avrà luogo il terzo memorial Egidio Rossi a Carbonara il Ticino, gara goliardica tra professionisti come tema il  risotto. Poi ci sono in programma diversi corsi di aggiornamento  professionale  con esponenti  nazionali della Federazione e non solo per essere sempre all’avanguardia. Il concorso allievo dell’anno e altre iniziative a livello locale dove viene richiesta la nostra presenza, la festa del nostro santo patrono ed infine il gran galà dei cuochi, dove premiamo i nostri colleghi che si sono distinti nell’anno, i premi alla carriera ed infine con la torre bramante un personaggio  dello spettacolo legato al mondo culinario».

di Christian Draghi

La cronaca  ci racconta molto spesso e sempre più frequentemente di violenze inaudite indegne di un Oltrepò civile, come pensavamo fosse, finalmente, diventata la nostra terra. Forti  dei diritti umani finalmente riconosciuti e raggiunti. Ma  oggi, anziché osservare comportamenti virtuosi consoni alle conquiste civili civiche e umane,  siamo immersi in una sorta di marasma di odio, di cattiveria che non s’era mai visto. La violenza impera dai dibattiti sui social alle scuole materne ed anche alle case di riposo .  Si dirà che l’uomo ha dato il peggio di sé nei secoli,  come la storia insegna. Nulla di nuovo, dunque. Eppure nessuno mi toglie dalla testa che questi atti inconsulti  e  perfidi senza senso e  senza scopo , sia dovuta a una  qualche alterazione della psiche .  Non naturale ma indotta. Assistiamo a quanto di peggio si possa pensare  a livello personale e collettivo, sebbene  in  gruppi circoscritti.

In Oltrepò la cronaca racconta che ci sono maestre che picchiano i bambini a loro affidati, assistenti sanitari che umiliano, maltrattano e picchiano anziani, malati e diversamente abili,  figli che malmenano genitori, genitori che malmenano figli perchè piangono e sono fastidiosi.  Ragazzini che per passare il tempo si divertono a fare stalking  e molestie a vari livelli verso loro  simili fragili e indifesi per puro divertimento. Spesso si scopre che in realtà molti sapevano ma nessuno parlava. E, allora c’è da chiedersi perché nessuno prende a cuore veramente  questa piaga sociale che ci sta distruggendo.  Con molta probabilità, quello che emerge è solo la punta dell’iceberg. Quelli raccontati e divulgati dai media sono eventi marginali e sopratutto non co toccano direttamente, anche se avvengono a pochi kilometri a poche centinaia di metri da casa nostra. 

E così ce ne laviamo le mani. 

In Oltrepò si ricordano i delitti degli anni 60-70-80 ed anche 90,  ancora oggi  vividi nella memoria della gente.   Perchè davvero rari se non  occasionali . Quelli attuali  probabilmente saranno destinati a cadere nell’oblio, per assuefazione.  L’eco emotiva è scandita dai mezzi di comunicazione. Tutto l’apparato mediatico emotivo sembra somigliare più ad un immenso metabolizzatore di violenza  piuttosto che a un libro in cui viene impressa la memoria. Immagini, suggestioni che appaiono e scompaiono con tale  velocità da dimenticare e sovrascrivere continuamente un’emozione con quella successiva.

E questo è il pericolo vero.

Il pettegolezzo non è solo un 'vizio' tipicamente femminile, ma piace a tutti, indipendentemente dal sesso e dall'età. In media il gossip ci impegna 52 minuti al giorno. Lo mostra il primo studio del genere, condotto dall'università della California di Riverside e pubblicato sulla rivista Social Psychological and Personality Science.

In particolare si è visto che le donne non 'sparlano' per demolire qualcuno più degli uomini, che le persone meno ricche non lo fanno più di chi è abbiente, e che i giovani invece lo fanno più dei vecchi. Nella ricerca è stato classificato come gossip il parlare di qualcuno che non è presente, il che può essere fatto in modo positivo, negativo o neutro. Allo studio hanno partecipato 467 volontari, di cui 269 donne e 198 uomini, tra i 18 e 58 anni, che dovevano indossare un apparecchio portatile di ascolto, che registrava il 10% delle loro conversazioni nell'arco della giornata.

In questo modo hanno rilevato 4000 esempi di gossip, cioè conversazioni su persone assenti, classificandole a seconda dell'argomento, della familiarità o celebrità, e del sesso della persona con cui si parlava. E' così emerso che circa il 14% delle conversazioni erano dedicate al gossip o quasi un'ora nell'arco di 16 ore, che i giovani parlano male di qualcuno più degli anziani, e che quasi i 3/4 del gossip era neutro, mentre i pettegolezzi negativi erano il doppio di quelli positivi.

In gran maggioranza si parlava di persone conosciute, e non di celebrità, e si è visto anche che le persone estroverse lo fanno più di quelle introverse, mentre le donne 'spettegolano' più degli uomini, ma solo in senso neutro, cioè per condividere informazioni. Infine, contrariamente alle apparenze, i più ricchi ed istruiti non sono immuni dal gossip, anzi, lo fanno quanto e come i più poveri e meno istruiti.

Sono in calo non solo gli italiani convinti della necessità di prendersi cura della natura e della biodiversità, ma anche quelli che ritengono questo atteggiamento essenziale per affrontare questioni come il cambiamento climatico. Questa l'indicazione che emerge dal rapporto di Eurobarometro sugli europei e l'attitudine verso la biodiversità.

Solo il 60% degli italiani intervistati si dice 'totalmente d'accordo' con l'affermazione 'abbiamo la responsabilità di prenderci cura della natura', dato in calo del 5% rispetto al precedente Eurobarometro del 2015, che piazza l'Italia penultima in Europa. Aumentano però coloro che sono 'tendenzialmente d'accordo' (+3%). Lo stesso accade con la responsabilità verso la natura e i cambiamenti climatici, con la diminuzione dei più convinti a favore di opinioni più sfumate.

"La sicurezza stradale è al centro delle priorità delle istituzioni a tutti i livelli, soprattutto da quando i dati sugli incidenti mortali sulle strade sono in forte crescita": nasce da questo ragionamento il Conass, Il Comitato nazionale per la sicurezza stradale. Presidente è Ivan Basso, gloria del ciclismo nazionale e vincitore di due Giri d'Italia, recentemente nominato dal 'Progetto Scorta' ambasciatore della sicurezza dei ciclisti 2019.
    Nel Consiglio direttivo, Basso è affiancato dagli avvocati Francesca Caruso e Giuseppe Redaelli. "La maggioranza degli incidenti gravi trova origine da comportamenti scorretti posti in essere da parte di tutti gli utenti della strada, siano essi conducenti di mezzi a due o quattro ruote, motorizzati o no - sottolinea l'ente -. L'obiettivo che si pone il Comitato è un confronto tra tutti gli utenti della strada".

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