Lunedì, 27 Maggio 2019
Articoli filtrati per data: Lunedì, 07 Gennaio 2019

Era un uomo sulla sessantina, bergamasco, rotto ad ogni avventura e ad ogni stratagemma, pur di far pascolare le sue pecore nei prati abbandonati ai rigori dell’inverno ma ancor ricchi d’erba o, per meglio dire, di steli secchi comunque preziosi per i suoi poveri affamati animali. Un gregge di un centinaio di pecorelle smagrite e perennemente belanti che, dopo le nascite di gennaio-febbraio, raddoppiava quasi di numero. Provvedevano la moglie e un figlio del povero Pierino detto Pierìn, a sfoltire il gregge: raggiungevano il congiunto a ridosso delle festività pasquali, caricavano su un capace camion tutti gli agnellini che il pover’uomo aveva allevato amorevolmente, li vendevano ai macellai traendone giusta mercede che il pastore non vedeva neppure in foto.

Il buon uomo aveva un fisico minuto e in apparenza non adeguato ai sacrifici che abitualmente affrontava, le mani invece, nodose e forti, denunciavano ciò che l’uomo era: un robusto filo d’acciaio difficilmente malleabile ed impossibile da spezzare. Gli occhi e il viso quasi privo di rughe, esprimevano la natura vera di un uomo buono e conciliante. Talmente buono da non trovare la forza di opporsi ai voleri della strega, come Lui definiva la moglie, che, per pura cupidigia, vendeva tutti gli agnelli senza permettere l’auspicato e necessario ricambio di alcuni animali del gruppo ma tant’è: gli agnelli avevano mercato e le pecore no.

Dopo la  scrematura del gregge la vita del vecchio pastore seguiva ritmi diversi: primavera inoltrata, suggeriva a Pierìn di spostarsi in montagna dove per tutta l’estate e parte dell’autunno le sue pecore, l’asino da lui chiamato Ugo e tre fedelissimi cani buoni in sua presenza, addirittura feroci se di guardia al gregge in sua assenza, avrebbero pascolato nelle malghe alpine o accudito alle diverse mansioni assegnate. Nel tardo autunno sarebbe sceso dalla montagna per tornare a girovagare in pianura e in collina per tutto l’inverno, confidando nella clemenza del tempo.

Uno dei cani, chiamato Ferro, esibiva un ghigno che non aveva nulla ne’ di umano, ne’ di canino: era luciferino, sembrava guatarti, sorridere e ripromettersi di spolparti se solo azzardavi avvicinare le sue preziose pecore. Preziose si, ma sue, e se non ubbidivano prontamente ad ogni suo pur tenue latrato o ad ogni sua indicazione, venivano rincorse e sollecitate con piccoli morsi alle zampe posteriori sino a che non rientravano nei ranghi sottomettendosi ai voleri del duce. I ‘piccoli’ morsetti alle gambe delle pecore, avevano costretto il pastore, così raccontava, a limare le punte dei denti del povero Ferro che in tal modo, non feriva più gli animali da lui custoditi. Il pover’uomo aveva preso una lima da ferro, da qui il nome, ed aveva provveduto a limitare gli strumenti di difesa o di offesa del malcapitato cane. Anche il ghigno che esibiva e che poco aveva di naturale, era probabilmente frutto di quell’intervento... odontoiatrico.

Il rapporto tra i due si era però mantenuto saldo e molto tenero, tranne nei momenti in qui l’uomo rinfrescava la spuntatina ai coriacei canini dell’animale, provocando grugniti risentiti sia alle operazioni del pastore, sia alle sue suadenti parole volte a tranquillizzarlo ed anzi a convincerlo che la limatina era per il suo bene.

Erano diversi anni che frequentava le nostre zone ed i nostri campi, la gente lo tollerava perché non faceva nulla di male, usava erba secca ormai abbandonata nei prati alle intemperie e, cosa importante, era un buon uomo con il solo debole di qualche bevutina serale e una parlata in stretto dialetto bergamasco ai più incomprensibile. Accettava qualche bottiglia di vino, mai cibo o ricovero. Mangiava il suo formaggio che trasportava nelle bisacce dell’asino, qualche salamino o salsicciotto da cuocere sulla brace che si procurava nei paesi che attraversava, raramente cucinava una specie di minestra in un pentolino appeso ad un trespolo di legno improvvisato; era cittadino delle strade del mondo e dormiva sotto le stelle, come diceva Lui, anche quando non c’erano.

Da noi era presente solo nei periodi freddi: pascolava gli animali nei campi del paese e la notte, dopo una parca cena, si avvolgeva in un lungo mantello di panno nero, si sdraiava sulla nuda terra con il cappellaccio calato sugli occhi, si copriva con un altro pesante mantello e, chiamati i suoi tre cani che si accucciavano vicinissimi a Lui, si addormentava beatamente in un tripudio di russate proporzionali al tenore alcolico della serata.

Le prime luci dell’alba, a volte lo sorprendevano con uno spesso strato di candida neve sul largo mantello e sulla folta pelliccia dei cani che, svegliandosi, sgrullavano allegri liberandosi del candido fardello. E a nulla valevano le offerte di portici, stalle o magazzini in cui passare le notti ghiacciate di inverni lunghi, freddi e carichi di neve: la risposta era sempre - no! - il vecchio era convinto che l’abitudine all’addiaccio, era motivo della sua salute che sfoggiava salda e costante a dispetto delle tante primavere e della vita errabonda e tribolata che conduceva. Il legame con Sant’Eusebio fu rafforzato un tremendo inverno di tanti anni orsono allorché il pover’uomo, cercò e trovò negli abitanti del paese, aiuto e conforto in una situazione che stava per divenire drammatica; tutto era cominciato tre giorni prima, Pierìn, con le sue pecore, era in Val di Nizza; pascolava nei radi campicelli della valle e, dato che la permanenza si protraeva da alcune settimane, decise che era giunto il tempo di muovere le truppe essendo esaurita la poca erba lungo le sponde del torrentello e nei campetti. La meta era la valle Ardivestra raggiungibile percorrendo la strada che salendo da Pratolungo a Casa Grossi scendeva poi verso Sant’ Eusebio. Era un freddissimo dicembre ma con pochissima neve per cui il pastore, contò di compiere il viaggio in una giornata pur rallentato dalle strade fangose e ghiacciate dei boschi che avrebbe attraversato. Si procurò due micconi di pane, due buone bottiglie di Barbera generoso e una bella “rèsta ad salamê”, fila di salamini, Ripose le salmerie in una delle capaci sacche appese al basto dell’asino e, con passo lento seguito dalle pecorelle belanti, da Ugo e dai tre cani, uno per lato e il luciferino Ferro a chiudere la fila, si mise in marcia  di buon mattino contando di raggiungere il paese di destinazione il tardo pomeriggio dello stesso giorno.

Il gelo di un’alba livida e fredda scricchiolava al passaggio della strana armata, Pierìn si voltava di tanto in tanto controllando che tutto procedesse regolarmente, avvicinava l’asino vuoi per spezzare un “crugnë”, angolino della micca, e consumarlo a morsetti leggeri, vuoi per bere un goccetto di barbera, vuoi infine per controllare i due agnelli che facevano capolino dalla seconda sacca dell’asino.

Di tanto in tanto rallentava quasi a fermarsi, per permettere alle pecore di brucare l’erba sulle ripe delle stradine che percorrevano o per lasciarle bere nei ruscelletti che attraversavano. Verso le dieci del mattino fece uno spuntino, fornendo un poco di pane e cacio anche ai fedeli cani stranamente nervosi ed inquieti. Mentre stava per riprendere il cammino, capì a cosa era dovuta l’agitazione dei suoi fedeli animali: cominciava a nevicare. Ma non al modo solito con radi e leggeri fiocchi che a poco a poco si infittivano diventando sempre più numerosi, nulla di tutto ciò: improvvisamente iniziarono a scendere farfalloni bianchi, numerosi e veloci, a soffiare un vento gelido e trasversale che toglieva il respiro e la volontà di procedere. Dopo un’oretta di quell’inferno, Pierìn giunse a Casa Grossi, cascina poco abitata se non d’estate, a non più di metà strada dall’agognata destinazione, con le bestie stremate dalla fatica e dall’incedere lungo una strada ormai coperta da uno strato di neve che andava crescendo rapidamente; gli stessi animali avevano una spanna di neve sul vello e le sacche dell’asino erano di tanto in tanto svuotate dal pover’uomo che non sapeva più a che santo votarsi.

Decise di fermarsi, ricoverò gli animali sotto un portico abbandonato ai limiti del bosco, scaricò il pesante basto dall’asino stremato dalla fatica e lo poggiò in un angolo riparato dalla tormenta, asciugò con una manciata di paglia i cani e si apprestò a portare i due agnellini alle rispettive mamme per una giusta poppata. Ultimata tale doverosa operazione, pur preoccupatissimo per la neve che continuava a scendere quasi a recuperare le pregresse scarse precipitazioni, si accinse a mangiare un pò di pane e formaggio ma, voltandosi verso le sacche dell’asino che aveva appeso ad uno spuntone del pilastro del portichetto, vide che il buon Ugo, vinto dai morsi della fame che non poteva soddisfare per mancanza di fieno, si era servito dalle sacche brucando allegramente ciò che restava delle due mìcche di pane, della maggior parte del formaggio e, in quel momento, stava affrontando la rèsta di salamê che ormai aveva in parte biascicato.

Il vecchio con un balzo felino e ululando un nooo! disperato, si lanciò sulla mala bestia, strappò dai denti tre salamini superstiti, allontano con un calcione il fedifrago e dopo aver rovistato nel profondo della tasca del basto, recuperò una crosta di pane, un pezzetto di formaggio sfuggito alle mobili labbra dello scaltro animale, i citati tre salamini malandati e due pere invernali dure come le pietre. Divise il tutto con i cani mentre scendevano sia la notte che la neve, in compenso il vento non soffiava più ed un silenzio quasi irreale abbracciava il gregge che si stringeva riparandosi sotto il portichetto dimenticando i morsi della fame manifestati da qualche breve belato che scomparve del tutto dopo qualche ora.

Il vecchio pastore dopo aver bevuto a garganella ciò che restava del buon barbera e gettata la bottiglia nella neve,  avvolto nei suoi pastrani e riscaldato dai suoi cani che dormivano a Lui poggiati sul mantello, non riusciva a prendere sonno pensando alla strada che ancora restava da percorre, alle sue povere bestie stanche ed affamate ad esclusione di quel maledetto di Ugo che si era abbondantemente satollato, mentre la neve continuava a scendere a larghe falde. La stanchezza, la fame ed il freddo ebbero ragione dei pensieri ed il vecchio si addormentò. Il chiarore dell’alba lo svegliò mentre la neve continuava a scendere anche se il vento era calato vistosamente. Non fosse stato per la disperazione del momento e la situazione drammatica che si presentava a uomo e bestie, lo spettacolo era veramente da fiaba: un pastorello, un gregge che cominciava a farsi sentire debolmente quasi rispettando il riposo del capo, tre cani fedeli con Ferro che sorrideva in modo quasi umano data la fame e il freddo, un asino infingardo, due agnellini tranquilli nei pressi della mamma ed un bosco con le sue piante e le sue radure coperte da un manto candido e soffice e la neve che cadeva silenziosa. Per tutto il giorno continuò a nevicare seppur con ridotta intensità immobilizzando l’uomo e le sue bestie: verso le quattro del pomeriggio smise di colpo e, all’orizzonte, comparve un pallido sole che, ben presto, calò dietro la linea delle montagne all’orizzonte.

Il pastore nonostante le traversie passate, sorrise al tempo rimesso al bello, si apprestò a trascorrere con i suoi animali la seconda notte digiuno ed infreddolito, contando di riprendere il cammino e rifilando di tanto in tanto, un bonario calcetto all’asino involontario artefice della fame che gli attanagliava lo stomaco. Sollevato, si addormentò alle prime ombre della notte, dormì saporitamente e la linea dell’aurora all’orizzonte lo trovò già sveglio e felice per il tempo buono e la prossima partenza.

Lo spettacolo era sublime: piante grondanti neve, prati e radure candide e rilucenti alla livida luce dell’alba, la strada che si snodava bianca ed immacolata nel bosco sino all’orizzonte, radi uccellini vagavano di pianta in pianta becchettando improbabili semi invisibili sotto la neve. Gli animali del gregge sembravano percepire l’agitazione dell’uomo, erano in piedi pronti a partire e desiderosi di lasciare quel posto incantato in mezzo al bosco, di giungere al più presto nel paese vicino, mangiare, bere e riposarsi. La neve era abbondante ma il gelo notevole della notte aveva creato una robusta patina ghiacciata sulla quale uomini e animali camminavano agevolmente senza sprofondare; solo Ugo di tanto in tanto lasciava un’impronta più marcata tribolando alquanto nell’incedere.

Il pastore lo guardò, sorrise e pensò che era la giusta punizione per la mala azione che aveva fatto. Tra scricchiolii, abbaio di cani, belate prolungate per la fame e la fatica, la brigata iniziò la transumanza e dopo diverse ore cominciò a scendere verso il paese; giunta a fondovalle il dramma: il minor gelo ed il sole che cominciava a riscaldare l’aria, rendevano lo strato di neve alto più di mezzo metro, friabile: gli animali sprofondavano sino al ventre nel molle strato e non riuscivano più ad avanzare. Il pover’uomo si agitò, tentò di aiutare gli animali in difficoltà ma non cavò risultato alcuno: abbandonò nella neve gli animali immobili e stravolti dalla fatica, raggiunse il paese silenzioso nel candido abbraccio dell’abbondante nevicata, chiese aiuto al primo che incontrò ed assistette commosso alla più bella gara di solidarietà a cui fosse mai capitato di vedere: dopo un breve conciliabolo, diversi uomini con due carri a cui avevano aggiogato i migliori buoi, si recarono nella località dove il pastore aveva momentaneamente abbandonato gli animali a circa un chilometro dal paese.

Fermarono i carri ad un centinaio di metri dai poveri animali che non avevano quasi più forza di belare, si liberarono dei cani prontamente richiamati da Pierìn prima che Ferro sbranasse il primo malcapitato che gli era giunto a tiro, ed iniziarono ad estrarre letteralmente le pecore ormai privi di forza dalla neve e a trasportarle sui carri. Condotte in paese, foraggiate ed abbeverate dopo poche ore avevano ripreso sembianze di un gregge, mentre Ferro aveva ripreso a minacciarle se non eseguivano prontamente gli ordini. Quella sera veder mangiare il pastore all’osteria fu operazione da sconsigliare ai deboli di cuore: letteralmente divorò, dopo due giorni e due notti di digiuno, tutto quello che “ Ärnësta “ l’oste in gonnella del paese, gli metteva sul tavolo, fosse solido o liquido; affrontava cibi e bevande con metodo e determinazione, spazzolò in un paio d’ore ciò che un uomo normale mangia e beve in una settimana. Si ricordò dei cani e persino dell’asino che ormai aveva perdonato. Satollo come un otre pieno di derrate alimentari e di buon vino s’intende, si soffermò a lungo con gli avventori dell’osteria che l’avevano aiutato continuando a raccontare che quel maledetto Ugo l’aveva affamato per giorni ed a ringraziare chi l’aveva tratto da una situazione veramente drammatica: poche ore e le sue pecore sarebbero morte di stenti nella neve alta. Prima di andare regolarmente a dormire sotto le stelle, abbracciò tutti traballando un poco nello scorrere i soccorritori, diffondendo zaffate vinose che avrebbero atterrato anche le mosche che per fortuna in quella stagione non c’erano.

Per un po’ di tempo pascolò i suoi animali nei prati del paese; i bambini pur impauriti dai cani, avvicinavano il gregge attratti in particolare dagli agnellini che rallegravano con la loro nascita il buon Pierìn che si dedicava anima e corpo al loro benessere, alle loro ciucciatine rumorose e frequenti ponendo nelle sacche di Ugo più piccoli e deboli.

Di tanto in tanto il pastore faceva una capatina all’osteria per farsi una bottiglia di vino o per altri piccoli acquisti rifiutando regolarmente gli inviti a giocare a carte. Improvvisamente scomparve e per un po’ di tempo nessuno vide il gregge e l’amico pastore che, stranamente, se n’era andato senza salutare nessuno. Dopo una settimana si capì il perché dell’assenza: ricomparve sulle alture a nord del paese dopo aver pascolato gli animali in zona poco frequentata e visibile.

Non venne all’osteria e verso le ventitré in luogo di rincasare, alcuni giovani del paese decisero di andare dal pastore ormai addormentato: dopo aver procurato il pane, un paio di bottiglioni, un robusto cartoccio di salamini e due fascine di legna, decisero di svegliare Pierìn che dormiva nella zona dove era stato avvistato la sera stessa, mangiare i salamini e bere in compagnia. Risalirono rapidamente la collina con la luna che rischiarava il candido manto di neve, sostarono al limite del bosco e mentre cercavano il gregge, iniziarono ad urlare nella notte gelida il nome di Pierìn. Per fortuna il buon uomo si svegliò appena in tempo: si era accasato in una piccola radura sgombra di neve perché protetta da una gigantesca quercia, richiamò Ferro che stava per azzannare il primo visitatore e  iniziò a ridere come un matto osservando i giovani scaricare le provviste al seguito; ripiegati i mantelli e riposto il cappellaccio, iniziò con l’accendere nello spiazzo senza neve un buon fuocherello e ad insegnarci ad arrostire i salamini alla pecorara: dopo pochi minuti ci trovammo a seduti per terra in cerchio attorno al fuoco con in mano un bastoncino appuntito nel quale avevamo infilato, guidati dal vecchio, il salamino che stava arrostendo sulle braci. Il silenzio del bosco e della notte ci impediva quasi di parlare: ruotavamo di tanto in tanto il bastoncino ed il piccolo insaccato sfrigolava spargendo nell’aria un po’ di fumo e un profumino che attirava i cani comunque sospettosi nonostante la presenza del padrone. Mangiammo e bevemmo in allegria ma il più felice fu sicuramente il vecchio pastore contento che gli amici si fossero ricordati di lui.

Se ne andò di lì a poco, girovagando di paese in paese sino alle sue montagne all’inizio dell’estate, con le sue pecore, con i suoi agnelli, con i cani ed Ugo che lo seguiva ubbidiente e con la famosa limetta da ferro gioia e dolore del suo preferito Ferro. Un inverno non si presentò in paese e neppure in quelli vicini. Alcuni dissero che era malato, altri che era ricoverato in casa di cura, altri ancora che fosse morto: non si vide più. Probabilmente il buon vecchio data l’età e la vita tribolata,  dopo tanto girovagare sulle strade del mondo, si era stancato di dormire sotto le stelle ed aveva deciso di dormirci sopra!

di Giuliano Cereghini

Ho voluto dare un titolo in lingua francese, d’Oil e non d’Oc, a questo testo che tratta di responsabilità, di potere, di incarichi al femminile. Parlare di responsabilità, incarichi e potere suona, negli annali ed archivi storici, sempre, o quasi, decisamente maschilista; ne fanno particolarità più o meno recente, rara ed evidente, per quanto concerne la nostra Nazione, probabilmente Marisa Bellisario nel Mondo Industriale e Susanna Agnelli, Nilde Iotti e Tina Anselmi nel Mondo Politico, l’Agnelli non solo nel Mondo Politico (i caratteri maiuscoli vogliono sottolineare essenzialmente l’alta caratura professionale ed altrettanta fama e ruoli storici), e, “Grandeur maximale”, le Famiglie Reali Inglesi ed Olandesi. Ritengo possa, la titolazione francese, essere più chic, più elegante, più sobria, e nel contempo solare, di un qualsivoglia titolo in lingua italiana. “Il Municipio in rosa”, come la vita cantata da Edith Piaf, già di per sé è certamente un’evocazione innovativa, moderna, contemporanea: basti pensare a Roma, oppure Torino. Anche in altri piani di potere, istituzioni varie, centri di comando già siedono “Personnalités en rose”, poche, ma... a Voghera no. Qui da noi non è mai accaduto. Mai nella storia. Mai.

Il nostro Municipio non è mai stato “Une Mairie en rose”. Mi sto ovviamente riferendo allo scranno più alto, senza scendere nei camerini. Forse non lo sarà ancora, ma... se solo nel 2020... ?! Se il Terzo Decennio del Terzo Millennio si aprisse agli occhi della nostra Città con “Une Mairie en rose” ?! Qual cambiamento! Gli appassionati di esoterismo ed alta religiosità potrebbero addirittura leggere in tutto ciò la realizzazione, seppur iniziale, del messaggio subliminale arrivatoci per via letteraria da Dan Brown nel suo celeberrimo “Il Codice Da Vinci”, ove, oltre alla controversia sulla deriva meretrice della Maddalena, in realtà citata come l’Apostolo preferito essendo stata la prima a vedere il Cristo risorto, oltre al dolce ed enigmatico sorriso della Gioconda vinciana (da studi recenti, possibilmente forse, una Marchesa Malaspina con alle spalle il Borgo di Bobbio) utilizzato nella ricerca del Sacro Graal, proprio nella discussione sul Graal e la sua forma “a calice”, che parte largo per restringersi ad imbuto come il ventre materno, che ne impone una nuova nomenclatura quale “il Potere del Femminino Sacro”, qui troviamo il messaggio politico-religioso occidentale: non uomini, bensì donne al Governo! In barba ai Templari ed al Priorato di Sion, che ne hanno difesi, secondo Brown, tesori e segreti nei secoli, la sentenza conclusiva chiosa con : il Potere va dato alle Donne !!! Tornando al nostro “Mairie en rose”, noi non abbiamo a disposizione il Graal, ahimè: gli unici calici che abbiamo a disposizione sono quelli degli aperitivi nei bar cittadini, e su quelli costruiremo la nostra enciclica. Pare che, e sottolineo “pare”, Palazzo Gounela nel 2020 potrebbe effettivamente tingersi “en rose”. E devo dirvi, tra calici ed in vino veritas, che tutte le possibili “Dames” godono anche di positivi attributi estetici non contestabili! Mesi or sono, alcuni calici cittadini avrebbero già timidamente brindato all’idea, possibilista, che una bellissima donna, Signora Bene all’interno dell’estesa comunità iriense, la famiglia di provenienza della quale avrebbe da molti decenni straordinariamente illuminato interni ed esterni nel mondo, potesse guidare l’ascesa femminile. Si narra però, già, ahimè... di gentil diniego.

Ma in politica, si sa, il temporaneo ritiro è talvolta preparazione al “Grand Jetè” final, un salto in spaccata che tutto e tutti supera... Nel bar di fianco, quasi in contemporanea, i 4 amici di Gino Paoli amabilmente discutevano sulla possibilità di cambiare il mondo, in vino veritas nuovamente, e più approfonditamente sulla possibilità che l’incarico Presidenziale dell’avvenente assicuratrice ed imprenditrice “Pret-a-porter” non fosse altro che la prova generale all’arrembaggio del primo “Mairie en rose” vogherese. Ma ancor si narrò illo tempore, ahimè, d’un distaccato “Come avessi accettato. Grazie.”. E, nel fuori-onda... “Si, mi scusi, diceva... Polizza, numero? Taglia, numero? Contatore, numero? Fattura, nume... ah no... aspetti...”. L’armata ex-Sion si rivolse probabilmente  allora, sempre levando i calici ma in un locale non centralissimo, ad una bella, raggiante, simpatica ma anche temibile, per forte personalità, … locandiera. Imprenditrice della buona tavola e della buona cantina, che negli “Affaires Politiques” non guasta mai, gode certamente di maggior simpatia e Charme, dal basso-popolare fino alla medio-alta “Bourgeoisie”, rispetto al maschil-Chevalier del partito “Toujours” duro! Di lei, al momento, non si ha notizia, no rumors, no gossip, … ma chissà... Rientrando quindi verso Place Vendôme,... ah no, scusate... Piazza Duomo, un altro nutrito gruppo di avventori, al canto Verdiano del “Libiamo ne’ lieti Calici”, in attesa che il Teatro ospiti l’Opera integrale, sta sottolineando l’irreale possibilità che non sia la Cultura a farla da “Soprano” in tal gentil tenzone! E con tal raccolta di deleghe, possa mai venir escluso “L’Assesseur/Conseiller” più … passionné ! Jamais, pour Dieu! Ancor qui, a calici calati, taluni agitano lo spettro, sulla Rive Gauche, la sponda di Sinistra, delle concorrenti: la bionda “Secrétaire” del Gauche Partito, o magari, perché no, la Rossa di lei amica Bald... anzosa. Anche se, per dirla tutta, sulla Rive Gauche s’è rivista la Classica Professoressa il cui “grado natatorio”, unitamente all’esperienza in... opposizione, potrebbe rivelar novità, sulla Rive al di là della competizione... Quasi sul finir del tramonto, tra un’operazione immobiliare ed un Evento ambiental-gastronomico autoctono, un’altra “Belle Blonde” viene invitata a degustar dai calici leggiadri, sondatori di possibilità. Il Capo-spiritual della procace “Promoteur immobilier” in verità, senza vin neppur brulè, ha in dote un patto generazionale, peraltro “en carrière”, ma se la scelta “en rose” dovesse gradir... chissà... Mi scuso se qualcuna ho “oublié”, scordato, ma già così, mi pare, il “Parterre” possa venir ben considerato! 

 Ah si, in effetti... un’altra Personalità “en rose” ci sarebbe, ma si sa... Fine anno è tempo di Bilanci: la lascerei tranquilla tra soldi, numeri e clienti, rimandando più in la magari un brindisi, a calici... traboccanti! Con amore e simpatia a tutte le mie amiche, ed amici, che ho qui coinvolto! 

di Lele Baiardi

Abbattimenti programmati e selettivi per mettere un freno al proliferare dei cinghiali diventati ormai un pericolo concreto per la sicurezza nazionale. Potrebbe essere una delle misure di un Piano straordinario per gestire un problema non più rinviabile in Italia, dopo l'incidente mortale avvenuto sull'A1 tra Lodi e Casalpusterlengo, ma anche in Europa. Questi animali, infatti, sono portatori della nuova peste suina che ha già contaminato nove paesi in Ue, innocua per l'uomo ma devastante per gli allevamenti. In Belgio da settembre a oggi sono stati riscontrati 231 capi infetti. 

I cinghiali in Italia sono circa 1 milione, secondo le stime della Coldiretti che, insieme alle altre associazioni, chiede da anni di risolvere un problema causa di ingenti danni a colture e allevamenti. Basti pensare che la media delle domande di indennizzi per i danni da fauna selvatica, non solo dei cinghiali, supera ogni anno i 2 milioni di euro in Toscana ed Emilia-Romagna e 1 milione nelle Marche e in Umbria.

Intanto Bruxelles terrà sotto controllo la popolazione di cinghiali per evitare il contagio della peste suina in altri Paesi. A dicembre scorso ha annunciato un Piano che coinvolgerà i cacciatori, richiedendo un abbattimento selettivo e mirato attraverso un'azione coordinata con le istituzioni.

Il 2018 è stato in Italia l'anno più caldo da oltre due secoli: lo indicano i dati raccolti nel nostro Paese a partire dal 1800 e contenuti nella banca dati di climatologia storica dell'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Isac).

"I dati indicano che siamo in presenza di un cambiamento climatico importante e che in Italia l'aumento di temperatura è più forte rispetto al trend della media globale", ha detto il responsabile della banca dati, Michele Brunetti.

I dati indicano che nel 2018 la temperatura ha superato di 1,58 gradi la media registrata negli anni compresi fra il 1971 e il 2000, superando il precedente record del 2015, con 1,44 gradi sopra la media. Tutti i mesi del 2018 sono stati più caldi, ad eccezione dei mesi di febbraio, quando le temperature sono state inferiori alla media, e marzo, nella media.

In nove mesi le temperature sono state più calde di oltre un grado rispetto alla media. Gennaio 2018 è stato il secondo gennaio più caldo dal 1800 ad oggi, con 2,37 gradi sopra la media e l'aprile più caldo degli ultimi 30 anni ha superato la media stagionale di 3,50 gradi. L'eccezionalità del 2018 non ha interessato solo l'Italia, l'anno appena concluso è risultato il più caldo da quando sono disponibili osservazioni anche per Francia, Svizzera, Germania e Austria.

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