Giovedì, 23 Maggio 2019
Articoli filtrati per data: Venerdì, 08 Marzo 2019

Da Florence Nightingale, fondatrice dell'infermieristica moderna, a Anne Szarewski, che ha scoperto la causa del cancro al collo dell'utero e Françoise Barré-Sinoussi, che ha contribuito a identificare il virus Hiv: sono tantissime le donne pioniere nello sviluppo della scienza e della salute. Eppure continuano ad avere un ruolo marginale, tanto che solo un terzo dei ricercatori nel mondo è donna. A segnalarlo è l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), in occasione della Festa internazionale delle donne.

    Nel 2019, rileva l'Oms, le donne fanno ancora fatica ad emergere: rappresentano solo il 12% dei membri delle accademie scientifiche nazionali di tutto il mondo e, anche se costituiscono il 70% della forza lavoro sanitaria, solo il 25% occupa posizioni di leadership nella salute. Anche sul fronte delle retribuzioni la disparità tra i due sessi continua ad essere una costante: nel settore sanitario e sociale gli uomini guadagnano circa il 26% in più nei paesi ricchi, e il 29% in quelli a medio reddito.

Senza parlare poi delle discriminazioni, le molestie sessuali e le aggressioni che pongono sistematiche barriere alle carriere delle donne in sanità, anche per via dell'assenza di politiche a favore della maternità, che aumentino i congedi per paternità e rendano più flessibile l'orario di lavoro per le madri.

    Tuttavia, rileva l'Oms, qualcosa sta cambiando e in meglio.
    Nel 2018 circa il 40% dei nuovi membri della National Academy of Medicine erano donne, e nell'Oms stessa il 60% delle posizioni dirigenziali sono femminili. Il dato che emerge è che le barriere si possono rompere implementando politiche più flessibili sul lavoro, programmi contro la discriminazione e le molestie, e trasformando gli ambienti di lavoro e carriera, pensati in realtà per gli uomini.

Avere più leader femminili nel mondo della scienza e della salute, oltre ad essere un diritto e un principio di equità, conclude l'Oms, porta a benefici anche in ambito economico, perché permette di avere un'altra prospettiva.

Continua il nostro viaggio a ritroso tra le cantine sociali dell’Oltrepò, siamo a Montù Beccaria, primavera 1901. Il poco più che trentenne On. Luigi Montemartini iniziò una lunga campagna di promozione strutturata in riunioni, assemblee e contatti diretti, al fine di dar vita ad una cantina sociale a stampo cooperativistico. L’onorevole capì da subito che i per piccoli agricoltori era essenziale riunirsi in un unico gruppo per poter ottenere la giusta remunerazione delle uve ed evitare esorbitanti costi per la trasformazione dei vini, andando inoltre ad eliminare le tanto onerose mediazioni.

L’8 giugno 1902, su iniziativa di 58 agricoltori che seguirono l’idea di Montemartini, venne costituita quella che si può definire la prima vera cantina sociale cooperativa d’Oltrepò, la Cantina Sociale di Montù Beccaria.

L’idea piacque agli agricoltori oltrepadani (sì, agli agricoltori oltrepadani è piaciuto qualcosa, qualcuno potrebbe insinuare…) tant’è che negli anni successivi il progetto di Montemartini vide la luce anche in altri centri vitivinicoli della zona. Nello stesso anno venne fondata la sfortunata Cattolica di Broni a cui seguirono nel 1905 quelle di Santa Maria della Versa e Scorzoletta;  nel 1906 quella di San Damiano a Colle, Canneto Pavese e Rovescala; nel 1907 quelle di  Retorbido, Montescano, Torrazza Coste e Casteggio. Questo “sovraffollamento” portò le cooperative a competere tra di loro, portando all’abbassamento dei prezzi di mercato dei vini, situazione che non fu certamente preventivata da Montemartini agli albori del suo progetto.

L’onorevole trovò ben presto la soluzione proponendo alle varie cantine di unirsi in una federazione, con lo scopo di incentrare sotto un unico ente la pubblicità e la vendita dei vini prodotti dalle singole cantine sociali, omologando i prezzi di mercato. Questo avrebbe sollevato le cantine, e i loro soci, dal pesante compito di dover proporre e vendere singolarmente i loro prodotti.

Infatti la produzione dell’intera federazione sarebbe stata commercializzata promuovendo un unico marchio.

Il 16 febbraio 1909 i rappresentanti delle cantine di Montù, San Damiano, Montescano, Santa Maria, Torrazza Coste, Canneto e Retorbido costituirono la “Federazione Cantine Sociali Oltrepò Pavese”. Sempre nello stesso anno, iniziò anche  la costruzione dell’enopolio federale in prossimità della Stazione di Stradella, per facilitare la spedizione dei prodotti. Si costituì anche il primo consiglio d’amministrazione, composto in modo proporzionale dai rappresentanti delle cantine aderenti. Ovviamente come presidente venne eletto Montemartini e Luigi Baraldi (già direttore delle cantine di Montù, Montescano e San Damiano) ne assunse la direzione. Gli spacci delle singole cantine vennero rilevati dalla federazione. Per rappresentare i prodotti confederati venne creato un marchio apposito a forma di ottagono, il quale conteneva un fascio di viti colme d’uva, accompagnato dal motto “Viribus Unitis” (“con le forze unite”). A soli tre anni dalla fondazione, l’ente fu soggetto alle prime defezioni, e le cooperative confederate passarono presto da sette a quattro.

La prima ad abbandonare fu quella di Scorzoletta a causa del suo fallimento nel 1910, seguita dalla Cantina Municipale di Canneto, nel 1912, per la medesima causa. Sempre nello stesso anno anche Torrazza Coste uscì dall’ente. A differenza di Scorzoletta e Canneto la decisione di Torrazza Coste venne deliberata dall’assemblea della cantina stessa. Il Presidente Orlandi venne a conoscenza di un grave fatto in violazione allo statuto dell’ente: all’insaputa di alcuni confederati, la direzione di Stradella avrebbe acquistato vino “estero” a basso costo da tagliare con quello della federazione, con la scusante di ottenere prezzi più competitivi sul mercato. Nonostante le voci non abbiano mai avuto fondamento, alla luce di questi presunti fatti la cantina di Torrazza Coste formalizzò una prima richiesta di messa in liquidazione, che poi si trasformò con la decisione della cantina di abbandonare l’ente.

Nel corso degli anni ‘10 la federazione fu una vera e propria macchina da guerra sul mercato nazionale. Montemartini programmò una forte campagna pubblicitaria su diverse testate dell’epoca, soprattutto su quelle di stampo socialista come “La Plebe” e “Avanti!”. Per dimostrare al pubblico la vastità del progetto la direzione in certi casi mentì spudoratamente, come accadde su un numero de “La Plebe” del 1910: in un’inserzione si dichiaravano «quasi diecimila produttori piccoli proprietari riuniti» quando poi, agli albori, l’ente passava malapena i mille associati.

Nel primo decennio d’attività vennero aperte succursali in tutto il nord Italia: cinque punti vendita a Pavia, tre a Milano, due a Piacenza e Bergamo, poi altri ancora a Monza, Genova, Savona, La Spezia, Parma e Crema. Vennero aperti alcuni spacci anche in Svizzera, a Canobbio e Lugano.

Altro punto di forza della federazione fu la rete vendita basata sui primi gruppi d’acquisto, diventando fornitrice di diversi ospedali (S. Matteo di Pavia, Maggiore di Milano e i Civili di Vigevano, Monza e Busto Arsizio), cooperative di consumo, circoli e Case del Popolo.

Sempre in quell’anno vennero prodotti e lavorati 70.000 ettolitri, per poi passare ai 30.000 ettolitri del 1919 e ai 50.000 ettolitri nel 1921. La produzione fu ampia e svariata: bianchi e rossi da pasto, vini fini e spumanti. Particolare attenzione venne data ai vini dolci, come il Moscato e il Sangue di Giuda.

Nel 1922 anche la Cantina Sociale di Santa Maria della Versa abbandonò la Federazione, per motivi politici. In quell’anno il fondatore Cesare Gustavo Faravelli, socialista e amico di Montemartini, dovette cedere la presidenza all’Avv. Luigi Gobbi Belcredi, per volontà del partito fascista. Questo cambio “politico” ai vertici influì anche sulla permanenza della cantina mariese nell’ente, di stampo meramente socialista. Anche Montemartini fu costretto ad abbandonare la sua creazione nel 1926 quando venne mandato al confino politico, in quanto oppositore al fascismo, prima a Roma e successivamente a Palermo. Ritornò in Oltrepò solo nel 1943, per sfuggire ai bombardamenti. La presidenza della Cantina di Montù e dell’ente passarono così all’Avv. Pollini. Sempre in quell’anno le singole assemblee delle cantine confederate votarono l’adozione di un nuovo regolamento per il conferimento delle uve che prevedeva la classificazione in tre categorie: fina, bastarda, nostrana. Al prezzo al quintale della nostrana (3^ categoria) veniva aggiunto un premio di 15 lire se classificata bastarda (2^ categoria) o di 30 lire se classificata fina (1^categoria). Tale classifica doveva essere redatta da un’apposita commissione composta da 15 soci, estranei al consiglio, e presieduta dal direttore Baraldi.

Sempre in quegli anni la Federazione inglobò ad essa la Distilleria Sociale di Stradella (già Distilleria Stradellina e prima ancora Bobbio & Brambilla), la quale era stata già rilevata il 21 dicembre 1922 dalle cantine di Montù e Montescano su singola iniziativa. Tale stabilimento era stato precedentemente modernizzato con un contributo di 50.000 lire proveniente dalla Federazione stessa. Durante il ventennio la Federazione si ritrovò così composta da sole tre cantine sociali, le quali condividevano spesso presidenza e direzione.

Il 1 agosto 1943 i tre consigli d’amministrazione, su spinta dell’Ente Nazionale della Cooperazione, si riunirono di fronte al notaio di Montù Beccaria, Dott. Antonio Gravellone, deliberando con rogito la fusione delle tre cantine sociali, assumendo la denominazione di “Cantine Sociali Riunite di Montescano, Montù Beccaria e San Damiano al Colle Società Cooperativa”. La sede venne stabilita a Stradella, nei locali della ormai ex federazione e venne nominato un nuovo consiglio d’amministrazione unico. La nuova cooperativa vantava più di 2000 soci conferitori.

Già negli anni del secondo dopoguerra le “Riunite” arrivarono a pigiare uve per una quantità variabile tra 50.000 e i 80.000 quintali, sotto la presidenza del Cav. Mario Vercesi. Nel 1948 venne assunto il valente enologo Bruno Brunelli, il quale ne assunse successivamente la direzione fino alla metà degli anni ’60. Durante questo quindicennio i vini delle “Riunite” raggiunsero elevati livelli quantitativi ottenendo medaglie d’oro e riconoscimenti in concorsi nazionali e internazionali, entrando in alcuni casi in competizione con la più blasonata “La Versa”.

Alla fine degli anni ’60 iniziò il lungo e travagliato declino della cooperativa. Il boom economico permise ai singoli agricoltori di poter commercializzare singolarmente il proprio vino, sfruttando il nome che l’Oltrepò Pavese si era duramente costruito anche per merito della vecchia federazione. In questo modo gli associati preferirono pigiare le uve migliori da destinare ai propri vini, finendo con il conferire alla cooperativa solo le uve di seconda scelta. Inevitabilmente questo portò le “Riunite” ad un ridimensionamento quantitativo e qualitativo dei prodotti commercializzati.

Nel 1969 venne assunto l’enologo Alberto Vercesi, che successivamente ne divenne il direttore mantenendo tale carica fino al 1987, anno della sua scomparsa. Nel 1971 venne eletto presidente il Geom. Renzo Sclavi il quale, nonostante la nomina a senatore nella IX legislatura, mantenne l’incarico fino al 1994. Nei suoi 24 anni di presidenza, Sclavi  tenterò in tutti i modi di mantenere viva la cooperativa. Con il trascorrere delle vendemmie i conferitori iniziarono a calare, arrivando a circa 860. Anche per questo motivo alla fine degli anni ’70 l’azienda venne ridimensionata, dismettendo i due enopoli di San Damiano e Montù Beccaria, ma mantenendo comunque una capacità produttiva di 100.000 quintali. Nel 1980 l’intera produzione venne concentrata nel moderno enopolio di Montescano (abbandonando definitivamente lo storico stabilimento di Stradella) e la cooperativa assume la denominazione di “Cantine Sociali Riunite di Montescano s.c.r.l.”. La crisi si fece sempre più forte e nel 1993 avvenne l’ultimo cambiamento della ragione sociale in “Viticoltori Valle Versa s.c.r.l.” (da non confondersi con il progetto “Cooperativa Viticoltori Valle Versa”, costituitasi più recentemente, per cercare invano di rilevare la Cantina di Santa Maria della Versa), mantenendo come marchio lo storico ottagono “Viribus Unitis”.  Questo ultimo cambio di denominazione fu probabilmente un escamotage studiato per sfruttare al meglio il momento aureo di “La Versa”, la quale si era imposta da anni come azienda leader oltrepadana della spumantistica.

Il senatore Sclavi lasciò la presidenza a fine 1994, sostituito dal Dott. Ettore Cantù che presiedette l’ultima storica assemblea straordinaria del 29 dicembre 1995: quel giorno gli associati, consci del fatto di non essere più in grado di salvare la cooperativa, votarono per la messa in liquidazione. I due liquidatori Rovati e Aricò terminarono la liquidazione solamente nel 2006, dopo aver concluso l’ardua alienazione dello stabilimento di Stradella.

Ma al termine di tutte queste tumultuose vicende, che fine ha fatto il marchio “Viribus Unitis”? Per acquisire l’enopolio di Montescano dalla liquidazione, “La Versa” costituisce “Antica Cantina 1905 s.r.l.”, con lo scopo di inglobare in se gli ex soci della defunta cooperativa e poter accedere a finanziamenti europei. Nel 1998 venne pomposamente proclamata la nascita del “Gruppo La Versa” e l’ottagono “Viribus Unitis” venne destinato ai prodotti della grande distribuzione. Nel 2002 “Antica Cantina 1905 s.r.l.” venne assorbita da “La Versa” e il marchio finì nel dimenticatoio. Come dimostrano i documenti però nessuna delle suddette aziende acquisì dalla liquidazione, registrò o rivendicò formalmente lo storico marchio all’Ufficio Marchi e Brevetti. Per questo motivo nel 2017 un gruppo di investitori ha ridepositato lo storico ottagono “Viribus Unitis”, con la dicitura  “Cantina di Montescano 1907” nella speranza di poter mantenere viva la storia di questo glorioso marchio.

Concludendo con un passo indietro di circa cent’anni, una chiara visione dei motivi per cui si arrivò alla cooperazione viene illustrata in un’inserzione pubblicitaria su un numero di “La Plebe” del 1914, così testualmente riportata: «Sui bei colli di Stradella e Broni, nel lembo orientale del Piemonte, dove tanto sono rinomate le uve di Canneto, Montescano, Castana, Cigognola, Montubeccaria, Rovescala e San Damiano, ecc. la proprietà della terra è assai suddivisa e migliaia e migliaia di piccoli proprietari viticoltori, danno alla vite le cure più affettuose e ne ricavano i frutti più prelibati. Tutta questa classe di lavoratori, che sono tra i più intelligenti, indipendenti ed attivi di quelle provincie, erano ferocemente sfruttati dai grandi mediatori e dai grandi negozianti di vini, perché non conoscendo i grandi mercati di consumo e non avendo la forza per accedere ad essi, ogni anno erano costretti alla vendemmia a vendere i loro prodotti per prezzi irrisori a persone che, non contente di guadagnare sul prezzo, facevano anche la speculazione dei tagli ed alteravano la qualità. Perciò sentirono anche quei lavorator la necessità di organizzarsi ed assecondando la propaganda del loro deputato On. Montemartini, fondarono parecchie Cantine Sociali, nelle quali riunirono le loro piccole quantità di prodotti per farne delle masse considerevoli, tali da poter con esse affrontare i grandi mercati.

Colla solidarietà trovarono il credito e si resero indipendenti da strozzini, da mediatori, da speculatori. Riunirono poi le loro cantine sociali nella Federazione delle Cantine Sociali dell’Oltrepò con sede in Stradella in modo da procurarsi insieme la forza di cercare  i mercati più lontani.

La Federazione è presieduta dall’ On. Luigi Montemartini, deputato di Stradella, e diretta da bravi enologi che dirigono ed aiutano quei lavoratori a produrre il vino non più coi sistemi e coi piedi di Noè, ma colle norme razionali della enologia, applicando macchine filtri ecc. La facilitazione del credito, l’economia ottenuta colla lavorazione a macchina, il risparmio di spese di amministrazione che si hanno in una grande azienda, l’eliminazione delle spese di mediazione, l’esclusione di tanti intermediari, mette in grado la Federazione di vendere vini genuini di pura uva a prezzi convenientissimi per i consumatori. I grossi proprietari e negozianti che prima sfruttavano quei piccoli lavoratori, ora visto che sono loro sfuggiti di mano, cercano di imitarne nomi e tipi e sistemi di vendita, per sfruttare almeno la posizione che quelli hanno saputo guadagnarsi sul mercato. I consumatori sappiano distinguere!»

Bentornati alla primavera 1901. Meditate agricoltori, meditate…

i Manuele Riccardi

La storia di Fabio Vergagni, il “panettiere volante” (o “Pan Man” in versione supereroistica) del Brallo di Pregola, ridefinisce il concetto di sacrificio. 38 anni, da cinque ormai percorre circa 200 chilometri al giorno dal martedì alla domenica, feste comandate incluse e con qualsiasi condizione metereologica, per consegnare il pane in un’area che copre Oltrepò montano e piacentino, senza conoscere sosta.

La sua somiglia più a una missione che a un’impresa commerciale e di fatti è probabilmente lo scopo sociale del suo lavoro, insieme alla consapevolezza di essere indispensabile per molti, quello che lo anima spingendolo a continuare imperterrito il servizio nonostante un grande nemico: le strade d’Oltrepò.

«Ogni giorno mi scontro con gravi problemi, soprattutto adesso che è inverno: strade bloccate da rami, neve ovunque. Il servizio di pulizia è insufficiente, servono interventi urgenti. Rischio vita e furgone». Fabio aiuta mamma Silvana e papà Franco con il panificio artigianale di famiglia sin da quando aveva la patente.

«Mio padre ha ritirato il negozio nel 1987. Prima di me lui faceva il giro dei paesi col furgone, ma solo nella zona di Brallo, quando la gente nei paesi ci viveva ancora, e la popolazione era di 10 volte superiore». Altri tempi, altra storia. Oggi la realtà è molto diversa. «Non è più possibile vivere col solo giro dei paesi del comune di Brallo – spiega Vergagni - in quanto sono rimaste poche persone a viverci e per quanto riguarda molti prodotti si riforniscono nei grandi market, aiutati da figli e parenti che abitano per questioni di comodità o lavorative nelle città».

C’è però un piccolo “esercito” di anziani, alcuni soli, che senza di lui non potrebbero proprio stare. Li chiama i suoi “nonnini” per l’affetto con cui lo accolgono ogni volta che lo vedono. «Per loro sono come un nipote. è soprattutto per loro – dice – che vado avanti».

Fabio, quanti paesi serve esattamente?

«Una quindicina, magari un po’ di più nei weekend estivi dove qualche frazione si ripopola».

E quante persone in tutto?

«Se parliamo dei miei “nonnini” forse meno di una trentina».

Ammirevole, ma a conti fatti non deve essere un gran business…

«Infatti non lo è. Se si guarda l’aspetto economico, non c’è assolutamente vantaggio, anzi spesso è controproducente soprattutto nel periodo invernale, ma posso dirvi che entrare casa per casa e conoscere tutti ed essere atteso come un nipote ripaga in gran parte tutti gli sforzi».

Come fate però a sopravvivere? L’amore e la gratitudine, purtroppo, non fanno quadrare i bilanci…

«Nel nostro piccolo, per quanto riguarda il giro delle consegne, abbiamo avuto l’enorme fortuna di poter allungare il nostro giro presso altri punti vendita, questo grazie alla qualità dei nostri prodotti».

Che tipo di pane producete?

«Forniamo pane, focaccia o piccola pasticceria che mantengono le proprie qualità organolettiche anche a distanza di giorni.

Questo permette di poter acquistare il pane anche una sola volta a settimana, come si faceva una volta. Mio padre utilizza ancora la lievitazione naturale e questa richiede 14 ore circa, per poi essere lavorata. Quindi l’impasto è fatto la mattina, per poi essere pronto la sera alle 21,quando iniziamo la produzione partendo dal reimpasto. Non è stato facile far conoscere il nostro prodotto, soprattutto nei market, dove la tendenza attuale è quella di prendere pochissimo pane ogni giorno».

La sua giornata quando inizia?

«Alle 4:30 del mattino, quando preparo le ceste per le consegne. Alle 5:30 parto».

Può raccontarci il suo giro nel dettaglio?

«La prima consegna è a Salice, poi a Voghera in un piccolo negozio. Da lì vado diretto fino a Piacenza per poi salire verso Settima dove consegno ad un ristorante. Da lì salgo a Rivergaro e consegno alla Crai, poi in successione Mezzano e Bobbio dove consegno in 2 negozi. Verso le 9:30 sono di ritorno a Brallo, scarico le ceste e ricarico tutto e riparto per i paesi. Prima vado nel comune di Menconico, in quanto sono più lontani e non hanno più botteghe di qualsiasi tipo in tutto il comune.

Inizio da Carrobiolo e scendo fino a San Pietro, passando per tutti i paesini. La media si aggira attorno 10-15 persone. Spesso vado porta a porta, perchè alcune persone son davvero anziane e non sentono quando avviso il mio arrivo, e altre non riescono a camminare bene. Finito Menconico torno nei paesi attorno a Brallo, ed anche li si tratta di servire in totale 10-15 persone».

Il suo è sicuramente anche un servizio sociale. Ha mai ricevuto aiuti o sovvenzioni di alcun tipo da parte di enti o chicchessia?

«Non abbiamo ricevuto mai nessun aiuto, né sovvenzioni o sconti su qualsiasi altra cosa, anzi. L’usura dei mezzi è terribilmente elevata a causa di strade rovinate e piante che gettano i rami in carreggiata. L’anno scorso sono stato costretto a cambiare il furgone dove aver polverizzato cambio, semiasse e differenziale a furia di far km su strade improponibili. Per fortuna una persona generosa, il signor Maurizio Casarin che tengo a citare e ringraziare, ci ha dato una mano ad aprire un leasing».

Parlando di strade. Girare in montagna d’inverno ha i suoi rischi. Se l’è mai vista brutta, tra gelicidi e nevicate e strade di ghiaccio?

«L’anno scorso mi è capitato di finire fuori strada per schivare un turista che stava scivolando, in quanto si era avventurato sulle strade innevate senza nemmeno le gomme invernali. per questo ringrazio chi effettua il sevizio spartineve, i quali mi han soccorso e mi han permesso di finire il giro dei miei “nonnini”».

D’estate va meglio?

«I due mesi estivi, grazie alle vacanze si lavora un po’ di più, ma solo se il clima in città diventa insopportabile e i bambini stanno meglio nei nostri paesi, liberi di giocare per strada e respirare aria buona. Purtroppo anche il periodo estivo è vincolato dal fatto che ci deve essere sole e poche giornate di pioggia, in caso contrario le persone preferiscono altre mete».

I suoi “nonnini” la trattano come un nipote. Può raccontare un aneddoto che spiega che tipo di rapporto si è instaurato?

«Mi ricordo un giorno che una mia amica d’infanzia che vive a Londra è venuta in vacanza a trovarmi e ha voluto fare il giro con me. Quel giorno abbiamo finito il giro tre ore dopo, circa verso le 19, perchè tutti pensavano fosse la mia fidanzata e in ogni posto volevano che stessimo con loro a bere qualcosa e a mangiucchiare. è stato bellissimo, ma ahimè… sono tuttora single! In ogni modo mi invitano sempre a entrare, bere un bicchiere con loro e mangiare pane e salame. Finché ci sarà gente così non mollerò».

  di Christian Draghi

Eni e Corepla, il Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica, hanno sottoscritto oggi un accordo finalizzato ad avviare progetti di ricerca per produrre idrogeno dai rifiuti di imballaggi in plastica non riciclabili. Lo annuncia una nota Eni. L'intesa, che è stata firmata da Giuseppe Ricci, Eni Chief Refining & Marketing Officer, e da Antonio Ciotti, Presidente di Corepla, definisce la costituzione di un gruppo di lavoro congiunto che nei prossimi sei mesi valuterà l'avvio di progetti di ricerca per produrre idrogeno e biocarburanti di alta qualità da rifiuti plastici. Il gruppo di lavoro analizzerà le evoluzioni che il mercato degli imballaggi non meccanicamente riciclabili avrà nei prossimi anni e studierà le tipologie di rifiuti utilizzabili per sviluppare un virtuoso e innovativo processo di economia circolare e massimizzare l'avvio a recupero, in linea con le nuove direttive europee.

Con la raccolta differenziata, gli imballaggi in plastica vengono infatti selezionati e avviati al riciclo per essere reimpiegati, prevalentemente attraverso la trasformazione in scaglie e granuli, per poi divenire materia prima utile a creare nuovi prodotti. Non tutto, però, può essere riciclato: il cosiddetto plasmix, un insieme di imballaggi post-consumo costituito da plastiche eterogenee che oggi non trovano sbocco nel mercato del riciclo, viene quasi esclusivamente destinato a recupero energetico e in piccola percentuale in discarica.

Grazie all'intesa sottoscritta oggi potrebbe essere invece riciclato e trasformato in una nuova materia prima.

Siamo il paese della pasta, ma solo 1 piatto di spaghetti su 3 viene servito a cena. I quasi 12 milioni di italiani che non la consumano di sera per paura di ingrassare o di compromettere il sonno dovrebbero però ricredersi. In occasione della Giornata mondiale del Sonno che ricorre il 15 marzo una guida di Unione Italiana Food (già Aidepi, l'Associazione che rappresenta i pastai italiani), aiuta ad orientarsi tra le ricette di pasta più indicate a cena. Uno studio pubblicato di recente sulla rivista scientifica The Lancet Public Health - come spiegato nel corso di un incontro a Napoli - ha dimostrato che mangiare pasta a cena migliora il riposo notturno, e non fa ingrassare. E lo spaghetto di mezzanotte? Un rito nato 40 anni fa, tornato in auge grazie alla generazione under 35 e agli chef.

Una buona notizia, insomma, per quei 27 milioni di italiani che soffrono di disturbi del sonno: mangiare pasta a cena fa bene, rilassa, facilita il sonno e non fa ingrassare, anzi fa dimagrire. Lo studio dimostra che la pastasciutta può essere consumata nelle ultime ore del giorno, soprattutto se siamo stressati e soffriamo d'insonnia, grazie alla presenza in questo alimento di Triptofano e Vitamine del gruppo B. La ricerca potrebbe far cambiare abitudini a una larga fetta della popolazione italiana. Il 65% dei consumi di pasta avviene infatti a pranzo, mentre solo il 35% si concentra sulla cena.

Cosa che non accade, ad esempio, per pane, frutta, verdura, carne e perfino dolce, consumati in quantità più o meno equivalenti tra i due pasti principali della giornata. Vanno controcorrente i Millennials: per il 39% degli under 35, la spaghettata da preparare tutti insieme è l'elemento irrinunciabile di una cena tra amici.

"La Conferenza delle Regioni ha approvato le Linee guida sull'attività enoturistica per rafforzare e meglio organizzare un settore in continua espansione. L'intesa resa in Conferenza Stato-Regioni consentirà la rapida adozione del provvedimento". Così l'assessore alle Risorse agroalimentari della Regione Puglia e Coordinatore della Commissione Agricoltura della Conferenza delle Regioni, Leonardo Di Gioia.

"Si tratta - spiega - di prescrizioni che aiuteranno l'attività enoturistica nel garantire soprattutto sicuri standard di qualità, a partire dai requisiti per l'esercizio. Si intende così promuovere, in particolare, le produzioni vitivinicole del territorio. La conoscenza del vino e, quindi, delle indicazioni geografiche (DOP, IGP, STG), permetterà agli utenti di vivere esperienze coinvolgenti che si svilupperanno nei vari territori rurali favorendo le visite guidate ai vigneti, alle cantine, valorizzando la storia e la cultura del vino. Il tutto si abbinerà con le altre peculiarità del territorio, favorendo i prodotti agroalimentari trasformati o prodotti dalle stesse aziende. 

Nelle Linee guida - precisa poi - sono previsti requisiti e standard minimi, come un sito web e del materiale informativo dell'azienda e delle attrazioni turistiche presenti nel territorio. Obiettivo è rendere l'enoturismo un sistema integrato, promuovendo e allargando la diffusa ricchezza culturale e paesaggistica del nostro Paese".

"Le Regioni - rileva Di Gioia - avranno il compito di vigilare e controllare l'osservanza delle Linee guida e potranno attivare anche dei corsi di formazione per aziende e addetti. Nel contempo, si potranno integrare altri indirizzi di sviluppo e miglioramento della qualità dei servizi offerti. Queste Linee guida sono una risposta positiva attesa da tutti gli operatori e addetti del settore"

Rischio caos sull'ora legale in Europa con Paesi a regolamentazione oraria diversa: lo denuncia l'europarlamentare pavese della Lega, Angelo Ciocca. "Invece di pensare ai problemi seri dei cittadini europei, a Bruxelles si continua a lavorare per l'abolizione del cambio dell'ora. Dopo un anno di consultazioni si è deciso che dal 2021 gli Stati membri dovranno decidere se restare con l'ora legale o con l'ora solare senza possibilità, dopo la scelta, di ritornare indietro - afferma Ciocca -. Un'Europa sconclusionata con il risultato che ci potremmo trovare a viaggiare tra i diversi Stati membri continuando a mettere mano all'orologio, spostando avanti e indietro le lancette per una sorta di assurdo fuso orario all'europea con tutti i problemi relativi a mezzi pubblici e spostamenti vari. Altrettanto stravagante è il fatto che la consultazione popolare promossa dalla Commissione europea ha visto votare, su un totale di 4,6 milioni di partecipanti, 3,5 milioni di rappresentati tedeschi".

L'Amministrazione Provinciale di Pavia comunica che ha disposto l'istituzione di senso unico alternato mobile per una lunghezza massima a singolo tratto pari a ml. 50,00, regolamentato da movieri e/o impianto semaforico, dalle ore 08:00 alle ore 17:00 dal 12/03/2019 al 22/03/2019 compresi sulla SP ex SS 617 “Bronese” in loc. Ponte “della Becca”, in Comune di Linarolo per Lavori di completamento della messa in sicurezza del Ponte - posa delle transizioni.

Domenica 3 marzo scorso, nella magnifica cornice del teatro “Alle Vigne” di Lodi, si è svolta la XXII edizione dell’importante concorso nazionale SPAZIO IN DANZA, che ha visto la partecipazione di numerosissime scuole di danza giunte da diverse regioni italiane, tra di esse il CENTRO STUDI DANZA DI VOGHERA diretto dalla maestra Annalisa Dalla Betta. Moltissimi, circa 450 partecipanti, si sono confrontati davanti ad un pubblico attento e ad una prestigiosa giuria composta da famosi coreografi di fama internazionale tra cui Paolo Podini, Brian Bullard, Samuele Cardini, Anna Rita Larghi, Pietro Froiio, Michele Olivieri. Eccezionali le prestazioni dei ragazzi del CENTRO STUDI DANZA DI VOGHERA, che si sono brillantemente distinti tra numerosi e qualificatissimi concorrenti. Nella sezione “contemporaneo solisti yuniores” si è classificata al primo posto, Marta Ravetta, ha presentato una coreografia del maestro Daniele Ziglioli dal titolo “AT THE BEGINNING”. La prestazione le ha fatto ottenere ben quattro borse di studio ed un ulteriore riconoscimento quale “miglior talento moderno”. Nella sezione “moderno/contemporaneo duo/trio seniores” si sono classificate al terzo posto Beatrice Manzati e Alessandra Ronchi, che hanno presentato una coreografia del maestro Jon B dal titolo “OPPOSTI”. Grande la soddisfazione dei presenti e della maestra Annalisa Dalla Betta, che ancora una volta ha accompagnato sul podio i propri allievi, sempre presenti in questa impegnativa disciplina, anche in vista dei prossimi appuntamenti artistici in programma.

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La recente pubblicazione dei bandi per l'assunzione di medici specialisti che eserciteranno la professione nell'ambito della delicata area del pronto soccorso /accettazione e dell'anestesia e rianimazione è un considerevole sforzo di ASST-PAVIA.La segreteria aziendale ANAAO ASSOMED, purtroppo, deve anche ricordare alla popolazione che la realtà a livello nazionale è drammatica e si rilevano carenze di camici bianchi che si declinano con cifre a 3 zeri.Entro il 2022 andranno in pensione più 23.000 medici(numero sottostimato).Per l'anno accademico 2017/2018 il Governo e le Regioni sono riuscite a garantire la copertura di circa 9 mila borse di studio e i partecipanti sono ogni anno circa 16000:vengono esclusi approssimativamente 5000 neolaureati che senza una specialità non riusciranno a inserirsi in maniera organica e definitiva nel sistema sanitario nazionale.

Ci si ritrova da una parte un grande numero di medici pronti al congedo pensionistico e dall'altra un sistema universitario che non riesce a finanziare un numero di percorsi formativi di specialità adeguato al fabbisogno:ecco il motivo che rende comprensibile la carenza di specialisti che emerge anche in Provincia di Pavia.I primi classificati nella graduatoria nazionale delle scuole di specialità scelgono cardiologia e man mano che si scende la classifica,dei vincitori del concorso nazionale, vengono opzionate specialità che permettono anche una remunerazione o una carriera in ambito privato ,mentre le ultime tre specialità che vengono scelte sono igiene e medicina preventiva, anestesia e rianimazione ,medicina d'emergenza/urgenza ,guarda caso le tre specialità con una vocazione per la sanità pubblica e con una ,costituzionale, problematicità a svolgere la professione in ambito privato. Nonostante questo la Direzione generale aziendale,di concerto con il dipartimento emergenza e area critica stanno dimostrando una reattività amministrativa e organizzativa volta a fornire e mantenere a livelli alti lo standard qualitativo dell'offerta sanitaria in Provincia di Pavia.

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