Martedì, 16 Luglio 2019
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La storia di Ballabio winery parte da molto lontano, dal 1905, quando Angelo Ballabio decise di fondare una delle prime aziende italiane che producesse il Metodo Classico, la prima a tracciare la strada della vocazionalità che ha legato il Pinot Noir al territorio casteggiano. Angelo fu un uomo buono, semplice e con una preparazione fuori dal comune, arrivata da una vita intera spesa a fare il miglior vino possibile. Ancora oggi l’intento dell’azienda è quello di produrre un Metodo Classico in grado di esprimere ed esaltare le caratteristiche dei vigneti locali. A parlare oggi è Mattia Nevelli, giovane venticinquenne, che si occupa attualmente della parte commerciale dell’azienda.

Ci racconta come è nata questa importante azienda?

«La storia nasce ancora prima. Bisogna infatti partire dall’incontro tra l’enologo Angelo Ballabio e Pietro Riccadonna: i due diventati grandi amici, hanno iniziato a studiare e sperimentare il Metodo Classico. Entrambi hanno lavorato per fondare la Svic, la società vinicola di Casteggio, che era diventata famosa per il suo spumante e di cui avevano addirittura messo la targhetta sulla statua della libertà di New York. Più tardi le strade dei due si dividono e Angelo fonda l’azienda Ballabio e si mette a produrre diversi vini, tra cui il bianco fermo ‘Clastidium’ che avrà un certo successo. Così si crea una certa notorietà come enologo e per i suoi prodotti. Il suo riconoscimento più importante era stato quello di diventare fornitore della casa del Duca d’Aosta».

Poi la tradizione viene tramandata…

«Sì, al figlio Giovanni, anche lui enologo, che aveva fondato il Consorzio insieme naturalmente ad altri soci. Lui però non aveva figli e dopo la sua morte l’azienda rimase inoperosa per circa vent’anni. Il marchio Ballabio era quindi sceso proprio perché non si produceva più».

Veniamo agli anni Ottanta.

«Il momento in cui due amici, che all’epoca facevano lavori completamente diversi (e che poi in futuro sarebbero diventati miei nonni!) decisero di investire nel vino e di comprare il marchio “Angelo Ballabio”. Avevano una grande passione per il vino e scelsero di iniziare questa avventura, mettendo all’interno dell’azienda, verso la fine degli anni Ottanta, mio padre e mia madre, che ancora non si conoscevano. Successivamente entreranno in azienda anche mio zio e mio cugino, che lavorano attualmente lì. Pian piano tutte queste persone hanno cercato di far rifiorire l’azienda, con sacrificio e impegno. La prima cosa fatta è stata rimettere in sesto i vigneti e una parte di cantina. Poi si è cominciato con la produzione e vendita dei vini sfusi e di un po’ di bottiglie».

La ripartenza è stata ancora con il Metodo Classico?

«No, all’inizio si produceva la bonarda e altri vini. La svolta è avvenuta nel 2002, quando mio padre ha conosciuto Arturo Ziliani, proprietario di Berlucchi. Berlucchi quindi è arrivato in Oltrepò Pavese per fare Pinot Nero, perché all’epoca la Berlucchi non era della Docg Franciacorta e poteva comprare i vini e vinificare in altre zone per il loro spumante. Da quel momento quindi la Ballabio diventa “centro vinificazione italiano Berlucchi”, uno dei tre centri in tutta Italia. Loro quindi hanno “affittato” la nostra cantina per produrre Metodo Classico e noi non potevamo fare altri vini del Metodo Classico. Mio padre ha davvero imparato tanto in quel periodo e si era fatto una gran bell’esperienza su come si producevano vini di quel tipo, sui vigneti migliori della zona e tante altre cose. Si è fatto una cultura su un mondo che fino a quel momento non conosceva alla perfezione. Il Metodo Classico è un vino speciale, che non segue il procedimento di produzione di altri vini. Percorre una strada a sé».

La collaborazione con Berlucchi fino a quando c’è stata?

«è terminata nel 2010, perché la Berlucchi è rientrata nella Docg e non poteva più comprare vini da altre zone, e mio padre ha quindi potuto iniziare con il suo Metodo Classico, chiamato Farfalla».

Come mai questo nome?

«Perché la prima vigna che ha utilizzato di Pinot Nero per le prime tremila bottiglie ha la forma di due triangoli che visti dall’alto sembrano le ali di una farfalla. Siamo appunto partiti nel 2010 con quel quantitativo e poi siamo cresciuti. Attualmente siamo sulle 40 mila bottiglie. Il nostro prodotto è cresciuto ed è stato molto apprezzato negli anni. Nel 2020 le bottiglie saranno 45 mila».

Mattia, quando è entrato anche lei in azienda?

«Nel 2016. Ho studiato Enologia a Piacenza e sono praticamente nato in questa azienda anche se non ci lavoravo… sono sempre stato appassionato di questo mondo, una passione che mi hanno trasmesso sicuramente i miei genitori. Nell’azienda mi occupo della parte commerciale, anche se ho iniziato in cantina vera e propria, perché se devi parlare di vino devi assolutamente sapere come si fa».

Parlava prima del successo crescente del vostro vino.

«Sì, è un prodotto che piace, in tutti i sensi. Piace naturalmente il vino, piace il nome semplice e piace anche il packaging. È un prodotto particolare, perché la maggior parte degli spumanti italiani non sono mai 100% Pinot Nero: invece il nostro è come in pochissimi in Italia, come pochissime aziende sono specializzate in Metodo Classico. Noi da un paio d’anni a questa parte abbiamo scelto di specializzarci solo in questo e facciamo la linea Noir Collection, che comprende Extra Brut, Nero Dosage e Rosè. Noto poi che il mercato della ristorazione, dei bar e delle enoteche sta diventando sempre più specializzato: vanno sempre più alla ricerca di prodotti di nicchia e quindi, secondo me, un’azienda che si propone con un singolo prodotto viene vista meglio di un’altra che ha quaranta vini diversi. Tanta gente che prima non ci considerava adesso ci considera di più».

Il vostro mercato è sia italiano che estero?

«Per il momento solo Italia e soprattutto il nord, perché le bottiglie sono poche. Cresciamo in questo senso in concomitanza con la crescita delle bottiglie. L’obiettivo è fare bene il mercato italiano: se in futuro ci saranno i presupposti vorremmo andare oltre al nord Italia e arrivare a Roma. Qual cosina già facciamo, ma mi piacerebbe fare di più. Per l’estero il Metodo Classico non ha ancora l’appeal giusto, come per esempio il prosecco. Non è ancora il momento quindi».

Il fatto di avere l’azienda in Oltrepò rappresenta un ostacolo per farsi conoscere?

«No, anzi. C’è considerazione anche perché il nostro territorio viene riconosciuto come la patria del Pinot nero. Nel nord Italia quando vado in giro e parlo di Pinot Nero vedo che è davvero molto apprezzato».

di Elisa Ajelli

L’attività di calzolaio, detto anche ciabattino, è uno dei mestieri più antichi al mondo. In passato le botteghe dei ciabattini, come una volta erano preferibilmente chiamati,  erano considerate praticamente indispensabili: costruire delle scarpe era molto dispendioso a causa degli elevati costi delle materie prime, per cui era necessario ripararle più volte, cambiando le parti usurate e usando le scarpe praticamente fino ad esaurimento. Il Novecento, con la massiccia diffusione dell’industrializzazione in tutti i campi, avvia la lavorazione industriale anche nel campo delle calzature.

Con l’aumento della richiesta del nuovo tipo di scarpe, la produzione si sposta dalle botteghe artigiane alle nuove fabbriche, assottigliando prima e facendo praticamente sparire poi, tutta una serie di abili artigiani, una parte dei quali andò a lavorare nelle nuove strutture industriali. Con la costante crescita dell’industria calzaturiera il mestiere di calzolaio si ridusse al lumicino, restando, ai pochi artigiani rimasti in attività, soprattutto la riparazione delle scarpe usurate ai piedi delle fasce più deboli della popolazione.

Come è avvenuto per altri settori, la politica dell’usa e getta ha mandato anticipatamente in pensione i bravi calzolai. In questi ultimi anni, però, si assiste ad un timido rifiorire di antiche professioni considerate ibernate se non addirittura scomparse. In un periodo di crisi economica come quello che si sta attraversando, il mestiere di calzolaio sembra stia silenziosamente tornando in voga, anche se in maniera aggiornata. Secondo alcune indagini condotte in questi ultimi anni da alcune importanti testate giornalistiche italiane, i giovani sembra stiano riscoprendo con piacere gli antichi mestieri di un tempo e, tra quelli più in voga, c’è proprio la professione del calzolaio.

A Rivanazzano Terme Alessandro Zanirato è uno di quei giovani che ha ripreso l’antica arte del calzolaio in una piccola bottega del centro storico.

Zanirato, da quanto tempo fa questo lavoro e come mai ha deciso di riportare alla luce una professione, si può dire, un po’ dimenticata?

«Ho aperto questo negozio nel 2007 ma questa non è la mia prima professione. Io ho studiato a Valenza, mi sono diplomato in Arte orafa e ho lavorato in un’azienda per una decina d’anni. Poi c’è stata una crisi profonda del settore dell’artigianato orafo ed ho quindi deciso di reinventarmi in un altro lavoro. Diciamo che la mia famiglia  ha sempre commerciato in calzature. Il mio bisnonno e poi mio nonno, mia mamma e adesso mia sorella, hanno sempre avuto un banco di scarpe qui al mercato locale. Erano anni che a Rivanazzano mancava il ciabattino e le persone, quando acquistavano le scarpe di buona qualità dai miei, chiedevano sempre dove potevano portarle poi a rifare il tacco o qualche altra riparazione. Così decisi di provare a svolgere questa professione ed eccomi qui».

Come ha imparato il mestiere, ha seguito qualche corso o è andato “a bottega” da un artigiano?

«Ho imparato le basi da un ragazzo di Voghera che aveva già questa attività e poi, avendo abilità manuale, che è la cosa più importante nel campo dell’artigianato, tante cose le ho imparate con la pratica. Il lavoro mi piaceva ed ho quindi deciso di aprire la mia bottega».

Ha avuto subito successo oppure a faticato a far conoscere il suo mestiere?

«All’inizio ho dovuto farmi conoscere perché le persone non erano abituate ad andare dal calzolaio qui a Rivanazzano, però poi, nel giro di poco tempo, l’attività si è ben avviata».

Un tempo si facevano riparare spesso le scarpe, poi con  il boom del consumismo, le calzature venivano usate per un po’ di tempo e poi buttate direttamente nella spazzatura. In questi anni la gente è ritornata a richiedere le riparazioni?

«Negli ultimi anni c’è stato un discreto ritorno. Il problema di adesso è l’invasione del mercato delle calzature di scarsa qualità, di produzione straniera come quelle cinesi che non si possono riparare per via dei materiali utilizzati e poi, diciamolo, hanno un costo talmente basso che, a volte, costa di più la riparazione che la calzatura stessa.

Io raccomando sempre ai miei clienti di valutare bene ciò che comprano al momento dell’acquisto, perché una scarpa di scarsa qualità dura pochissimo. è molto meglio comprare qualche paio di scarpe in meno ma di fattura più pregiata perché durano nel tempo. Ho alcuni clienti che hanno comprato anni fa il classico mocassino di pelle e che tutt’ora lo indossano portandolo periodicamente a far manutenzione nella mia bottega».

Quali sono le riparazioni più comuni che le vengono richieste?

«In genere tacchi, risuolature, cambio della fodera nella parte interna della scarpa, fino alla tintura del pellame. Da qualche anno poi mi sono specializzato nel rivestimento di selle da moto e nella manutenzione di stivali da motociclista essendo questa una zona che ha una tradizione nella passione per le motociclette. Devo dire che questo tipo di lavoro sta funzionando bene e sono molto contento».

Ha qualcuno che l’aiuta o fa tutto da solo?

«No, lavoro da solo e il mio lavoro mi dà molte soddisfazioni. Come tutte le attività in proprio, bisogna fare dei sacrifici, bisogna avere una buona manualità, non ci sono orari, a volte si fa molto tardi la sera per  rispettare le consegne. Però, lavorando con passione, si ottengono i risultati. Bisogna che i giovani tornino a riscoprire  l’artigianato riportando in vita lavori di nicchia che hanno, per contro, un grande mercato. Le faccio un esempio. A Rivanazzano non c’è nessuno che ripara le biciclette, bisogna recarsi a Voghera. Sa quanta gente mi chiede dove può portare ad aggiustare la bicicletta?».

Spesso e volentieri le scarpe vengono maltrattate, non vengono mai lucidate e a volte si ripongono in modo sbagliato, ha qualche consiglio da esperto da regalare ai nostri lettori?

«Dico sempre ai miei clienti che il lucido non fa male alle scarpe (ride). è importante dedicare del tempo alle nostre calzature. Bisogna pulirle con un panno e lucidarle bene. In questo modo si nutre la pelle e la calzatura cambia faccia e si conserva meglio. Sarebbe importante anche riporre le scarpe alla fine di una stagione mettendo all’interno un’armatura o della carta che conserva perfettamente la forma».

Progetti futuri?

«Mi piacerebbe incrementare il lavoro di rivestimento delle selle da motociclista che mi sta dando molte soddisfazioni. Vorrei produrle personalizzate, su richiesta del cliente. Si possono usare materiali e rifiniture particolari con molta attenzione ai dettagli. Questo lavoro  stimola molto la mia creatività e penso che sarò sempre più all’avanguardia nel settore».

  di Gabriella Draghi

  Lo smog e l'inquinamento domestico mettono a rischio la salute: arriva dai ricercatori dell'Università Cattolica un decalogo per difendersi: le raccomandazioni sono scaturite dal progetto d'Ateneo ANAPNOI che ha coinvolto due gruppi di ricerca in Fisica Ambientale e Fisica della Materia del Dipartimento di Matematica e Fisica di Brescia, la Facoltà di Sociologia di Milano, di Scienze agrarie, alimentari e ambientali di Piacenza e Farmacologia e Igiene, della Facoltà di Medicina e chirurgia - Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS di Roma. Innanzitutto occorre ventilare gli ambienti domestici almeno una volta al giorno, per un minimo di 20 minuti, preferibilmente utilizzando le finestre che non affacciano su strade trafficate.
    È preferibile aerare la casa nel pomeriggio, poiché il livello di particolato all'esterno è in genere inferiore rispetto al mattino. Durante la cottura dei cibi usare la cappa, e aprire le finestre dopo la cottura. Aerare la casa anche durante e dopo pulizie, attività di lavaggio e stiratura, o di bricolage, etc, o utilizzo di disinfettanti e altri prodotti chimici.
    I tappeti possono essere una trappola per il particolato e causarne il risollevamento: pulirli con aspirapolvere dotato di filtro per il particolato almeno una volta alla settimana.
    Pulire periodicamente anche divani, tende, materassi e arredi in tessuto. L'impiego di purificatori d'aria può essere utile per abbassare la concentrazione di particolato all'interno della casa. Evitare, inoltre, l'utilizzo di profumatori dell'ambiente.
    No a caminetti, stufe a legna o a "pellet" come fonte principale di riscaldamento. Controllare che la temperatura e l'umidità dell'aria non siano eccessivamente elevate né basse.
    Non fumare in casa, specie se vi vivono bambini, donne in gravidanza e soggetti con patologie respiratorie. Stare all'aperto trascorrendo del tempo in parchi e zone verdi della città, oppure nei boschi e in campagna.

La mela, il frutto che secondo il famosissimo detto popolare, ingerita una volta al giorno dovrebbe togliere il medico di torno, forse non fa così bene come uno si aspetterebbe. Ad affermarlo è il Codacons in una nota. "Recenti studi - si legge ancora nella nota dell'associazione - hanno verificato come sulle bucce delle mele comunemente in vendita presso i negozi ed i supermercati italiani si trovino tantissimi pesticidi (più di 10) utilizzati di frequente. I risultati dimostrano il fatto che in nessun caso vengono superati i limiti massimi previsti per legge per la presenza del singolo pesticida, ma la presenza di molteplici sostanze chimiche può portare al fenomeno del cosiddetto multiresiduo".

"Se infatti le singole presenze di pesticidi possono non essere in violazione con la legge - spiega il Codacons - la sommatoria tra i vari pesticidi presenti può provocare seri problemi all'organismo umano. Il fenomeno necessita di un deciso intervento del Ministero per le politiche agricole, che vada a normare tale aspetto, altrimenti sottovalutato".

"Presenteremo - conclude - un esposto in Procura della Repubblica al fine che vengano accertate eventuali violazioni.

 Le eccellenze enogastronomiche, oltre ad essere una rilevante risorsa economica per l'Italia, "rappresentano una straordinaria occasione per valorizzare il potenziale dei nostri territori sotto il profilo paesaggistico, storico-culturale e turistico. E il vino è sicuramente uno dei settori trainanti del nostro agri-food, sia a livello nazionale che internazionale e può essere davvero la leva per l'avvio di un processo di sviluppo dei territori". Cosi' il ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, Gian Marco Centinaio, oggi ad un Question time alla Camera.

Il ministro Centinaio ha quindi ricordato l'impegno profuso dal ministero in tema di promozione vitivinicola: "d'intesa con le Regioni, e con il coinvolgimento di tutti i rappresentanti della filiera lo scorso 12 marzo ho sottoscritto il Decreto sulle Linee guida e indirizzi in merito ai requisiti e agli standard minimi di qualità per l'esercizio dell'attività enoturistica", con l'obiettivo di "creare un sistema che possa raccordare le diverse attrazioni turistiche intorno all'enogastronomia". "Si tratta di un grande successo - ha sottolineato il ministro - fortemente strategico per l'economia del nostro Paese". Il testo del decreto, ha aggiunto, "è attualmente al vaglio della Corte dei Conti per la prossima pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale". Un progetto che "si pone anche l'obiettivo di promuove la conoscenza delle produzioni vitivinicole all'estero, al fine di attrarre la domanda turistica nelle aree interne e rurali del nostro Paese".

Sempre in tema di promozione vitivinicola, Centinaio ha anche ricordato che "il Ministero è impegnato all'attuazione dell'OCM vino. In base a tale norma e al Piano nazionale di sostegno del settore vitivinicolo sono erogati annualmente circa 100 milioni di euro di contributi per la realizzazione di iniziative di promozione del vino presso i mercati dei Paesi terzi, contributi che coprono i costi sostenuti dai beneficiari al 50%". 

Una crescita del 7,5% del fatturato sul 2017, del 3,7% per l'occupazione e del 25,9% per gli investimenti. Sono i dati delle principali società italiane del settore vitivinicolo, che fanno del 2018 un anno da record. Sono stati raccolti e elaborati dall'Area studi Mediobanca su 168 principali aziende italiane di settore che nel 2017 avevano fatturato più di 25 milioni di euro.

Il fatturato cresce grazie alla buona performance dell'export (+5,3%), ma soprattutto al contributo delle vendite domestiche (+9,9%). Punta del settore si confermano le aziende venete, piemontesi e toscane. Anche l'aggregato dei 14 maggiori produttori internazionali quotati è in crescita e c'è ottimismo sulle aspettative di vendita per il 2019.

Il maggiore sviluppo nel fatturato lo registrano le cooperative (+9,2% sul 2017), trainate dal mercato interno (+13,6%).

Le spa e le srl sono in crescita del 6,7% (+7,0% all'estero), mentre gli spumanti e i "vini non spumanti" crescono del 7,1% e del 7,6%, i primi grazie all'export (+7,2%) e i secondi spinti dalle vendite domestiche (+10,8%). Per l'occupazione la crescita vede in testa le spa e srl (+6,1%) e gli spumanti (+5,8%) davanti ai "vini non spumanti" (+3,4%). Meno netto l'incremento della forza lavoro per le cooperative (+1,6%). Per gli investimenti a distinguersi sono i "vini non spumanti" (+30,4%), seguiti dagli spumanti (+10,8%). Per il 2019 l'82,6% degli intervistati prevede di non subire un calo delle vendite, il 10,5% crede in un aumento del fatturato in doppia cifra e il 17,4% si aspetta una flessione dei ricavi.

I dati relativi all'affidabilità creditizia confermano la solidità delle imprese vitivinicole: nel 2017 il 70% delle ricade nella classe investment grade, il 28,6% in quella delle imprese intermedie e il residuo (1,2%) in quella delle fragili.

Le aziende vinicole italiane segnano all'estero un incremento delle vendite del 5,3% sul 2017, in Asia (+42,2% sul 2017, per un totale pari al 5,7% del fatturato estero), in Sud America (+11,9%, l'1,6% del totale) e in Nord America (+3,9%, 32,3% del totale). È però nei Paesi Ue dove si concentra gran parte dell'export (+5,6%, 52% del totale). I principali Paesi stranieri di cui i nostri produttori temono maggiormente la concorrenza sono Francia e Spagna con una quota del 25,7% ciascuno e Cile (12,1%), seguono Usa (7,9%), Australia (7,1%), Germania (3,6%). Le prime nazioni nelle quali i nostri produttori vorrebbero esportare e incrementare la propria presenza sono: Cina (7,7%), Messico (6,8%), Australia (6,0%), India (5,1%). Le esportazioni in Cina si attestano mediamente attorno all'1,9%, con quota massima pari al 10%. Il 37,7% degli intervistati vede nella produzione ecosostenibile il principale driver futuro del vino.

"Metto in vendita Esino Lario" dice il sindaco Pietro Pensa, una provocazione per attirare l'attenzione sul problema dello spopolamento dovuto alla mancanza di servizi e lo fa letteralmente mettendo un prezzo al palazzo del Municipio del paese in provincia di Lecco (200 mila euro), al cartello in legno posizionato proprio all'ingresso del paese (1.250 euro) e facendo il 3x2 dei lampioni, aprendo alla raccolta delle manifestazioni di interesse, il primo passo per eventualmente reperire risorse con un'asta pubblica.
    "Non è un messaggio di emergenza, di piagnisteo ma un messaggio positivo: Esino è un paese che ha fatto tantissimo con poche risorse. Nel 2016 abbiamo ospitato il convegno mondiale di Wikimania - ricorda il primo cittadino - abbiamo fatto il teleriscaldamento a biomasse, le luci al led, il wifi nelle principali zone del paese. Siamo disposti a sacrificare qualcosa per permettere ai cittadini di rimanere nel loro paese" anche mettere in vendita la piazza principale del paese.

Il Comune di Voghera aderisce domenica 7 aprile alla Giornata del Verde Pulito promossa da Regione Lombardia. Qualunque associazione o gruppo di cittadini volontari possono farsi carico di pulire una zona di citta'.

L'ufficio Ambiente quest'anno partecipera' con un gruppo di volontari di Anppe, Alpini e alcuni giovani alla pulizia di via Italo Betto (zona Campoferrp) domenica dalle 9.30 alle 12 circa. Il punto di incontro sarà direttamente in loco. Per tutta la durata del mese di aprile fino agli inizi di maggio sono in programma incontri e progetti sul tema ambientale, anche in concomitanza con "Earth day", di cui vi informeremo a breve.

Quest'anno Regione Lombardia ha chiesto ai Comuni di raccogliere immagini delle iniziative al fine di dare un premio all'iniziativa piu' bella. Pertanto chi volesse potra' inviare le immagini a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., ed a nostra volta verranno spedite a Regione Lombardia.

INVIATE I VOSTRI COMUNICATI LE VOSTRE NEWS INERENTI ALL'OLTREPÒ A "IL PERIODICO NEWS" , ALL'INDIRIZZO MAIL : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

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