Domenica, 20 Ottobre 2019
Articoli filtrati per data: Lunedì, 07 Ottobre 2019

“Gioànnbrerafucarlo” nacque a Pianariva, come lui stesso definiva San Zenone al Po, nei primi anni dell’altro dopoguerra: in una data che sarebbe diventata tristemente famosa: l’8 Settembre; giovanissimo divenne giornalista e scrittore di vaglia. Scriveva con stile inimitabile ed innovativo sul Giorno e sul mitico Guerin Sportivo oltre che su altre testate prestigiose. Proprio su questo settimanale dalle pagine verdi, curava una rubrica “lettere al direttore”: rispondeva a domande di lettori curiosi di fatti di calcio e di vita. Le sue risposte erano spesso dotte ed intriganti perché spaziavano oltre i confini dell’arido argomento calcio, per toccare alte vette dai contenuti culturali e lessicali nuovi ed incisivi.

Avevo diciannove anni, matricola universitaria pavese di Economia e Commercio, sinceramente intrigato dal modo di scrivere del grande padano e dai contenuti dei suoi articoli spesso travisati, come in occasione della polemica nata per alcune sue affermazioni circa la difficoltà del meridione nel produrre grandi atleti: uomini di pensiero sì, ma non grandi atleti, prerogativa di regioni del nord quali il Veneto, il Piemonte e la Toscana. Parlava di étnos, alimentazione e clima e fu beceramente frainteso ed accusato di razzismo. Non se ne adontò più di tanto se non polemizzando in modo feroce con Palumbo, da lui chiamato avis palumba, canzonato in parecchi articoli e mai considerato il grande giornalista e il direttore che in effetti fu. Decisi di scrivere al direttore del Guerino, come confidenzialmente appellavo il settimanale del mio cuore, ponendo dieci domande e firmandomi pavese d’adozione. Diede puntuali risposte ai quesiti e concluse chiedendomi dove abitassi nella Pavia dei suoi splendidi anni universitari oggetto spesso di ricordi ed aneddoti in alcuni suoi memorabili articoli. Profittai della richiesta per scrivere di nuovo precisando che ero un oltrepadano, a Pavia per studi, innamorato dei suoi neologismi: goleador, libero, euclideo, abatino, cursore, melina, ed altri, che erano ormai entrati nel lessico comune sportivo e non. Gli ricordai un suo splendido verbo: sgrillettare dei mozzi, ad indicare il metallico rumore delle ruote delle biciclette e un articolo del Guerin Sportivo di qualche anno prima dal titolo  “Invectiva ad Patrem Padum”. Mi rispose che ero troppo buono con lui che era un semplice servitore della sua Olivetti, che conosceva l’Oltrepo Pavese come terra di vini e di caccia e si augurò di incontrarmi un giorno per parlare il nostro bellissimo dialetto girando a caccia per boschi e radure, sotto il cielo tenue dell’autunno oltrepadano. La modestia di quell’uomo conscio del suo enorme valore ma restìo a magnificarlo, mi spinge a riportare parte di quell’articolo firmato dal sunnominato “modesto servitore della sua Olivetti”. Parlando di se stesso scriveva: “Sono un uovo fatto fuori dal cavagnolo, quando mio padre e mia madre non pensavano più di avere un altro figlio. Il mio paese è Pianariva, che l’Olona divide a mezzo prima di confluire in Po. Sono cresciuto brado fra i paperi e le oche naviganti l’Olona. Ho imparato a nuotare con loro e a desumere i fondali dai diversi colori e dalle diverse increspature dell’acqua. Ti sarai accorto, cortese lettore, che non indulgo a retoriche di sorta. Molto facile sarebbe abbandonarsi a inni e cachinni.  La verità è che il Po è un sacramento di fiume incostante e capriccioso. Nasce dal Monviso, da un antro che pare giusto la matrice di un animale mostruoso; arriva a Saluzzo e prende bruscamente a salire verso Torino: qui aggira nuove colline e riceve le Dore, mettendosi a correre sbandato da un sabbione all’altro. Diventa un po’ più rispettabile ricevendo il Ticino, la cui parte cerulea si distingue dal resto per una buona ventina di chilometri. Adesso ci puoi crepare di tifo e di epatite virale: ai miei tempi si beveva acqua di Po dalle sèssole, che i toscani chiamano vetàzzolo nel loro fossile e noioso dialetto. Dopo l’amplesso con il Ticino, padre Po rincoglionisce letteralmente e assume l’aspetto d’un inquieto serpentone dalle larghe ed inutili spire”.

Così il Grangiuànn. Poesia, poesia vera. L’augurio di incontrarci un giorno in Oltrepò sembrava una battuta ma, complice il destino che spesso si diverte alle nostre spalle, un giovedì mattina a caccia da Maffeo Zonca, nella riserva che spaziava da Cecima a Gomo di Godiasco, vidi il grande giornalista in atteggiamento venatorio con a tracolla una bellissima carabina artigianale. Mi avvicinai titubante e mi presentai; fui stupito nel constatare che si ricordava delle mie lettere, gli scritti di “un paìs bassaiolo”- paesano della bassa-, come da quel momento iniziò a chiamarmi, nonostante io insistessi nel dire che potevo essere suo compaesano in quanto pavese, ma non della bassa perché io ero semmai dell’alta collina. Non ci fu verso: nei pochi incontri sempre venatori, che il buon Dio mi concesse, continuò a chiamarmi paìs bassaiolo e non volle intendere ragioni dato che entrambi eravamo, a suo dire, figli dell’Alma Ticinénsis, dell’Università di Pavia e quindi compaesani e, dato che lui era bassaiolo cioè della bassa, necessariamente lo dovevo essere anch’io. Tanti anni dopo leggendo un suo articolo magistrale, intesi perché si sentisse oltrepadano: scriveva “...il Po lambiva troppo colline da vino per non essere pericolosamente ubriaco, ancora nel 1380, Po scendeva sparato su Belgioioso e saliva e non per lambire Corteolona, dove riceveva l’Olona: poi piegava a sud-est passando per Pieve Porto Morone puntava contro Castel Sangiovanni, dall’altra parte. Il mio paese era sulla riva destra. Po rifiutò rombando di percorrere l’ansa di Corteolona e tirò dritto tra Arena e Pianariva rientrando nel suo letto solo fra Pieve PortoMorone e Castel Sangiovanni! In tal modo il mio paese si trovò sulla riva sinistra avendo a sud il fiume che prima aveva a nord...” In quel lontano fine trecento Pianariva era oltrepadana!

Parlavamo rigidamente ed esclusivamente in dialetto mettendo in difficoltà i dotti invitati di Zonca che spesso, mi chiedevano di tradurre ciò che avevamo appena biascicato in un gergo a loro sconosciuto. Si divertiva come un matto a vedere le loro difficoltà dicendo spesso “i capìsan  gnënt” (non capiscono nulla)... di dubbio significato. A caccia finita, dove spesso eccelleva come tiratore e grande conoscitore di cani e arte venatoria, ci affidavamo alla cucina di Maffeo nella sua splendida villa ed il grande giornalista, noto intenditore di cibi e di vini, confidava di apprezzare sempre più la cucina semplice, fatta di cose genuine difficilmente ritrovabili nei grandi ristoranti. In Oltrepò la tradizione vuole che il giorno dei morti, il 2 Novembre, si cucinìno i ceci e, a caccia da Maffeo, gradì moltissimo la zuppa preparata dalle donne di casa Zonca nella grande zuppiera grondante parmigiano trentaseimesi e volle provare un’insalata di ceci tiepidi con cotiche bollite condita con aceto, olio e sale da me suggerita. La definì una squisitezza confondendo un professore universitario di Prato che non intese la parola dialettale “bisˆiù” scambiata per un avverbio che fece molto divertire Gioàn. Era un grande cacciatore anche se, partendo dalla casa di caccia, sembrava indolente, lento e quasi “scazzato”; camminava piano con il fucile in spalla distratto dai colori e dagli odori della campagna che d’Autunno esplodevano nei vigneti, nei boschi e nei frutteti: la poesia della campagna lo riportava ai suoi amati tempi giovanili quando, così raccontava, a circa dieci anni, aveva attraversato Po a nuoto rischiando la vita ma promuovendosi grande agli occhi dei grandi. L’indolenza passava di colpo se vedeva un cane in ferma: si avvicinava quatto quatto al cane spianando il fucile e, appena il selvatico muoveva le penne, con uno scatto felino ingobbiva e sparava usando raramente la seconda cartuccia. Era orgoglioso di questa sua attitudine venatoria che ritrovava in me giovane emulo di tanto maestro, mi guardava dopo una sua bella fucilata quasi a compiacersi della sua abilità e mi guardava anche quando altri invitati di Zonca padellavano inomignosamente o dicevano castronerie venatorie che lui, cacciatore vero, commentava con sarcasmo. Sorrideva e sottovoce mi diceva “capìsan gnënt” rimetteva l’arma in spalla e tirava dritto. Maffeo nelle giuste occasioni serviva grandi vini. Gianni Brera era l’occasione anche perché grande intenditore. Amava i suoi piemontesi, come lui li definiva, Barolo ed ancor più sua maestà il Barbaresco ma in Oltrepò, beveva volentieri il Barbacarlo “un po’ bullo di speme e mandorlato” come lui stesso lo definiva, del suo amico cav. Lino Maga di Broni, “al butunòn col vê pusê bon dal pavés” - l’abitante di Broni con il vino più buono di tutto l’Oltrepo pavese -. Degustando una bottiglia di Barbacarlo e sentendolo da lui magnificare, gli chiesi se conoscesse il “Priolino” uno altro splendido vino di una cantina di amatori di Casa Vescovo in comune di Borgo Priolo. Non lo conosceva e mi ripromisi di fargliene omaggio alla prima occasione utile. Al termine del pranzo mentre si parlottava, si avvicinò Maffeo che, rivolto al grande scrittore ed indicandomi disse:  “Giuliano l’è un bel caciadù ma l’è un montagnè cä rìva sˆù da S. Isëbi, indè chièn ancù ä dré ä sarcà a campana dòra ad Montpìc” - Giuliano è un bel cacciatore ma trae le sue origini montanare in Sant’ Eusebio dove stanno ancora cercando la campana d’oro di Monte Pico -. Giuànn si interessò moltissimo alla storia di questa misteriosa campana d’oro sepolta a Monte Pico e mai più recuperata per l’anatema del frate a cui Barbarossa aveva sottratto una campana dalla chiesetta della Pieve. Mi incitò a scriverne promettendomi una sua prefazione ma colpevolmente, non ne feci nulla. Molti anni dopo la sua tragica e prematura morte, mi ricordai dell’invito a scrivere di Monte Pico e, complice anche il fatto che una bella storia tra favola e realtà rischiava di perdersi nelle nebbie del tempo, scrissi ‘La Campana d’oro di Montepico’ iniziando la prefazione con queste parole.

“Se ancora fosse vivo questa prefazione porterebbe la firma di Gioànnbrerafucarlo; me lo promise...”.

Quando fortunatamente era ancora in vita, ricordai anche la promessa del “Priolino” ed alla prima occasione omaggiai il grande scrittore di sei bottiglie del prezioso vino del ‘59. Volle assaggiarne subito una dopo il pranzo e mi maltrattò a lungo convinto che l’avessi imbrogliato inserendo subdolamente il suo amato Barbaresco in una bottiglia vuota di Priolino. Rimirava la bella bottiglia con un cappello da vescovo sull’etichetta e guatandomi da sopra gli occhialini mi diceva “t’è un bel malnàt, ma täm ciùlat no, muntagnè” - sei un bel furbino ma non mi freghi, montanaro -. Non ero più il paìs bassaiolo: ero diventato un montanaro falso! Tentai inutilmente di convincerlo del contrario ma non ci fu verso. Ne “il vino che sorride” ebbe a scrivere di vigne, di modi di bere, di mescite corrette e di disdicevoli cose quali l’ubriacarsi grossolano. Fin da giovane, con il padre, andava da un amico ad acquistare l’uva da pigiare: il proprietario li aspettava sull’ultima capitagna con le scòrbe d’uva allineate dietro di se come un plotone rigido sull’attenti. Era maniaco nel trattare la bottiglia di vino: “maneggia la bottiglia con la circospezione di chi sposti un bucchero prezioso. Investi il cameriere con i tuoi stessi quarti di nobiltà ma troppo ignorante per sapere che una bottiglia di vino non è un’aranciata nè una birra: che non si versa facendola glugluàre, ma lentamente, così che non abbiano a sollevarsi le feci posate sul fondo. Impedisci a chiunque di riempirti il bicchiere rimasto a mezzo dopo l’ultima mescita: non vale dire che, tanto, è lo stesso vino: ogni bottiglia infatti ha una sua anima”. Aveva uno strano rapporto amore-odio, con la tecnica o, per meglio dire, con la tecnica enologica fuorviante come amava dire: “la tecnica spinta all’eccesso, lo priva del suo carattere più sincero... hai l’impressione, bevendo, di baciare una donna troppo truccata: sempre donna è, ma forse andrebbe meglio al naturale. Comunque non esageriamo: una Venere priva di tecnica e di pulizia può disgustarti, così come ti può attirare una racchietta che almeno sia brava e pulita”. Aveva un modo suo di bere, lento e solenne che descrisse magicamente: “e chi beve per mero vizio di gola o con fini distorti, subito lo vedi: gluglueggia con l’epiglottide come le bottiglie mal inclinate alla mescita:....... si nutre di quello come potrebbe un amante della poesia mandando a memoria una composizione in lingua sconosciuta: i soli suoni non bastano: e così le sorsate. Il bere deve essere lento e continuo, quasi a formare sulla minor porzione di lingua un ruscelletto fluido e costante: meno si spande per la bocca e meno il vino ubriaca. Per contro, i bevitori ingordi si sborniano grossolanamente; ubriacarsi è quasi sempre disdicevole; inebriarsi può essere bello ma è ben presto vietato agli abitudinari; bere senza affogare il cervello è piacere sottile e raro, da veri specialisti”.

Parlando dei vini bianchi pavesi si alterava se alcuno osava definirli simili agli champagne francesi, erano diversi e fors’anche più buoni. Per i rossi aveva una passione per i vini sinceri: “il Barbera pavese, per berlo bene, qualche volta bisogna attaccarsi al tavolo: ma se matura un poco, perde arroganza e diviene pastoso e civile. Il Barbacarlo che un cugino monsignore prende a Broni o lui stesso da Lino Maga, basta mescerlo per vederlo montare in superbia: e quel mussare di spume fini e veloci sembra una risata cordiale; poi è buono altro che storie!”.

Mi chiese un giorno che tesi avessi discusso nella mia facoltà di Economia e Commercio, risposi sorridendo che avevo fatto e discusso una tesi dal titolo “Le tendenze evolutive della vitivinicultura in Oltrepò Pavese”, rimarcando la U in luogo della O nel sostantivo vitivinicUltura. Nel corso della discussione della citata tesi, ebbi a farlo notare al Magnifico Rettore Professor Fornari, che aveva rilevato un errore nel titolo della mia tesi, - per Lei sarà coltura della vite e del vino ma per me, figlio delle terre oltrepadane, è cultura della vite e ancor più del vino -. Il buon professore non scherzò più sul mio italiano e fu invece coinvolto dall’amore per la mia terra e per il suo vino. Si divertì molto nel sentirsi raccontare questa storia e concluse con “t’è fat bê ä fag fà la figura da lùc, insì l’impara ä fà al fùrb”, hai fatto bene a fargli fare la figura dello stolto, così impara a fare il furbo. Grande uomo, grande giornalista e grande cacciatore. Un mattino di fine Novembre uggioso e freddino come stagione comandava, ci incamminammo in un prato pieno di rugiada io con i miei bracchi, lui ed Adriano Dezzan, famoso commentatore televisivo. Per verità ebbe a confessarmi ancor prima di partire, che “il ciclista”, così lo chiamava, non lo convinceva troppo a caccia. Dezzan era una bravissima persona, gentile, cortese, educato con tutti, ma con la caccia aveva pochissimo da spartire. Dopo pochi passi nel campo carico di rugiada, lamentò d’avere le scarpe bagnate. Giuàn lo squadrò, guardò gli splendidi scarponcini di tela rossi e rivolto a me disse “al duvìva nì a cacia dascùls par bagnà no i scarpè növ” - doveva venire a caccia scalzo per non bagnare le scarpette nuove - e rivolto ad Adriano “forse l’er mèi mât su i stivàl” - forse sarebbe stato conveniente mettere gli stivali - Il buon telecronista non capì ma un guardiacaccia provvide a portare due stivali di misura che risolsero il problema. Verso la fine della battuta ci trovammo a dover attraversare un ruscello. Effettuammo il piccolo guado camminando sui sassi affioranti prima io, poi i cani, poi Brera ed infine fu la volta di Dezzan. Giuan lo guardò sogghignando e disse “adès al bòrla long e distés int l’àcqua” - adesso cade lungo disteso nell’acqua -. Non aveva ancora finito di parlare che il buon Adriano scivolò su un sasso viscido e precipitò in acqua; fortunatamente in piedi ma con gli stivali pieni d’acqua. “Sà tôni dìt” - Cosa t’avevo detto - commentò, e a Dezzan che bagnato gli chiedeva come mai noi due non eravamo caduti in acqua rispose “ nùm a bòrlam no int l’ àcqua, nüàtar sùm principi della zolla” e si tacque. - noi non cadiamo in acqua, noi siamo principi della zolla, figli della terra -. Le sue amate origini contadine, quante volte ne parlava con orgoglio e, credo che avesse capito, quanto importanti fossero quei valori anche per me: il nostro parlare in dialetto, quasi ad isolarci da un mondo che ben conoscevamo ma che in fondo non ci apparteneva completamente. Pur senza conoscermi bene e nonostante i quasi trenta anni di differenza, aveva con me una complicità che, anche dopo tanti anni, ancora non so spiegarmi se non come lui diceva, perché entrambi principi della zolla. Dopo quegli anni magici non l’ho più rivisto anche a ragione della scomparsa del grande Maffeo Zonca a cui Serra del Monte di Cecima, suo paese natale, ha giustamente dedicato una via. Per anni ho avuto la tentazione di scrivergli ma desistevo perché lo vedevo totalmente impegnato in televisione e sul quotidiano La Repubblica che avevano il privilegio di ospitare le sue splendide pagine di vita. Grande uomo e letterato sopraffino, il cui ricordo mi commuove a tanti anni di distanza. Pochi anni fa su invito dell’amico ing. Alberto Ferrarotti, partecipai ad una riunione a Belgioioso con il figlio Paolo Brera che disquisiva sulle donne di casa Brera. Fui presentato a Paolo e parlai con lui di suo padre e volle che lo facessi in pubblico al termine del suo breve intervento. Fui costretto a parlare per quasi un’ora usando spesso il dialetto imitando il grande Giuan e suscitando interesse ed ilarità in molti; particolarmente in una dottoressa che, al dialetto mio e del grande scrittore, rideva in modo tale che il rimmel degli occhi le colò sul viso costringendola ad abbandonare la sala per una rapida ristrutturazione. Il grande comunicatore colpiva, mio tramite, anche dall’aldilà! Il figlio Paolo si meravigliò di quanto lo conoscessi pur avendolo frequentato poco; risposi che entrare in sintonia con un uomo di quel livello se lui riteneva di sceglierti, era tremendamente facile perché la sua grandezza si camuffava spesso in una semplicità che esaltava il valore delle piccole cose, celebrava picchi culturali raramente riscontrabili e innalzava la sua poesia persino nelle pedate di uomini in calzoni corti. Mi resta il ricordo di un gigante, mi restano le sue citazioni e le sue considerazioni sulla vita grama della povera gente, il suo essere un pezzo importante della letteratura italiana già da vivo e, contemporaneamente, “il principe della zolla” che ricordava a tutti d’aver imparato a nuotare dalle papere in Olona.

  di Giuliano Cereghini 

«In Oltrepò, beveva volentieri il Barbacarlo “un po’ bullo di speme e mandorlato” come lui stesso lo definiva, del suo amico cav. Lino Maga di Broni,  “al butunòn col vê pusê bon dal pavés”  l’abitante di Broni con il vino più buono di tutto l’Oltrepò pavese»

Il signor Barbacarlo, Lino Maga, distingue da sempre tra vitivinicoltore e commerciante, tra vitivinicoltura e vitienologia. Il signor Monsupello, Pierangelo Boatti, che da suo padre Carlo ha imparato cosa significhi dare la vita per l’identità delle proprie vigne, definisce “drammatica” la vendemmia in Oltrepò Pavese, non per la qualità delle uve ma per i prezzi rasoterra dettati dal “vinopolio”. I piccoli produttori di bottiglie la pensano in un modo, il colosso, gigante dai piedi d’argilla, va da un’altra parte. Un sistema che garantisce qualche poltrona e grande profitto a pochi ma che sprofonda i contadini di poco, pochissimo, sopra la soglia della sopravvivenza. Un amico mediatore, specializzato in scambi tra Lombardia e Piemonte più vari ed eventuali, mi ha raccontato che a dar via le carte sono in pratica le stesse persone che hanno in mano il Consorzio, orientano i sindacati agricoli e impostano la strategia per continuare a imperare più che per la zona. “Si è passati dal vino di carta, che comunque ancora fanno un po’ qua e un po là, alle rivoluzioni di carta, quelle che si annunciano ma che in verità non si compiono mai se non nelle intenzioni e negli annunci”, mi ha detto il mediatore. Gli ho chiesto di spiegarmi meglio e lui l’ha fatto: “I prezzi di uve e vini in Oltrepò sono scesi moltissimo da quando governa il nuovo che avanza.

Non parlo del Pinot grigio, parlo di tutto l’insieme. Sia chiaro, per me professionalmente meglio così, ma non capisco perché in Oltrepò tutti siano zitti e allineati di fronte a questo scenario. I viticoltori si tengono come rappresentanti figure arroganti e saputelle, circondate da leccaculo, pur piangendo lacrime amare... mah... un giorno il nuovo che avanza dovrà fare un bilancio vero e allora si capirà. Fra gli addetti ai lavori si dice che anche il destino del marchio La Versa sia già segnato, con buona pace di chi si era sentito dire che c’erano sacrifici economici da fare per invadere le carte dei vini d’Italia e del mondo, generando utili. Per ora si sono generati investimenti e debiti“. Al bar di Montalto Pavese mi hanno detto che l’Oltrepò del vino ora aspetta il miracolo del nuovo salvatore, San Carlo: non Carlo Alberto Panont, grande talento già passato, insultato e tritato, ma Carlo Veronese, nuova guida del Consorzio Oltrepò arrivato dal Lugana, una piccola terra tra Lombardia e Veneto fatta di gente convinta, caparbia, orgogliosa e concentrata su un solo vino. Gente che pensa in dialetto ma fa impresa in Inglese, con il traino di una delle destinazioni turistiche (il Lago di Garda) fra le più importanti e ricche d’Italia. Più difficile sarà per Veronese affrontare la Babele d’Oltrepò con trenta vini a metà, sistema turistico fallito, strade colabrodo, incuria dominante; una zona che cambia uomini, enologi, dipendenti e consulenti come gli omini del Lego; una terra che non sa ancora quali siano i prodotti vinicoli sui quali puntare perché al “vinopolio” serve di tutto un po’ per accontentare gli imbottigliatori-padroni e le poche bottiglie servono solo per il titolo sui giornali locali o il servizio sulla tv diretta dal loro addetto stampa. Storie di un altro mondo. Un mondo in cui il gretto Oltrepò dimentica prima, l’anno scorso, l’anniversario della scomparsa del Duca Denari, storico uomo-immagine e presidente di La Versa com’era (quella di adesso lasciamo perdere), e poi, pochi giorni fa, il centenario della nascita di Gianni Brera. Solo Laura Boatti di Monsupello ha pensato di prendere parte alla festa in memoria dell’indimenticato giornalista, portando con le sue etichette un gesto di attenzione, cuore e sensibilità da una terra che ai piani alti risulta ancora troppo arida di sentimenti, cultura e rispetto. Ma l’Oltrepò è così, un territorio ”casual”, che da un lato dimentica i suoi grandi alfieri e che dall’altro si candida a bene Unesco ogni tre anni con il seguente esito: riunione, titolo sul giornale, intervista sulla tv locale e poi buio assoluto. Mentre ora è il Comune di Stradella a rilanciare la candidatura a bene Unesco, non si sa bene con quali risorse economiche e quali competenze, a riguardo c’è una storia che mi sono fatto raccontare a Broni, quella che data ai tempi di Daniele Bosone, allora presidente della Provincia di Pavia.

Venerdì 24 giugno 2016, convocò all’Enoteca Regionale di Cassino Po i sindaci del territorio oltrepadano che sottoscrissero il protocollo d’intesa per la costituzione del Comitato Promotore per la candidatura dell’Oltrepò vitivinicolo a patrimonio dell’Unesco. All’evento presenziò fra gli altri l’assessore alle Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia, Cristina Cappellini. Queste furono le parole di Bosone: “E’ il lancio di una nuova sfida, il comitato preparerà il dossier di candidatura dell’Oltrepò vitivinicolo a patrimonio dell’Unesco. Sono certo che la predisposizione del dossier di candidatura per il nostro Oltrepò a sito patrimonio dell’umanità sarà una straordinaria occasione per fare sinergie vere e spingere sull’acceleratore dello sviluppo di una terra bellissima e preziosa”. Fatte le firme e la foto di rito, il dossier non si concretizzò mai e tutto scomparve alla velocità di un altro bosone, il bosone di Higgs. Questo è l’Oltrepò Pavese, la capitale delle varie ed eventuali, la terra in cui va bene tutto e il contrario di tutto, il territorio vitivinicolo con tre o quattro bandiere diverse e l’Armando che le sventola tutte, la zona che a Gianni Brera, a Luigi Veronelli e al Duca Denari preferisce il simpatico Gerry Scotti, scambiando la campagna pubblicitaria di un VIP per un’azienda e i suoi vini in promozione per tutti. Ma sì, dai, almeno un premio di consolazione ci vuole proprio: Fabiano Giorgi, ad esempio, si dice avrà presto la presidenza del Consorzio che ribalterà a vantaggio dei produttori di filiera; il suo omonimo, Andrea, continuerà a tenersi i voti e la maggioranza su ogni scelta a tutela della mega cantina e degli imbottigliatori maxi clienti. è come Beautiful, la soap opera in cui tutti si sposano tra loro e alla fine si tradiscono sempre. Dei due chi farà Brooke?

di Cyrano De Bergerac

Simone Algeri, 25 anni, vogherese, insieme a Gabriele Ferruzzi ha conquistato il terzo posto alla sesta edizione del “Giro aereo dei Sei Laghi”, campionato italiano di Rally idrovolante che si è tenuto a Maggio 2019 all’Idroscalo Internazionale di Como, organizzato dall’Aero Club. La sua passione per l’aviazione nasce nel 1998 all’età di 5 anni grazie al nonno Walter, che per Natale gli regala un computer con un simulatore di volo. Dopo anni passati al simulatore di casa, nel 2016 vola per la prima volta da pilota e nel 2017 consegue la licenza da pilota privato. Simone Algeri è abilitato al pilotaggio di aerei monomotore ad elica terrestri ed idro-volanti e all’acrobazia aerea (che svolge prevalentemente su Pilatus P3: aereo storico usato in precedenza dalla Swiss Air Force). Nel suo curriculum, con il Cessna 172, ha partecipato a 2 campionati italiani Rally idrovolante, arrivando undicesimo nel 2018 e terzo nel 2019. Algeri vola su Piper, Cessna, Socata, Siai-Marchetti e Pilatus. Oltre alla licenza da pilota privato, sia su aerei convenzionali che idrovolanti, ha conseguito anche l’abilitazione al volo acrobatico, che è stata molto utile per migliorare la precisione nel pilotaggio dell’aereo, anche in occasione del rally. Il Rally idrovolante è uno Sport che risale ai primi del ‘900: la prima gara risale al 1913 e si è svolta proprio a Como con il nome di “Gran premio dei Laghi”. La gara fu vinta da Roland Garros, pioniere dell’aviazione, pilota da caccia e di idrovolanti a cui è anche intitolata la famosa competizione tennistica. Nel 2013, in occasione del centenario di quel primo Gran Premio, la gara è stata riproposta e da allora viene organizzata ogni anno con validità di Campionato Italiano Rally Idrovolanti, unica competizione in Europa. La precisione, la gestione metodica del velivolo e la consapevolezza della situazione sono elementi che vengono insegnati sin dalle prime lezioni e che devono accompagnare il pilota in ogni volo, in qualsiasi contesto.

Algeri, Rally idrovolante, un accostamento “singolare”. Ci può spiegare le caratteristiche principali di questa disciplina sportiva?

«Le gare di rally per aerei idrovolanti sono gare di regolarità, precisione e riconosci-mento del territorio. In fase d’iscrizione alla gara ogni equipaggio, che è composto da un pilota e da un navigatore, deve dichiarare la velocità che manterrà durante tutto lo svolgimento della gara e che servirà quindi a far calcolare all’organizzazione il tempo previsto per il completamento della gara stessa. A trenta minuti dalla partenza viene consegnato un roadbook con le rotte magnetiche e le distanze che servono per completare il percorso di gara.  All’interno del percorso di gara sono previsti dei check-point che l’equipaggio, seguendo le indicazioni del roadbook deve calcolare, riconoscere e sorvolare ad un determinato orario (calcolato a seconda della velocità dichiarata). è previsto un margine di tolleranza di due secondi rispetto all’orario previsto, superato questo limite viene data una penalità di 3 punti per ogni secondo, si può arrivare ad un massimo di 300 penalità che corrispondono a 30 secondi di ritardo o di anticipo su di un checkpoint. Inoltre vengono anche fornite alcune fotografie aeree di luoghi da riconoscere e collocare all’interno del percorso di gara, solitamente queste foto riguardano un palazzo o un piccolo incrocio stradale».

è uno sport di recente “invenzione” o esiste da sempre?

«Una delle prime gare per idrovolanti di cui si abbia notizia risale al 1913 e si è svolta proprio a Como con il nome di “Gran premio dei Laghi”. La gara fu vinta da Roland Garros, pioniere dell’aviazione, pilota da caccia e di idrovolanti a cui è anche intitolata la famosa competizione tennistica. Le gare sono poi proseguite anche negli anni successivi senza soluzione di continuità fino al 1976. Nel 2013, in occasione del centenario di quel primo Gran Premio, la gara è stata riproposta e da allora viene organizzata ogni anno con validità di Campionato Italiano Rally Idrovolanti. Mi risulta inoltre che sia l’unica competizione per idrovolanti in Europa».

A che età lei l’ha scoperto e cosa l’ha spinta a provarci ed in modo “serio”?

«La passione per l’aviazione l’ho scoperta nel 1998, avevo appena 5 anni. Un amico di famiglia aveva un computer con un simulatore di volo che mi appassionò immediatamente, dopo pochi mesi per Natale mio nonno Walter mi regalò un computer con una cloche e proprio quel simulatore. Quel giorno iniziai a giocare con i simulatori di volo e ancora oggi, dopo oltre 20 anni, passo molto tempo a simulare i voli, certo se prima era tutto un gioco ora è diventato un modo per apprendere e migliorare certe procedure di volo. Dopo anni passati al simulatore di casa, nel 2016 ho volato da pilota per la prima volta e nel 2017 ho conseguito la licenza da pilota privato. Devo ammettere che ricordando quel regalo ricevuto molti anni prima, portare mio nonno come passeggero proprio sull’idrovolante ha avuto un sapore ancora più speciale! Sono abilitato al pilotaggio di aerei monomotore ad elica terrestri ed idrovolanti e all’acrobazia aerea (che svolge prevalentemente su Pilatus P3: aereo storico usato in precedenza dalla Swiss Air Force). Con il Cessna 172, ho partecipato a 2 campionati italiani rally idrovolante, arrivando undicesimo nel 2018 e terzo nel 2019. Volo su Piper, Cessna, Socata, Siai-Marchetti e ».

Chi pratica il rally idrovolante e quindi lei nel caso specifico è anche un appassionato di rally o ha poco a che vedere con il rally canonico?

«Personalmente sono anche appassionato di rally automobilistici, che pratico saltuariamente dal 2014. Da una parte bisogna guidare un veicolo su di un percorso conosciuto e studiato facendolo nel minor tempo possibile, dall’altro bisogna condurre un aeroplano ad una velocità costante in un tempo determinato, ma su di un percorso conosciuto mezz’ora prima del decollo. Entrambe le attività richiedono passione ed impegno e condividono il senso di adrenalina e di competizione, ma più di questo non hanno molto a che vedere tra loro».

Nei rally le autovetture vengono allestite appositamente per la gara, vale lo stesso concetto anche per gli idrovolanti?

«No, gli idrovolanti che usiamo quotidianamente sono gli stessi che utilizziamo durante le gare. Trattandosi di competizione di regolarità non è richiesta una preparazione specifica, certo la componente meccanica di ogni aeromobile è particolarmente complessa e deve essere accuratamente ispezionata ogni giorno. Dunque il ruolo dei tecnici-meccanici è fondamentale, un po’ come nei rally automobilistici».

Quanto costa in media effettuare una gara?

«Molto meno di quanto si possa pensare! Diciamo che il costo totale per due giorni di gara, come quella svolta in occasione del Giro Aereo dei Sei Laghi, è paragonabile al costo di un weekend passato in qualche località della vicina riviera ligure. Inoltre, quest’anno la ditta AirBP, azienda di combustibili e servizi aeronautici, è stata sponsor della gara. Il tutto si è tradotto in forti sconti riguardo le spese di rifornimento degli aerei, agevolando quindi anche la partecipazione di equipaggi stranieri che sono potuti venire anche da paesi lontani,… addirittura era presente un pilota polacco!».

Per chi si approccia  per la prima volta a questa disciplina, quali sono i requisiti  fondamentali richiesti, sia a livello attitudinale, sia riguardo al possesso delle licenze?

«Sia per i piloti che per i navigatori è necessario superare una visita medico legale ed essere in possesso di una licenza di volo. Inoltre, solo per i piloti, è richiesta l’abilitazione al pilotaggio dell’aeroplano che si userà in gara. A livello attitudinale è richiesto un buon feeling tra i membri dell’equipaggio e in questo senso correre con un pluricampione come Gabriele Ferruzzi mi ha aiutato moltissimo; sono anche ri-chieste un’ottima conoscenza delle norme e dei regolamenti e la capacità di dividersi il lavoro da svolgere in cabina. Più nel dettaglio, al pilota si richiede una buona conoscenza dell’aereo sia a livello di prestazioni che di conduzione, mentre al navigatore solitamente è necessaria un’ottima competenza di calcolo e di pianificazione del volo».

Come si sviluppa una lezione, a livello di contenuti e frequenza?

«Il corso per l’ottenimento della licenza da pilota privato si articola in poco più di cento ore di teoria in cui si studiano materie che spaziano dalla fisica del volo, alla meccanica degli aerei passando per la meteorologia ed il diritto aeronautico. Si passa poi al volo vero e proprio, dove in circa 12 ore di volo con l’istruttore, l’allievo pilota impara a portare l’aeroplano per la prima volta in volo da solo. Il primo volo da soli-sta, oltre a costituire il primo vero traguardo, è anche uno dei momenti più emozionanti e suggestivi nella carriera di un pilota. Si prosegue poi con la navigazione, sia a vista che con l’ausilio degli strumenti di volo. In poco più di 45 ore di volo si può ottenere la licenza da pilota con cui si può volare con passeggeri su aerei ad elica. Personalmente, oltre alla licenza da pilota privato, sia su aerei convenzionali che idrovolanti, ho conseguito anche l’abilitazione al volo acrobatico che è stata molto utile per migliorare la precisione nel pilotaggio dell’aereo, anche in occasione del rally».

Esiste un Campionato riconosciuto dalla Federazione che disciplina questo sport? Ci spieghi meglio come si articolano le gare e come vengono conteggiati i vari risultati…

«No, per svolgere i rally aerei non è previsto alcun corso specifico. Certo la precisione, la gestione metodica del velivolo e la consapevolezza della situazione sono elementi che vengono insegnati sin dalle prime lezioni e che devono accompagnare il pilota in ogni volo, sia che si tratti di un tranquillo volo con amici, sia che si tratti di una gara di Campionato. Il Campionato quest’anno è stato suddiviso in due gare, svolte nello stesso weekend. Il punteggio viene calcolato rispetto alle penalità che gli equipaggi prendono, che sono calcolate in base ai ritardi sui checkpoint e a seconda dell’aver riconosciuto o meno i luoghi che bisogna trovare e collocare nel percorso. Alla fine della gara, chi ha ottenuto il minor numero di penalità vince e, sommando le penalità di entrambe le gare, sempre chi ha ottenuto il minor numero di penalità viene dichiarato Campione Italiano. Quest’anno io e il mio navigatore Gabriele Ferruzzi siamo arrivati terzi in gara uno e abbiamo vinto in gara due, classificandoci quindi terzi nel Campionato Italiano».

Oltrepò è terra di rally, è anche territorio ideale per il rally idrovolante?

«Purtroppo l’Oltrepò non possiede fiumi o laghi sufficientemente spaziosi da consentirci di decollare ed atterrare in piena sicurezza. I luoghi vicini più idonei sono i fiumi Po e Ticino. Sarebbe molto bello organizzare una gara in un territorio bello come il nostro. Inoltre nel Ticino era presente fino a qualche decennio fa un idroscalo ed é presente ancora oggi una piccola idrosuperficie, che per altro verrà utilizzata a breve in occasione della commemorazione per il settantacinquesimo del bombarda-mento della città di Pavia. La commemorazione vedrà impegnati alcuni idrovolanti dell’Aero Club Como».

Quali sono le condizioni meteo necessarie per un buon svolgimento delle esercitazioni e delle gare?

«Le condizioni meteo minime sono imposte dalla regolamentazione aeronautica. Lo spazio aereo in cui si svolgono sia le gare che gli esercizi per conseguire le licenze, solitamente sono detti di classe “G” e sono spazi aerei in cui si può volare con la visibilità minima di un chilometro e mezzo. Per lo svolgimento della gara è necessario, inoltre, mantenere un buon contatto visivo con il suolo sottostante. Nel weekend del rally le condizioni erano al limite per volare, a causa di alcuni temporali a sud di Como, ma gli organizzatori hanno accorciato il percorso, così da permettere che la manifestazione si svolgesse in totale sicurezza».

Quali sono i rischi maggiori che si corrono?

«Rischi particolari non se ne corrono. Certo, il volo è un’attività con una sua pericolosità intrinseca, ma il rispetto delle norme, l’addestramento ed un alto livello di attenzione rendono quest’attività molto meno pericolosa di un qualsiasi viaggio in macchina. In cielo, nessuno mi ha mai tagliato la strada perché distratto dal telefonino, nè ho mai visto piloti volare ubriachi. Purtroppo non posso dire lo stesso della guida su strada».

Che gare ha disputato, a livello nazionale e all’estero? Quali le prossime in pro-gramma?

«Ho disputato il Giro Aereo dei Sei Laghi nelle sue ultime due edizioni; mi piacerebbe disputarlo anche l’anno prossimo, magari aggiungendo qualche partecipazione anche a gare con aerei terrestri, quelli con il normale carrello di atterraggio per intenderci».

Qual è la media degli spettatori che vi segue?

«A Como ci sono sempre molti turisti che vengono a visitare l’hangar, specialmente durante il Giro Aereo dei Sei Laghi accorrono molti appassionati che condividono la passione per il volo, purtroppo quest’anno a causa della forte pioggia che ha caratterizzato il weekend di gara, che si è tenuta nel mese di Maggio, non c’era molta gente in giro. La gara, essendo anche unica nel suo genere, ha una forte copertura mediatica e riscuote molto interesse e curiosità specialmente tra gli appassionati e gli abitanti del lago di Como, che ormai sono affezionati ai nostri idrovolanti».

Come vede proiettato il rally idrovolante a livello locale e nazionale?

«La gara di Como non solo è unica in Italia ma anche in Europa, ma negli ultimi anni ha suscitato molto interesse e ha portato molti piloti a parteciparvi. La speranza è che si possa organizzare una gara di Campionato anche al di fuori delle acque del lago di Como e che qualche Aero Club straniero possa organizzare una competizione simile. La mia speranza è che il Giro Aereo dei Sei Laghi continui sulla via dei successi di pubblico e partecipazione che sta riscontrando».

  di Federica Croce

Il Teatro Carbonetti di Broni inaugura domenica 13 ottobre la rassegna teatrale per famiglie Di.Do.menica. La rassegna propone tre appuntamenti rivolti ai più piccoli a partire dai 3 anni, rivolgendo l’attenzione al tema dell’accoglienza, tema di grande attualità e che accomuna i tre spettacoli scelti.
“Storia di un bambino e di un pinguino”, primo appuntamento in programma domenica 13 ottobre ore 16.30, è una produzione firmata dal Teatro Telaio di Brescia per la regia di Angelo Facchetti con Michele Beltrami e Paola Cannizzaro. La piéce porta in scena una storia buffa per parlare di mondi sconosciuti che si incontrano, della difficoltà di comunicare e comprendere chi è altro da noi, di un oceano da solcare per far crescere in noi affetto ed amicizia. E così diventare grandi. Come nasce un dialogo? Sono così importanti le parole? Tra mille gesti che restano incompresi e piccole gag surreali, continui fraintendimenti, alcuni enormi, altri apparentemente insignificanti, tra mille avventure e tempeste, i due arriveranno alla fine del loro viaggio. Ma un viaggio può veramente avere una fine?
La vicenda racconta di un bambino che un giorno trova un pinguino davanti alla porta di casa. Un pinguino che sembra davvero molto molto triste. Probabilmente si è perso, e il bambino cerca di capire da dove arriva, cosa vuole: “Perché è triste questo pinguino”? Il bambino decide di trovare il modo di riportarlo a casa, costruisce una barca e affronta con lui il lungo viaggio verso il Polo Sud, perché, come tutti sanno, i pinguini vivono al Polo Sud. Ma se non fosse quello di tornare a casa il suo primo desiderio?
Gli altri appuntamenti in calendario della rassegna Di.Do.menica sono: “Il piccolo clown” domenica 17 novembre ore 16.30; “Moun, portata dalla schiuma e dalle onde” domenica 1 dicembre ore 16.30.

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L’edizione 2019 del Campionato Nazionale di Tiro a Segno è stata assegnata alla Sezione “ Menenio Bortolozzi” di Treviso e l’organizzazione della manifestazione è stata affidata alla Sezione di Tiro a Segno Nazionale dell’omonima città che, ne ha curato lo svolgimento nei giorni di sabato 28 e domenica 29 settembre. La Società Trevigiana del Tiro a Segno è una delle più importanti realtà del tiro che può vantare il Triveneto, e risulta una delle più antiche in Italia risalendo la nascita, addirittura all’anno 1868.

Claudio Zuffada residente nell’antico borgo di Soriasco, frazione di  Santa Maria della Versa,  tesserato per il Tiro a Segno di Stradella, ha partecipato alla manifestazione nazionale sotto i colori della sezione U.N.V.S (Unione Nazionale Veterani dello Sport)  Gino Grevi di Pavia.

Il tiratore oltre padano è stato impegnato nella prova di Carabina a metri 10 (C10) e in quella di Carabina libera a terra (CLT) alla distanza di 50 metri, inserito nel Gruppo “C” (fascia d’età 61 – 70 anni). Entrambe le prove si sono tenute sulla distanza ridotta di 30 colpi di gara mentre, le gare nazionali e internazionali del programma ISSF (International Shooting Sport Federation) prevedono 60 colpi con valutazione dei decimali per entrambe le specialità.

Nella prova di C10 svolta il sabato mattina, pur pagando alcune incertezze nella seconda serie dovute ad alcune modifiche apportate alla posizione, è riuscito con un’ottima serie finale a distanziare il secondo classificato, di oltre venti punti e riconfermarsi così, come nella passata edizione, campione italiano di specialità.

Storia diversa nella carabina a 50 metri dove le aspettative erano alte, visto che Zuffada era reduce, una settimana prima, da un buon terzo posto di categoria conquistato nel trofeo nazionale Città di Rimini.

Causa alcuni cambiamenti repentini di luce che hanno caratterizzato il suo turno di tiro e, ad alcuni disagi provocati dal malfunzionamento dell’impianto gira bersagli, ha concluso la prova con un punteggio che non gli ha consentito di andare oltre la quarta posizione.

Il prossimo appuntamento importante per il campione nazionale sarà il Master International de Tir de Montpellier in Francia, dove Zuffada dovrà difendere il titolo conseguito nel 2018.

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Nella splendida cornice della Cascina Verde Po, a Spessa Po,  anche quest’anno si è tenuta la ormai “storica”sfilata di moda organizzata, come  ogni settembre, dal Lions Club Stradella Broni Montalino.

Il contagiante entusiasmo della nuova presidente del Club, Silvia Bonacina, si è tradotto, anche per questa edizione, nella celebrazione di un evento frizzante e molto partecipato, che ha visto protagonisti, oltre ad alcune realtà commerciali locali ormai veterane della manifestazione anche nuove interessanti proposte.

Attesissima, come ogni anno, l’uscita degli amici a 4 zampe, che, nelle vesti di perfetti modelli, hanno saputo accattivare il pubblico facendo sfoggia di coloratissimi indumenti ed accessori, gli esercizi commerciali partecipanti alla sfilata hanno devoluto ricchi premi per la lotteria tenutasi nel corso della manifestazione.

Tutto questo, unitamente alla numerosa affluenza e generosità dei presenti, ha permesso, anche per questa edizione, di raccogliere un consistente contributo economico che sarà utilizzato dal Lions Club Stradella Broni Montalino per i molteplici service benefici individuati nel corrente anno lionistico.

Che dire, anche quest’anno, un inizio davvero scoppiettante per il Club, tutto al femminile, Stradella Broni Montalino.  Con l’augurio che i prossimi eventi in programma possano riscuotere il medesimo successo, sempre all’insegna dell’altruismo, con particolare attenzione per le esigenze del territorio.

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Ottobre all’insegna di Giovannino Guarreschi al Castello Visconteo. L’iniziativa è promossa dal Rotary Club di Voghera in collaborazione con il Comune di Voghera insieme alla Libreria Ticinum Editore, RenoirComics e all’Archivio Guareschi di Roncole Verdi. Tre mostre in contemporanea sulla vita di Giovannino Guareschi, un classico del Novecento che ancora oggi trova nuovi lettori giovani, attraverso le avventure della famiglia Guareschi e di don Camillo, Peppone e il crocifisso che parla. Venerdì 11 ottobre alle ore 18.00 al Castello Visconteo di Voghera s’inaugurano le tre mostre dedicate alla vita e all’opera di Giovannino Guareschi, scrittore, giornalista, umorista e caricaturista italiano del ‘900 più tradotto in assoluto.

La vita di Giovannino Guareschi (1908-1968) La prima mostra è dedicata alla vita e all’opera di Giovannino Guareschi, nato a Roncole Verdi in provincia di Parma il 1 maggio del 1908 e morto a Cervia nel 1968, due date che segnano anche la storia d’Italia. La mostra itinerante è ricca di documenti e fotografie di uno scrittore che ha attraversato il novecento italiano da protagonista, è stato nei lager tedeschi continuando a fare l’umorista per tenere alto il morale dei compagni, e ha saputo raccontare l’Italia del dopoguerra come nessun’altro, pagando di persona con il carcere per le sue idee. Saranno in mostra anche il famoso guzzino di Giovannino e altri materiali utili per raccontare non solo la sua biografia di scrittore. Un modo per rileggere anche la storia d’Italia.

Le strip di Guareschi al “Bertoldo” e a “La stampa” di Torino (1938-1943) Per la prima volta vengono mostrate al pubblico circa 150 strip (vignette) delle oltre 450 che Guareschi disegnò e pubblicò dal 1938 al 1943 per il settimanale umoristico Bertoldo e a La Stampa di Torino. La mostra a cura di Giorgio Casamatti e Guido Conti, è una ricca raccolta di materiali mai studiati ed esposti al pubblico in questo modo, raggruppati per temi, come “Le donne” e “L’amore”; “La guerra e militari”; “L’umorismo surreale”; “Gli animali”; “L’arte e l’architettura”; “I ‘nemici’ del regime fascista; “I difetti fisici e psicologici”; “I morti, i defuntoni e le anime”, “Lo sport e il tempo libero”; “La vita quotidiana”. Il catalogo a cura di Elisabetta Balduzzi, Giorgio Casamatti e Guido Conti, è pubblicato da Libreria Ticinum Editore. Don Camillo a fumetti e la gallina di Voghera La terza mostra riguarda La serie Don Camillo a fumetti.

L’idea nasce nel 2010 su idea di Giovanni Ferrario, art director di ReNoir Comics, con la consulenza di Mario Palmaro, scrittore e docente e esperto di Guareschi, per dare una trasposizione a fumetti dei racconti di Don Camillo il più fedele possibile all'idea originaria dell'autore e per dare nuova visibilità a quei racconti che per mille motivi il cinema non ha preso in considerazione. Saranno esposte le tavole di un racconto poco conosciuto di Giovannino dedicato alla gallina di Voghera.

«La fame di cultura non si sazia mai, è compito di un ‘amministrazione sollecitare e collaborare con associazioni esterne per stimolare l’offerta della città - commenta il sindaco Carlo Barbieri - faccio un plauso al Rotary che ha organizzato questo progetto importante legato legati ad un autore poliedrico come Giovannino Guareschi». «Una manifestazione importante per valorizzare e tenere aperto il castello attraverso la forte partecipazione del mondo associativo per costruire una città più vivibile», commenta l’assessore Marina Azzaretti. «Vogliamo ampliare l’offerta culturale di Voghera coinvolgendo come interlocutori anche le scuole di ogni grado. Ci saranno tre eventi importanti e quattro eventi collaterali», aggiunge il presidente dei Rotary Giuseppe Accolla. «E’ una grande opportunità per Voghera perché verrà presentata un’iniziativa e diversa. Ci saranno 150 strip inedite raccolte e riordinate. Abbiamo anche movimentato un migliaio di soci dell’Archivio Guareschi, quindi il Castello riceverà un pubblico al di fuori della città. Ringrazio il figlio Alberto Guareschi per la grande disponibilità», dice Guido Corti, uno tra i massimi esperti dell’autore di cui ha scritto la biografia “Giovannino Guareschi. Biografia di uno scrittore”.

Orario mostre: sabato e domenica 10-12,30 e 16-19. Aperture speciali dedicate a scolaresche e per gruppi, info e prenotazioni 338-9390381.

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La Biblioteca Civica “Paolo Migliora”, presieduta da Renata Di Caccamo, ospita, per la serie “Incontro con l’autore” la presentazione dell’ultimo romanzo di Valerio Gasio, scrittore vogherese, “Le sette lettere” La presentazione si terrà venerdì 11 ottobre 2019 alle ore 21,00 presso la Sala Manifestazioni di Via Indipendenza n. 14.  

Si tratta di un libro dalla trama davvero avvincente Un "cold case" ambientato nel lontano 1928 che ritorna con tutto il suo mistero quarantacinque anni dopo quando sette lettere vengono recapitate a anziano ricoverato in una casa di riposo, che non sa spiegarsi il motivo di quelle missive. Sarà un bambino ad aiutare l'anziano a svelare passo per passo i puzzle del mistero fino a un inaspettato e sconvolgente finale.

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Martedì 8 ottobre 2019, dalle 14:00 alle 16:00 a Palazzo Bovara in Corso Venezia, 51 a Milano, ci sarà “L’Oltrepò  in Rosso Masterclass”, il primo dei due appuntamenti del Consorzio “in Masterclass” alla Milano Wine Week 2019 .

Il secondo è fissato domenica 13 alle 16 (Oltrepò Pavese Metodo Classico – ore 16).

Il programma precede, degustazione di 5 Pinot Nero e un Buttafuoco Storico. Introduce la masterclass il direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese Carlo Veronese. Interverrà anche il direttore del Club Buttafuoco Storico Armando Colombi e i produttori.

Gli appuntamenti di degustazione del Consorzio (8 e 13 ottobre) a Milano Wine Week hanno lo scopo di far conoscere i grandi vini dell’Oltrepò Pavese con un percorso che permetterà di degustare vini noti e meno noti, con anche qualche curiosità come un Pinot Nero del 2010 e un Metodo Classico di vecchia annata. Ha detto Carlo Veronese, direttore del Consorzio Oltrepò.

La Milano Wine Week è più di un semplice evento o manifestazione, è un progetto ambizioso che mira ad entrare a pieno titolo nel calendario delle grandi settimane tematiche milanesi. La prima edizione ha raggiunto notevoli traguardi con una partecipazione di circa 150.000 persone e più di 200 locali coinvolti. Con un programma ancor più ricco e intenso di appuntamenti, la settimana del vino torna nel capoluogo lombardo dal 6 al 13 ottobre 2019.

Via Eustachi per l’occasione ospita il consorzio dell’Oltrepò Pavese: dal calice di benvenuto a quello abbinato ad un piatto, i locali della zona raccontano la storia di un territorio antico e culla della viticultura italiana, e lo fa attraverso eventi e menù creati ad hoc per ogni tipo di palato.

Il territorio su cui insiste la Denominazione Oltrepò è la parte collinare dell’omonima zona situata a sud del grande fiume, il Po, così ben decantato da Gianni Brera che lo descrisse proprio a forma di grappolo d’uva e attraversa la provincia di Pavia da Ovest a Est. Con circa 13.500 ettari vitati, non solo è una delle più grandi aree d’Italia ma è anche quella con la maggior superficie coltivata a Pinot nero.

Il Consorzio ha un’ultracentenaria vocazione vitivinicola ed è lieto di presentarla nei suoi calici di eccellenze proposte alla Milano Wine Week 2019.

Via Eustachi si prepara ad accogliere tutti gli esperti del settore ed enoappassionati attraverso degustazioni, aperitivi e tanto altro.

I luoghi del Wine District sono:

VINERIA - Via Stradella, 4/A

ENOTECA OMBRE ROSSE - Via Plinio, 29

GUD - Via Eustachi, 25

BUBU FIASCHETTERIA TOSCANA - Via Eustachi, 16

CONSORZIO STOPPANI - Via Stoppani,15

SAPORI SOLARI - Via Stoppani, 11

POLPETTA DOC - Via Eustachi, 8

BAO BAR - Via Eustachi, 24

ATMOSPHERE - Via Eustachi, 15

PAUSE - Via Ozanam, 7

PACINO CAFE’ - Piazzale Bacone, 9

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Come ogni anno, in autunno, la Compagnia dialettale dell’Oratorio di Broni è solita riproporre al suo affezionato pubblico lo spettacolo messo in scena in primavera.

E così, venerdì 11 ottobre, alle ore 21.00, nel teatro dell’Oratorio De Tommasi ritornerà in scena “Ponta chi un’altra cadrega”, rivista comico musicale in due tempi scritta e diretta da Milena Sacchi, una “rivisitazione” di “Aggiungi un posto a tavola”, il musical per eccellenza, la più celebre commedia musicale di Garinei e Giovannini,

In questa occasione, come tradizione, si aggiunge un’importante valenza benefica. Quest’anno la serata sarà a favore dell’opera caritativa “Pane di Sant’Antonio”, della Parrocchia di Broni, che da oltre un secolo si occupa dell’assistenza alle famiglie bisognose della città.

Il compito di far di nuovo divertire il pubblico è affidato ad una cast di attori affiatati: Fabio Brambilla, Francesco Bergonzi, Patrizia Brigada, Patrizia Buiatti, Paolo Cantaluppi, Patrizia Casarini, Fabio Cavagnini, Luca Cavanna, Pietro Colombi, Irene Eisera, Mariarosa Estini, Franco Montagna, Giuseppe Pallavera, Caterina Pellizzari, Marco Rezzani, Christian Troni, Maicol Troni, Raffaella Vercesi e Annalisa Zucconi.

Anche questa volta ci saranno i giovani attori, ormai una piccola Compagnia nella Compagnia, il futuro con la loro simpatia e la loro bravura: Alessandro Bardoni, Maria Bardoni, Chiara Bonini, Elisa Brambilla, Sofia Brambilla, Giacomo Cavanna, Sofia Cavanna, Giacomo De Alberti, Vittoria Nervi, Andrea Rezzani, Eleonora Zucconi.

Non mancheranno le canzoni accompagnate ed eseguite dal vivo, le scenografie realizzate dal maestro Augusto Corbellini e i costumi di Giuse Festari.

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