Venerdì, 19 Aprile 2019
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Ricostruire la vita di questo curioso personaggio risorgimentale non è stato affar semplice.

Sebbene oltrepadano di nascita e di morte, Scarabelli trascorse la propria vita in giro per l’Italia, lasciando pochissime tracce sul territorio pavese. Questo ha causato il disseminarsi di informazioni in archivi e documenti sparsi per tutta la penisola, a discapito di quelli situati sul territorio natale.

Carlo Scarabelli nacque a Pizzofreddo, frazione di Soriasco (poi Santa Maria della Versa), nel 1838 da Paolo e Giovanna Groppi. Nonostante le origini contadine, vantava già un personaggio illustre nella parentela: era nipote di Luciano Scarabelli, (Pizzofreddo , 1806 – Piacenza, 1878), noto letterato, studioso dantesco, politico e professore di estetica all’Accademia di belle arti di Bologna.

In giovane età si trasferì a Pavia per intraprendere gli studi alla facoltà di Legge. Essendo cugino di Luigi Castellazzo (ufficiale garibaldino dalle idee federaliste) frequentò spesso i salotti pavesi, stringendo amicizia con la famiglia Cairoli. Proprio in questo periodo Scarabelli, già caratterialmente rivoluzionario, fu affascinato dalla corrente mazziniana. Fu così che nel 1860 seguì Benedetto Cairoli e Luigi Castellazzo nell’impresa di Garibaldi. Con grande rammarico non riuscì ad imbarcarsi a Quarto con la spedizione dei Mille. Superando numerosi ostacoli raggiunse Genova il 9 giugno, aggregandosi ad altri 1200 volontari pronti a partecipare alla spedizione Medici, la terza in supporto ai Mille. Nella notte tra il 9 e il 10 giugno si imbarcò sul piroscafo mercantile Washington, sbarcando a Marsala qualche giorno dopo, giusto in tempo per aggregarsi alle truppe che si stavano organizzando per la valorosa azione militare in Calabria. Il 1 ottobre 1860 venne ferito a Maddaloni, insieme al cugino Luigi, durante la cruenta Battaglia del Volturno. Tale vittoria garibaldina fu essenziale per l’unità d’Italia ed in merito a ciò ottenne la promozione a sergente furiere. Durante l’esperienza garibaldina strinse amicizia con Felice Cavallotti e rafforzò i suoi rapporti con Benedetto Cairoli.

Al termine degli eventi bellici non fece mai inutilmente vanto della sua avventura, com’era invece prassi per molti altri reduci. Ritornato a Pavia si laureò in legge nel 1863, discutendo la sua tesi dal titolo “Proibità e Lavoro”. Neolaureato ottenne immediatamente dal Tribunale di Voghera l’affidamento della difesa di un suo concittadino di Pizzofreddo, accusato di un terribile fatto di sangue.

Il caso che gli venne presentato non era complesso, ma la condanna del suo assistito era praticamente contata. Con lo stupore di tutte le parti in causa, Scarabelli in primis, l’accusato venne scagionato. Il giovane avvocato però non accettò moralmente la sentenza, essendo a conoscenza della colpevolezza del suo assistito. Dopo il processo, l’avvocato convocò il suo assistito, gli strinse in mano una cospicua somma di denaro (presumibilmente la parcella della causa) e gli impose di lasciare il paese. Terminò così la sua breve ma vincente esperienza giuridica.

Nel 1871 intraprese la carriera da statale presso il Ministero delle Finanze. Stimato dalla politica per la sua preparazione e per la sua conoscenza delle problematiche amministrative, rifiutò i corteggiamenti del Presidente del Consiglio Agostino Depretis, il quale desiderava fortemente candidarlo come deputato nel vicino collegio di Castel San Giovanni.

Iniziò come segretario d’intendente di finanza a Grosseto, nel 1875. Successivamente venne trasferito a Campobasso e poi ad Ancona. Nel 1889 venne nominato Capo di Gabinetto del sottosegretario di Stato, On. Paolo Carcano e, sempre nello stesso anno, venne nominato Cavaliere. Successivamente divenne funzionario del Ministero delle Finanze, ottenendo delicate mansioni sia in Italia che all’estero

Con la promozione ad intendente di finanza diresse le intendenze di Reggio Emilia (1896-1899), Pisa (1899-1905), Ancona (1905-907) e Milano (1907-1912).

Su proposta del Ministero delle Finanze, con decreto dell’8 giugno 1897, venne promosso al grado di Ufficiale e, tre anni più tardi, a Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Scarabelli non si sposò mai, pur avendo un’impegnativa vita mondana. Si trasferì parecchie volte, dividendosi tra le sedi delle sue intendenze, Pizzofreddo e Porto Santo Stefano, seguito dalla sua fedele domestica Agata Pulitini.

Il 10 maggio 1910, nell’anniversario dell’ingresso di Garibaldi a Palermo, il personale finanziario della Città e della Provincia di Milano gli conferì una medaglia d’oro quale unico superstite del 1860 nella famiglia finanziaria della provincia milanese.

Raggiunta l’età della pensione nel 1912, ritornò in pianta stabile a Pizzofreddo, senza farsi mancare qualche soggiorno nell’amata Porto Santo Stefano. Nonostante l’esigua pensione rifiutò numerose richieste effettuate dalle varie aziende locali, le quali volevano avvalersi della valida consulenza fiscale dell’ex intendente, affermando che «come pensionato dello Stato non poteva mettersi contro lo Stato».

Morì nella frazione natia, il 20 settembre 1922. I suoi resti riposano nel Cimitero di Soriasco accanto al nipote Paolo Scarabelli, sergente del 9° reggimento d’artiglieria, morto tragicamente nel maneggio del cavallo a soli 22 anni. L’equipaggiamento utilizzato da Scarabelli durante la spedizione garibaldina, ossia la borraccia, la divisa, due sciabole e la corrispondenza con Vittorio Emanuele II e con altri protagonisti del risorgimento, vennero donati alla nazione dalla sua ultima nipote diretta e sono tutt’ora conservati presso il Museo del Risorgimento nel Castello Sforzesco di Milano. Il nome di Carlo Scarabelli è strettamente legato alla località di Porto Santo Stefano, paese che visitò per la prima volta nel 1875 quando venne trasferito come funzionario a Grosseto. Si innamorò da subito di quella terra, facendovi ritornò parecchie volte. Si fece subito ben volere dalla popolazione, strinse amicizie con i personaggi più influenti e, carpite le caratteristiche del territorio, il 28 luglio 1878 tenne una conferenza “Sull’avvenire di Porto Santo Stefano”, col la quale espresse le proprie tesi sulle potenzialità turistiche di questo piccolo porto tirrenico. Inizialmente soggiornava nei pochissimi alberghi del luogo, in quanto la zona non era ancora un’affermata località turistica, ma successivamente acquistò un terreno in riva al mare, sul quale costruì un villino dove soggiornarvi durante la stagione estiva: tale proprietà venne rinominata “Punta Scarabelli”. Nei pressi del villino, da buon oltrepadano che si rispetti, impiantò alcuni filari di uva dai quali otteneva un ottimo vino artigianale.

Il 18 aprile 1882 l’amministrazione comunale di Monte Argentario gli conferì la cittadinanza onoraria «per essersi indefessamente con la parola e con la stampa adoprato in vantaggio di Santo Stefano, ed aver potenzialmente contribuito al maggior concorso di bagnanti, i quali per le sue cure hanno raggiunto un numero inaspettato». Due anni più tardi pubblicò “Monti e marine. Porto Santo Stefano di Monte Argentario”, una vera e propria guida turistica, la quale fece da vero e proprio trampolino di lancio per la località balneare. Gli abitanti si adattarono immediatamente, capendo che il loro futuro si sarebbe basato sul turismo, aprendo locande, caffè, alberghi e stazioni balneari.

Per merito del suo impegno il 2 giugno 1904 venne eletto sindaco di Monte Argentario, carica che mantenne per soli undici giorni. Per motivi di incompatibilità con il suo impegno di funzionario statale decise di declinare l’incarico dimettendosi il 13 giugno stesso.

La sua passione per la scrittura lo portò a collaborare con il periodico grossetano “L’Ombrone”, sul quale pubblicava racconti a puntate. Nel 1876 pubblicò “Poveri Bimbi”, un racconto scritto dopo aver visitato la Repubblica di San Marino.

Successivamente scrisse altri racconti, poesie e storie in prosa pubblicati in “Mammole” (1878), “Iglesias: storie sarde” (1880) e “In Maremma racconto” (1882). Nel 1887, al Teatro Nazionale di Campobasso (città in cui era segretario d’Intendente di Finanza), mise in scena il dramma “Cuore di donna”, apprezzato a pieni voti dalla critica dell’epoca.

di Manuele Riccardi

La cucina, negli anni tra le due guerre e per buona parte dell’ultimo dopo guerra può, a buon ragione, essere definita povera. Povera perché fatta di povere cose, povera perché cucina di poveri cristi, come amabilmente definiva quella gente il giullare d’Oltrepò Mario Salvaneschi in arte Lasaràt. Non era cattiva, tutt’altro, ma semplice celebrazione di scarse materie prime genuine e stagionali. Uno dei segreti era l’esaltazione della stagionalità degli alimenti causata dalla difficoltà se non impossibilità, di conservazione delle derrate. Frumento, quindi farina per pasta e pane, latte, verdure, legumi, frutta, strutto, salami e salamini dall’annuale sacrificio del maiale, vino buono e “pulärìa” prodotti del pollaio. La differenza la faceva la quantità disponibile dei prodotti summenzionati se non la loro parziale o totale assenza. In anni particolari, famiglie numerose con scarse disponibilità finanziarie o di terreno coltivabile, ebbero a soffrire fame vera, quella che attanaglia la mente prima ancora che lo stomaco. Sopravvivevano conducendo esistenze miserrime e sopportando privazioni inimmaginabili pur con la dignità di uomini veri.

PANE E PASTE - Ogni famiglia contadina coltivava grano: chi per avere esclusivamente pane quotidiano e paste fatte in casa, altri, i più benestanti, per ricavare pochi danari dalla vendita dell’eccedenza. “Fà àl pân” era lavoro prettamente femminile che iniziava la sera antecedente il rito con la creazione o lavorazione della biga, pasta e prelievitata o con l’uso della pasta madre o con “al cärsènt”; proseguiva qualche ora prima dell’alba per l’impasto, il confezionamento delle gigantesche micche, l’infornamento delle stesse, la cavata dal forno in tarda mattinata e la conservazione in enormi cestine di vimini appese al soffitto, dei preziosi micconi che normalmente onoravano il povero desco per una settimana. Solo l’accensione ed il riscaldamento dei forni con l’uso di legna di scarto, era mansione maschile ma, al momento di verificare la giusta temperatura, interveniva “l’arsadùra”, la vecchia padrona di casa, che sceglieva il giusto attimo per consegnare alle refrattarie pietre roventi, il frutto del mattutino lavoro e la speranza della settimana futura. Dopo la cottura del pane, il forno conservava ancora tanto calore da poter cuocere biscotti, frutta o arrosti. Tra i meglio ricordi di molti di noi giovanotti attempati, c’è il profumo fragrante e tentatore del pane appena sfornato che, raramente veniva consegnato alla mensa di quel giorno, ma preservato gelosamente per un magro futuro a cui, almeno il pane, non doveva mancare. Con cadenza bisettimanale le donne si occupavano della pasta che veniva regolarmente confezionata in casa tranne che in rare occasioni, quale la cena della vigilia di Natale, dove le lasagnette o trenette, rituali con i funghi secchi, venivano acquistate sfuse alla bottega del paese. Erano taglierini, tagliatelle o maltagliati confezionati a mano con l’ausilio di una magica macchinetta sfogliatrice che ogni famiglia possedeva e che i bambini adoravano vedere in azione, anzi adoravano azionare mediante una manovella da ruotare con studiata delicatezza. I “tajären” ottenuti venivano amorevolmente raccolti dalle esperte mani delle donne, poggiati  su cannette stese tra due seggiole e lasciati seccare per una notte o più se la stagione umida lo consigliava. I maltagliati invece venivano lasciati sulla spianatoia abilmente infarinata, per essere riposti in capaci madie che, con la pasta, conservavano farina di grano o di mais oltre a fagioli, fave e ceci secchi pronti per una notte d’ammollo e un uso vario e ricorrente.

LA POLENTA - Segnava drammaticamente il benessere anzi, il ripetuto e frequente consumo era inversamente proporzionale al benessere: più questo aumentava più diminuiva la polenta. Era l’alimento più a buon mercato, saziava, non appesantiva la digestione, non ingrassava ma quei poveretti non l’amavano molto: polenta a pranzo con contorno di poco o niente, polenta abbrustolita sulla stufa a cena accompagnata da radi pesci sotto sale “saràch o sarachèn”. Si racconta che i più poveri appendessero un lungo spago alla trave che sormontava la tavola, vi legassero per la coda una robusta “saràca” per permettere a tutti di strofinare la polenta fredda o abbrustolita, sul gustoso pesce sotto sale. Nessuno poteva però trattenere il pesce che oscillava appeso alla cordicella che scendeva dal trave: bastava per tanti commensali che si accontentavano più del profumo che della quantità di companatico. Persino la prima colazione era spesso rappresentata da polenta fredda e latte; quest’abitudine determinava assuefazione che spesso sfociava nel rifiuto, causa nausea, al solo vedere o pensare di degustare la dorata cupoletta scodellata fumante sul tavolo. Si narra di un povero fanciullo di paese, canzonato dai compagni di scuola perché ogni volta che la maestra chiedeva ai ragazzi cosa avessero mangiato la sera precedente, Lui rispondeva invariabilmente “polenta” suscitando l’ilarità dei compagni. Il nonno trovò rimedio allo spiacevole contesto del nipote: “quando la maestra ti chiederà cos’hai mangiato ieri sera tu devi rispondere risotto e non polenta”. Il pargolo sollevato attese con trepidazione la fatal domanda della maestra intrigante e prontamente rispose “ho mangiato il risotto”. La maestra intrigante si, ma non sciocca, chiese: quanta ne hai mangiato?” ed il povero tontolone sincero rispose senza riflettere “due fette!”, suscitando un inferno di risate da parte dei compagni, divertiti dal cambio di menù inventato.

LATTE, BURRO E FORMAGGI - Latte appena munto, era spesso cena, oltre che colazione per grandi e piccini: una buona scodella di latte, un pochino di zucchero, qualche crostino indurito ed a volte una fettina di polenta fredda. Qualche mugugno ma l’unica alternativa era il digiuno. Il burro con il lardo, era il condimento usuale in un’economia che non permetteva l’acquisto dell’olio se non per condire le insalate. Prodotto dalle mucche dell’agricoltore, acquistato con parsimonia stante la cronica mancanza di soldi che spesso, portava a scambi di materie che richiamavano alla memoria antiche tradizioni di baratto. Privo di conservanti e di additivi vari, steso su di una fetta di pane e spolverato con un pochino di zucchero, il burro di casa era un’assoluta bontà per merende o spuntini di grandi e piccini, lungi dal preoccuparsi dell’aumento del colesterolo o del livello dei trigliceridi. Era inoltre condimento con lo strutto, di minestroni, risotti, arrosti e stufati: solo l’insalata veniva condita con il poco olio che la famiglia poteva permettersi. Veder maneggiare la bottiglia dell’olio con cura estrema, raccogliendo con il dito ogni parvenza di piccola gocciolina che tentasse di scendere lungo il collo della bottiglia, rende chiaro il motivo per cui rovesciare l’olio, nella credenza popolare, porti sfortuna: l’insalata per mesi sarebbe stata condita semplicemente con aceto e sale. Al termine dell’allattamento del vitellino, il latte delle mungiture delle mucche, sino all’asciutta tre mesi prima del porto, veniva posto in capaci recipienti di terracotta e lasciato per una notte. Affiorava naturalmente uno spesso strato di panna che veniva tolto delicatamente e posto in un apposito contenitore dove, la panna lavorata, si solidificava in una grossa palla di burro di un bel giallo paglierino. Il residuo del latte scremato, veniva cagliato, posto in un apposito strumento bucherellato per l’uscita dello siero detto “farsäla”. La formaggella ottenuta veniva caricata di sale e dopo pochi giorni, posta a maturare in luogo asciutto. Per ottenere un formaggio più cremoso si usava cagliare il latte intero, non scremato, realizzando formaggelle tonde e morbide dette “mulän”. Quattro o cinque formaggelle, coperte da un tulle a maglia grossa, venivano in primavera poste in una capace terrina, esposte al sole e ricoperte da foglie di noce per richiamare un moscerino che, passando tra le maglie del tulle, depositava le uova sul formaggio. Le larve che ne derivavano iniziavano a nutrirsi di formaggio lavorandolo metodicamente, a partire dal centro della forma verso l’esterno. Il formaggio che ne derivava, cremoso e piccante, era ed è una assoluta specialità conosciuta in Oltrepò con il nome di “furmàg câ brüsa, nìsso, o furmàg coi bèg”. Oltre a questi pochi altri formaggi onoravano la tavola di quei tempi: qualche pezzo di parmigiano razionato con estrema parsimonia e, in rare occasioni, una fettina di buon gorgonzola che purtroppo spariva velocemente.

LEGUMI - in un periodo storico dove la gente usava pochissima carne, le proteine dei legumi rivestivano enorme importanza: ceci, fagioli, fave e piselli freschi in stagione o seccati per tutto il resto dell’anno, venivano usati per minestre e minestroni, saltate in padella o servite in insalata con poco condimento. I ceci, rinvenuti dopo l’ammollo di una notte, cucinati con costine di maiale, una paio di cotichelle arrotolate e due foglioline d’alloro, fornivano una zuppa deliziosa e un secondo piatto se scolati e serviti con le cotichelle e le costine spezzettate condite con olio, aceto e sale. I piselli venivano cucinati freschi con lardo o pancetta, aggiunti a minestre e minestroni che nobilitavano con il loro tocco dolce e fragrante. Fave e fagioli oltre a caratterizzare le ricordate minestre, venivano spesso serviti in insalate. I fagioli bianchi grandi “i fäsulòn o fäsulàn” servivano poi per impreziosire trippe fumanti e gustose “la busäca”.

VERDURE - verze, cavolfiori, pomodori di stagione o conservati secchi o passati in bottiglia, ravanelli, rape bianche o rosse, insalate coltivate o di prato, zucche, zucchine e patate, erano prodotte da agricoltori e non, in orticelli curati e ben tenuti. Erano le poche materie abbondanti che venivano usate in quantità anche se con pochi condimenti: il trionfo delle moderne teorie nutrizionistiche! Allora assoluta necessità oltre che sano sistema di vita. Le patate erano le vere regine della cucina: presenti ovunque quando non consumate da sole arrostite o bollite. Poche primi non prevedevano le patate ricche di amidi necessari a legare minestroni altrimenti acquosi e tristi. I secondi poi venivano esaltati da patate al forno, fritte, in umido, cotte separatamente o con la pietanza di specie, o in purea arricchito da burro straordinario od infine aggiunte come componenti a frittelle varie da friggere e servire dorate. Per importanza ed uso, dopo le patate, sicuramente occupano un posto importante i pomodori o pomidori, termine allora usato frequentemente quasi ad indicare la preziosità del frutto. Insalate e sughi prevedevano l’uso quotidiano del prezioso alimento dono di Colombo al vecchio continente. Nella stagione invernale veniva usata la passata, conservata in bottiglie tappate con il sughero quale il vino o i pomodori seccati che conferivano ad alcune pietanze un aroma particolare: un tocco di merluzzo impanato e fritto, passato in un sugo di pomodoro classico, assume dignità di grande piatto se nel trito iniziale di prezzemolo e cipolla viene inserita una manciata di pomodori secchi grossolanamente tritati. Cicorie, insalate varie coltivate in orto o da campo, erbe ed erbette varie, ortiche o coste, erano sapientemente maneggiate e preparate da abili mani femminili. Rape e ravanelli stagionali erano cotti o servite freschi in insalata. Le zucchine fritte, trifolate o semplicemente bollite, erano molto frequenti in estate mentre la zucca era la regina dell’autunno-inverno. Al forno, bollita, fritta a fettine con abbondante pepe nero, purea per ripieno di ravioli, tortelli, cappellacci o caramelle o in risotti di un ammagliante colore dorato, esaltava con un sapore dolciastro magistralmente corretto e mitigato dalla cucina, tutti i piatti che sfiorava. Un posto speciale spetta al cavolfiore ed al cavolo comune. In inverno chi aggirava per il paese verso sera, nonostante le finestre fossero chiese, percepiva un persistente profumo, o meglio, odore di cavolo bollito. Se per ventura entrava in casa, in qualsiasi casa, la zaffata solferina del cavolo costituiva il benvenuto: la cena dei mesi invernali se non allietata dalla polenta, prevedeva sicuramente il cavolo o il cavolfiore in tutte le sue versioni. Il cavolo poi sgrassava ogni cibo ottenuto e serviva nei ragò o casöla, con ingredienti vari quali zampetti di maiale, salsicce, costine o musino di maiale, oca o anitra.

FRUTTA - mele, pere, pesche, ciliegie, uva, fichi, noci, nocciole, nespole, sorbe, cachi e castagne erano la frutta locale integrata nell’inverno da qualche raro mandarino o arancia “mandarë e partëgàl”. Le mele non erano quelle attuali: erano varietà che non temevano attacchi da afidi o malattie oggi combattute con i pesticidi: pumèl ginvès, pum frascô, pum bucaprèv, pum travajë erano le varietà più note che venivano consumate o conservate naturalmente nelle cassette riposte nei magazzini. E le pere: per cävgiòn, l’estivo per strunsè, per arméla primaverile, per campana invernale di lunga conservazione, per mädärnäsa e per gnòch da mangiarsi cotti ed infine i per giasë ultimi ad essere consumati a maggio dell’anno successivo il raccolto. Uva da tavola agliénga, muscatè, ùga regina, vàprio d’Adda ed altre varietà oggi perdute. Noci, nocciole, nespole e sorbe conservate per l’inverno, castagne consumate “a bälät o bästarnà”. Piante di fichi, pesche e ciliegie non erano possedute da tutti ed i rispettivi frutti erano spesso attinti a prelievi notturni non propriamente corretti. I cachi erano una rarità non soggetta ad incursioni perché spesso presente nei cortili interni delle case.

PULARÌA - il termine dialettale difficilmente traducibile, rende bene l’idea dell’argomento in discussione: polli, galline, oche, anatre, tacchini e piccioni erano tutti ricomprese nell’allocuzione “pularìa” e costituivano uno dei pilastri importanti nell’alimentazione di ricchi e poveri di quel tempo: per i poveri il pollo la domenica era già privilegio nei confronti di chi stava peggio di loro, per i ricchi polli, galline o anatre frequentavano il desco anche tre quattro volte a settimana. Le oche erano allevate anche per il piumino, che mani esperte di donne coraggiose, prelevavano dall’animale vivo suscitando qualche leggera rimostranza, i tacchini per la vendita autunnale ricavando il gruzzoletto necessario al corredo scolastico dei tanti pargoli che schiamazzavano per casa. I riproduttori, vecchi e dalle carni saporite ma durissime, venivano spesso sacrificati in occasioni di feste o della mietitura o trebbiatura ove, appetiti da Oscar alla memoria, smaltivano quantitativi e qualità di carni oggi improponibili. Alla pularìa va sicuramente aggiunto il frutto delle fatiche dei pennuti: le uova che l’uomo trasforma in piatto prelibato gabbando le speranze riproduttive dei volatili. Fritte, in camicia, alla cock o aggiunte a sughi, intingoli, ripieni o pasticci, frittate o suflé: uova, sempre uova!

IL MAIALE - altro caposaldo della cucina d’antàn: carni o frattaglie fresche, salamini e cotechini, salami stagionati, coppe e pancette erano il privilegio di molti che trovavano nelle carni insaccate e conservate, squisite leccornie conservate naturalmente e disponibili in ogni momento. Lardo e strutto erano poi i condimenti classici di una povera cucina che non disponeva di oli a buon mercato e che ne limitava l’uso alle insalate e poco altro. I ciccioli, naturalmente estratti dopo la lunga cottura delle parti grasse del maiale, erano divorati tiepidi appena pressati per asciugarli dal grasso in eccesso oppure aggiunti al pane o ad una speciale focaccia “fügàsa coi gratòn”. La dimensione, cioè la pezzatura dei salami, indirizzava il loro utilizzo nel corso dell’anno: la prima coppa si tagliava durante la mietitura, la prima pancetta ad agosto con il ricovero della legna precedentemente abbattuta, la seconda coppa in vendemmia e così via sino a coprire i dodici fatidici mesi dell’anno. Il futuro era legato a speranze, attese e buoni propositi: la vita selezionava gli uni e le altre senza mai violente ribellioni da parte di uomini adusi a fatiche improbe sopportate con il sorriso disincantato di chi sapeva davvero lottare per le cose in cui credeva.

ALTRE CARNI O PESCI - non erano molte, per verità: qualche raro bollito di manzo, per i cacciatori lepri e pernici, per tutti passeri presi con le reti, tordi e cesene catturati con un arnese infernale “la ciàpa”,  in sasso piatto sorretto da bacchettine di legno che, se spostate dai volatili, faceva precipitare su di loro il grosso sasso schiacciandoli. Lumache grandi o piccole, stufate lentamente in cocci o sui coperchi di capaci stufe a legna. Per una località lontana dal mare il solo pesce possibile era quello conservato sotto sale: merluzzo, saracche e saracchìni, oppure seccato quale lo stoccafisso.

ALTRO - poche altre cose onoravano le mense di quei tempi: il futuro di uomini era legato a speranze, attese e buoni propositi: la vita selezionava le une e le altre senza inutili atti di violenza da parte di uomini adusi a fatiche improbe e a traversie sopportate con il sorriso sulle labbra e il disincanto di chi guardandosi alle spalle, scorgeva persone conciate peggio di lui.

vocabolario

 puläria:  prodotti del pollaio

 fà àl pân: fare il pane

cärsènt: lievito

tajären: tagliolini

saràch e sarachèn: sacche grandi e piccole

 farsäla: contenitore bucherellato

muläna:  formaggella morbida

 furmàg cä brüsa:  nìsso o  formaggio piccante

 furmàg coi bègh

 fäsulòn o fäsulàn:  fagioli bianchi grandi

busäca: trippa in umido

ragò o casöla: tipico piatto invernale di

carni varie in umido

mandarë: mandarini

partügal: arance

pumèl ginvés, pum frascô, pum bucaprèv, pum travajën: varietà di mele

 per cävgiòn, strunsè, armala, mädärnäsa, gnoch, giasö:  varietà di pere

uva aglienga, muscatè, ùga regina, vaprio d’Adda: varietà d’uva

bälät e bästrnä: castagne cotte nell’acqua

o sulle braci

 fügàsˇa coi gratòn:  focaccia con i ciccioli

ciàpa: pesante pietra sottile

di Giuliano Cereghini

Un grande insediamento produttivo potrebbe arrivare nel comune di Silvano Pietra portando lavoro e una boccata d’ossigeno all’economia di un territorio che ne ha sempre più bisogno. Ad annunciarlo è il sindaco Luciano Antonio Calderini. «Recentemente una grossa multinazionale  che opera nella grande distribuzione (pare si tratti della Lidl ndr) ha manifestato il suo interesse per l’acquisizione dell’area ex Valdata e sarebbe intenzionata a realizzarvi un polo logistico e di stoccaggio».

I terreni di quell’area, un tempo industriale oggi di proprietà della Danesi laterizi, ricoprono 114mila e 500 metri quadrati compresi tra l’autostrada A7 e la strada provinciale 12. Una posizione strategica che ha fatto gola a molti nel corso degli anni.

«Sono venuti a chiedere autorizzazioni per avviare svariate attività diversi personaggi, alcuni dei quali decisamente poco raccomandabili» rivela Calderini, che oggi incrocia le dita. «Finalmente si è presentato qualcuno che a nostro avviso ha le carte in regola per impiantare un’attività a bassissimo impatto ambientale che possa portare lavoro senza peggiorare ulteriormente la situazione del nostro territorio, già martoriato da troppi insediamenti industriali inquinanti». 

Sindaco, come procede l’iter burocratico per assecondare la richiesta di questa multinazionale?

«Lo scorso 31 gennaio c’è stata una conferenza dei servizi in cui abbiamo dato il nostro parere positivo al nuovo insediamento, adesso bisogna attendere l’esito dei controlli che l’Arpa deve fare sui terreni».

Che tipo di controlli?

«Controlli di routine. Bisogna eseguire una verifica della cava, che parecchi anni orsono fu riempita di materiali inerti, sostanzialmente mattoni, dato che le normative dell’epoca lo consentivano. Siamo ottimisti che tutto proceda senza intoppi, anche perché la Danesi che è proprietaria dell’area aveva a suo tempo già effettuato i dovuti controlli. Non c’è ragione di credere che la condizione del terreno sia cambiata da allora».

è possibile dire quando il nuovo polo potrà insediarsi?

«Questo al momento non si può prevedere. C’è la burocrazia, poi l’azienda dovrà prendere le sue decisioni, fare un progetto…insomma, diciamo che è una bella notizia e una speranza per il futuro, dato che porterebbe occupazione. Il paese invecchia e i giovani sono sempre meno, la maggioranza va altrove».

Il suo mandato scadrà tra un anno. A quale opera sta lavorando in questo momento?

«Non si tratta di una vera e propria opera, direi più che altro che stiamo lottando contro la burocrazia per acquisire dalla diocesi l’area del parco giochi comunale. 726 metri quadrati che al momento risultano inutilizzati perché fuori norma, di conseguenza inagibili». 

Qual è la difficoltà, il costo dell’operazione?

«No, il costo sarebbe ultra agevolato dato che esiste un accordo con la curia. Il problema è squisitamente burocratico. I passaggi sono lunghissimi, serviva prima l’autorizzazione delle belle arti, poi, firmato lo scorso dicembre il compromesso dal notaio, bisogna aspettare che gli enti che stanno sopra di noi, Regione e Provincia, non si dichiarino interessati all’affare, visto che godrebbero della priorità… In sostanza, sono tre anni che siamo in ballo».

Anche in questo caso: è possibile prevedere una tempistica per l’attuazione?

«Mi auguro appena dopo l’estate».

Che cosa intendete fare di quell’area?

«Resterà un parco giochi, utilizzeremo i 40mila euro di finanziamento messi a disposizione dallo Stato per dare al paese un’area dove i bambini possano giocare».

Come va la situazione legata al traffico dei mezzi pesanti? Da anni lamentate il problema…

«Il problema è sempre lì. Abbiamo messo il limite dei 30 chilometri orari ma nessuno lo rispetta. Abbiamo chiesto l’intervento della Polizia provinciale, nella speranza che possa fare da deterrente, ma il fatto è che abbiamo le mani piuttosto legate».

Di solito i giornali criticano queste scelte, ma in questo caso: un bell’autovelox all’ingresso del centro abitato?

«Non possiamo installarlo, la legge non lo permette. Le colonnine arancioni non servono più a nulla perché tutti sanno che sono scatole vuote. Inoltre non potremmo neanche permetterci il personale che serve per presidiarlo e controllarne il funzionamento. Se sarà possibile valuteremo la possibilità di uno a noleggio, anche se preferiremmo appellarci al buon senso».

Un’ultima domanda. I tagli ai trasferimenti statali sono per i piccoli comuni uno dei problemi più gravosi. Non crede che le fusioni possano essere un vantaggio? Qual è la sua posizione in merito?

«Personalmente non credo nelle fusioni. Io credo che ogni comune abbia un’identità storica che rischierebbe di perdersi. Siamo già in Unione con i comuni limitrofi e questo ci permette di ottimizzare i servizi. Inoltre mi sento di dire che i piccoli comuni sono quelli più virtuosi: vanno trattati come risorsa e non come un problema».

di Christian Draghi

“IlSpa non sta rispettando le date di consegna dello studio di fattibilità per il Ponte della Becca previste dalle delibere di Giunta e l’Assessore Terzi sta facendo il gioco delle tre carte. Nonostante le rassicurazioni date in più occasioni l’Assessore Terzi, sollecitata da un’interrogazione del M5S sulla consegna del documento di fattibilità del nuovo ponte della Becca entro novembre 2019 ha ammesso che l’impegno preso si è rivelato essere, almeno per ora, inconsistente”, così Simone Verni, consigliere regionale del M5S Lombardia. Per il Consigliere regionale, “lo slittamento della consegna del progetto di fattibilità a febbraio 2020 potrebbe mettere a rischio l’inserimento del nuovo Ponte della Becca  nel prossimo piano quinquennale di ANAS. Se da un lato riconosciamo la bontà dello stanziamento di Regione Lombardia per il progetto di fattibilità, dall’altro lato evidenziamo che l’opera sarebbe dovuta rientrare in Lombardia Mobilità salvo poi esserne esclusa a causa della chiusura della stessa. Ricordiamo che la Lega in campagna elettorale ha dato molto risalto a Lombardia Mobilità, grazie alla quale la Regione avrebbe finalmente risistemato le arterie principali della Regione salvo poi, non appena insediata, decretarne la chiusura. Pertanto il finanziamento del progetto è stato evidentemente un lavarsi la coscienza”.

Sullo stesso tema è intervenuto anche Christian Romaniello, deputato del M5S Lombardia: “Il Movimento 5 Stelle è molto attento al progetto e il Ministro Toninelli ne ha già riconosciuto la priorità per il Ministero. Attualmente il Ponte insiste su una strada provinciale che, quindi, non è di competenza statale, né di ANAS, né del Ministro Toninelli. In riferimento alla revisione della rete stradale di interesse nazionale relativa alla Regione Lombardia che prevede il trasferimento dalle Province allo Stato  di circa 1.000 km di strade ex statali e provinciali, tra cui quest’opera,  si fa presente che a novembre 2018 è stata sancita l’intesa in sede di conferenza unificata e che l’iter è in corso di attuazione”.

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Dopo Stradella anche a Broni il Comune vuole avviare la raccolta differenziata porta a porta entro la fine dell'anno. In questo modo si intende, ovviamente, aumentare la tutela ambientale e diminuire nel medio lungo periodo della tassa sui rifiuti. La questione dei rifiuti rimane una priorità; nei mesi scorsi sono state varate misure che prevedono l'intensificazione dei controlli da parte degli agenti di polizia locale per sorvegliare i luoghi indicati come più a rischio per abbandono di rifiuti, la raccolta gratuita e domicilio dei rifiuti ingombranti, cestini nuovi e più diffusi nelle vie oltre a due volontari di leva civica comunale addetti alle piccole manutenzioni di marciapiedi ed aree verdi. Codacons: "Il complesso di misure in atto a Broni fa ben sperare. La decisione di far partire la raccolta differenziata porta a porta è un atto dovuto. Occorre aumentare la tutela ambientale senza dimenticare che si potrà, nel medio lungo periodo, diminuire la tassa sui rifiuti. Si proceda in questa direzione rispettando il cronoprogramma stabilito". 

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"Il 5,6 e 7 aprile il Partito Democratico sarà nelle piazze con una grande mobilitazione nazionale dal titolo" Per amore dell'Italia",  per lanciare il Tesseramento 2019 e per le elezioni amministrative e europee. 
Il PD della provincia di Pavia aderisce alla mobilitazione,  a Pavia,  Vigevano e Voghera e sui territori con altri 17 presidi. La segretaria provinciale Chiara Scuvera ha dichiarato: "Saremo in piazza in tutta la provincia per promuovere il Tesseramento 2019 al Partito Democratico,  impegnato per un forte rinnovamento come forza progressista radicata sul territorio e impegnata per una nuova Europa".  "Per amore dell'Italia scendiamo nelle strade e nelle piazze del nostro Paese. Per amore dell'Italia denunciamo le azioni di questo Governo. Per amore dell'Italia vogliamo che l'Europa cambi per essere più vicina alle persone",  ha dichiarato il segretario nazionale Nicola Zingaretti."

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L’ASST di Pavia aderisce allo “Screening del glaucoma e dell’udito gratuiti” organizzato dai Lions Clubs, 2° Circoscrizione Zona B, Distretto 108 Ib3, comprendenti Voghera Host, Voghera La Collegiata, New Century Ultrapadum Ticinum, Voghera Castello Visconteo e Leo Club Voghera. Domenica 7 aprile, dalle ore 9:00 alle 13:00, a Voghera in piazza Duomo nella zona antistante il sagrato, gli specialisti delle Unità Operative dell’Ospedale Civile di Voghera di Otorinolaringoiatria (diretta dalla dott.ssa Laura Lanza) e di Oculistica (diretta dal dott. Gianluigi Bolognesi) saranno a disposizione della cittadinanza per l’effettuazione di screening gratuiti e solo in caso di sospetta patologia, ai pazienti verrà suggerita l’effettuazione di ulteriori controlli. Gli accertamenti oculistici, in particolare, verranno eseguiti con attrezzature innovative per la rilevazione di eventuali patologie. Il glaucoma, in particolare, è una malattia subdola e diffusa, di cui le persone affette si accorgono in fase avanzata. Le valutazioni mediche saranno effettuate a bordo della Clinica Oftalmica Mobile dell’Associazione “Prevenzione è Progresso” e dell’Ambulatorio Mobile della Croce Rossa Italiana. I giovani del Leo Club Voghera organizzeranno un intrattenimento didattico per i bambini, anche per consentire agli adulti di sottoporsi alle visite specialistiche in tutta tranquillità. L’evento gode del patrocinio di ASST Pavia, Ordine dei Medici di Pavia e Comune di Voghera.

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