Lunedì, 25 Marzo 2019
Articoli filtrati per data: Mercoledì, 06 Febbraio 2019

Franco Da Prada, ex consigliere comunale a Voghera, membro del cda e per un breve periodo anche presidente di Asm, ha sempre amato considerarsi più un tecnico che un politico. Socialista, craxiano convinto e mai pentito, ha alle spalle un’esperienza 40ennale da imprenditore edile e costruttore: di strade, asfalti, ponti e opere in muratura se ne intende. Oggi che è entrato nel 75esimo anni di vita si gode la pensione nella villa che si è costruito nella parte alta di Salice, ancora sita nel territorio comunale sotto la giurisdizione di Rivanazzano Terme. Le vicende d’Oltrepò le continua a seguire da spettatore interessato con l’occhio critico e certi errori da “matita blu”, lui che è stato costruttore per anni, non riesce proprio a digerirli. A finire nel suo mirino è l’asfaltatura di alcuni tratti di strada a Salice e la realizzazione, fatta in fretta e furia appena prima di Natale, di alcuni dossi anti velocità lungo le direttrici principali del paese. «Asfaltare nei mesi più freddi dell’anno è un errore che un addetto ai lavori non dovrebbe mai fare».

Da Prada, in che cosa consiste lo sbaglio?

«Nei mesi tra novembre e febbraio non si fanno le asfaltature, è come andare a sciare in spiaggia. L’asfalto non si amalgama come dovrebbe sotto certe temperature e il risultato è che si rovinerà molto presto. Anziché durare 20 anni ne durerà magari un paio, oppure 5 se va bene. In qualche punto ho notato addirittura che si sta già sbriciolando, figuriamoci».

Come mai crede sia stato fatto un errore tanto grossolano?

«La fretta è stata motivata dal fatto che la Regione ha concesso dei finanziamenti di cui il Comune avrebbe beneficiato solo se avesse eseguito i lavori entro la fine dell’anno. Non mi sento di biasimare il sindaco visto che dire di no a dei finanziamenti, in questi tempi di vacche magre, è molto difficile, piuttosto credo che sarebbero da verificare le competenze dei tecnici della Regione che non si rendono conto di quello che fanno. In questo modo si sprecano soldi e si fanno lavori in malomodo».

A Salice e frazioni sono stati anche costruiti diversi passaggi pedonali per dissuadere dal correre troppo. Che ne pensa di queste opere?

«Che sono viziate dallo stesso difetto delle asfaltature, quindi dureranno meno di quanto potrebbero e non saranno probabilmente efficaci come dovrebbero. Prima di tutto bisognerebbe segnalarli meglio e poi, mentre alcuni sono addirittura troppo alti, altri sono bassi e probabilmente i giovani d’oggi che in macchina corrono un po’ troppo, li voleranno via».

Da Prada, lei è un costruttore ma anche ciclista. La greenway l’ha provata?

«Sì, moltissime volte, nella tratta che collega Voghera e Salice».

Cosa ne pensa?

«Che è stata fatta un po’ al risparmio. Per garantire la sicurezza di pedoni e ciclisti la strada sarebbe dovuta essere un po’ più larga, almeno mezzo metro. Il problema principale poi è la manutenzione. Le radici delle piante, in particolar modo le robinie, stanno creando problemi all’asfalto, che, non essendo previsto il transito di automobili o mezzi pesanti in generale, è un po’ troppo leggero. Io le eliminerei visto che tra l’altro hanno anche le spine, e sostituirei con altro tipo di pianta. Detto questo è un bene che ci sia e non vedo l’ora che sia completata la tratta che collega a Varzi».

Da costruttore, del Ponte di Salice messo a nuovo che giudizio ha?

«è un’opera ben fatta, il problema è che i circa due anni di chiusura hanno creato disagi e danni immensi e potevano essere evitati abbastanza facilmente. Bastava mettere in sicurezza la struttura con delle putrelle in ferro da 50, quelle che per intenderci in America tengono su i grattacieli. Così si sarebbe potuto riaprire al traffico in 15 giorni anziché in due anni, ed eseguire poi con comodo i lavori».

Degli altri ponti d’Oltrepò che ci dice?

«Che sono un disastro. Penso soprattutto alla Becca e a quello sul Po a Bressana. Mi auguro davvero che vengano controllati spessissimo, quasi tutti i giorni».

Facendo i dovuti scongiuri, teme un “Morandi” d’Oltrepò?

«Mi auguro di no, ma di sicuro i continui rattoppi non risolvono davvero i problemi. Il problema alla base è sempre la manutenzione, ma con tutti i soldi spesi mi chiedo se non si sarebbe potuto costruirne uno nuovo, fatto a regola d’arte».

Lei ha origini valtellinesi, ma si è trasferito a Salice da oltre vent’anni. Come vede il paese?

«In costante declino. Quando dicevo dove abitavo all’inizio i miei amici e conoscenti erano impressionati. Adesso quando vengono a trovarmi si chiedono cosa sia successo».

Che idea si è fatto del motivo?

«Io credo che lo sviluppo urbanistico sia stato sbagliato. Colpa soprattutto degli edili, dei costruttori. Io lo dicevo che la strada giusta era quella di collegare Salice a Rivanazzano costruendo un grande viale lungo la cui dorsale, da una parte e dall’altra, ci sarebbero dovuti essere i negozi. Oggi la gente che viene da fuori si chiede dove siano finiti. è stata sicuramente un’occasione persa. Poi la fine delle Terme ha dato il colpo di grazia».

Che idea si è fatto di questa chiusura?

«Personalmente che le acque non fossero buone io lo avevo già immaginato 30 anni fa, quando avevo fatto fatica a farmi saldare 200mila lire che mi venivano per un lavoro».

Che destino vede per le Terme oggi?

«Non buono, io credo che l’unica speranza sia attrarre qualche grosso investitore, americano, russo o cinese. Qualcuno che abbia una trentina di milioni di euro da investire per un rilancio in grande stile. Le piccole operazioni, piccole gestioni di “cabotaggio” non risolvono nulla, sono come i rattoppi nell’asfalto e si è visto».

Come mai pensa che sia così difficile trovare un acquirente di un certo tipo?

«Posso solo dire che tutte le persone con cui ho parlato, per conoscenze che ho in giro, hanno sempre lamentato i troppi vincoli burocratici. Facevano incontri ma poi perdevano interesse. è chiaro che se uno decide di fare un investimento tanto importante vuole poi avere le mani libere di fare quel che crede».

Parliamo della sua carriera politica, anche se lei dice di averla sempre vissuta da “tecnico”. Cosa intende?

«Intendo che non ho mai accettato incarichi per cui non avessi alcuna competenza. Quando entrai in Asm contribuii a far risparmiare circa 200mila euro in lavori, perché in quel campo avevo competenza. Quando mi chiesero se fossi voluto andare al Policlinico San Matteo risposi di no, proprio perché non era il mio campo».

Al Comune di Voghera questa sua esperienza è mai tornata utile?

«Io sono stato consigliere di opposizione a inizio anni ’90, con Affronti sindaco, quando l’accordo tra comunisti e democristiani estromise i socialisti. Ricordo che all’epoca c’era il caso Fergomma (la vicenda della bonifica dell’area dismessa di Oriolo, satura di rifiuti gommosi e plastici, che si trascinò per anni fra arresti, processi, condanne e successive assoluzioni ndr) e, prendendomi del matto, consigliai di smaltire i rifiuti “seppellendoli”, in maniera ovviamente legale, sotto la tangenziale che allora era in costruzione, dato che non si trattava di elementi nocivi. Pochi anni dopo fu lo stesso Giovanni Azzaretti a dire pubblicamente che la mia idea sarebbe stata giusta e che, se avessimo fatto come dicevo, nessuno sarebbe neppure finito nelle grane».

Lei si dice craxiano convinto…

«Sì, lo sono, ho sempre pensato che Craxi fosse uno che aveva le qualità per riuscire a risolvere tanti problemi. Era uno capace e gli piaceva lavorare, ma ha avuto intorno gente troppo ingorda».

Come altri ex socialisti, è poi finito in Forza Italia. La sua ultima apparizione come candidato risale al 2015, nella lista che sosteneva Carlo Barbieri. Come ha vissuto quell’esperienza?

«Non ne ho un bel ricordo. A Voghera non mi ricandiderei mai più. Il mio bacino di voti era di 120-150, ma ne presi meno della metà. Un po’ perché forse non mi spesi abbastanza in campagna elettorale, un po’ perché fui tradito da parte del mio elettorato. Ci furono anche errori grossolani nella scrittura del mio nome su alcune liste e questo contribuì a creare confusione e a farmi perdere preferenze. Finii con 76 voti alla pari di Isabella Comolli, che entrò in consiglio al posto mio. Barbieri e i suoi mi avevano fatto promesse e proposte, paventandomi anche un futuro ruolo in Asm, poi non ho sentito più nulla. Un’esperienza da non ripetere».

Adesso che farà? Con la politica ha chiuso?

«Ho 75 anni, per adesso penso a godermi la mia casa e faccio il nonno».

Di Christian Draghi

Daniele Maggi, classe 1958, è un veterano della politica locale. Cresciuto a Santa Maria della Versa, insegnante e  consulente per un’azienda della grande distribuzione, in più di quarant’anni ha ricoperto diverse cariche amministrative in vari comuni dell’Oltrepò. Nel 2015 ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro dal prefetto di Pavia.

Maggi, quando ha iniziato il suo percorso politico? Come si è avvicinato a questo mondo?

«Ho iniziato il mio percorso a 18 anni, quindi più di 40 anni fa, nelle fila degli studenti della Democrazia Cristiana su sollecitazione di compagni di scuola e amici».

Quali ruoli ha ricoperto in passato?

«Dal punto di vista amministrativo, nel 1990 sono stato Consigliere comunale a Broni, per poi passare a fare l’Assessore ai Lavori Pubblici a Lirio, Consigliere comunale a Cigognola ed infine Assessore all’Urbanistica, Commercio, Turismo, Cultura, Sicurezza e Pubblica Istruzione a Santa Maria della Versa, dal 2009 al 2014. Dal punto di vista politico sono stato Segretario Provinciale del CCD (Centro Cristiano Democratico) prima e poi dell’UDC, dove ho ricoperto anche l’incarico di Vicesegretario nazionale e membro della direzione nazionale. Nel 2013 sono stato candidato alla Camera dei Deputati al secondo posto nell’allora collegio elettorale Lombardia-Sud (Pavia-Lodi-Cremona-Mantova), sempre per l’UDC».

Attualmente qual è la sua posizione politica?

«Attualmente sono sempre sulle posizioni di Pier Ferdinando Casini con il CPE (Centristi per l’Europa), pur non condividendo alcune sue scelte di politica nazionale».

L’Oltrepò oggi naviga in una grande crisi. A suo parere, quali possono essere state le cause?

«La crisi dell’Oltrepò è sicuramente data da una serie di concause, principalmente il settore vitivinicolo che subisce l’attacco di diverse altre zone d’Italia e delle vicissitudini di alcune cantine sociali che poi sono state acquisite. Certamente la viabilità non aiuta questo settore. L’Oltrepò dovrebbe puntare sull’enogastronomia, dato che abbiamo un territorio eccezionale con prodotti di qualità. Un grosso problema è anche la rete commerciale che al momento, se non in alcuni casi, non c’è. Infine, un’altra grande pecca è la mancanza di strutture ricettive, mentre abbiamo però ottimi ristoranti».

Ritiene che ci sia una soluzione a questa situazione critica?

«Qualcosa di positivo si sta muovendo. Ultimamente diversi imprenditori giovani stanno attuando una politica commerciale secondo me buona. Bisogna sostenere questi imprenditori, giovani ma anche non, che sono bravi e lo stanno dimostrando producendo vini di ottima qualità. Anche le cantine sociali vanno però sostenute, perché sembra che ci sia stato un cambiamento di rotta anche in quel settore. Per cui l’Oltrepò, a mio parere, si sta risvegliando. Manca però un marchio globale dell’Oltrepò che riesca ad entrare nei mercati. Abbiamo territorio, ottimi prodotti e ottimi imprenditori. Il problema vero è l’immagine e si fatica a collocare il prodotto oltrepadano anche solo in giro per l’Italia».

Secondo lei gli enti hanno fatto abbastanza per evitare questa situazione?

«Non credo. Sono stati abbastanza latitanti. Attualmente sembra che la Regione sia più attenta a queste problematiche. La Provincia, che ormai ha funzioni ridotte, ha una grossa pecca: quella della viabilità».

A livello locale, dov’è mancata la politica?

«La politica sicuramente ha le sue colpe in questa situazione. Regione e Provincia dovevano fare da traino e non l’hanno fatto. Attualmente le situazioni politiche, se si ha la volontà, ci sono. In Regione ci sono persone valide, come il Presidente di Commissione Agricoltura Invernizzi e, a livello nazionale, c’è un Ministro dell’Agricoltura oltrepadano. Questi, se hanno attenzione per l’Oltrepò, possono realmente dare una svolta a questo territorio. Secondo me è un’occasione non dico unica ma importante».

Lei è residente a Stradella. Per l’amministrazione tutto sembrerebbe andare bene, per l’opposizione la situazione è disastrosa. Da cittadino, come vede la sua città?

«Io onestamente credo che a Stradella si possa fare di più, però la situazione non è disastrosa. Molte cose sono state fatte. è una città in cui tutt’ora si vive ancora bene e mi sembra che alcuni servizi funzionino. Certo, come in tutte le cose, ci si può migliorare. Il mio giudizio personale però non è di sicuramente negativo, anzi positivo. Forse dovrebbe essere un pochino più curata e l’amministrazione dovrebbe avere più attenzione su alcune situazioni, tipo la sicurezza. Naturalmente cercano di fare quello che riescono, perché penso che comunque anche Stradella soffra dei tagli agli enti locali avvenuti negli ultimi anni».

Dal 2009 al 2014 è stato Assessore a Santa Maria della Versa. Cosa ricorda di quell’esperienza?

«Sicuramente il ricordo è molto positivo. Mi è piaciuto tanto. Abbiamo portato avanti alcune iniziative sviluppando ciò che era già in atto, piuttosto che partire da zero. Durante il mio incarico abbiamo creato il Distretto del Commercio, che ha coinvolto 10 comuni. Questo poi ha portato anche a far collaborare i comuni anche sul piano della vigilanza e sicurezza, con l’installazione di telecamere. Abbiamo inoltre avviato e inaugurato l’asilo nido e messo le basi per l’Infopoint, poi inaugurato dall’amministrazione successiva. Nel 2013, grazie anche all’ottimo impegno del Segretario Comunale Torriero, abbiamo partecipato al bando per il “Progetto 6000 Campanili”, ottenendo un cospicuo finanziamento statale lasciato poi in dote all’attuale amministrazione. Diciamo di cose ne abbiamo fatte parecchie anche se, col senno di poi, forse si poteva fare qual cosina di più. L’esperienza però è stata di certo positiva».

Come vede Santa Maria della Versa oggi?

«Santa Maria della Versa io la vedo sempre bene, perché ci sono affezionato. Certo che, come gli altri comuni di dimensioni limitate, subisce problemi di spopolamento e di attività che scompaiono senza essere più rimpiazzate. Anche a questo non è di certo facile trovare soluzioni. Dal punto di vista amministrativo vedo che alcuni lavori e interventi sono stati fatti. Come per Stradella la situazione la vedo comunque migliorabile. Dipende poi chi avrà la voglia di impegnarsi per il bene pubblico e sarà un impegno dei prossimi amministratori fare questo».

Negli ultimi mesi si è parlato molto della fusione dei comuni della Valle Versa. Ruino, Canevino e Valverde hanno portato a termine con successo la fusione, dando vita a Colli Verdi. Questo non si può dire invece per il progetto del sindaco di Santa Maria della Versa, Ordali, che voleva un comune unico insieme a Volpara, Montecalvo e Golferenzo, con Santa Maria della Versa stessa capofila. L’amministrazione dice che la Valle Versa ha perso l’ultimo treno. Cosa pensa di questo progetto?

«Le situazioni cambiano. Capisco che molti hanno la loro idea del loro paese, che è sacrosanta e rispettabilissima. Il mondo che cambia ci porta però a dei cambiamenti, a delle modifiche. Credo che prima o poi questa debba essere la strada. Magari adesso è rinviabile ma questa sarà la strada, dettata da una situazione economica in recesso, tagli agli enti pubblici e fatica a far quadrare i bilanci pubblici. Questo porta chiaramente a dei disservizi per i cittadini. Personalmente, se fossi un abitante di questi piccoli comuni, mi spiacerebbe perché certamente la fusione porta a una perdita di identità e di riconoscimento. è una situazione che va mediata, ma non è di certo facile. Di conseguenza, dal punto di vista umano\campanilistico\emotivo uno tiene al suo comune, ma dal punto di vista amministrativo l’unione sarebbe più funzionale. Che poi volendo molti servizi sono già stati centralizzati, come le scuole e la sicurezza».

Tra poco si entra in periodo elettorale. Progetti per il futuro?

«Qui la passione resta. L’impegno politico per me è una passione. Ogni volta che ci sono delle elezioni mi riprometto di restarne fuori, ma poi alla fine sistematicamente mi ci ritrovo sempre dentro. Come mi ci ritroverò dentro questa volta non lo so, come non so quali saranno le opportunità e le possibilità che mi si presenteranno. Sicuramente non credo di restare solo spettatore».

di Manuele Riccardi

Giornalista enogastronomico fra i più affermati, Paolo Massobrio è un fine conoscitore dell’Oltrepò Pavese, dove sono in molti a reputarlo un amico e a stimarlo. Nel corso della sua carriera non si è limitato alla semplice attività giornalistica, ma può annoverare nel curriculum importanti iniziative editoriali e manifestazioni ormai consolidate. Due su tutte: il Golosario (volume che ogni anno raccoglie ‘‘mille e più ghiottonerie e vini’’, oltre a consensi unanimi) e Golosaria, la fiera enogastronomica che tocca varie località del nord Italia. Ma l’elenco sarebbe davvero lungo.

Proprio in virtù di tali esperienze e competenze, le sue opinioni godono di grande considerazione negli ambienti dell’enogastronomia. Se non un oracolo, poco ci manca.

Abbiamo scambiato con lui qualche pensiero, alla ricerca - se non di qualche profezia - di una speranza: quella che l’Oltrepò Pavese non venga riconosciuto dagli osservatori come una terra di lotte senza quartiere e senza futuro; ma in virtù soprattutto delle cose buone che questo territorio riesce ad esprimere.

Che sono tante. E il Massobrio le conosce tutte.

Golosario, la guida enogastronomica che racconta le eccellenze enogastronomiche del nostro paese, compie con l’edizione 2019 il venticinquesimo compleanno. Dalle 100 realtà descritte nel 1994 oggi siete arrivati a ben 1670, con la segnalazione di ben 10mila referenze. Indice questo non solo che l’eccellenza (r)esiste nel nostro paese, ma pure che si è sviluppato un piccolo esercito di collaboratori, affidabili e di esperienza.

Ci sveli, se può, un segreto: come fate a scovare le chicche che suggerite, poi, nel Golosario.

«Il segreto è che intorno alla mia attività giornalistica, o meglio al giornale Papillon, è nato un movimento di consumatori, il Club di Papillon, che si è radicato in varie parti d’Italia. Questa è una vera e propria lente di ingrandimento sui territori che mi ha agevolato nei viaggi e nella conoscenza dei vari prodotti. Tuttavia Il Golosario è cresciuto in foliazione non per l’aumento dei collaboratori ma per il boom del settore che ha visto tanti giovani dedicarsi in varie forme all’agroalimentare».

Ci anticipi almeno alcune delle eccellenze oltrepadane che è possibile trovare sulla guida.

«Rischiando per qualcuno la banalità, dico che il Salame di Varzi è sempre una sorpresa. Lo abbiamo portato anche in Giappone ed è stato un successo. L’altro giorno sono stato nella miglior boutique del gusto d’Italia, dai fratelli Damini ad Arzignano ed erano entusiasti, come me, dei formaggi del Boscasso di Ruino che hanno raggiunto una sorta di perfezione. Il riso non lo annoverate fra i prodotti oltrepadani, ma è bene sapere che a Gropello Cairoli c’è il numero 1 assoluto del riso mondale che trae il riso dalla riserva San Massimo. E poi i vini dell’Oltrepò: tre annate consecutive di Bonarda strepitose; la grandezza del Buttafuoco; il Riesling che è una chicca tutta del territorio e naturalmente il Pinot nero nelle declinazioni brut. Fantastici. Alcuni campioni champagneggiano. E nessuno si fila il Sangue di Giuda, che a me personalmente piace molto».

Golosaria, la fiera enogastronomica nata proprio dall’esperienza della guida, è una realtà che ormai macina numeri importanti, nelle sue varie declinazioni - milanese, monferrina, veneta.

Crede che iniziative di questa risma potrebbero vedere la luce anche nell’Oltrepò Pavese, dove non esiste alcun grande evento enogastronomico, eccezion fatta per le sempre più piccole feste di piazza?

«Non credo. E lo dico con rammarico. Ma il tasso di litigiosità che poi diventa scarsa operatività, in questo territorio, è davvero altissimo. Troppe iniziative fanno il passo del gambero. Mi piacerebbe poter dare una mano, ma non si trova mai la maniera giusta o l’interlocutore che si appassioni a fare sistema».

Qual è per lei, che può osservare l’Oltrepò un po’ dall’esterno, la bandiera enologica del nostro territorio? Sa, non riusciamo a metterci d’accordo. Per molti è ancora la Bonarda (ferma o mossa?). Per altri è il Pinot - anche per una questione di superfici vitate – a dover fare la parte del campione, sia vinificato in nero che in bianco. Ma poi, è così importante avere una bandiera?

«È importante avere un’identificazione, questo sì. Molti hanno abbandonato la Barbera e non si capisce perché. Comunque la Bonarda è una goduria assoluta, mentre i brut da Pinot nero in purezza sono davvero eccellenti. Quest’anno ne ho assaggiati moltissimi. Trovo invece una discrepanza fra produttore e produttore sul Pinot nero vinificato in rosso. Vertici davvero pochi».

Quanto alle tipicità alimentari, vorrei affrontare con lei il tema delle De.Co. (Denominazioni Comunali), grande intuizione di Veronelli. Credo sempre più spesso vengano “male interpretate”, per così dire, rispetto all’idea originaria. Dovrebbe essere uno strumento ottimo per preservare quei prodotti che sono davvero parte della storia di una comunità, e metterne nero su bianco un minimo di disciplinare. Invece vengono trattate alla stregua di un marchio se non - e mi scuso per il francesismo - di una marchetta elettorale alla gelateria o alla panetteria di turno. In Oltrepò ne abbiamo alcuni esempi.

Nota anche lei un po’ di svalutazione, cui occorrerebbe mettere mano?

«Io spero che in questa legislatura il ministro Centinaio, che è di queste terre, voglia dire una parola chiara su questo bene collettivo che è la denominazione comunale. Che non è un marchio, ma un semplice riconoscimento, un censimento di ciò che caratterizza, produttivamente parlando, una comunità. È un flatus voci che poi può creare fenomeni più interessanti fra produttori, partendo proprio dal patrimonio storico del proprio comune. Ma finché da una parte ci sono i funzionari ministeriali che per non avere rogne dicono che non si possono fare e la politica che non dice una parola chiara su una cosa che esiste di fatto, come il nome e cognome che portiamo, restiamo nella condizione che lei denuncia. E nel chiaroscuro c’è sempre qualcuno che se ne approfitta».

 di Pier Luigi Feltri

Nel corso dell’ultima puntata del programma tv CartaBianca, in onda su La7, sono stati diffusi i risultati di un sondaggio elettorale condotto dall’istituto Noto. Dalla rilevazione sulle intenzioni di voto degli italiani emerge che le due forze di governo, M5S e Lega, godono ancora complessivamente di un ampio consenso, pari al 57 per cento dei voti

Il partito di Matteo Salvini si conferma al primo posto, con un vantaggio di 9 punti percentuali sul movimento guidato da Luigi Di Maio. In particolare, la Lega veleggia al 33 per cento, a fronte del 24 per cento dei Cinque Stelle. Tuttavia, se il trend del Carroccio è stabile, il M5S viene stimato in crescita di un punto.

Quanto agli altri partiti, secondo il sondaggio dell’istituto Noto, il quadro non vede scostamenti significativi rispetto alle ultime settimane.

La terza forza politica del Paese, il Partito democratico, si mantiene intorno alle percentuali ottenute alle politiche del 4 marzo 2018, con un consenso stimato al 19 per cento. Nel centrosinistra, Più Europa viene dato al 3 per cento e Liberi e Uguali al 2.

Forza Italia non va oltre il 9 per cento e Fratelli d’Italia è quotato al 4,5 per cento. Se dovesse ricomporsi il fronte unico con la Lega, tuttavia, il centrodestra arriverebbe al 46,5 per cento.

I dati in sintesi:

Lega: 33 per cento

M5S: 24 per cento

Pd: 19 per cento

Forza Italia: 9 per cento

Fratelli d’Italia: 4,5 per cento

Più Europa: 3 per cento

Liberi e Uguali: 2 per cento

Potere al Popolo: 1,9 per cento

Altri di centrosinistra: 0,5 per cento

Quattro treni pendolari su dieci arrivano con un ritardo sopra i cinque minuti nelle stazioni di Roma, Milano e Napoli, uno su 10 con oltre 20 minuti di ritardo.

Lo rivela una ricerca di Altroconsumo.

Dalla rilevazione emerge che in dieci giorni più di 250 treni su oltre 2.500 sono arrivati in ritardo da 20 a 100 minuti, in nove stazioni di Roma, Milano e Napoli. I ritardi sono aumenti del 6% rispetto alla precedente inchiesta di Altroconsumo del 2015. In alcuni casi la corsa è sparita: sono stati cancellati il 2% dei treni, ovvero 46 corse.

Per dieci giorni sono stati monitorati 2.576 treni al binario di arrivo: documentato per il 39% dei treni un ritardo di più di 5 minuti, per il 19% di oltre 10 minuti e per il 10% di oltre 15 minuti.

Milano e Napoli hanno le performance peggiori: i ritardi dai dieci minuti in su sono rispettivamente il 25% e il 24%, mentre a Roma si scende all'8%. La Lombardia però è l'unica regione delle tre in cui c'è stato un aumento di pendolari, da 650mila al giorno nel 2011 a 735mila nel 2017 (+13%), e che non ha ridotto le tratte (almeno, tra 2010 e 2017).

Napoli registra gli stessi ritardi, con un peggioramento del quadro in Campania: taglio del 15% dei treni tra 2010 e 2017 e riduzione dei pendolari (ora 279mila) del 40% rispetto al 2011.

Nel Lazio i pendolari, 540mila, sono invariati negli anni.

Sette treni di Trenord per Milano sono risultati sempre in ritardo ben oltre i 10 minuti. Il treno Luino-Milano Garibaldi non è mai arrivato sei giorni su dieci. "Forse sostituito da un bus - scrive la ong -, ma il piano di efficientamento di Trenord non era ancora in vigore durante le rilevazioni".

La salvaguardia del patrimonio naturale del pianeta è uno dei temi che sta più a cuore ai giovani italiani. L'81,8% si dice disposto a cambiare le proprie abitudini per ridurre l'impatto dei cambiamenti climatici sul pianeta, mentre l'82% dichiara di essere disponibile a ridurre al minimo gli sprechi (dall'acqua alla luce, dalla plastica al cibo). E' quanto emerge da una indagine dell'Osservatorio giovani dell'Istituto Toniolo, con il sostegno di Fondazione Cariplo e di Intesa Sanpaolo, su un campione di 2.000 giovani nati tra il 1982 al 1997.

Dall'indagine emerge che il 70% cerca di scegliere prodotti di aziende impegnate nella salvaguardia dell'ambiente e che l'85,35% si impegna nel fare la raccolta differenziata dei rifiuti. Oltre il 59% è convinto che la salvaguardia dell'ambiente investa direttamente ogni singolo cittadino.

Il sondaggio evidenzia come la grande maggioranza si dichiari sensibile e attenta (con il 49 per cento che lo è molto), mentre i disinteressati sono meno del 15 per cento. Per oltre la metà degli intervistati l'interesse è aumentato negli ultimi anni.

C'è però anche la convinzione che bisognerebbe poter fare molto di più, soprattutto nel nostro Paese. Per oltre la metà degli intervistati (51,5 per cento) in Italia c'è meno attenzione nel dibattito pubblico verso la questione ambientale.

Meno di un giovane su quattro tuttavia si tiene informato in modo sistematico e non solo occasionale. A sapere molto bene cos'è lo sviluppo sostenibile è poco più del 10 per cento dei giovani. Infine, oltre l'80 per cento è poco attratto dalle associazioni oggi attivamente impegnate su questi fronti.

Sono 12 i decessi accertati durante la stagione della caccia 2018-19 (dal 1/o settembre 2018 al 30 gennaio 2019), con una diminuzione del 33% rispetto a quella precedente. Gli incidenti mortali che hanno coinvolto i cacciatori sono stati 10 (83% del totale), mentre quelli che hanno coinvolto i non cacciatori sono stati 2 (17% del totale).

Lo rende noto in un comunicato la Cabina di regia unitaria delle associazioni venatorie, formata da Federcaccia, Enalcaccia, AnuuMigratoristi, Arcicaccia, Associazione Nazionale Libera Caccia, Italcaccia, Ente Produttori di Selvaggina, e dal Comitato Nazionale Caccia e Natura (CNCN).

Durante lo stesso arco temporale i feriti sono stati 50, con un calo del 17% rispetto al 2017-18. I ferimenti dell'ultima stagione hanno coinvolto per il 74% dei casi cacciatori (37 feriti) e per il 26% dei casi non cacciatori (13 feriti).

La Cabina di Regia ribadisce come "anche un solo decesso durante la caccia sia inaccettabile, e si impegna a continuare le capillari attività di sensibilizzazione sulla sicurezza, che negli ultimi anni hanno portato ad un costante calo degli incidenti, nonostante campagne informative ideologicamente avverse abbiano generato una distorta percezione del tema".

"I cacciatori italiani - aggiunge la nota - nel periodo in cui è consentita l'attività venatoria, rigidamente regolata e sostenibile dal punto di vista scientifico, sono impegnati quotidianamente a tutela della biodiversità, gestendo territorio, ambiente e fauna, vigilando contro il bracconaggio, operando al servizio delle pubbliche amministrazioni a titolo gratuito in operazioni di controllo e ripristino ambientale.

Telefono Azzurro lancia una petizione online per chiedere alle istituzioni una legge volta a verificare l'età delle persone sui siti pornografici, in modo da impedire l'accesso ai minorenni. La petizione, attiva sul sito Change.org, è stata annunciata nel corso di un evento in Campidoglio in occasione del Safer Internet Day che ricorre oggi.

Stando all'indagine condotta da Telefono Azzurro e Doxa Kids su un campione di 600 giovani tra i 12 e i 18 anni, la metà degli intervistati ammette che nel suo gruppo di amici si guardano video porno. E la pornografia è sempre più violenta: l'82% dei contenuti - sottolinea l'associazione - contiene aggressioni fisiche, quasi sempre contro donne o ragazze.

"Chiediamo con forza una legge per verificare l'età degli utenti sui siti pornografici, come sta accadendo nel Regno Unito", ha detto il presidente di Telefono Azzurro, Ernesto Caffo. "Chiediamo alle istituzioni di introdurre un sistema obbligatorio per legge di verifica dell'età online. L'autocertificazione e il parental control non bastano. Connettendo l'autenticazione a carte di credito o altri sistemi tecnologici - ha concluso - si possono garantire gli utenti adulti e allo stesso tempo difendere i diritti dei minorenni".

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