Martedì, 22 Gennaio 2019
Articoli filtrati per data: Mercoledì, 09 Gennaio 2019

Una parola emersa dalla chiacchierata con il sindaco di  Zavattarello Simone Tiglio colpisce: “speranza”. Dizionario alla mano, sperare significa “Aspettare fiduciosamente qualcosa che porterà un bene o un vantaggio, oppure credere nella realizzazione di un desiderio”. Tiglio, uno dei più giovani sindaci dell’Oltrepò, piaccia o non piaccia, ha rivitalizzato Zavattarello, per quanto possibile con le risorse a disposizione e ha in buona sostanza ridato “speranza” agli abitanti e agli operatori economici di uno dei più importanti Comuni dell’Alto Oltrepò, che oggi è anche uno dei più vivaci dell’ intero Oltrepò Pavese. Tra pochi mesi ci saranno le nuove elezioni comunali e dopo due mandati come sindaco, in molti si domandano se Tiglio si ricandiderà. Alcuni, magari anche qualche suo compagno di avventura politica, nutrono la speranza che non si ricandidi, ma nessuno dei possibili papabili, forse per paesana tattica politica, forse per mancanza di coraggio, forse per “far finta” di non essere interessati alla carica di primo cittadino, per ora si espone.

Sindaco tra sei mesi ci saranno le elezioni comunali, lei si ricandida?

«Io sono arrivato ormai al decimo anno della mia esperienza amministrativa come sindaco e penso di aver formato un gruppo, una squadra di giovani preparati che potranno anche con il mio aiuto se lo vorranno, andare avanti senza di me. Ritengo che ogni esperienza abbia un inizio ed una fine e non sarebbe serio, visto che 5 anni fa avevo detto chiaramente che non sarei andato oltre i due mandati, tornare adesso sui miei passi. L’unica circostanza che potrebbe cambiare le carte in tavola e quindi anche l’esito della mia decisione  potrebbe essere l’assenza di persone che abbiano la reale volontà di andare avanti. Sono dell’idea che, pur rimanendo unita e compatta la squadra che ha gestito, credo bene, il Comune sino ad ora, si possa e si debba pensare, anche in vista di una crescita delle persone che ne fanno parte, ad un avvicendamento che potrebbe far bene al paese stesso».

Dieci anni di amministrazione sono tanti e in dieci anni i risultati si devono “portare a casa”. Qual è il risultato che più l’ha gratificata in questo decennio da sindaco?

«La speranza. Aver visto la speranza negli occhi e negli atti di tanti concittadini che in molti casi e negli ultimi anni l’avevano smarrita. Il paese aveva ed ha tanti problemi come ogni piccolo centro di collina dell’entroterra oltrepadano, ma in questi anni posso affermare di aver assistito ad una crescita del paese a 360 gradi, una crescita nella notorietà, nei numeri, nel turismo e nella qualità della vita dei cittadini, elementi che ritengo possano far propendere per un giudizio positivo su questa amministrazione».

Tutto merito Vostro?

«Ritengo che il fermento socio culturale ed economico che a differenza di altre realtà c’è stato a Zavattarello in questo decennio sia dovuto innanzitutto alla buona volontà e all’impegno di tanti concittadini che si sono spesi in vari campi, dal sociale all’economico, dando vita a nuove associazioni e aprendo nuove attività commerciali, animando il paese, ma direi, anche grazie all’iniziativa facilitatrice che l’amministrazione comunale ha messo in campo in tutti i settori».

Il suo più grande rammarico in questi dieci anni?

«È stato di non aver potuto esprimere tutte le potenzialità di cui sono certo il paese sarebbe stato protagonista ed artefice a causa delle circostanze che a livello nazionale ed internazionale si sono prodotte e che hanno fatto sì che la crisi economica, che è stata anche culturale e che tutt’ora prosegue nel nostro paese e nel nostro territorio, non abbia dato quelle opportunità al nostro paese come tanti altri, di fare meglio di quanto fatto».

Il Castello Dal Verme è da sempre elemento identificativo di Zavattarello, riconosciuto da tutti come uno dei simboli della ritrovata o accresciuta notorietà del paese. Com’era al suo arrivo e com’è oggi alla fine del suo mandato il turismo legato al Castello?

«Il Castello è stato fatto oggetto di importanti interventi di restauro negli anni precedenti rispetto alla mia amministrazione e quando sono arrivato mi sono trovato in una situazione di grandi potenzialità inespresse, in quanto il numero di visitatori annui del Castello era attorno a duemila, duemilacinquecento unità, un numero non esaltante. Dopo 10 anni i risultati sono buonissimi, credo che grazie ad una serie di iniziative che hanno prodotto un incremento costante del numero di visitatori paganti, tanto che posso dire senza tema di smentita, che oggi il Castello di Zavattarello non solo è l’unico monumento aperto e fruibile di proprietà pubblica dell’Oltrepò Pavese ma anche il monumento maggiormente visitato dell’Oltrepò, numeri alla mano. Il numero di visitatori è cresciuto costantemente e quest’anno ha superato ormai ufficialmente i 10mila paganti nella stagione turistica che è andata da inizio aprile a fine ottobre. 10 mila visitatori che uniti alle varie iniziative culturali che si svolte, hanno consentito di portare una quantità di introiti tale da rendere finalmente autonomo dal punto di vista gestionale il Castello, che quindi dall’anno scorso riesce a sostenersi da solo ed in prospettiva io ritengo possa crescere ancora, ovviamente se non si devia dalla strada tracciata».

Le polemiche in questi dieci anni non sono mancate neanche a Zavattarello, le ultime riguardano le scuole. Com’è andata e a che punto siamo?

«I lavori che sono in corso di realizzazione presso la scuola primaria di Zavattarello erano e sono lavori ineludibili e improcrastinabili, la scuola, fin dalla sua realizzazione negli anni ’60, presenta problemi strutturali e tutte le amministrazioni che si sono succedute in questi 50 anni hanno dovuto fare i conti con un edificio che presentava problemi di portata dei solai e di completa vulnerabilità sismica, in una zona che seppur a basso rischio, è comunque zona sismica. Gli interventi messi in campo sono interventi importanti che vanno ad incidere proprio sulla reattività al sisma e sulla portata dei solai della scuola e nel contempo agiscono sull’efficientamento energetico. Per arrivare alla realizzare di questi interventi abbiamo dovuto presentare diverse domande di contributo, tutte cofinanziate dal Comune, domande che purtroppo anche se tutte inerenti lo stesso edificio hanno dovuto seguire tre canali di finanziamento differenti con tre tempistiche differenti che nel complesso risultano complementari ma che in concreto rischiano di confliggere con le possibilità di funzionamento dell’edificio stesso, almeno per i primi mesi di quest’anno scolastico. Abbiamo così dovuto decidere di trasferire temporaneamente lo svolgimento delle lezioni  presso un altro edificio che ha sempre ospitato la scuola materna almeno per le attività pomeridiane e che poi è stato destinato ad oratorio parrocchiale, per consentire un più veloce e agevole  svolgimento dei  lavori, che adesso sono in via di completamento e che presto consentiranno, prima di Natale, la riapertura   del plesso scolastico, con arredi nuovi, una maggiore efficienza energetica, una maggiore funzionalità degli spazi e una maggiore sicurezza dal punto di vista della staticità e della sismicità.  Si tratta di interventi che in totale valgono 350 mila euro e che sono stati al 90% circa, finanziati con contributi ministeriali e regionali».

Ma è vero che il sindaco di Zavattarello “dà l’acqua sporca da bere” ai suoi concittadini?

«Sì lo ammetto, il sindaco di Zavattarello non è stato in grado di fornire un’acqua completamente potabile ai propri cittadini per diversi periodi dell’anno. Chiedo però a coloro che si limitano a esprimere questo giudizio o a fare  questa annotazione, di spiegare al sindaco di Zavattarello come e con quali strumenti egli avrebbe potuto fare qualcosa di differente rispetto agli interventi emergenziali che ha sempre messo in campo in questi anni, per tentare di limitare i danni. Come avrebbe potuto il sindaco di Zavattarello o un qualunque altro sindaco che aveva in gestione temporanea il servizio, in attesa che una società consortile di ambito provinciale prendesse in gestione effettivamente tutta la rete idrica, fare interventi di potabilizzazione  o di filtrazione, che sono interventi necessari, tali da consentire nell’arco di qualche anno o di qualche mese, la risoluzione di problemi che sono esistenti da almeno 30 anni? Come avrebbe mai potuto un sindaco di un paese qualunque dell’Oltrepò che non aveva e non ha a disposizione le risorse per poter eseguire investimenti sulla rete, e neppure la competenza e le autorizzazioni necessarie, effettuare investimenti sulle proprie reti idriche? Se qualcuno sarà in grado di spiegarmi questo allora sarò pronto ad assumermi in toto questa responsabilità».

Quante critiche che lei ha ritenuto “giuste” ha ricevuto in questi 10 anni?

«Io penso almeno una al giorno, visto che sono una persona che è sempre stata in mezzo alla gente, ha sempre dialogato con tutti, sia con i sostenitori che con gli oppositori e non ha mai fatto neanche differenze di trattamento tra gli uni e gli altri. Oltre ad aver ricevuto numerosi elogi, mi sono state mosse diverse critiche  che in molti casi ritengo fossero fondate. Sono una persona umana soggetta alla fallibilità e alla possibilità di compiere errori. Quello che posso dire è di aver tentato da sindaco sempre di limitare il più possibile i miei errori e di impegnarmi quotidianamente per superarli e di  fare tutto ciò  sempre in buona fede, senza che gli errori sorgessero da interessi o da cattiva fede in generale».

Castello ma non solo… Abbinato al castello c’è un grosso sforzo che viene percepito dalla gente e dai media relativo al miele. Qual è la strategia attorno al miele e quanto di positivo può portare?

«Ciò che caratterizza il miele di Zavattarello è la qualità del prodotto che negli ultimi anni perlomeno, ha premiato il paese rispetto ad altre realtà dell’Oltrepò e non solo. Nell’ultimo decennio il “nostro” miele ha ricevuto tramite i suoi produttori, le maggiori certificazioni di qualità a livello nazionale nei vari concorsi che si svolgono annualmente per assegnare gli standard qualitativi ai mieli prodotti in Italia, le Gocce d’Oro ad esempio nel caso del concorso di Bologna o altri attestati simili. Questa particolarità ha dato vita ad un’idea di unicità legata al prodotto miele nel territorio di Zavattarello e di tutto l’Oltrepò Montano e a partire da questa annotazione c’è stata un’ intuizione da parte di alcuni produttori che è sfociata nella volontà di costituire un’associazione con l’obbiettivo di creare un marchio dedicato e un disciplinare di produzione connesso a questo marchio per arrivare a realizzare un brand “Miele di Zavattarello” che possa ambire a competere con altri brand del miele a livello nazionale. Per cui l’Associazione Apicoltori dell’Oltrepò Montano che ha sempre avuto ed ha l’appoggio da parte del Comune di Zavattarello,  sta compiendo un’ opera fondamentale anche di formazione degli apicoltori tramite dei corsi specifici , tramite una serie di iniziative legate al prodotto miele che hanno dato lustro al paese anche a livello nazionale, vedasi in ultimo il concorso letterario sulla connessione tra api, miele e territorio che si è svolto nel corso dell’ultimo anno e che è culminato nella premiazione da parte di una giuria qualificata dei racconti migliori che sono entrati a far parte di una pubblicazione che è stata presentata il 13 novembre a Milano in Galleria e che quindi  ha avuto anche una visibilità di primo livello».

La democrazia si basa su maggioranza e minoranza. In molti piccoli comuni però, finite le elezioni, la minoranza si squaglia. A Zavattarello la minoranza c’è, è stata fattiva o ha fatto ostruzione in questi 10 anni?

«La minoranza mi ricordo che c’era, mi ricordo di aver dovuto scontrarmi con un’altra lista e so di vedere qualcuno da parte della minoranza ogni qualvolta facciamo un consiglio comunale, ma non so qualificarne il ruolo».

C’è stato un momento dove l’immigrazione anche in Oltrepò è stata percepita come un problema. A Zavattarello c’è una struttura per l’accoglienza dei profughi e a differenza di altri paesi non ci sono state manifestazioni in piazza e non sono giunte sui media voci che questi immigrati abbiano creato problemi. Almeno fino all’altro giorno, quando la protesta “in piazza” l’hanno fatta gli immigrati stessi. Come giudica l’accaduto?

«Negli ultimi giorni si è verificata una protesta da parte dei migranti, i quali hanno per qualche ora tentato di bloccare il traffico lungo la provinciale 412. Si è trattato del primo episodio di disordine in tre anni di attività del centro. Le forze dell’ordine e il sottoscritto sono intervenuti per riportare la calma e capire i motivi della dimostrazione».

Lamentavano cattive condizioni della struttura e il mancato pagamento delle diarie da 2 mesi a questa parte… Ha verificato i motivi della protesta?

«In effetti, invitato a recarmi all’interno della struttura, ho potuto constatare diverse carenze di manutenzione e sporcizia diffusa. Probabilmente la società che ha in gestione il centro sta risentendo della riduzione del corrispettivo giornaliero e dei ritardi di pagamento del ministero. Penso che questa situazione dimostri quanta speculazione ci fosse alle spalle dell’accoglienza, in quanto fino a che i margini di guadagno erano elevati, sembrava che tutte queste società e cooperative fossero animate dai migliori propositi, quasi delle organizzazioni non profit. Ora che i margini si sono molto ridotti, vengono fuori le magagne e si scopre chi ha fatto la formica e chi la cicala, ma soprattutto si scopre come alla maggior parte di queste realtà non importi un fico secco della sorte dei migranti, ma solamente di far quadrare i conti, magari dismettendo via via le strutture più costose da mantenere».

Normalmente i sindaci più autorevoli indicano un loro successore, a differenza di quelli meno autorevoli delle nostre vallate a cui viene invece indicato… Lei ha già un’idea?

«Come ebbe a dire un noto medico di base della zona, del Brallo per l’esattezza, nell’ anno 2011, io sono un po’ atipico come sindaco, sono un lupo che corre a fianco del branco anziché allineato con gli altri del branco e anche in questo credo di essere un pochino originale, nel senso che non sono dell’idea di avere o dover designare un successore, ma sono convinto del fatto che chi ambisce a ricoprire la carica di sindaco dopo di me, deve avere l’onestà intellettuale di riconoscere se ne ha la possibilità, le capacità e la volontà. Dal punto di vista razionale devo dire che, quando si farà la scelta e la farà il gruppo di amministratori che ha amministrato il Comune in questi anni, bisognerà decidere tra chi avrà il coraggio di proporsi, tenuto conto di queste premesse e di optare per chi avrà più possibilità di prendere voti e poi di impiegare questi voti per produrre dei risultati positivi per paese. Non si scappa da questa dinamica».

A Zavattarello c’è una casa di riposo. Sulla gestione le voci sono contrastanti. Ben gestita o mal gestita secondo lei?

«Ritengo che sia ben gestita. è una  casa di riposo che pratica ancora oggi le rette più basse di tutta la Regione, dove la retta media mensile di una casa di riposo è di 2300 euro al mese,  mentre la nostra è di 1400 euro al mese e  riesce a garantire nonostante tutto gli standard di assistenza previsti dall’Asl. è una struttura che impiega più di 30 persone e ha una lista d’attesa maggiore di 30 persone e riesce a produrre ogni anno un avanzo di oltre 100mila euro che viene reimpiegato nelle politiche a favore dei cittadini. Quando sono arrivato rischiava di chiudere, oggi grazie ad essa, il Comune guadagna. Serve però in prospettiva uno sforzo ulteriore per potenziarla, ampliarla per andare in contro alle esigenze che sono sempre mutevoli degli anziani di oggi, diverse da quelle di 10/20 anni fa. Credo che il modello casa di riposo intesa come Residenza Sanitaria Assistenziale (Rsa) pensato negli anni ’90, debba andare verso un sistema maggiormente improntato sull’assistenza domiciliare».

di Nilo Combi

Negli ultimi dieci anni è crollato il numero delle aziende che si occupano di costruzioni nel nostro territorio. Meno società, meno maestranze, meno esperienza: si sta perdendo un patrimonio di abilità e di conoscenze, quello che crea differenza fra un intervento realizzato bene e uno realizzato male. Fra un’infrastruttura duratura e una a rischio. Per comprendere le ragioni di questa situazione, i rischi connessi e le strategie per il rilancio, abbiamo scambiato alcune frasi con il presidente dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili – Sezione di Pavia, dottor Alberto Righini. È un settore, quello dell’edilizia, che vive un momento di crisi prolungato. In Oltrepò, in particolare, si sta perdendo (o è già definitivamente perduta?) quella galassia di piccole imprese che ne rappresentavano la colonna vertebrale, anche da un punto di vista occupazionale.

Qual è la situazione, dal vostro punto di vista?

«È vero, abbiamo perso una parte importante del tessuto: sia grandi, sia piccole imprese. Con una modalità devastante, quasi come una sorta di terremoto. Una guerra. Abbiamo perso oltre il 50% delle imprese e oltre il 50% della forza lavoro, nella provincia di Pavia. Ed è effettivamente una situazione che si protrae da oltre dieci anni. La nostra è la provincia che ha subito di più, in Regione Lombardia, perché meno interessata da investimenti e priva di un occhio vigile per quanto riguarda l’infrastrutturazione del territorio».

Qualche esempio?

«Abbiamo detto di no a infrastrutture importanti come la Broni-Mortara, che noi abbiamo sempre sostenuto, e che poteva essere una via d’uscita importante, soprattutto perché non era oggetto di spesa pubblica ma vedeva investimenti privati. Poteva essere un vettore importante per il collegamento interno della nostra provincia, perché oltre a collegare tre autostrade, la A26, la A7 e la A21, poteva essere l’asse di una rete viaria importante, per un territorio che ha peculiarità diverse».

Quanto alla Broni-Mortara, tuttavia, le resistenze erano molte e alla fine hanno prevalso. Perché?

«Ancora oggi non ne capiamo il motivo. Ci si è nascosti dietro a un aspetto ambientalista, che per carità, è legittimo, ma purtroppo va a significare che non cambierà mai niente. In una zona come la Lomellina, con una forte industria, con il polo logistico di Mortara, francamente avere la viabilità di oggi è una follia. Soprattutto con un ente provinciale completamente destrutturato; allo sbando, oserei dire, che non ha la capacità né finanziaria né strutturale per provvedere alla manutenzione dell’esistente, né tantomeno di fare investimenti. Questo è il tema».

Fra le imprese che hanno chiuso, molte erano storiche, e alcune si occupavano specificamente delle strade. Non crede sia un grosso problema la perdita di know-how che la fine di queste realtà, non sostituite da altre, ha generato?

«Il vero problema è che le aziende non sono fatte di scavatori e attrezzature varie, ma di capitale umano. Quello si forma nel corso degli anni. Quando si va a destrutturare un intero sistema aziendale, si perde, come ha detto lei, il know-how di aziende che sono storiche, radicate negli anni. Che hanno detto la loro in un sistema territoriale come il nostro. Capisce che quando noi andiamo a perdere questo vuol dire che c’è un problema. Magari gli imprenditori non sono stati bravi, in alcuni casi… ma non può essere sempre così».

In effetti, non si può certo dare sempre colpa degli imprenditori…

«Direi proprio di no. Secondo me c’è stata una visione miope di sistema: il nostro territorio non è stato tutelato. Anche dall’imprenditoria locale. È stato reso possibile che questa diventasse una terra di conquista dove la regola è: ‘‘Facciamoci invadere da chiunque e non facciamo lavorare le imprese locali’’. Oggi ci vuole la forza e il coraggio di dire: si difenda il territorio, si faccia lavorare il territorio. Quello che non avviene, e continua a non avvenire».

Perché?

«Per tante ragioni. C’è un problema oggettivo che si rispecchia anche nella corruzione, probabilmente in un sistema corrotto di appalti. Perché nessuno fa mai questa analisi: quanto costano, alla fine, i lavori pubblici? Abbiamo esempi eclatanti nel nostro territorio di situazioni incredibili, ma vedo che la lezione non la imparano mai».

La colpa è della politica?

«Abbiamo bisogno di un sistema politico che difenda il territorio. Difenda veramente il territorio, come fanno altre provincie, per esempio Brescia o Bergamo. Che difendono il loro territorio nella legalità. Qui invece continuano a morire imprese, e sembra non interessi a nessuno. Ma lo sa qual è il tema?».

Me lo dica…

«Se chiude un’azienda che ha sette o otto dipendenti non interessa a nessuno. Se chiude quella che ne ha cento o duecento arrivano tutte le autorità, perfino il Papa e il Vescovo. Ma se chiudono dieci imprese che danno lavoro a dieci dipendenti ciascuna, in totale fanno comunque cento posti di lavoro in meno».

Possiamo dare dei numeri sulla perdita di posti di lavoro nel nostro territorio?

«In provincia di Pavia, dal 2008 ad oggi, si sono persi 5mila addetti, solo parlando di operai. Senza considerare gli impiegati, i tecnici, i geometri».

Molti comuni stanno varando piani urbanistici a zero consumo di suolo. Questo è encomiabile dal punto di vista ambientale. È però anche un freno allo sviluppo, secondo il vostro punto di vista, o esistono vie alternative da implementare e magari sovvenzionare, a margine di questa politica?

«Bisogna passare dalla rigenerazione urbana. Quando una provincia come quella di Pavia, e l’Oltrepò in particolare, ha delle aree dismesse, e per anni non vengono trattate, per i problemi più vari, alla fine arriva sempre il momento in cui quei problemi devono essere affrontati. Si dovrebbe andare a fare demolizioni e ricostruzioni: ma demolire per liberare il suolo, oggi, sembra un’utopia. È chiaro che farlo deve essere conveniente. A parte che ci sono zone e zone…».

In che senso?

«Se io devo far partire un’industria, non è che posso demolire un’area dismessa in centro città e costruirla lì: devo farla fuori. La programmazione, in questi anni, è stata gestita dalla politica, mica dagli imprenditori. Gli imprenditori, per fortuna o purtroppo, hanno costruito dove gli è stato permesso di farlo. Prendiamo ad esempio le logistiche: alcune aree sono state realizzate con coscienza, altre a caso. In alcuni casi sul confine fra due comuni, con i capannoni da una parte della linea e le villette dall’altra. Non è una cosa logica».

È vero che gli amministratori, spesso, non si parlano fra loro per giungere a programmazioni condivise. Ma in alcuni casi le decisioni sono un po’ ‘‘obbligate’’…

«Tutto passa da grossi investimenti infrastrutturali. Ma le faccio anche un altro esempio. Prendiamo il dissesto idrogeologico. L’Oltrepò ha presentato decine e decine di domane in Regione Lombardia, che ancora attendono di essere finanziate. Ad oggi l’Oltrepò ha portato a casa poco più di tre milioni di euro per il dissesto idrogeologico. Il Bresciano ne ha portati a casa oltre quindici. Facciamoci due domande…».

Al di là dell’urgenza di soluzioni definitive, lei pensa che sul nostro territorio le manutenzioni dei ponti, fino a questo momento, siano state affrontate in modo adeguato e tale da garantire uno standard minimo di sicurezza?

«C’è stato un monito, dato dal mio amico e collega presidente di Confindustria: bisogna fare presto. Non si può continuare a parlare di un ponte che ha cent’anni, come quello della Becca, o quello della Gerola, e non fare niente; anzi, continuare a dire: adesso faremo qualcosa, presto i lavori verranno finanziati… bisogna farli! Non può una provincia come la nostra avere tutti i ponti al collasso. Bisogna partire da quello. Ma sembra che nessuno ci dia retta a livello politico nazionale».

Forse non riuscite a fare abbastanza lobby, non venite considerati fondamentali per lo sviluppo del Paese, o magari non abbastanza appaganti dal punto di vista elettorale…

«Questo certamente. Ma nel momento in cui bisogna fare lobby – e lobby non è una parola brutta, perché è veramente necessario fare sistema territoriale - occorre che ci sia una politica, delle istituzioni che ci considerino. Se fossimo un territorio unito, non perderemmo la Camera di Commercio a vantaggio di due provincie inferiori alla nostra. È una follia. Ho chiesto più volte di convocare degli Stati Generali, ma degli Stati Generali veri, dove si prende un problema e lo si porta fino alla fine».

Stati generali del territorio, intende?

«Certo, ma non una passerella politica di circostanza. Un tavolo di lavoro operativo, dove si prende un problema per volta, lo si vede, lo si affronta e si risolve».

 di Pier Luigi Feltri

Domenica 31 marzo 2019, presso la Sala Polivalente del Comune di Bressana Bottarone, si terrà l’evento “PENNE D’OLTREPO’ 2019”, un’esposizione finalizzata a promuovere gli scrittori, le case editrici e le librerie indipendenti che operano nel territorio della provincia di Pavia, giunta ormai alla quinta edizione.

La partecipazione all’evento è gratuita e a tutti coloro che parteciperanno sarà assegnato uno spazio dove esporre i propri libri. L’intento degli organizzatori è quello di radunare gli autori per farli conoscere al pubblico, fornendo la possibilità di consultare liberamente le opere letterarie e confrontarsi con scrittori ed editori. 

Contatto per chi interessato alla partecipazione : Biblioteca Comunale G. Rodari - Piazza Marconi, 18 - 27042 - Bressana Bottarone (PV) - 0383/88101 int.7

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Dal 12 al 31 gennaio, la Galleria Spazio 53, a Voghera, ci sarà la mostra di pittura di Sergiy Lysiuk : "I need color"

ARM (Sergiy Lysiuk) è nato in Ucraina nel 1986. Dopo aver frequentato nel suo paese la scuola di disegno ha un apprendistato come street artist. In contemporanea con questa esperienza, che continua tuttora, Arm si è dedicato alla pittura su tela dove propone, attraverso l’uso di acquerelli, olio, aerografo e spray, gli stessi soggetti del graffitismo, principalmente ritratti e figure. Dall’unione di queste diverse tecniche, alcune classiche e altre più moderne, scaturisce una pittura veloce, fresca e di forte presa visiva, dove il colore primario, dalle tonalità accese, costruisce soggetti e scene visive. Arm abita a Voghera ed è alla sua prima mostra in Italia, dopo aver partecipato ad alcune collettive nel paese d’origine. Questa esposizione sarà l’occasione per apprezzare il lavoro di un giovane pittore e fornirà la possibilità di conoscere più a fondo le nuove tecniche espressive di quella parte della pittura contemporanea che fa riferimento al graffitismo. La mostra ha il patrocinio del Comune di Voghera - Assessorato alla Cultura e di UNICEF e sarà presentata dal critico Renzo Basora.
Inaugurazione sabato 12 gennaio ore 17,30
Galleria Spazio 53 - Piazza Duomo, 53 - Voghera
Esposizione: dal 12 al 31 gennaio 2019
Orario: da martedì a sabato ore 10-12 / 16-19
Ingresso libero

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