Lunedì, 25 Marzo 2019
Articoli filtrati per data: Venerdì, 08 Febbraio 2019

Pierangela Compagnoni da 18 anni è al servizio della sua cittadina, Redavalle, dapprima come consigliere ed assessore, poi come sindaco con mandato dal 2015.

Compagnoni suo primo mandato da sindaco sta volgendo al termine. Un bilancio?

«Giudico sicuramente positivo il mio percorso politico innanzitutto perché frutto della fiducia che i miei concittadini mi hanno sempre accordato, ma soprattutto perché in questi anni di impegno amministrativo ho avuto la possibilità di confrontarmi con le persone e tramite loro conoscere i problemi quotidiani e le esigenze della comunità in cui viviamo che sono lontanissimi dalla politica dei palazzi».

è stata la sua prima esperienza politica?

«Ho iniziato nel 1993 a fare politica, quando mi sono candidata per la prima volta a Santa Giuletta dove, forte delle centoquattro preferenze raccolte, un record mai battuto, ho ricoperto la carica prima di Capogruppo e poi di assessore ai servizi sociali. Nel 2004 mi sono trasferita come abitazione a Redavalle, dove ho ricoperto, prima di essere eletta sindaco, la carica di consigliere e assessore con delega allo sport, turismo ed attività produttive. Dal 2004 al 2009 sono stata Presidente della Commissione Servizi sociali della Comunità Montana».

Tema sicurezza: Redavalle è a suo giudizio un paese vivibile?

«Redavalle è un paese vivibile e come amministrazione in questi cinque anni abbiamo dedicato particolare attenzione per garantire la sicurezza dei nostri concittadini. Abbiamo infatti rinnovato la convenzione con il Comune di Broni per assicurarci la presenza sul territorio di una agente di polizia municipale, installato nuove telecamere di sorveglianza, e gradualmente stiamo procedendo al potenziamento della illuminazione pubblica».

La via Emilia è spesso teatro di pericolosi incidenti a causa dell’alta velocità. Come pensa si possa risolvere il problema?

«Non credo che il problema possa essere risolto con la sola installazione di strumenti come i multavelox. Occorre che venga fatta una sensibilizzazione sulla educazione stradale che deve partire dalle scuole».

Problematiche particolare che sono state sottoposte alla sua attenzione?

«I problemi di Redavalle, come credo ci siano per gli altri comuni, sono legati al taglio dei trasferimenti dallo Stato che hanno drasticamente ridotto le risorse economiche, impedendoci interventi sia sul sociale che sulla prevenzione. Mi riferisco in particolar modo agli interventi di prevenzione per la salvaguardia del territorio sempre più  interessato a fronte dei mutamenti climatici da fenomeni di dissesto idrogeologico».

Cosa servirebbe?

«Sviluppare rete e sinergie con i paesi vicini secondo il vecchio detto che l’’unione fa la forza e in un momento come questo di vacche magre per le finanze locali credo sia indispensabile mettere in comune le poche risorse disponibili per dare ai cittadini servizi all’altezza delle loro esigenze».

Cosa pensa di poter dare ancora al suo paese?

«Garantire il proseguimento del lavoro quotidiano e dell’impegno mio e della mia squadra di amministratori finalizzato al reperimento delle risorse economiche che sopperiscano alla mancanza di trasferimenti. In questi cinque anni di mandato, grazie appunto a questo impegno quotidiano, abbiamo portato a casa importanti finanziamenti da Regione Lombardia che ci hanno consentito di avviare dopo decenni di inerzia due importanti bonifiche di siti inquinati e procedere alla pulizia della parte tombinata del torrente Rile, cercando così di prevenire  le pericolose esondazioni del torrente che scorre in sotterraneo e che negli anni hanno interessato il centro del paese creando disagi alla popolazione e  danni alle abitazioni».

Secondo lei cosa serve per rilanciare il territorio Oltrepò, terra di vini e di prodotti tipici, che spesso non sempre viene valorizzato?

«Innanzitutto come minimo una viabilità adeguata: tanto per essere chiari, strade asfaltate che attirino il turismo e non lo disincentivino. Le bellezze  del nostro territorio sono uniche e particolari e meritano di essere conosciute in sicurezza e non con il rischio latente di dover cambiare treni di gomme ad ogni visita. Poi il proseguimento del percorso da tempo iniziato della produzione di qualità e sua valorizzazione. Ricordo che i vini della SVIC nel 1904 erano sulla carta vini dei grandi transatlantici. Infine, ma non per ultimo, il superamento dei campanilismi e la creazione di rete che faccia promozione con una sola voce».

 di Elisa Ajelli

 

Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito alla nascita del megaprogetto “cagnoniano“, ossia la creazione di una cantina unica oltrepadana. Questo processo inizia nel 2008, con la costituzione di “Terre d’Oltrepò”, società figlia della fusione tra la “Cantina Intercomunale di Broni” e “la Cantina Sociale di Casteggio” (che in passato aveva già assorbito la più blasonata SVIC). Successivamente, nel 2014, il colosso tenta l’acquisizione di “La Versa”, la quale però viene bloccata per il coraggioso rifiuto dei soci di quest’ultima. Nel 2017, dopo le note vicissitudini giudiziarie e i vari cambi di dirigenza e di strategie che hanno colpito le due società, “Terre d’Oltrepò” riesce nell’operazione di acquisizione, sebbene con modalità e finalità differenti.

Queste operazioni però non sono nuove al nostro territorio. Negli ultimi 150 anni ci fu un susseguirsi di proclami, progetti ed eventi che dovevano portare alla costituzione di un ente unico, che gestisse la produzione e la commercializzazione della maggior parte della vinificazione oltrepadana. Al giorno d’oggi delle 12 storiche cantine sociali (Montù Beccaria, Montescano, San Damiano al Colle, Stradella, Santa Maria della Versa, Canneto Pavese, Retorbido, Codevilla, Torrazza Coste, Casteggio, Broni e SVIC), dopo una serie di fusioni, fallimenti, liquidazioni e acquisizioni, ne sono rimaste soltanto tre.

Prima di “Terre d’Oltrepò” vennero fatti due grandi tentativi di creazione di un grande colosso enologico: la “Società Enologica Circondariale di Stradella” e la “Federazione Cantine Sociali Oltrepò Pavese”. Nel primo caso si trattava di una società voluta da un comitato composto da uomini di spessore dell’epoca (nobili, politici e tecnici), con lo scopo di migliorare la qualità dei vini, studiando nuovi metodi di vinificazione, ma allo stesso tempo ridurne i costi di produzione.  Nel secondo caso, invece, le numerose cantine sociali nate agli inizi del ‘900 si ritrovarono a doversi confederare per evitare di farsi concorrenza da sole e non incappare in una guerra al massacro, che avrebbe portato solo crisi ai propri singoli soci.

La Società Enologica Circondariale di Stradella

La prima idea di una grande “cantina sociale” oltrepadana venne presentata nel 1869 dal “Comizio Agrario Vogherese”, con la costituzione di un “Comitato Promotore” presieduto dall’Ing. Rinaldo Maccabruni di Broni.

Furono tre le prime problematiche a cui l’assemblea soci dovette far fronte: scelta della migliore località, costruzione di un enopolio moderno e funzionale e reperimento di materiale e macchinari necessari. Stradella e Voghera furono le due città candidate ad ospitare la struttura.

Il comitato promotore presentò nel 1872 una bozza di progetto di un enopolio che andasse oltre i canoni tipici delle cantine che fino ad all’ora regnavano in Oltrepò, facendo notare come queste  ormai fossero obsolete e dispendiose. Questa fu inoltre una delle prime occasioni in cui si parlò di “costi di produzione”.

Lo stabilimento ideale sarebbe dovuto sorgere con determinati canoni: facilità di trasporto delle uve e dei vini lavorati (con libera circolazione di mezzi di varia specie e collegamento con la stazione ferroviaria), massima luminosità degli impianti (senza però causarne l’innalzamento della temperatura), parte dei locali seminterrati per mantenere temperature costanti sia d’inverno che d’estate, ampio cortile per la concentrazione a freddo dei vini di lusso, spaziosi porticati per l’appassimento delle uve fine, vicinanza dell’acqua per il laboratorio di distillazione e per la forza motrice ed infine salubrità dell’aria.

L’idea iniziale fu quella di produrre all’incirca 50mila ettolitri in 50 giorni, con un capitale sociale di 500mila lire e la direzione dello stabilimento sarebbe spettata ad un enotecnico competente, al quale sarebbe sottoposto personale da addestrare in base alle proprie esigenze.

Tale direttore avrebbe dovuto inoltre seguire in parte la costruzione del nuovo impianto, in modo da ottenere uno stabilimento funzionale e su misura.

Approvato il progetto, il 28 febbraio 1872 il Comm. Avv. Agostino Depretis assunse la Presidenza del comitato promotore. Come prima mossa impose Stradella come sede dell’enopolio, mettendo fine alla lunga disputa con Voghera e l’anno successivo divenne Presidente effettivo della neonata “Società Enologica Circondariale di Stradella”. Nonostante la grande prudenza dei soci e le numerose valutazioni preliminari, la società non riuscì a decollare a causa della crisi economica che si stava ripercuotendo sul Paese e delle numerose difficoltà accorse nella gestione. Nel 1875 la “Società Enologica Circondariale di Stradella” dovette dichiarare fallimento.

Depretis, ritenendosi unico responsabile di tale fallimento, si accollò gli enormi debiti della società. Riuscì a risolvere questa situazione accettando un prestito d’onore dal Re Vittorio Emanuele II, il quale sarebbe stato rimborsato con trattenute sullo stipendio da Ministro del Regno. Da queste vicenda Depretis ne usci comunque a testa alta, dato che negli anni a seguire verrà eletto Presidente del Consiglio ben tre volte. Il nemico Carducci però non perse l’occasione per schernirlo, tanto da apostrofarlo come  «l’irto spettral vinattier di Stradella» nella poesia “Roma” delle “Odi Barbare”

Dalla Società Enologica Generale Italiana allo Stabilimento Enologico Cirio di Stradella

Tuttavia il “cantinone” di Via della Stazione continuò ad operare per parecchi anni ancora: gli impianti e l’immobile vennero prima ritirati dalla “Società Enologica Generale Italiana” (1875-1877), alla quale subentrò l’imprenditore piemontese Francesco Cirio con il suo “Stabilimento Enologico Cirio di Stradella”, che operò dal  1877 al 1891.

Cirio ritenne gli impianti di Depretis tra i più moderni dell’epoca e assunse l’enotecnico Francesco Schober come direttore di stabilimento. In questi anni i vini di Stradella si contraddistinsero per la loro qualità, tanto da aggiudicarsi numerosi concorsi nazionali ed internazionali, con richieste da diverse parti d’Europa. Cirio e i vini di Stradella furono protagonisti di un curioso fatto: leggenda vuole che a fine ‘800, una grossa partita di cavolfiori fu inviata a Berlino, ma i rappresentanti in zona comunicarono che gli ortaggi italiani giacevano ancora in gran parte invenduti nelle loro casse. Cirio partì immediatamente per Berlino, portando con sé un’adeguata scorta di burro. Fece tappa a Stradella, dove caricò con se alcune bottiglie di vino e, tramite telegramma ordinò ai suoi rivenditori tedeschi di comunicare che ad ogni acquirente di cavolfiori italiani sarebbe stati fornito gratuitamente burro fresco e ottimo vino italiano. Pochi giorni dopo i giornali tedeschi riportarono la notizia che fu necessario l’intervento della polizia per dissipare la folla di acquirenti ingolositi dalla promozione.

L’avventura oltrepadana di Cirio finì nel 1891, con la cessione dell’azienda alla Ditta Businger e C. con sede a Lucerna, la quale avendo avviato il commercio di vini italiani nel nord Europa, ritirarono lo stabilimento vinicolo di Stradella con l’intenzione di raccogliere le maggiori quantità di vino da spedire in Svizzera, Alsazia, Lorena e fino al Mare del Nord.

Di questa gestione svizzera però non si hanno molte notizie. Nello stesso anno il “Bollettino del Comizio Agrario Vogherese” riporta che gli studenti della Scuola Enologica di Alba visitarono  «il grandioso Stabilimento enologico Businger e Comp, in via di riordinamento», con «vigneto ed il frutteto annessi allo Stabilimento». Ultime notizie documentate della Businger a Stradella si hanno nel 1892, ma si ritiene che la proprietà svizzera non sia durata più di qualche anno.

Cantina Sociale Produttori Stradella (1902-1913)

Ad inizio secolo l’Oltrepò vitivinicolo fu travolto da una forte crisi, causata essenzialmente da due fattori: l’aumento incontrollato della produzione delle uve, eccessive per il fabbisogno economico locale e la correlata incapacità commerciale dei produttori di saper collocare sui mercati i propri prodotti.

L’On. Luigi Montemartini di Montù Beccaria iniziò quindi a diffondere i concetti della cooperazione agricola tra i viticoltori della zona, con conferenze, seminari e articoli ad essa dedicati. Ed è proprio a Montù Beccaria che Montemartini riuscì a convincere  un buon numero di concittadini, fondando la prima cantina sociale oltrepadana nell’agosto del 1902.

Pochi giorni dopo, il 13 settembre 1902, su iniziativa del Dott. Francesco Mazza di Codevilla 25 grandi proprietari della zona costituirono la “Cantina Sociale Produttori”  di Stradella, acquistando proprio lo stabile e il terreno ex Depretis per un centinaio di migliaio di euro.

L’enotecnico Siro Riccardonna ne assunse la direzione tecnica, coadiuvato dai fratelli Giuseppe e Angelo Ballabio. Il primo anno lo produzione fu di circa 10.000 hl.

Nel 1907 Riccardonna e Ballabio lasciarono la cantina per accasarsi alla neonata SVIC  di Casteggio. Alla direzione subentrò l’enologo piemontese Giuseppe Boschis, il quale migliorò notevolmente la qualità dei vini, ottenendo varie onorificenze e premi in denaro alle Esposizioni Nazionali e Internazionali.

La cantina possedeva numerosi punti vendita nell’Italia settentrionale: Pavia, Milano, Lodi, Cremona, Brescia, Codogno e Piacenza.

Negli anni a seguire la produzione si diversificò, aggiungendo un impianto di distillazione a vapore delle vinacce, aumentando nel 1908 la compagine societaria da 28 a 31 soci.

Nei primi 7 anni di attività la produzione media si aggirò attorno ai 12.000 hl, con un conferimento medio di 350 q di uve a socio. Negli anni a seguire la potenzialità produttiva dello stabilimento venne portata a circa 23.000 hl di vino.

La cantina, su due piani, era dotata di un impianto a vapore della potenza di 12 hp che azionava tre pigiatrici-diraspatrici, cinque torchi, due pompe da travaso e arie botti ci cemento e legno. Dal 1908 si hanno notizie sempre più frammentarie, le quali fanno percepire la brutta situazione in cui si trovava la società. La scarsa capacità manageriale degli amministratori, i costi elevati di gestione degli impianti e la scarsa liquidità della società portarono la direzione a cessare l’attività e a porre la cantina in stato di liquidazione nel 1913.

A differenza delle cantine sociali di ispirazione “montemartiniana” , che avevano una compagine societaria prevalentemente da piccoli proprietari terrieri o coltivatori diretti, la “Cantina Sociale Produttori” di Stradella era costituita esclusivamente da grandi proprietari terrieri del circondario, di famiglie nobili o borghesi, le quali riuscivano già in autonomia a vinificare. Probabilmente anche la mancanza di ambizioni dei soci ad emergere sul mercato in modo associativo può aver influenzato in modo negativo la gestione della cantina.

Con la liquidazione della società il “cantinone” venne ufficialmente dismesso e riqualificato ad altre destinazioni commerciali. La “Federazione delle Cantine Sociali dell’Oltrepò Pavese”, che aveva sede a poche centinaia di metri dall’enopolio, non ne fece mai uso. Dopo anni di abbandono, venne demolito negli anni sessanta per far spazio ai nuovi centri residenziali tutt’ora esistenti.

(continua…)

di Manuele Riccardi

Da sempre, quando si parla di Oltrepò, si parla di vino e difficilmente dell’agricoltura di pianura dove già i Liguri coltivavano e raccoglievano cereali. Oggi più che mai, con un Ministro dell’Agricoltura pavese doc, dobbiamo dedicare la massima attenzione allo sviluppo di un’attività che, insieme a quella vitivinicola, rappresenta il fulcro dell’economia locale. Siamo abituati a pensare all’agricoltore come persona anziana, legato alla tradizione e non orientato all’innovazione. Nulla di più sbagliato. La testimonianza diretta arriva dalla nuova generazione, ben rappresentata da Riccardo Lodigiani, classe 1990, di Lungavilla.

Riccardo, i suoi 29 anni parlano da soli della sua passione. Sul suo profilo Facebook capita spesso di apprezzare immagini bellissime delle nostre campagne. Da quando è nato il suo amore per l’agricoltura?

«Sono nato e cresciuto tra campi e trattori e ho avuto la fortuna di poter fare della mia passione, il mio lavoro. L’azienda nasce negli anni ‘30 con mio nonno che ha iniziato come contoterzista, mio padre ha poi avuto il coraggio di fare il primo passo per creare una propria azienda ed è partito con la coltivazione di barbabietola da zucchero, cereali e foraggi. Io sono subentrato nel 2010, subito dopo il diploma di perito agrario conseguito al Gallini di Voghera. Dal 2014 l’azienda che ha un estensione di circa 120 ettari, è stata interamente convertita al metodo biologico».

Mi racconta la sua giornata tipo?

«L’agricoltura segue i ritmi della natura; iniziamo i lavori con le semine di Febbraio, Marzo e Aprile ma l’impegno maggiore parte a Maggio con l’avvio della fienagione, continuando nei mesi estivi con la raccolta dei vari prodotti, per passare all’aratura, alla preparazione del terreno e finendo con la semina dei cereali autunnali».

Mi ha parlato dei grandi sacrifici, specialmente per un giovane, che sono richiesti in questa attività. Lei comunque riesce ad essere social, ad avere una bella compagnia, a vivere a stretto contatto con la sua famiglia e al tempo stesso dedicare ore e ore al lavoro: ma non dorme mai?

«Le dico solo che in questi periodi si ha poco tempo per il riposo perchè si lavora 7 giorni su 7, a volte anche 20 ore al giorno sempre in balia delle condizioni climatiche».

L’innovazione è possibile, anzi auspicabile, anche in agricoltura?

«Fino al 2017 potevo vendere il mio prodotto soltanto sfuso, quindi per dare un valore aggiunto al mio lavoro, nel 2018 ho realizzato un laboratorio polifunzionale in cui posso lavorare, confezionare ed etichettare direttamente la materia prima. Grazie a questo intervento è possibile acquistare da noi patate e confezioni di semi di lino, farro, ceci, ceci neri, lenticchie, fagioli borlotti, cannellini e dall’occhio e le farine macinate a pietra di grano tenero, farro e mais, tutto rigorosamente coltivato con il metodo biologico. Possiamo dire con orgoglio che oltre a clienti privati, i nostri prodotti sono stati provati e apprezzati anche dalle cucine di diversi ristoranti della zona».

Lei fa parte del comitato di promozione della zucca berrettina, riscoperta grazie al suo impegno e a quello di Manelli. Il successo sempre crescente del prodotto a cosa è dovuto?

«Otto anni fa ho iniziato a coltivare non solo prodotti destinati all’industria ma anche la famosa zucca Berrettina di Lungavilla. Fino a 40 anni fa era coltivata un po’ da tutti, poi è stata abbandonata perché si è visto che era un prodotto poco redditizio. Ad occuparsi della riscoperta di questo ortaggio è stata nel 2007 l’Associazione della Zucca Berrettina, che ha come presidente Emilio Manelli, avvalendosi della collaborazione di 2 prestigiosi enti, l’ENSE ed il CRA. L’Associazione si occupa anche della promozione di questo prodotto partecipando a eventi sparsi sul territorio e in primis attraverso quello che per noi è l’evento più importante dell’anno ovvero la Festa della Zucca Berrettina la quale si svolge tutti gli anni la prima domenica di ottobre e che nel 2018 ha raggiunto l’11 edizione. Ogni anno contiamo intorno alle 900 presenze per il pranzo a base di zucca e abbiamo migliaia di visitatori che arrivano anche da lontano appositamente per venire a comprare il nostro prodotto. Ad affiancare l’Associazione della Zucca c’è l’associazione dei produttori composta oltre che dalla mia azienda, dalle aziende Chiossa, Campanini e Vidali;  assieme dedichiamo alla zucca un totale di 4 ettari di terreno di cui circa 2 ettari sono parte della mia azienda e gli altri 2 sono suddivisi tra gli altri 3 produttori. Dalla zucca ricaviamo anche squisite confetture al naturale, con zenzero e con cioccolato e la Calcabir, una birra artigianale prodotta dal birrificio di Montegioco. Dopo aver visto il grande afflusso di persone che venivano da noi in azienda per comprare la zucca e i suoi derivati, ho deciso di introdurre nuove colture da proporre direttamente al consumatore finale.

Il suo ultimo progetto?

«Visto che l’inverno in genere è sempre stato un periodo tranquillo in cui ci si dedicava alla manutenzione e allo svolgimento della pratiche burocratiche, abbiamo pensato di trovare il modo per occupare le nostre giornate partecipando a mercatini e realizzando cesti natalizi con i nostri prodotti. Queste composizioni hanno avuto successo perchè sono un regalo diverso dal solito, contengono prodotti biologici che servono anche a valorizzare il nostro territorio e generalmente piacciono a tutti. Vista il riscontro positivo che abbiamo avuto, stiamo già pensando a nuove idee e nuovi prodotti da proporre ai nostri clienti nella stagione che verrà». Grazie Riccardo, per averci trasmetto tanta passione per una attività importantissima per il territorio. è anche grazie a lei che possiamo affermare, ancora una volta che c’è un #oltrepochefunziona.

di Gianni Maccagni

Dal 2005 ogni anno si commemora in Italia il ‘Giorno del Ricordo’, fissato per il 10 febbraio: un giorno istituito per far memoria dei tragici avvenimenti (foibe, deportazioni, esodo) di cui furono vittima a varie riprese – dall’autunno del 1943 alla metà degli Anni Cinquanta, per mano dei comunisti jugoslavi agli ordini del maresciallo Tito e con la complicità di alcuni comunisti italiani  - circa 350mila italiani residenti in Istria, Fiume e Dalmazia. Li ricordiamo anche noi, esempio drammatico e ammonitore di tanti altri esodi cui anche oggi sono costrette in tutto il mondo intere popolazioni, là dove le armi soffocano il dialogo.

Questo è l’intervento (tanto commovente quanto incisivo) che Lucia Bellaspiga, instancabile raccoglitrice di testimonianze su foibe ed esodo, figlia di esuli istriani, giornalista di ‘Avvenire’ ha voluto fare :

La mia prima volta a Pola, da bambina, è il ricordo di mia madre che piange aggrappata a un cancello. Un’immagine traumatica, che allora non sapevo spiegarmi. Eravamo là in vacanza, il mare era il più bello che avessi mai visto, le pinete profumate: perché quel pianto?

Al di là di quel cancello una grande casa che doveva essere stata molto bella, ma che il tempo aveva diroccato. Alle finestre i vetri blu, “erano quelli dell’oscuramento” mi disse mia madre, eppure la seconda guerra mondiale era finita da trent’anni. Tutto era rimasto come allora. La finestra si aprì e una donna gentile, con accento straniero, capì immediatamente: “Vuole entrare?”, chiese a mia madre. Solo adesso comprendo la tempesta di sentimenti che doveva agitare il suo cuore mentre varcava quella soglia e rivedeva la sua casa, la cucina dove era risuonata la voce di mia nonna, le camere in cui aveva giocato con i fratelli.

UN OBLIO VOLUTO CALA SULLE FOIBE E SULL’ESODO

Sono passati molti anni prima che io capissi davvero: la scuola certo non ci aiutava, censurando completamente la tragedia collettiva occorsa nelle terre d’Istria, Fiume e Dalmazia, e d’altra parte molti dei testimoni diretti, gli esuli fuggiti in massa dalla dittatura del maresciallo Tito e dal genocidio delle foibe, rinunciavano a raccontare, rassegnati a non essere creduti. Ciò che durante e dopo la II guerra mondiale era accaduto in decine di migliaia di nostre famiglie restava un incubo privato da tenere solo per noi perché al resto degli italiani non interessava. Eppure era storia: storia nazionale... Anche i miei cari sparsi per l’Australia mi sembravano quasi irreali, figure fantastiche che immaginavo mentre, imbarcati sulla nave “Toscana”, lasciavano Pola per sempre, via verso l’ignoto.

IL DOVERE DELLA MEMORIA

Ogni ritorno porta con sé un dolore, così per molti anni a Pola non tornammo più. Ma dentro di me intanto lavorava il richiamo delle origini, cresceva il desiderio che ogni donna, ogni uomo ha di sapere da dove è venuto, così, come tanti miei coetanei, ho iniziato a ripercorrere l’esodo dei nostri padri in senso inverso. Intanto il Novecento è diventato Duemila, l’Europa una casa comune sotto il cui tetto abitano popoli un tempo nemici, e i giovani oggi, da una parte e dall’altra, sognano un mondo nuovo, segnato dalla pace e dal progresso condiviso. E noi? I figli e nipoti dell’esodo, noi nati “al di qua”, che ruolo abbiamo in questo mondo che cambia ma che non deve dimenticare? Tocca a noi, dopo il secolo della barbarie, tenere alta la memoria non per recriminazioni o vendette, ma perché ciò che è stato non avvenga mai più. Se il perdono, infatti, è sempre un auspicio, la memoria è un dovere, è la via imprescindibile per la riconciliazione: non è vero che rimuovere aiuti a superare, anzi, la storia dimostra che il passato si supera solo facendo i conti con esso e da esso imparando.

IL RICONOSCIMENTO CHE FU PULIZIA ETNICA

Sono trascorsi oltre settant’anni da quando 350mila giuliano-dalmati sopravvissuti agli eccidi comunisti abbandonarono con ogni mezzo la loro amata terra, sperimentando la tragedia dello sradicamento totale e collettivo. La maggior parte di loro è morta senza avere non dico giustizia, ma almeno il sacrosanto diritto di veder riconosciuto il proprio immane sacrificio. Chiedo in prestito le parole al presidente emerito Giorgio Napolitano: “La tragedia di migliaia e migliaia di italiani imprigionati, uccisi, gettati nelle foibe assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica”, ha detto nel 2007, rompendo dopo 60 anni la cortina del silenzio. “Il moto di odio e di furia sanguinaria”  aveva come obiettivo lo “sradicamento della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia”. Ma soprattutto gli siamo grati per il mea culpa pronunciato a nome dell’Italia: “Dobbiamo assumerci la responsabilità dell’aver negato la verità per pregiudizi ideologici”.

LA STRAGE DI VERGAROLLA: FATTI ESPLODERE 28 ORDIGNI SULLA SPIAGGIA

Un altro grande passo sulla via della verità è stato compiuto proprio qui alla Camera il 13 giugno scorso, quando per la prima volta dopo 68 anni si è commemorata (e riconosciuta) la strage di Vergarolla, 28 ordigni fatti esplodere sulla spiaggia di Pola, oltre cento vittime tra adulti e bambini. Era l’agosto del 1946, già in tempo di pace, si tratta quindi della prima strage della nostra Repubblica, più sanguinosa di piazza Fontana, più della stazione di Bologna, eppure da sempre nascosta. Con Vergarolla fu chiaro che la sola salvezza era l’esilio.

L'esilio...Proviamo a immaginare il momento del distacco definitivo. Proviamo a immaginarlo ora: uscire dalla casa dove sei sempre stato e non per tornarci la sera, no: mai più. Tiri la porta e delle chiavi non sai che fare: chiudere? A che serve? Domani stesso nelle tue stanze entrerà gente nuova, che non sa nulla della vita vissuta là dentro. Ti porti dietro quello che puoi, poche cose, ma ciò che non potrai portare con te, che mai più riavrai, è la scuola che frequentavi, le voci degli amici, un amore che magari sbocciava, il negozio all’angolo, l’orto di casa, i volti noti, il tuo mare, il campanile… persino i tuoi morti al cimitero.

ADDIO POLA, ADDIO FIUME, ADDIO ZARA

Addio Pola, addio Fiume, addio Zara. I racconti sono spesso uguali: in una gelida giornata di bora, in un silenzio irreale rotto solo dai singhiozzi, la nave si staccava dalla riva che era sempre più lontana. Da laggiù la tua casa, la tua stessa finestra, il campanile diventavano già quel dolore-del-ritorno che mai sarebbe guarito.

Da che cosa si scappava? Dai rastrellamenti notturni, dalle foibe, dai processi sommari. Dai massacri perpetrati in quelle regioni d’Italia dai partigiani jugoslavi nell’autunno del 1943 e di nuovo dal maggio del 1945, cioè a guerra finita, quando il mondo già festeggiava la pace. Se nel resto d’Italia il 25 aprile a portare la Liberazione erano gli angloamericani, nelle terre adriatiche facevano irruzione ben altri “liberatori”. E iniziava il terrore. Da Gorizia e Trieste fino giù a Zara idei colpi alla porta con il calcio del fucile preannunciavano l’ingresso dei titini e il rapimento dei capifamiglia, centinaia ogni notte. Poi sparirono anche le donne, persino i ragazzini: “Condannato”, si legge sulle carte dei processi farsa, in realtà fucilati a due passi da casa o gettati vivi nelle foibe, tanti nel mare con una pietra al collo.

ACCOGLIENZA NELLA MISERIA

Da questo si fuggiva. Ma dove? In un’Italia povera e da ricostruire, anche solo un parente in una città lontana era l’ancora di salvezza, a Milano, La Spezia, Ancona, Venezia, Roma, Taranto… Sorsero villaggi giuliano-dalmati, quartieri di esuli, ma anche campi profughi, più di 100, in tutta Italia, ex manicomi, ex carceri, caserme dismesse, dove le famiglie si trovarono scaraventate in un nuovo incubo. Pensate, pensiamo cosa significhi: comunità spezzate, tessuti sociali frantumati, improvvisamente non più i colori della propria terra ma miseri accampamenti dove restarono per anni, le coperte appese a fare da parete tra una famiglia e l’altra. Qualcuno impazzì, qualcuno, svuotato della propria identità, si tolse la vita, molti morirono di crepacuore (così morì mia nonna). Al loro arrivo, presero loro le impronte digitali, come fossero delinquenti.

ERANO CHIAMATI FASCISTI

Fascisti! Così erano chiamati, solo poiché fuggivano da un regime comunista, e il grave equivoco resta ancora oggi incancrenito in residue forme di ignoranza, che il Giorno del Ricordo vuole dissipare: gli italiani della Venezia Giulia uscivano dall’Italia che era stata fascista esattamente come gli italiani di Roma, Trento, Napoli… I nostri nonni e genitori erano stati antifascisti o fascisti esattamente come tutti gli altri italiani, come tutti avevano approvato o invece subìto o combattuto il regime. Si usciva tutti, indistintamente, dalla stessa guerra persa. Nelle foibe furono gettati maestri di scuola, impiegati, carabinieri, medici, artigiani, operai, imprenditori...tutti, purché italiani o avversi alla nuova dittatura. E quanti tra questi erano stati antifascisti!

Ma c’è poi un secondo enorme equivoco in cui ancora oggi incorre chi non conosce la storia: “Di che vi lamentate? – dicono – L’Italia ha perso la guerra, era giusto che pagasse”. Vero, ma tutta l’Italia era stata sconfitta, eppure per saldare i 125 milioni di dollari, debito di guerra dell’intera nazione, il governo utilizzò le case, i negozi, i risparmi di una vita soltanto dei giuliano-dalmati. Promettendo indennizzi poi mai erogati. Se dunque noi oggi abbiamo le nostre case qui, se Milano, Palermo, Torino, Bari sono ancora Italia, è perché i giuliano-dalmati hanno pagato per tutti. Le loro vite hanno riscattato le nostre. Vogliamo almeno dire grazie? Vogliamo che almeno si sappia e che si studi a scuola?

E intanto che cosa succedeva al di là dell’Adriatico, dove poche migliaia di italiani erano rimasti per vari motivi, per non lasciare la propria casa, per non separarsi dai loro vecchi, perché fiduciosi nel nuovo regime comunista, o invece perché dallo stesso regime non ottenevano il permesso di partire? Accusati dagli esuli di essere comunisti e dagli jugoslavi di essere italiani quindi fascisti, a loro volta patirono una sorta di esilio in casa loro. E con questo torno alla domanda iniziale: che ruolo abbiamo oggi tutti noi, i nati dopo l’esodo sulle due sponde dell'Adriatico?

NON DIMENTICARE, DIFFONDERE LA VERITA’, GUARDARE AL FUTURO

Due ruoli principalmente. Il primo: difendere una verità ancora non del tutto condivisa. Esigere quel risarcimento morale che i nostri cari – i pochi di loro ancora in vita – solo di recente hanno iniziato a ricevere. Ma in questa opera di civiltà riusciremo solo con il sostegno forte e incondizionato delle Istituzioni. Se infatti l’essere qui, oggi, alla presenza delle massime cariche dello Stato legittima senza se e senza ma la nostra Storia, atti di vandalismo morale contro la nostra memoria sono sempre in agguato (basti accennare all’amministratore locale che pochi mesi fa, proprio in un anniversario storico per gli esuli e per l’Italia intera, ha ufficialmente esaltato Tito come liberatore delle nostre genti).

IL GIORNO DEL RICORDO SIA TESTIMONIANZA SEMPRE VIVA

Secondo nostro ruolo è vegliare perché il Giorno del Ricordo non diventi col tempo un retorico appuntamento celebrato per dovere o una sorta di lamentoso amarcord, ma sia testimonianza sempre viva. Cito al riguardo due storie esemplari, tra le tante che ho incontrato nel mio lavoro di giornalista. Giorgia Rossaro Luzzatto, goriziana, nella cui famiglia si intrecciano i drammi del Novecento: il padre ucciso dai partigiani di Tito, la nonna deportata ad Auschwitz dai tedeschi, uno zio assassinato alle Fosse di Katyn, due cugini morti nei gulag sovietici. Ancora oggi a 92 anni va per le scuole, voce irrinunciabile, perché i ragazzi sappiano. E Sergio Uljanic, che ha vissuto tutta l’infanzia, sette anni, nei campi profughi di Gorizia, Bari, Bagnoli e Torino. Nato il 16 settembre del 1947, è l’ultimo esule di Pola: il giorno prima gli inglesi avevano consegnato le chiavi della città agli jugoslavi.

A Trieste nel Magazzino 18 restano le masserizie degli esuli. Ma nelle case di ognuno di noi c’è un Magazzino 18 personale, e anche io ho il mio. E’ un grande specchio dalla casa di Pola, partito anche lui con l’esodo, e mi piace pensare che su quella superficie si riflettevano i volti dei miei nonni, di mia madre bambina, delle persone di cui mi parla sempre. In un certo senso nessuno li potrà cancellare, sono rimasti là dentro, invisibili, ma come dice Saint-Exupéry nel Piccolo Principe “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Loro sono il nostro essenziale, non dimentichiamo di onorarli

Nel 2018 cresce solo la spesa alimentare, con un aumento dello 0,6% in controtendenza rispetto all'andamento degli altri settori, dove si registra un calo dello 0,3%. E' quanto emerge da un'analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat sul commercio al dettaglio relativi a gennaio-dicembre dello scorso anno che evidenziano come siano solo gli acquisti di cibo a portare in positivo la spesa complessiva (+0,2%).

Nel 2018 si registra in particolare - sottolinea Coldiretti - un vero e proprio boom delle vendite nei discount alimentari, con un +4,4%. In attivo anche i supermercati (+0,4%) mentre arretrano ipermercati (-0,3%) e piccole botteghe (-0,2%).

Continua anche la crescita del commercio elettronico, con un +12,1% il cui boom pesa sul calo del dettaglio tradizionale. La sostanziale stagnazione dei consumi - rileva Coldiretti - minaccia di continuare anche nel 2019, evidenziando lo stato di difficoltà dell'economia nazionale.

Se da un lato il 2018 è stato l'anno del record di consumi degli italiani nei ristoranti con 85 miliardi di euro spesi, sul piano dello stato di salute delle attività ristorative si è registrato il saldo negativo più corposo degli ultimi dieci anni tra il numero di società avviate, 13.629, e quelle cessate, 26.073: -12.444, quasi il doppio rispetto al -6.796 del 2008. E' l'elaborazione dell'agenzia RistoratoreTop su dati Coldiretti e Movimprese, l'indice della nati-mortalità delle imprese di Unioncamere.

L'analisi è parte del "Rapporto RistoratoreTop 2019" che verrà presentato il 12 marzo in occasione del primo Forum Della Ristorazione al Palacongressi di Rimini e fotografa nel 2018 una spesa per pranzi e cene fuori casa al massimo storico, pari al 35% del totale dei consumi alimentari degli italiani. Il 22,3% della popolazione ha mangiato fuori almeno una volta a settimana, in prevalenza giovani sotto i 35 anni (33,8%).

Italia e Francia sono molto integrate fra loro. Ma negli ultimi anni, complice la crisi economica, sono le grandi industrie francesi ad avere preso piede in Italia. E salvo rari casi (ad esempio Luxottica), sono i grandi capitali francesi ad aver rafforzato la loro presenza in Italia, e non il contrario. Tanto che i numeri sono cristallini: i francesi controllano circa 1900 imprese italiane, con 250mila dipendenti. E questo assegna Oltralpe una netta posizione di vantaggio già solo a livello industriale e commerciale.

Un esempio? Parmalat e Lactalis. Con l’azienda francese ha già deciso di spostare il quartier generale di Collecchio in Francia, smantellando uno dei grandi centri tecnici dell’industria casearia italiana. Un esempio che dimostra quanto possa influire lo scontro fra governi anche sul tessuto italiano.

E sul fronte degli investimenti, Macron ha una serie di frecce pronte a essere scoccate dal suo arco. Ha già dimostrato di saperlo fare. Il caso più eclatante è quello dell’affare Fincantieri-Stx per i cantieri di Saint-Nazaire. Inutile negarlo: la mossa francese di adire la Commissione europea per presunta lesione della concorrenza è stato uno sgarbo eminentemente politico .Basti pensare che la possibile acquisizione dei cantieri atlantici non supera la soglia di fatturato minima per destare il sospetto dell’Antitrust europeo. Un mossa che non si può non definire subdola, ma che dimostra la possibilità di Parigi di bloccare un affare estremamente importante per la cantieristica italiana.

Altro settore a rischio, quello della telefonia. Come spiegato da Repubblica,  in particolare preoccupa la “controffensiva sferrata dal socio francese Vivendi per il controllo di Tim, che vedrà il momento clou nell’assemblea convocata per il 29 marzo. Vincent Bolloré, patron di Vivendi, che con il 23,9% è il primo azionista del gruppo italiano, pensa che cedere la rete Tim sia sbagliato. Il governo gialloverde, invece, la vorrebbe fuori dalla società telefonica”. Anche in questo caso, in un settore strategico ed estremamente delicato come quello delle reti telefoniche, la Francia ha un cavallo di Troia per colpire gli interessi italiani in caso di guerra diplomatica.

E per ultimo, c’è il caso Alitalia. Nella seconda metà di gennaio., tutto faceva credere che i negoziati per portare Air France-Klm nella cordata per salvare Alitalia si sarebbero conclusi con una fumata bianca. L’obiettivo era quello di farli entrare insieme a Ferrovie dello Stato per tutelare l’Italia dal rischio di una nazionalizzazione completa del settore aeronautico che avrebbe fatto infuriare anche l’Unione europea. Il problema è che ora dovrebbe essere proprio Di Maio a trattare con i manager di Air France. E il vice premier italiano ha scelto una strada del tutto opposta a quella dell’attuale establishment francese.

Proprio per questi motivi, non va sottovalutata la lettera inviata dagli industriali francesi e italiani a Giuseppe Conte e Macron in cui si legge che “in queste ore di tensione politico-diplomatica crescente, Confindustria e Medef ritengono necessario lanciare un appello al dialogo costruttivo e al confronto nella consapevolezza che la sfida non è tra Paesi europei ma tra l’Europa e il mondo esterno. L’economia vuole unire ciò che la politica sta dividendo”. Un segnale chiarissimo di come l’industria sia contraria a questo scontro politico e strategico. E che fa capire l’ostilità di larga parte dei grandi capitali industriali nei confronti dell’attuale governo italiano. Anzi, fa capire perché è proprio da questa centrale di interessi che arrivano anche i migliori alleati di Macron in Italia.

Ma non c’è “solo” l’economia a essere il campo di battaglia su cui Macron può colpire l’Italia. Anche sotto il profilo strategico, l’Italia ha due grossi problemi con cui deve fare i conti in caso di innalzamento dello scontro con la Francia. Ed è per questo che da Roma cercano sponde eccellenti in altri contesti, specialmente negli Stati Uniti. Questi due problemi sono la Libia e il Sahel.

Non è un mistero che la Francia abbia fatto di tutto per rimuovere la presenza italiana dalla Libia. Nicolas Sarkozy scatenò la guerra a Muhammar Gheddafi anche con il malcelato interesse di dare un colpo estremamente duro alla strategia italiana, che nel tempo era diventata il primo partner europeo per Tripoli. Dallo scoppio della guerra, Parigi ha cercato in qualsiasi modo di mettere i bastoni fra le ruote a Roma. Lo ha fatto prima puntando su Khalifa Haftar, poi provando a erodere la leadership di Eni. Ma non c’è riuscita, almeno fino ad ora, come confermato dalla Conferenza di Palermo. E in queste settimane, specialmente nel sud della Libia, potrebbe aver ricominciato a tessera la sua trama con l’uomo forte della Cirenaica.

Stesso discorso per il Sahel, in particolare in Niger, dove il governo si sta impegnando per rendere definitivamente operativa e a ranghi completi la missione italiana.  Ma vale anche per il Ciad, dove l’Italia sta cercando di accaparrarsi alcune posizioni a discapito dello strapotere francese. Lì, dove passano le grandi rotte dei migranti e dove inizia ‘esodo verso il Mediterraneo, Macron non ha solo grandi interessi, ma anche ottimi legami politici. Ed è proprio lì che può scatenare le sue mosse. Non solo nel controllo dei flussi africani, ma anche in sede europea imponendo l’accoglienza e negando la solidarietà all’Italia.

"Non si tratta di drammatizzare, si tratta di dire che la ricreazione è finita". Non usa giri di parole la ministra francese per gli Affari europei, Nathalie Loiseau, parlando della decisione del Quai d'Orsay di richiamare l'ambasciatore a Roma, Christian Masset, in seguito all"ingerenza inopportuna" del vice premier Luigi Di Maio, che martedì ha incontrato a sud di Parigi una delegazione dei gilet gialli. "Non era mai successo che un membro di un governo straniero venisse in Francia a sostenere non un leader politico - ha denunciato la Loiseau parlando a Radio Classique - ma qualcuno che ha fatto appello alla guerra civile, qualcuno ha fatto appello al rovesciamento di un presidente e a un governo militare". E' per questo, ha continuato la ministra, che l'incontro tra Di Maio e i gilet gialli è "un'ingerenza inopportuna, un gesto non amichevole da parte di persone che sono al governo e la cui priorità dovrebbero essere gli interessi degli italiani".

Alla domanda se Parigi abbia qualche responsabilità in questa crisi con Roma, la Loiseau ha replicato: "Sfortunatamente, quello che sta succedendo ci dà ragione. Noi abbiano detto che i nazionalismi in Europa, senza citare in modo particolare un Paese o un altro, sono un'aggregazione di interessi di categorie nazionali che non creano mai soluzioni ma inaspriscono i problemi ed Emmanuel Macron aveva ragione a denunciarlo".

Richiamo che "non è permanente", ha sottolineato stamane il portavoce del governo francese Benjamin Gruveaux, che ai microfoni di Europe 1 ha riassunto così la clamorosa mossa diplomatica di Parigi: "Era importante mandare un messaggio". L'Italia è "un alleato storico" della Francia ed "uno dei Paesi fondatori dell'Unione Europea", ha quindi ricordato il portavoce che, a proposito della disponibilità espressa da Di Maio e Salvini a dialogare con Parigi, ha sottolineato che "il dialogo non si è mai interrotto". I due ministri, ha detto Griveaux, "si siedono intorno ad un tavolo con i ministri francesi ai consigli europei" e "c'è un capo di governo in Italia che ha già incontrato più volte" il presidente francese Emmanuel Macron. Parlando dell'incontro di martedì tra Di Maio ed una rappresentanza dei gilet gialli a sud di Parigi, il portavoce ha sottolineato che "le buone maniere, la cortesia più elementare avrebbero voluto che il governo fosse avvertito" prima della visita di un ministro. Poi la stoccata: "Le battute di Luigi Di Maio e Matteo Salvini - ha detto Griveaux -, non hanno impedito all'Italia di entrare in una recessione economica... Noi non abbiamo fatto battute". Se il governo italiano, ha aggiunto, "si è sentito attaccato, è un suo problema". E ancora: "Se si vuol fare indietreggiare la lebbra nazionalista, se si vuole fare indietreggiare i populisti, se si vuol fare indietreggiare la sfida all'Europa, il modo migliore è di comportarsi bene con i propri partner". Rispondendo ad una domanda della giornalista di Europe 1, che ha ricordato l''attacco frontale' dei mesi scorsi del presidente Emmanuel Macron, che aveva parlato di 'lebbra nazionalista' in un riferimento anche al governo italiano, Griveaux ha detto: "Non era un attacco frontale, se si sono sentiti attaccati è un loro problema".

DI MAIO - "Se siamo in un'Europa senza confini, questo deve valere non solo per la libera circolazione di mezzi e persone, ma anche in ottica di forze politiche che si accordano in ottica europea", commenta il vicepremier Luigi Di Maio, rispondendo alle domande dei cronisti sulle tensioni con la Francia. "Il governo italiano è zen, se il governo francese si sta arrabbiando con quello italiano io credo che sia inopportuno", continua il ministro, che aggiunge: "Noi non abbiamo mai smesso di tendere la mano alla Francia, se poi questo significa parlare solo con 'En marche!', allora credo sia sbagliato come concetto. Penso che Macron debba tener presente che il governo italiano ha sempre collaborato, anche se in totale divergenze su tanti temi".

TONINELLI - "Non c’è nessun tipo di scontro con la Francia. La Francia commise un grave errore nel 2011 e ne stiamo pagando le conseguenze noi italiani principalmente". Lo ha detto oggi a Genova il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. "E' un peccato - ha aggiunto - che non chiedano scusa su quel grande errore che hanno commesso ma quando dicono che noi e i francesi siamo cugini è vero. E un popolo amico ma se si commettono degli errori bisogna chiedere scusa e si potrà rimediare. L'Africa è un continente che richiede un approccio completamente diverso e chi lo deve fare è la Francia. Stiamo interloquendo".

 

"Hanno un dibattito interno, si stanno costituendo noi - ha continuato Toninelli parlando dei gilet gialli - ci interfacciano a loro con totale rispetto dicendo che abbiamo dei mezzi gratuiti come Rousseau in cui si possono verificare le persone. Se serve possiamo dare loro una mano a fare attività politica a vantaggio delpopolo francese. Parliamo con la parte sana dei gilet gialli".

"Macron non deve arrabbiarsi - ha aggiunto -. Il partito di Macron è alleato con il partito di opposizione italiano. Che stranezza c’è se un partito di maggioranza va ad incontrare dei candidati o membri di un partito di opposizione francese. Da quando è vietato?". "E' una forza politica in corso di costituzione - ha sottolineato il ministro - E un gruppo di persone che si è opposto a un modo di fare politica che pensava principalmente alle élite. Mi pare che Macron debba comprendere ciò".

DISAGIO CONTE, COLLE PREOCCUPATO - Ai piani alti di Palazzo Chigi - raccontano intanto fonti di governo -, l'aria che si respira è pesante: è noto come al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, spiegano le fonti, certe uscite di Lega e M5S creino disagio, se non addirittura imbarazzo: "Sicuro è furioso, sicuro - rileva un esponente di governo all'Adnkronos -, Conte maschera il suo malessere dietro il consueto aplomb, ma anche il 'fuori onda' di Piazza Pulita che lo ha pizzicato con la Merkel la dice lunga sul reale stato delle cose". E ancora: "Qui Salvini e Di Maio battono i pugni, ma poi al tavolo con Macron si ritrova lui, mica loro...".

Preoccupazione anche dal Colle. Fonti qualificate del Quirinale sottolineano che l'auspicio del capo dello Stato, rientrato a Roma dalla visita in Angola, è che si ristabilisca immediatamente un clima di fiducia con i Paesi amici e alleati. Un obiettivo che richiede la considerazione dei reciproci interessi nazionali e il pieno rispetto delle dinamiche istituzionali di ciascun Paese. Mattarella, ribadiscono le stesse fonti, sostiene quindi con forza la necessità di difendere e preservare i consolidati e preziosi rapporti di amicizia e collaborazione con la Francia.

Riconosciuto lo status di museo per il dodicesimo anno consecutivo con nuove attività in programma nel primo semestre 2019. Stamattina in sala giunta l’assessore alle Attività museali, Simona Panigazzi, congiuntamente a Simona Guioli e Martina Lucchelli, direttrice del museo e responsabile dei servizi educativi, hanno comunicato che Regione Lombardia ha confermato lo status di "Museo" al Civico Museo di Scienze Naturali Giuseppe Orlandi anticipando le attività in programma nei primi sei mesi del 2019. Il Museo ha superato il procedimento di analisi per il mantenimento del titolo riaffermando i requisiti minimi e gli specifici standard qualitativi, i quali sono regolamentati da una direttiva regionale. Questi requisiti riguardano lo status giuridico, l’assetto finanziario, le strutture e la sicurezza, il personale, la gestione e la cura delle collezioni, i rapporti con il pubblico e relativi servizi, i rapporti con il territorio. Inoltre lo staff museale sta pianificando un calendario di iniziative per il primo semestre del 2019 con l’obiettivo di potenziare progressivamente le attività di conservazione, ricerca, valorizzazione e promozione.

Le attività previste per i prossimi mesi

• Conferenze scientifiche: incontri con specialisti per esporre al pubblico gli argomenti di attualità (es. inquinamento dei mari) che riguardano le scienze naturali e il territorio (es. convivenza uomo-lupo e le aree protette dell’Oltrepò pavese).

• Laboratori in Museo: eventi dedicati a un pubblico in età scolastica, per avvicinare i bambini al mondo delle Scienze e della Natura, spiegando i principi fondamentali attraverso momenti ludici e divertenti.

• Mostra MedWolf: esposizione di pannelli e fotografie sulle tematiche relative all’espansione territoriale del lupo, sulla coesistenza con le attività umane e su come mitigare i possibili danni per gli allevamenti.

• Presentazioni di libri: il Museo collaborerà con alcune realtà commerciali locali durante le presentazioni di libri legati alle tematiche ambientali e naturalistiche.

• Attività Museobus: dato il successo dello scorso anno e i riconoscimenti a livello nazionale, verranno ripropostile attività svolte con il Museobus, all’interno delle più importanti fiere e sagre del territorio e negli Istituti scolastici.

• Aperture straordinarie: per avvicinare i cittadini vogheresi alla realtà museale e per espandere i possibili fruitori, verranno realizzate delle aperture straordinarie del Museo in occasione di avvenimenti e ricorrenze nazionali. Programma

• 8 febbraio, ore 17:30 – “Laboratori in Museo”: il Darwin Day (QUIZ e laboratorio creativo)

• 1 marzo, ore 17:30 – “Laboratori in Museo”: Carnevale (Caccia al tesoro e merenda in maschera)

• 23 marzo – Conferenza gestione plastica in Mare (Paolo Degiovanni – biologo marino MUSE) – Sala Zonca 16:30

• 6 aprile – presentazione libro di Guido Conti “Il volo felice della cicogna Nilou” (in Museo)

• 1 maggio – Festa di Varzi (Attività Museobus) • Dall’11 al 25 maggio (data indicativa) – Mostra sul lupo (con conferenze e laboratori a tema)

• 18 maggio – Apertura straordinaria in occasione della Giornata dei Musei • maggio (da definire) – Conferenza sulle Aree protette dell’Oltrepò pavese

• 25 maggio – presentazione libro “I figli del bosco” di Giuseppe Festa (organizzata presso dalla Libreria TIcinum)

• Dal 30 maggio al 2 giugno – Festa dell’Ascensione di Voghera (Aperture straordinarie e laboratori) • Giugno (da definire) – Festa della Ciliegia di Bagnaria (Attività Museobus)

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