Giovedì, 27 Giugno 2019
Articoli filtrati per data: Sabato, 02 Febbraio 2019

L’anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va… il 2018 del mondo del vino in Oltrepò si è chiuso con l’abbraccione plastico tra gli antagonisti di sempre: il Distretto di qualità abbraccia il Consorzio sotto prezzo e (soprattutto) i politici della Regione. La motivazione è sempre la stessa: se la politica lo chiede meglio stare al gioco e leccare il retro delle figurine, chissà mai che arrivi qualche soldo per continuare a giocare con i soldatini. I soldatini sono gli ignari produttori e i contadini, che tutti quanti dispongono di qua o di là in base alla convenienza del momento.

Nella realtà dei fatti non è cambiato niente a parte il nome dell’assessore regionale all’Agricoltura che, a differenza del suo predecessore che l’Oltrepò l’aveva misurato e sfidato anche in senso politico trovando una reazione degna di un museo delle cere, ha scelto – dicono gli addetti ai lavori - di ributtare soldi sull’incompiuto Centro Riccagioia e di abbandonare al proprio destino l’Enoteca Regionale della Lombardia a Cassino Po di Broni, nella quale a Milano non ha mai creduto nessuno se non il compianto Giancarlo Abelli, ultimo uomo politico dell’Oltrepò Pavese, un territorio oggi relegato al ruolo di colonia.

Le festività di Natale sono trascorse così, tra belle fotografie e le solite distrazioni: spumanti svenduti sugli scaffali dei supermercati; il nuovo Testarossa di La Versa che doveva debuttare per fine anno – come da dichiarazioni rese a profusione dalla nuova proprietà Terre d’Oltrepò – ma che invece arriverà solo nel 2019; un finto tentativo di dialogo animato dal Consorzio (tanto i voti li avranno in tasca sempre i soliti noti); una finta intesa con il Distretto dei duri e puri. Niente di nuovo sotto l’albero, a parte le retribuzioni da fame offerte ai vitivinicoltori dell’Oltrepò, neanche raccogliessero tutto in pianura e a macchina.

Nel mondo cooperativo locale, l’unico a essersi accorto che la vitivinicoltura di collina va pagata di più e che per farlo occorre fare progetti strategici sul vino a valore sembra essere il presidente di Torrevilla, Massimo Barbieri, che con la sua Cinquecento da corsa è partito e non si ferma. Non vuole farsi ammaliare dal canto delle sirene, anche perché il direttore d’orchestra lo conosce bene e sa che farebbe di tutto per se stesso e poco per gli altri. Un plauso per il lavoro svolto nel corso del 2018 va anche ad Alberto Carini, presidente della Cantina di Canneto Pavese, da sempre una sentinella anti monopolista e acceso sostenitore di un riequilibrio di pesi e contrappesi.

Per quanto concerne Coldiretti… pardon (refuso), per quanto concerne il presidente Andrea Giorgi, a capo del più grande polo cooperativo vitivinicolo della Lombardia, c’è da dire che in termini di tempo impegnato e di ore trascorse al telefono o su Whatsapp (con foto profilo e messaggi di stato eloquenti) è sicuramente da encomiare ma i risultati sono un’altra cosa: a Broni, Casteggio e Santa Maria della Versa i conti correnti dei soci sono al lumicino. Non basta fare spallucce e descrivere quanti protestano come un gruppo di decerebrati.

Non fosse per Cavit insieme ai grandi imbottigliatori del “tutto a pochi euro” e il fatturato di sussistenza che garantiscono la maxi cantina sociale sarebbe, forse, un’ex cantina sociale.

L’acquisizione di La Versa non ha cambiato la musica: lo scorso anno nemmeno una grande manifestazione culturale per ricordare il decennale della scomparsa del Duca Denari, padre nobile di La Versa e uomo marketing ante litteram del Pinot nero Metodo Classico in Oltrepò.

Denari ha segnato in modo indelebile la storia recente del vino

oltrepadano: è lui, infatti, il fondatore del Consorzio poi divenuto di Tutela; è lui ad aver presieduto per oltre 20 anni, con impronta nobile, la Cantina sociale «La Versa» trasformata in uno dei marchi storici dello spumante. Negli anni Ottanta aveva vissuto il punto culminante di una missione che lo aveva impegnato a: far comprendere all’Italia e al mondo che il Pinot nero d’Oltrepò, prodotto pregiato e richiestissimo dai grandi spumantieri, meritava attenzioni speciali perché la competizione era solo con lo Champagne e nessun altro in Italia. Nel 1971 divenne presidente della Cantina La Versa (non la sigla di adesso, quella di allora) di cui era uno dei soci più battaglieri sin dal 1951.

Rimase poi alla guida del colosso delle bollicine locali fino al 1994. Nel 1977 con un manipolo di produttori (tra cui Carlo Boatti di Monsupello, l’azienda rimasta fuori dal Consorzio alle ultime elezioni perché non votata dai grossi) fondò il Consorzio Vini Doc. La sede storica era in piazzetta San Francesco a Broni.

Denari fondò anche l’Ascovilo (l’associazione di tutti i consorzi del vino di Lombardia fatta eccezione per la Franciacorta che non ne fece mai parte). Per merito e standing venne eletto per acclamazione presidente dell’Istituto dello Spumante Classico Italiano. Nel 1987 Denari coronò il suo sogno portando al Castello Visconteo di Pavia la prima tappa di una mostra itinerante dedicata allo spumante italiano. Ancora oggi viene ricordato come l’evento più significativo per il vino d’Oltrepò. Negli anni Novanta, esausto, il Duca del vino uscì di scena da gran signore di un’epoca pre Facebook e pre fenomeni da Whatsapp. Antonio Denari capì per primo ciò che oggi in Oltrepò hanno capito in pochi: il Metodo Classico doveva diventare il traino di tutta una zona spingendo le aziende ad elevare il proprio impatto qualitativo e d’immagine sul mercato.

C’era La Versa a sostenerlo, a dimostrare che i grappoli di Pinot nero potevano essere lavorati e finire nelle bottiglie in Oltrepò anziché in Piemonte o in altre zone di Lombardia. Ci voleva classe per affermarlo. Oggi l’Oltrepò è il quarto territorio produttore di vino in Italia, peccato lavori per gli altri, per pochi centesimi al litro, tradendo l’eredità calpestata del Duca Denari.

Persino la tracciabilità è un problema e in merito alle riforme meglio riparlarne all’infinito che fare scelte con coraggio e lungimiranza. Bisogna che tutto cambi, perché tutto resti come prima, o forse peggio. Una buona notizia comunque c’è: l’anno che sta arrivando tra un anno passerà.

di Cyrano de Bergerac

Negli ultimi anni sulle pagine social locali si leggeva a sfinimento, vicini al periodo natalizio, la grande polemica sulle luminarie natalizie: si partiva solitamente da una semplice critica e si arrivava a un tripudio di commenti di tal ignoranza da mettere in imbarazzo quei pochi informati che ormai si contano sulle dita delle mani. In questo passato Natale 2018 il discorso luminarie è stato solo sfiorato, anche perché i negozi aperti in centro a Voghera sono così pochi che forse ciò non interessa più neanche ai pochi tenaci rimasti.

è stato più interessante per il Natale 2018 parlare di spazzatura e di bollette. Sì, di differenziata, di relativa puzza e di degrado. Di TARI e di multe. Per poi finire alla raccolta firme per le fatturazioni sbagliate di ASM. Qualche sfumatura diversa ha preso il discorso Recology, ma sempre di “rudo” si è parlato.

Da una parte per prendersi meriti, dall’altra per scrollarsi demeriti, non si sono mai viste così tante donne fotografate su montagne di spazzatura. Chi lo avrebbe mai detto che la spazzatura avrebbe tirato più di una borsa di Hermès? Nessuno.

Un’ avvenente dama ha scoperto di recente che Medassino esiste e che ci sono cataste di rifiuti da anni: innocui, ma ci sono. Ci sono anche persone che in quel quartiere  hanno lottato per avere l’area ripulita, ma si sa… anni fa la signora faceva altro e i fotografi lì non c’erano ancora. Sempre seguita dal prode cavaliere, l’avvenente dama può oggi impegnarsi maggiormente nelle presenze alle diverse manifestazioni corredate da selfie, da bicchierate e si spera, anche dall’informazione che, fino ad oggi, ha lasciato un po’ superficiale.

Fra un rito di iniziazione e l’altro, non bisogna dimenticare il dì in cui colei gridò alla “solidarietà fra donne” esternato su Facebook. Brava, fantastico: peccato però che anche questa volta si sia limitata al “copia ed incolla” di una frase, forse, sentita da Barbara D’Urso. Poco lontano infatti c’è chi non tratteneva la felicità di fronte a insulti scritti su Facebook alla odiata Boldrinida da parte di qualche intelligentone di turno. Sì: un esponente politico che apprezza un insulto a una donna… Campioni di politica, di coerenza, di rispetto e di etica.

Non da poco sono le offese a due “cugini” vogheresi: si chiama cyberbullismo e non viene fatto solo fra stupidi ragazzini. Sappiatelo. Il cyberbullismo è un’arma diffamatoria che gioca sull’ignoranza delle persone che, come chi lo mette in atto, gode nello sfottìo altrui e nella cattiveria assoluta. Tutto a titolo gratuito, sempre. Non sono sfoghi o liti. Sono colpi studiati dettagliatamente con tanto di mandanti e branco pronto ad intervenire. Non è un tifo da stadio. è una bomba che ti spiazza, ti lascia senza parole. Contro la menzogna e la cattiveria, difficilmente ci si riesce a difendere. Nel caso specifico forse una querela, ma spesso chi colpisce non ha nulla da perdere, perché poco è riuscito ad ottenere dalla vita se non cattiveria accumulata. Forse ha ragione chi dice che oggi la politica si fa anche su Facebook, ma bisognerebbe capire e usare questa piattaforma anche per controllare e soprattutto scartare da un gruppo le mele marce, quelle che portano danni più che consensi.

Un buon esempio ci viene da una donna dalla chioma bionda che ben conosce le doti di calma e fermezza e che fa uso di tutto ciò con eleganza e cordialità, senza tralasciare mai anche l’informazione. Questa sua cultura spesso infastidisce chi invece altre armi non ha se non la diffamazione e il pettegolezzo, e badate bene che questo non riguarda solo le dame, politicanti o avvenenti uomini che si credono i Cruciani di Voghera, ma anche “fior di politici” che biondi i capelli non hanno, ma altre acconciature… e che proprio usando male i social si sono oscurati da soli fra un aperitivo, una cena e un dopocena.

Post che spuntano e spariscono come bicchieri di champagne, supercazzole e post indecifrabili composti sotto uno stato di delirio di onnipotenza.

La spazzatura fotografata dilaga anche nei post di privati cittadini che, cadendo nell’ennesima esternazione della più totale ignoranza, incolpano ASM per qualsiasi cosa ormai, anche per l’inciviltà di chi butta sacchi di spazzatura indifferenziata negli imbocchi dei cassonetti della plastica. Salendo di livello apparente, si spera in qualcosa di meglio da parte dei politici, ma anche qui si cade nel ridicolo: compaiono i sondaggi sui social suggeriti dagli stessi cittadini che si selfano vicino ai cassonetti. Le domande sono “trovi difficoltà”, “trovate comoda ed accessibile” nel nuovo sistema? Sì, la troviamo comoda e troviamo scomodi i non pagatori della Tari che, insieme agli incivili, buttano tutto dove capita. Credo che come risposta sia sufficiente ed esaustiva anche se poco politica.

Ben diverse sono le liti invece per il potere vero: quello dei cassonetti. Quello delle bollette andate a rotoli. Lì si lotta seriamente. Pare ci si insulti, si nascondano carte, nomi, soprattutto ci si sputtani per un chissà quale obbiettivo. Quanto ne vale la pena finire sui giornali tutti i giorni? Probabilmente ci viene da pensare “tanto”, oppure, senza voler mal pensare, la follia sta dilagando tenendo per mano l’ignoranza e si prendono persone nel mucchio che farebbero di tutto per un anno di potere guidato da burattinai che guardano dall’alto. Ci piacerebbe sapere quali di così elevati dirigenti abbia mai letto un articolo di quotidiano che non fosse la gita di Corona nel boschetto di Rogoredo. L’istinto mi dice nessuno. L’opposizione in questa lotta non è da meno: si chiedono giustamente spiegazioni e dettagli che rimangono perennemente nell’oscurità: una lotta apparente e di una mollezza infinita se si pensa che dal lontano Gennaio 2017 le parole non hanno portato a nessun fatto. Entra nel frattempo a gamba tesa nel caos ASM colui che si reca alla Corte dei Conti con tanto di post e foto su Facebook: chissà quale botta per amici e parenti che fino a pochi mesi prima brindavano alla Sensia con politici e dirigenti. Finisce per la seconda volta fra selfie e brindisi, la “verde” storia d’amore che tanto aveva appassionato il pubblico vogherese, spuntano cartelli MetroMinuto con segnata la Questura che a Voghera non esiste, sorgono nuovi gruppi Facebook con notizie e commenti così imbarazzanti da ricordare quelli del lontano 2013, si fa ancora del becero classismo fra vip, figli di papà e raccomandati, delinquenti e mafiosi, senza accorgersi che l’atteggiamento mafioso è proprio nella POLITICA, non nel dipendente di ASM che ha già abbondantemente pagato con la legge da tempo.

Oggi “sapere” ed ascoltare non va più di moda. La gente vuole solo il gossip, quello cattivo: si gode dei fallimenti altrui, si insultano le persone civili ed educate, si cerca la lite, lo schiaffo, l’amante e il vizio.  Don Camillo e Peppone, le loro liti e i loro scherzi sono un miraggio, un sogno. La nostalgia di chi conosce la storia e la vecchia politica sale: forse sì, si mettevano le mani nella marmellata come oggi, ma le lotte si facevano in piazza, i telefonini non entravano nelle stanze dei politici e la parola era data alla gente in altro modo: chi lottava, lottava davvero e non godeva nel rispedire al mittente una nave con esseri umani disperati, ma nel vedere una rinascita di un paese ormai sfatto.

di Attilio Covini

Il 10 febbraio alle 16 al teatro di Rivanazzano Terme prosegue la stagione con lo spettacolo ANDIAMO (Storie di viaggi) del Teatro Pane e Mate.

Uno spettacolo di burattini in baracca e attore, con Salvatore Fiorini per la regia di Karlos Herrero.

Andiamo come vamos: invito al viaggio collettivo … Andiamo come andare: non preoccuparti e vai oltre, oltre alle apparenti difficoltà … Andiamo come viaggiare: camminare mettendoci in movimento un passo dopo l’altro … Andiamo? come domanda e invito.

Andiamo sono i ricordi e il presente di un viaggio in corso che unisce l’intimo e l’epico, un cammino verso il mondo interiore ma con lo sguardo verso l’orizzonte.

Salvatore è il burattinaio che contiene tutti i burattinai che al mondo sono stati. E’ l’erede di un arte che accompagna l’uomo fin dai suoi primi passi, è la storia dei suoi predecessori che si fonde con la sua storia personale. E così narra e illustra i suoi amici nelle vesti di burattini, raccontando le loro gesta in un presente continuo. Loro sono gli eroi della sua epopea e come gli eroi classici prendono senso non dalla meta finale ma dal percorso e dalle esperienze di vita.

Pane e Mate è un gruppo teatrale nato a Milano che porta da anni le proprie produzioni nei festival, nelle feste di piazza, nelle biblioteche e nelle scuole riscuotendo graditi apprezzamenti da parte di grandi e piccini. La diversità come elemento di fondo ha indirizzato la loro ricerca espressiva verso distinte tecniche di animazione dove l’esplorazione e il riciclo dei materiali di recupero sono il fulcro di un percorso creativo che pone particolare attenzione all’aspetto sonoro del linguaggio scenico.

Lo spettacolo è adatto a tutti, momento magico in cui grandi, ragazzi e piccini, possono incontrarsi, credere e sognare.

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Filippo Pozzi, giovane agronomo paesaggista dell'Oltrepò  che , grazie ai brillanti risultati conseguiti, ha avuto la possibilità  di lavorare per un periodo a Versailles . Grazie a Filippo Pozzi  i nostri prodotti tipici, la zucca Bertagnina e il peperone di Voghera (a differenza dell'erba voglio) sono cresciuti nel giardino del re. Sabato 9 febbraio , alle ore 17, in via Cavalotti 16, l'associazione "Voghera è"   ha organizzato un incontro con Filippo Pozzi che avrà l'occasione  di raccontare la sua storia. Lo presenterà  colui che può  essere a ragione ritenuto "colpevole" delle sue scelte: il suo prof.Maurizio Merlo , che nel glorioso istituto Gallini di Voghera  lo ha contagiato con la sua passione per la natura, l'ambiente, la progettazione del verde pubblico.

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