Lunedì, 27 Maggio 2019
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Torrevilla, storica cantina sociale dell’Oltrepò Pavese con sede a Torrazza Coste e Codevilla, è stata oggetto negli ultimi tre anni di un importante lavoro di ristrutturazione. I risultati sono notevoli. E non a caso, in seguito a questa fase espansiva per le idee, oltre che per gli indici meramente economici, sta diventando sempre più un punto di riferimento anche per gli altri produttori. Nuove adesioni di una certa caratura si sono registrate nella compagine associativa, fra le quali alcune delle più importanti cantine dell’Oltrepò Pavese. Tutte accomunate da obiettivi qualitativi non sempre scontati nel passato anche recente. È soprattutto da questi rapporti di collaborazione, e prima ancora di amicizia, che passano i destini di un comparto, quello vitivinicolo, che vive un momento di travaglio prolungato; che tuttavia potrebbe essere il preambolo a un periodo di riforme strutturali finalmente decisive. E Torrevilla, con il suo presidente Massimo Barbieri che abbiamo incontrato in questa intervista, è pronta a giocare un ruolo da protagonista.

Presidente, ci descriva il momento attuale di Torrevilla.

«Torrevilla si è rafforzata molto nell’ultimo triennio. Nell’ultima fase sono state portate tante innovazioni, a livello interno prima di tutto, con una ristrutturazione aziendale sia dal punto di vista del personale, sia in relazione ai livelli di efficienza e di produttività. Razionalizzazione, soprattutto, con un forte risparmio sui costi di gestione».

Quali sono stati i punti di partenza per questa ristrutturazione?

«Bisogna partire dal fatto che è cambiata la direzione, è cambiata la presidenza, ed è cambiato il Consiglio d’Amministrazione. Questo ha dato nuovi input alla gestione, con un impegno molto gravoso, sia per la direzione, sia per le risorse interne».

Ci sono state resistenze interne al cambiamento?

«Diciamo che sì, qualche resistenza c’è stata, ma non in senso negativo. L’impostazione che è stata data era tesa a una responsabilizzazione che ha anche premiato chi ha capito il passaggio. Da parte dell’amministrazione non c’è la volontà di penalizzare, anzi: in parte è già stato fatto ed in parte vorremo premiare i nostri dipendenti, adeguandoci a una visione meritocratica. Questo alla fine è una piccola azienda, con un numero limitato di dipendenti: una grande famiglia dove tutti devono dare il meglio di sé».

In cosa si concretizza questo efficientamento?

«Un dato inequivocabile: pur mantenendo costante la produzione abbiamo diminuito del 75% gli straordinari. Questo è un segnale di efficienza. Addirittura abbiamo eliminato il lavoro di imbottigliamento nella giornata di sabato. Si lavora in anticipo, non in emergenza. Tutti questi dettagli ci avvicinano sempre più a quella che deve essere la gestione di una pura e semplice azienda privata. E non abbiamo licenziato nessuno».

Anche i collaboratori esterni sono stati premiati, di recente, in una giornata dedicata…

«Abbiamo rivoluzionato la catena agenti, con l’inserimento di nuove figure, che sono più rivolte a una vendita di prodotti di qualità. L’approccio è diverso, fra l’agente che propone il fusto o la bottiglia di qualità. Questo è stato reso possibile anche grazie al responsabile del nostro canale Ho.re.ca., il dottor Piva, inserito in organico due anni fa, e al cambiamento della vision aziendale. Oggi nel canale Ho.re.ca. ci proponiamo quasi in via esclusiva con Genisia, la nostra linea di alta gamma, e con gli spumanti. Dietro questo c’è anche un lavoro di miglioramento qualitativo».

In cosa consiste?

«In parte nell’aver utilizzato in modo maggiore la consulenza del professor Valenti, che già era in azienda e che ha incrementato il suo impegno con noi. E poi dall’importante lavoro del direttore Picchi, proprio sulla lavorazione dei prodotti, e dall’importantissima collaborazione della base sociale a livello produttivo. Oggi Torrevilla usufruisce di un grande lavoro di zonazione. La vendemmia viene effettuata con la prenotazione da parte di Torrevilla delle uve: non sono più i soci che conferiscono in modo spontaneo, ma lo fanno secondo un calendario fatto di scelte tecniche, che tiene conto di diversi fattori come esposizione dei terreni, altitudine, campionamenti… è Torrevilla che sceglie, in modo da ottenere basi qualitative uniformi».

La zonazione è stata, certamente, una svolta per l’azienda, che è sempre più orientata a una produzione di qualità. Quasi un miracolo, considerando l’entità del cambiamento e lo stravolgimento di procedure condivise e cristallizzate da decenni…

«Non voglio dire che in questi tre anni si siano fatti miracoli. È stato un percorso più lungo, la zonazione è un lavoro che ha richiesto dieci anni, ed è stato fatto in modo serio. Negli ultimi tre anni questa impostazione è stata implementata in modo anche intransigente».

Da parte dei soci, invece, si sono alzate barricate?

«Guerre no, ma non è stato un passaggio così scontato. Sicuramente si sono creati alcuni mugugni, ma quando si cambiano abitudini consolidate è comprensibile».

Quali risultati si sono ottenuti con questo periodo di riforme?

«Innanzi tutto questa razionalizzazione ha portato anche a un maggior dividendo sulle uve, che poi è la finalità principale della nostra azienda. Rispetto a tre anni fa la retribuzione delle uve è aumentata del 90%, anche perché si partiva da molto in basso. Stiamo operando in modo molto intenso perché questi prezzi possano essere anche superiori, in aumento; per renderlo possibile stiamo lavorando tantissimo per impostare, e diciamo identificare l’azienda sempre più con la produzione spumantistica. Quindi una valorizzazione specifica sul Pinot Nero, anche vinificato in rosso».

Due bandiere, per Torrevilla.

«Dobbiamo identificare l’azienda in primis, ma sarebbe auspicabile tutto il territorio, su questi prodotti. A tal fine è stata inserita anche una collaborazione fissa con un’agenzia di comunicazione, la ‘‘Multimedia”».

Perché avete deciso di acquisire questa collaborazione?

«Dobbiamo imparare sempre più a comunicare. A trecentosessanta gradi. Ci stanno aiutando molto, ed è molto importante, siccome non pensiamo di essere dei tuttologi, qui. Questa è oggi un’azienda strutturata. Abbiamo un responsabile commerciale, un enologo, un responsabile della comunicazione, uno studio legale, e abbiamo la collaborazione di figure come quella del professor Valenti, fra i numeri uno a livello nazionale. Questo per dire che il presidente fa il presidente: io non faccio i vini, non faccio il commerciale, non faccio il comunicatore. Faccio il presidente, con tutto quello che compete a questa carica».

Non sia modesto: sarà pur sempre la governance aziendale a dettare la linea.

«È logico che esercito un controllo su tutto quello che succede in azienda e mi riservo l’ultima parola, ma ogni compito e ogni responsabilità è ben definita. Il presidente tira la linea ogni mese. E si impegna per la parte più istituzionale, politica dell’azienda».

Parliamo della vendemmia appena trascorsa e del momento attuale in cui versa il comparto vitivinicolo.

«Il contesto dell’anno in corso non è sicuramente un contesto economico e commerciale positivo, a livello nazionale. La grande produzione di uva, non solo in Oltrepò ma sul territorio nazionale, ha fatto sì che ci sia un calo dei prezzi notevole. Per tanti motivi. Chiaramente il territorio Oltrepò è a maggior rischio, per via di una mancanza di immagine territoriale. Ciò nonostante vorrei far notare che la posizione di Torrevilla è abbastanza tranquilla».

Vogliamo scendere più nello specifico?

«Non andrò a fare dei prezzi per l’anno prossimo perché sarebbe prematuro, ma diciamo che Torrevilla non ha problemi a livello commerciale, e che il nostro prodotto per la parte sfusa che non commercializziamo direttamente è tutto sotto contratto e con prezzi in linea con quelli della vendemmia dell’anno scorso. L’unico timore che abbiamo sono le politiche di basso prezzo attuate dalle aziende concorrenti, che potrebbero creare qualche problema anche a Torrevilla. Comunque stiamo operando su tutti i fronti, compreso l’estero, per far sì che i soci siano soddisfatti anche dei dividenti della vendemmia 2018».

E per quanto riguarda gli acconti?

«Torrevilla effettuerà il primo acconto per il 20 dicembre, come ormai di consuetudine. Per quanto riguarda la cifra, posso dire che sicuramente non distribuiremo un acconto inferiore a quello dell’anno scorso. A giorni si riunirà il CDA e l’intenzione, se possibile, è di riconoscere qualcosa in più sul prezzo al quintale, proprio in considerazione della difficile annata 2017 dove si ha avuta poca produzione, e quindi cercheremo di far sì che il valore, nel limite del possibile, soddisfi l’esigenza dei soci».

Superiore o inferiore ai 10 euro?

«Sicuramente superiore».

Se posso permettermi, sembra non esserci nulla da invidiare agli altri attori del comparto…

«Ripeto: questa è una piccola azienda, perché non ci riteniamo a livello dimensionale un colosso. Certo non siamo un’azienda famigliare».

E questo significa, d’altra parte, che la macchina amministrativa abbia un grado di complessità elevato, difficile da apprezzare nelle sue infinite sfaccettature. Lei come ‘‘nuota’’ in questo mare aperto, dove sembra difficile individuare punti di riferimento?

«Ritengo per me sia stata una fortuna avere un percorso nel CDA come quello che ho avuto, partendo da consigliere per poi divenire vicepresidente con deleghe e infine presidente. Questo percorso mi ha fornito una conoscenza massima di quello che accade in azienda. Il direttore che si è inserito in azienda due anni fa vi collaborava già da tredici. Quindi diciamo che c’è stato un cambiamento nella continuità. Stiamo ponendo dei correttivi su alcune cose che potevano essere migliorate, usufruendo anche di una serie di consulenti. Certo, il cambiamento è avvenuto nella continuità. Non denigriamo e non cancelliamo ciò che è stato finora, ci mancherebbe: se Torrevilla ha 120 anni diciamo grazie a chi c’è stato finora. C’è stato un adeguamento ai tempi».

Un pensiero al futuro?

«Speriamo di continuare così… la mia posizione sarà di passaggio, poi speriamo ci possa essere qualcuno migliore di me».

Quanto tempo passa in azienda?

«Secondo mia moglie anche troppo… diciamo che c’è una presenza molto costante, cosa di cui Torrevilla ha bisogno. Fino a tre anni fa non esisteva nemmeno un ufficio del presidente…».

Passando alle vicende che involgono i rapporti che Torrevilla intrattiene con gli altri operatori, è d’obbligo una domanda sui travagliati rapporti che intercorrono con il Consorzio, dal quale Torrevilla è uscita pochi mesi fa. Vuole dirci la sua su quanto è accaduto?

«Riteniamo il Consorzio, almeno teoricamente, la struttura principale di confronto e di tutela. Però in questo Consorzio Torrevilla non si riconosce nel modo più assoluto, perché si tratta di un’organizzazione che, come stabilito dalle norme - e non in modo illecito, per carità - è basata sulla quantità di prodotto, e non rappresenta se non in modo marginalissimo le aziende virtuose e votate alla qualità».

Per cambiare le regole ci vorrebbe un intervento ministeriale. Centinaio ormai bazzica con una certa frequenza nelle principali cantine dell’Oltrepò…

«Questo cambiamento, sicuramente, ci auguriamo succeda. Ci giunge notizia siano in essere alcune valutazioni a livello ministeriale. D’altra parte, non è da ieri che ci battiamo. In questo Consorzio già da anni avevamo tenuto posizioni di contrasto, tanto è vero che ne eravamo già usciti tre anni fa. Poi eravamo rientrati perché c’erano proposte che condividevamo ed eravamo arrivati a un minimo di accordo trasversale».

Lo scorso inverno l’accordo sui nuovi disciplinari pareva essere una svolta sincera e decisiva…

«Noi eravamo entrati proprio in merito a quell’accordo. Poi Torrevilla aveva chiesto la possibilità di inserire oltre al proprio rappresentante anche tre persone di nostro gradimento, che pur essendo in minoranza ci avrebbero dato una forma di garanzia su certe scelte future. Questo non è stato accettato, Torrevilla ne ha preso atto e ha deciso di uscire». (i membri del CDA sono quindici, eletti in proporzione paritetica dalle tre categorie dei produttori, degli imbottigliatori e dei vinificatori, ndr)

Si riconosce nella definizione di ‘‘dissidente’’?

«Il presidente di Torrevilla è molto coerente e trasparente. Non pensa di obbligare altri su scelte non condivise, ma rivendica l’autonomia di fare le proprie scelte. Logico che la nostra posizione ha creato non poche complicazioni, perché è venuto meno l’erga omnes sulle varietà di uvaggio. In pratica il Consorzio, se rimane come oggi, diventa una semplice associazione di produttori. Per questo Regione Lombardia, con l’assessore Rolfi, ha organizzato un tavolo per vedere di ricomporre la situazione».

Non sarà che queste continue scissioni finiscano per diventare, alla fin fine, un bene per tutti? Pensa sia stata utopistica e superata l’idea di mettere nello stesso calderone aziende e territori perseguenti obiettivi così diversi?

«Spero il Ministero ne prenda atto. Però oggi ci relazioniamo con le normative esistenti. È difficile mettere insieme chi ha nel suo DNA un certo tipo di vendita, quella in cisterne, chi invece vende in bottiglia, e gli imbottigliatori. Sono realtà diverse. Difficilmente si possono trovare punti in comune. Servono nuove regole, sistemi innovativi per garantire a tutte le realtà la possibilità di lavorare nel migliore dei modi. E non ultimo un occhio di riguardo per i produttori, gli agricoltori, che devono poter vivere decorosamente. Spesso ci si dimentica che tutte queste situazioni vanno a ricadere in modo negativo su chi poi è alla base della piramide».

E a proposito di produttori, chi sono i soci di Torrevilla, oggi? Quanti sono anche conferitori?

«Circa 200 soci, di cui 170 conferitori. Negli scorsi 7/8 anni c’è stata una diminuzione della base sociale, determinata da tanti fattori, fra cui la remunerazione delle uve, e il fatto che alcune aziende sono state dismesse. Nel corso dell’ultimo anno c’è stato, invece, un cambio di tendenza, con l’adesione di un buon numero di nuovi soci. Fra questi anche aziende importanti dell’Oltrepò, come Monsupello, Montelio, Frecciarossa, e poi anche aziende di produzione; come Sisti, che è uno dei più grandi produttori dell’Oltrepò. I nuovi soci sono una dozzina, fra normali produttori e realtà di una certa caratura come quelle descritte, e questo ci fa piacere perché pensiamo di impostare una collaborazione importante a livello territoriale. Anche altre importanti aziende, come Adorno, sono soci storici».

A proposito di scelte strategiche e di sistema: vuole raccontarci perché avete scelto di puntare con decisione sul pinot?

«Innanzi tutto perché fortunatamente l’Oltrepò Pavese ha delle condizioni pedoclimatiche che favoriscono questo vitigno. Siamo uno dei più grandi produttori al mondo di ottimo pinot ed è un prodotto che può essere valorizzato per far sì che a trarne giovamento sia tutto il comparto. C’è spazio di mercato, non ci andiamo a scontrare con altre realtà; la spumantistica sta funzionando, il pinot vinificato in rosso verrebbe riconosciuto anche all’estero. E poi bisogna che questo territorio si identifichi con due prodotti, non con cento. Come capita da altre parti, deve essere identificato con un bianco e un rosso».

Il pinot sembra fatto apposta per questa visione.

«Noi abbiamo la fortuna che questo vitigno si addica a essere vinificato sia in bianco, sia in rosso. Detto questo, non è che si vogliano abbandonare bonarda, riesling e cortese; proprio valorizzando un territorio e alcuni prodotti si fa sì che questi facciano da traino per tutti gli altri. Oggettivamente non saremmo in grado di fare diversamente».

Mi pare che in Oltrepò ci sia una tendenza piuttosto rapida a cambiare idea sul prodotto cui puntare. Ad esempio: uno storico ed importante direttore del Consorzio di qualche anno fa, Carlo Alberto Panont, credeva molto nelle potenzialità del Rosso Oltrepò…

«Se ne sta parlando ancora oggi. È stato proposto e riproposto da forse un decennio. Sarebbe un ottimo prodotto, in linea teorica, ma non ha mai avuto successo».

E perché non il bonarda, che è ancora un vino rappresentativo, secondo molti?

«Il bonarda personalmente è il vino che preferisco, ma non abbiamo i quantitativi per competere su un mercato nazionale o addirittura internazionale. Poi è stato distrutto a livello di immagine da parte di alcune aziende che lo hanno un po’ svenduto in termine di immagine e di prezzo. Mi è capitato di vedere nella GDO offerte di bonarda a prezzi inferiori all’euro e cinquanta. Questo è un dato che parla da solo. Pensare di riportarlo a un certo tipo di valorizzazione nel breve tempo è impossibile».

di Pier Luigi Feltri

Cosa rappresenta la parola «tavolo» per il mondo del vino dell’Oltrepò Pavese? L’apostrofo rosa tra una crisi e l’altra, tra una falsa partenza e l’altra, tra la svendita di una denominazione e quella successiva, tra una vendemmia con le uve sottopagate e quella dopo in cui le stesse uve valgono ancora meno per colpa della contingenza. Ti pisciano in testa e ti dicono che piove. Ora si cerca di partire in modo roboante, dopo l’incontro di ottobre risultato positivo al quale si è trovata una sostanziale unità sulla costituzione all’interno del Consorzio di tavoli di denominazione che riguarderanno, secondo quanto comunicato nella nota ufficiale di Regione Lombardia le seguenti tipologie di prodotto: spumante Metodo Classico DOCG e le DOC Riesling, Bonarda, Buttafuoco, Pinot nero e Sangue di Giuda.

Questi organismi, che il Consorzio attiva oggi ma che aveva già progettato tempo fa, avranno il compito di gestire in maniera autonoma i disciplinari e la produzione dei prodotti, nonché il codice etico di autogoverno per consorzi e consorziati.

I tavoli dovrebbero essere a breve al lavoro «per confermare le variazioni sui disciplinari», si legge sul blog dell’assessore regionale all’Agricoltura, Fabio Rolfi.

Il Consorzio sui disciplinari ha lavorato per 3 anni. Adesso è giusto pensarci ancora un po’: non si sa mai che riflettendoci altri vent’anni non si possa tornare all’età dei dinosauri e delle damigiane giganti.

In conclusione si è poi stabilita la composizione in seno a Ersaf di un pool tecnico di esperti che avrà il compito di affiancare il territorio e la filiera vitivinicola nella redazione di un piano di valorizzazione dei vini e del territorio.

Ersaf è la società di scopo di Regione Lombardia che non è riuscita a dare un senso e uno sviluppo vero al Centro Riccagioia né alla strada martoriata per arrivarci, ma che tuttavia ora punta addirittura a essere una guida per la Babele Oltrepò: speriamo ci riescano facendo lo slalom tra una buca e l’altra. Tutto questo accade mentre nell’ambito di un accordo tra Regione Lombardia e Assessorato all’Agricoltura e Unioncamere - Camera di Commercio di Pavia si finanzieranno nel triennio 2019-2021 azioni di promozione dei prodotti, di formazione enogastromica, di marketing territoriale e altre necessità del sistema. Tante parole per dire che l’Oltrepò riparte ancora dal «via», come al Monopoly, in questa eterna tessitura della tela di Penelope. Dare una proiezione a vent’anni al Centro Riccagioia di Regione Lombardia (eredità Carlo Gallini, l’ultimo mecenate dell’Oltrepò) e all’Enoteca Regionale della Lombardia (eredità Giancarlo Abelli, l’ultimo politico dell’Oltrepò) pareva poco a Regione Lombardia, che ha preferito inventarsi altri passatempi.

Mentre l’Oltrepò tesse sono altri a godere del frutto di strategie di territori maturi, in cui ognuno fa il suo senza essere attaccato alle giacchette dei politici e dei funzionari. Nelle terre in cui il vino è impresa sono i produttori a chiedere cose alla politica, qui si agisce sotto dettatura. Il tema è sempre quello da trent’anni: «Come farà l’Oltrepò a svilupparsi facendo sistema?». Che poi il sistema è sempre il solito: una mega cooperativa e i suoi “supermegaclienti” che il vino non lo producono né lo posizionano ma lo assorbono per farlo evaporare o quasi per moltiplicarlo quando serve con l’aiuto di mediatori con un fiuto da segugio.

Niente ha mai successo in una terra del vino in cui le cose interessano solo quando portano utilità dirette; niente funziona in una terra del vino in cui se un prodotto ha successo viene cannibalizzato. L’ex presidente del Consorzio vini, Paolo Massone, ha scritto sul blog «Buon Appetito Oltrepò» che l’Oltrepò non ha identità, pur forte di tanta storia e tante eccellenze. Ha spiegato che tutti i progetti produttivi sono sempre abortiti, nonostante la loro bontà e una dimensione strategica che spesso c’era.

Ha spiegato che bisognerebbe puntare davvero sul «vino edonistico». Tutti concetti che andrebbero però tradotti ai soci del cantinone che vorrebbero rese da doppio rimorchio e che a dire la verità non sono i soli, perché in Oltrepò Pavese ci sono produttori che vanno sui giornali come paladini della qualità ma che poi tra le loro quattro mura fanno giochi di prestigio che neanche il mago Silvan…

Buone Feste, Oltrepò, tanto a livello nazionale berranno ancora Prosecco, Franciacorta e Trentodoc (a parte i clienti del discount).

di Cyrano de Bergerac

Per comprendere al meglio la carriera di Aristide Cavallini bisogna tornare indietro nel tempo e rivivere quegli anni. Siamo a cavallo dei due conflitti mondiali e il ciclismo è ancora agli albori. Sono gli anni del dominio di Alfredo Binda e Costante Girardengo e il Giro d’Italia si corre in sole dodici-tredici tappe, su strade polverose e sterrate. Non tutti avevano la fortuna di correre per una squadra, con tanto di sponsor, e di potersi permettere il lusso di avere l’assistenza e uno staff al seguito della carovana. Questo però non fermava alcuni temerari, i quali prendevano il via al Giro come isolati, gareggiando in una categoria dedicata. La Classifica degli isolati, in vigore dal 1910 al 1935, era una classifica accessoria (insieme alla Classifica degli indipendenti) a quella generale. Era riservata esclusivamente a questi corridori che, sebbene professionisti, avevano un altro impiego principale e correvano per arrotondare o per divertimento, finanziati per lo più da amici, compaesani e sostenitori. L’isolato, prima del via della gara, consegnava il suo bagaglio all’organizzazione del Giro d’Italia, che glielo faceva recapitare all’arrivo. A quel punto l’isolato  doveva provvedere autonomamente al proprio vitto e alloggio nel proseguo dell’intera corsa, tappa per tappa. Anche Ottavio Bottecchia, prima di vincere due Tour de France, aveva  gareggiato e vinto in tale categoria. In un secondo momento, per contraddistinguere il leader e vincitore di questa classifica, venne introdotta la Maglia Bianca (che tuttora rappresenta invece il leader della classifica dei giovani).

Aristide Cavallini nacque a Corvino San Quirico, il 26 ottobre 1899. I genitori, commercianti, avevano un emporio fornito di ogni tipologia di prodotto e una ditta di trasporti a cavallo con i quali consegnavano i vini dell’Oltrepò Pavese a Milano. Nel primo dopoguerra iniziò a svolgere i primi allenamenti sulle colline oltrepadane, nella zona del casteggiano e del vogherese. Come dilettante, nel 1925, si aggiudicò in scioltezza il primo posto alla III^ Coppa Caldirola, vestendo la maglia dell’US Corsico. L’anno successivo diventò padre di Rina, nata dal matrimonio con Erminia Cignoli, moglie che lo assecondò nella sua carriera ricoprendo spesso la figura della massaggiatrice: sebbene non fosse la sua reale professione, imparò il mestiere dai massaggiatori professionisti che seguivano il marito durante le competizioni nei primi anni, per poi sostituirsi a loro durante gli allenamenti.

Cavallini si dedicò completamente alla professione di ciclista, ma in famiglia il suo talento non venne mai compreso seriamente, risultando solo tempo sottratto ad un lavoro più serio, come spesso accadeva ad altri atleti ed artisti di quell’epoca. Nel 1927 intraprese la carriera da professionista, come individuale. Il 3 aprile giunse decimo alla Milano- Sanremo, secondo tra gli isolati ed il 15 maggio successivo prese il via per la prima volta al Giro d’Italia. Questa edizione, la quindicesima, è nota per aver avuto Alfredo Binda come unico detentore della Maglia Rosa sin dalla prima tappa e per aver visto al via per l’ultima volta, alla veneranda età di 45 anni, il pavese Giovanni Rossignoli (vincitore “morale” della prima edizione del 1909). All’arrivo a Milano, Cavallini giunse decimo, ma si aggiudicò la Classifica degli isolati. In quell’anno partecipò inoltre alla Coppa Placci, disputatasi a Imola il 3 luglio, classificandosi al secondo posto alle spalle di Aleandro Simoni, per soli 29’’.

Nel 1928 corse per la Bianchi-Pirelli, ma si presentò al Giro d’Italia ancora una volta come isolato, giungendo ancora primo in questa categoria e sesto assoluto. Durante questa edizione si aggiudicò inoltre anche un terzo posto assoluto nella V^ Tappa Sulmona-Foggia. Successivamente giunse sedicesimo al Giro del Veneto e undicesimo al Giro dell’Emilia.

L’anno successivo entrò a far parte dalla squadra La Rafale, con la quale partecipò alla Vuelta al Paìs Vasco (Giro dei Paesi Baschi), classificandosi sedicesimo assoluto e primo tra gli italiani. Rientrato in Italia, giunse ventesimo alla Milano-Sanremo e si presentò al via del Giro d’Italia, ma solamente nella terza e quarta tappa (Foggia-Lecce e Lecce-Potenza) giungendo rispettivamente decimo e dodicesimo.

Nel 1930 firmò un contratto con la Dei-Pirelli, che prevedeva la fornitura di una bicicletta e un compenso di 5.000 lire. Nonostante ciò, al Giro d’Italia giunse nuovamente primo nella Classifica degli Isolati, ottavo assoluto e secondo nella Classifica degli Indipendenti, alle spalle del compagno di squadra Antonio Pesenti. Nel giugno successivo strappò uno straordinario quarto posto al Giro del Piemonte. Insieme al suo compagno di squadra Pesenti divenne testimonial delle biciclette Dei, comparendo su numerose locandine e pubblicità:

“Al pari di Pesenti, un puro isolato, Aristide Cavallini di Casteggio ha compiuto il Giro con la fida Dei con gomme Pirelli e, malgrado le difficoltà, tanto il Pesenti quanto Cavallini si sono rispettivamente classificati primo e secondo nella categoria indipendenti. Il giovane Cavallini, rifulse in diverse riprese della lunga competizione per le doti di combattività, conquistò con la Dei freni Touriste il primo posto nella categoria isolati.

Lo sportivo evoluto, sulla base di questi risultati sa trarre le sue considerazioni per scegliere la bicicletta più forte e scorrevole, la Dei con gomme Pirelli”.

(da “La Sera” di Milano, 1930)

A fine Giro d’Italia le doti di Cavallini vennero esaltate dalla stampa di settore:

“La vittoria nella categoria isolati è toccata ad Aristide Cavallini, il piccolo ma estremamente energetico e combattivo atleta che non era alla sua prima prodezza del genere.

Ora lo troviamo ottavo assoluto, primo degli isolati e secondo degli indipendenti. Risultati regolarissimi, che confermano le buone qualità possedute dal Cavallini in questo campo in cui ha fornito le migliori prove della sua carriera.

Il fisico del Cavallini è modesto. Ma quanto forza di volontà, quanto ardore combattivo, quanta tempestiva audacia sono in lui. Nelle giornate di vena il minuscolo atleta diventa un gigante e tutti devono temerlo. Così fu nella breve ma aspra Catanzaro-Cosenza, che gli valse uno dei premi Shell.

Cavallini ha dovuto attendere che la gara entrasse nella sua seconda parte per poter prendere il comando della classifica speciale. Ma poi fu incontrollabile e si dimostrò ben degno del primato”.

(da “Il Corriere della Sera, 1930)

Cavallini divenne molto popolare ed ebbe molti sostenitori tra i suoi compaesani, i quali lo supportavano nelle sue imprese. Basti pensare che un suo sostenitore di Verzate arrivò addirittura a battezzare il proprio figlio con il nome di Isolato in suo onore!

Il 1931 fu l’anno delle soddisfazioni. Sempre tra le file della Dei, giunse quarto assoluto al Giro d’Italia, a soli 10’ dal vincitore Francesco Camusso, aggiudicandosi per la quarta volta la Classifica degli isolati e classificandosi terzo assoluto nella X^ Tappa Genova-Cuneo. Cavallini si guadagnò le prime pagine La Gazzetta dello Sport e Guerrin Sportivo.

“Tutti i superstiti del Giro meriterebbero menzioni. Ecco gli isolati. Un giorno abbiamo detto che sono atleti e concorrenti adorabili.  E sappiamo che nessuno di noi può adorare i “diseredati” di una corsa ciclistica a tappe. Ma è verità affermare che il comportamento e il valore dei concorrenti più oscuri ci hanno avvinto in più di una circostanza.

Aristide Cavallini, il vincitore della categoria, si è classificato quarto assoluto. Il posto occupato indica la qualità e la classe del non più giovane difensore della Dei. Cavallini non è stato soltanto quest’anno lo svelto e agile arrampicatore che conoscevamo. In condizioni di forma sorprendenti il magro e minuscolo pedalatore si è distinto per la combattività spiegata contro gli avversari di categoria. Migliorato sul passo, migliorato nella resistenza, pronto nei recuperi, Cavallini è comparso forte anche al cospetto degli assi”

(Emilio Colombo, Direttore de La Gazzetta dello Sport, 1 Giugno 1931)

La stampa dell’epoca inoltre sottolineava come gli isolati mettessero spesso in crisi i corridori più blasonati. Il 27 Maggio 1931 il Guerin Sportivo intitolava in prima pagina “Binda, Guerra… e quelli che non li rispettano”, apostrofando questo Giro d’Italia “fantasmagorico” proprio perché gli isolati avevano steso al tappeto un Campione d’Italia e un Campione del Mondo, mettendo “in imbarazzo” la Direzione della “Corsa Rosa”

Terminata l’esperienza rosa, portò a termine la Volta Ciclista a Catalunya (Giro della Catalogna), classificandosi quarto assoluto e primo tra gli italiani. Nel luglio tentò inoltre l’avventura Tour de France, che però terminò troppo presto, con un ritiro già alla seconda tappa.

Il 1932 fu l’ultimo anno che lo vide impegnato come professionista. Tesserato per la Binda-Varese, giunse diciannovesimo alla Milano-Sanremo, ma vinse ancora una volta il Giro d’Italia “isolati”, concludendo tredicesimo assoluto. Nel settembre partecipò alla “Coppa del Duce” Predappio - Roma e qualche settimana dopo prese il via alla Volta Ciclista a Catalunya, giungendo quinto assoluto. Corse successivamente come indipendente fino al suo ritiro, nel 1937. Nel 1934 e nel 1935 partecipò a due edizioni del Giro del Piemonte senza ottenere risultati di rilievo.

Abbandonate le corse da ciclista professionista, si trasferì ad Agrate Brianza, dove venne assunto come daziere. Rimase però sempre legato al mondo del ciclismo. Strinse amicizia con Fausto Coppi e con le nuove generazioni di ciclisti del secondo dopoguerra e ricoprì diversi ruoli tecnici e dirigenziali: nel 1952 fu direttore sportivo della squadra Baracchi e nel 1953 istruttore per il CSI. Tra gli anni cinquanta e sessanta inoltre divenne commissario tecnico e di giudice di gara al Velodromo Vigorelli di Milano. Giunto il momento della pensione si trasferì a Pinarolo Po, dove trascorse gli ultimi anni, fino a morivi il 18 febbraio 1974. Aristide Cavallini fu il primo ciclista professionista ad indossare la Maglia Bianca al Giro d’Italia.

di Manuele Riccardi

Il senso civico è avere cura. Cura delle cose che ci circondano, delle persone che condividono con noi una comunità. Non sta scritto da nessuna parte che a raccogliere una cartaccia per strada debba essere solo ed esclusivamente il Comune, così come non va dato per scontato che si debba lasciare un porcile sul tavolo di un bar solo perché poi passa il cameriere a ripulire. Il servizio è una cosa che esula dal senso civico e dall’educazione.

Avere rispetto di un luogo che non sia solo casa nostra è doveroso. Uno sforzo possiamo farlo anche noi. Oggi ci giriamo tutti dall’altra parte, come non mai. Ci sono persone che puliscono l’uscio di casa, il fossato fuori dall’ingresso, il pezzo di marciapiede o di strada davanti al proprio negozio o alla propria abitazione. Sono rare, ma ci sono: sono quelle che godono ancora dell’educazione dei vecchi italiani, che da sempre hanno tenuto in ordine la loro piccola porzione di città.

Il vecchietto vogherese che curava le aiuole gratuitamente in via XX Settembre è diventato famoso per questo e i ragazzini si fermavano spesso da lui ad ascoltarlo. Perché non possiamo farlo anche noi? Perché entriamo in casa indifferenti a cartacce, lattine, fogliame autunnale e muri luridi davanti all’ingresso?

Ci sono portici rigenerati dal Comune a Voghera, che hanno ritrovato il loro splendore, ma ci sono anche portici davvero in pessimo stato: di recente impressionante è stata la vista di quelli di via Cavour: sotto a quei portici vi sono attività commerciali ed addirittura un supermercato. Sicuramente il maleducato di turno che fa fare pipì al proprio cane sul marmo di una soglia, quello che spegne la sigaretta nei vasi, quello che bivacca e lascia la bottiglia di birra sul pavimento sono presenti, ma una domanda sorge spontanea: cosa costa dare una spazzata e una pulita anche al suolo comunale da parte di chi ha un’attività? Cosa costa togliere decine di sigarette dai propri vasi piantumati? Niente.

Si tratta solo di educazione e senso civico, oltre che di senso della pulizia. Sporco comunale sicuramente, ma anche per indifferenza di cittadini sporchi. Non tutti, ovviamente.

Pochi giorni fa presso un centro commerciale si vedevamo adulti che lasciavano saltare i propri figli su poltrone comuni, adibite alle soste o all’uso della wi-fi. Sicuramente non è facile tenere a bada un bambino nella noia mortale di una giornata di shopping in un centro commerciale, ma ci si chiede: a casa propria i bambini saltano sui divani e sulle sedie come scimmie in branco? Dove sono finite le regole basilari di un comportamento corretto? Se cade una gruccia con una maglia in un negozio, cosa costa raccoglierlo e rimetterlo al suo posto? La maleducazione e l’indifferenza, la sordità e il menefreghismo aumentano a vista d’occhio.

Il compito dei genitori è quello di crescere, educare e tutelare i figli. Questo importante ruolo non riguarda solo l’ambito familiare, ma anche quello sociale, nel rispetto delle persone e delle regole di una comunità. La grande famiglia di tutti noi dovrebbe essere rappresentata dallo Stato e dalle relative Istituzioni, in assoluto l’esempio della tutela e della sicurezza nel rispetto delle leggi e delle regole. Il condizionale non è casuale.

Gli Italiani non hanno una grande famiglia in cui sentirsi sicuri, esempi di rettitudine ed educazione a cui fare riferimento. Viene più comodo dire che “non lo abbiamo nel DNA” piuttosto che ammettere che siamo un Popolo con una Famiglia che ci ha insegnato a rubare, a sporcare, a non seguire regole, a vivere di espedienti. Lo scrive un’italiana, che cerca di avere senso civico e rettitudine, ma che a volte si demotiva e che si chiede “perché lo dovrei fare io quando poi sono proprio loro che non lo fanno”.

Credo che questo pensiero sia sorto a tutti nonostante le nostre famiglie ci abbiano insegnato a rispettare il prossimo, ad essere educati, ad amare il nostro Paese nella sua immensa bellezza. Mentre crollano ponti, terremotati aspettano una casa da anni, mentre la Campania diventa una discarica a cielo aperto e la costa pugliese piange morti di tumore, mentre Roma affonda nel degrado e nella sporcizia, i nostri politici si azzuffano in modo infantile e gretto e perdono ore sui social a scrivere per mesi di una nave non gradita e di un reddito che tutto ha, tranne che di aiuto dignitoso ad un Popolo in difficoltà. La vergogna sale, insieme alla rabbia: noi italiani, un tempo invidiati in tutto il mondo, destinati ora a diventare finti patriottici di una madre di cui in verità ci si vergogna e anche molto. Si preferisce puntare il dito sullo straniero piuttosto che prendersela con chi ci governa: si mettono nel cassetto le vergogne e si estraggono nemici nuovi, quando il vero mostro è in famiglia. Certamente non è questo giornale locale a dover essere sede di pensieri così vasti e generali, ma nel piccolo l’immagine riflessa è la stessa. Ponti sul Po che vacillano da decenni, degrado, sporcizia, tangenziali con voragini, occupazione del suolo senza ritegno, case abusive, famiglie che godono di assegni familiari e case popolari che passano giornate alle slot, maleducazione, violenza verbale sui social e omertà assoluta nella vita reale, lavoro in nero, pronto soccorso fatiscenti ed indegni e avanti fino a paginate di robaccia.

Sia chiaro: ci sono anche buone iniziative, ma, come ben si sa, non si vive di pensieri e filosofie, ma di lavoro. Abbiamo il diritto di poter andare a lavorare senza sfasciare la macchina o senza partire un’ora prima, così come abbiamo il diritto di vivere nella pulizia e nel decoro, di essere curati in strutture dignitose.

A proposito di pulizia e decoro, quale miglior esempio per esprimere il concetto di questo articolo rispetto a quello che ci sta insegnando la nostra Grande Famiglia. Parliamo di senso civico vogherese. I cittadini pagano la tassa sull’immondizia, detta TARI, in base ai metri quadrati e al numero di persone residenti. Nell’ immaginario collettivo non dovrebbe esistere una tassa sull’immondizia in quanto sarebbe come creare una tassa sulla vita: “chi inquina paga” sarebbe un principio correttissimo se rivolto solo a coloro che non rispettano le regole, ma non ai cittadini diligenti che per forza di cose creano immondizia vivendo. Dovrebbe essere compito dello Stato smaltire i rifiuti con la stessa diligenza con cui dovrebbe farlo il cittadino.  Paghiamo e le Istituzioni ci danno un servizio: il servizio c’è, peccato che abbia dei limiti enormi, così come le imboccature dei cassonetti “intelligenti”. Con rinato senso civico ed altrettanta predisposizione al cambiamento, da “tutto in uno” ci si abitua a dividere la spazzatura in modo ordinato e consono. Va bene.

Ci mancherebbe. Rispettiamo il nostro paese ed impariamo a diventare più ambientalisti (poi tu Stato stai a guardare discariche abusive, ma non importa: io sono un figlio che cerca di andare oltre la tua maleducazione). Ci si organizza i bidoncini con i relativi sacchetti che, essendo davvero di limitata capienza per una famiglia con figli, ci si preoccupa di buttare ogni giorno. Lavoriamo, rispettiamo e cerchiamo di aiutare l’ambiente. Nonostante questo paghiamo una tassa salata. E poi che succede? Tu permetti che la nostra città, la nostra Regione e il nostro Paese siano un concentrato vergognoso di sporcizia e degrado? C’è qualcosa che non torna. Eh sì caro Stato: ci hai insegnato tu a fare i furbetti facendoci del dolo da soli senza accorgercene, a buttare la spazzatura nel cassone fuori città o peggio ancora sul ciglio della strada, a girarci dall’altra parte e a guardare solo il nostro orticello.

Il tuo Popolo neanche si rende conto di quanta inciviltà abbia. Lo sanno i civili, ma ormai si contano sulle punte delle dita. Non rimanerci male. Ci hai ridotto tu così, facendoci credere a promesse non mantenute e guardando solo il bene delle tasche dei tuoi portavoce. Siamo bambini indisciplinati, maleducati, che vogliono attirare la tua attenzione, perché ci hai sempre ignorato. Ci hai fatto promesse non mantenute, ci hai dato cattivo esempio, hai deturpato coste e città, hai abusato di noi, della nostra onestà. Non ci hai mai castigato quando era necessario: parlavi e parlavi e poi le tue parole morivano in processi decennali che portavano al nulla. Continui a chiacchierare e a brontolare, ma non fai nulla. Noi facciamo come te. Non è solo colpa nostra. 

“L’orgoglio di essere la TUA azienda”, motto di una famosa azienda municipalizzata, lascia un po’ a desiderare. Noi non siamo orgogliosi di pagare sempre di più rispettando delle regole. “Più inquini e più paghi” dice un altro motto: DOVREBBE essere così in effetti, peccato che invece a pagare di più saranno quelli che rispetteranno le regole e nulla dovranno coloro che, incivili ed indegni di godere del nostro Paese, butteranno il sacco della spazzatura nei campi dei contadini o, sotto gli occhi di tutti, nelle vie del centro storico della città. Diminuite le tasse a chi ha senso civico e multate salatamente chi non lo ha, a partire da voi stesse Istituzioni, voi che avete più intelligenza di un cassonetto. 

di Rachele Sogno

A maggio Stradella rinnoverà il consiglio comunale e il sindaco uscente Piergiorgio Maggi sarà regolarmente alla guida della coalizione che punta al bis, con una lista rinnovata al 50%. Attaccato sullo scorso numero dal segretario della Lega Andrea Scagni, restituisce al mittente le critiche. Il numero uno del Carroccio stradellino aveva definito la sua giunta “pessima” e politicamente inconsistente.

«Noi siamo una forza civica, lui fa politica mentre noi facciamo amministrazione» dice Maggi. «Torre Civica si impegna da anni per il bene di Stradella, e Scagni non ha dimostrato né savoir fare né fair play, un po’ come il suo leader nazionale. Dire che la giunta è pessima è un giudizio pesante, ma è comunque un’opinione che ci può stare. Dire invece che chiunque ci farà opposizione ha la possibilità di vincere è un po’ esagerato».

Scagni ha anche azzardato dei pronostici basandosi sui dati nazionali. Cosa si sente di dire?

«Gli direi di evitare di fare pronostici, perché a volte ci si azzecca, ma a volte no. Fare le sommatorie con i voti delle elezioni politiche del paese non ha senso: un conto sono le elezioni politiche, un altro le amministrative. Un conto sono le liste civiche, un conto sono gli schieramenti con i simboli. Noi da cinque legislature abbiamo fatto la scelta della lista civica. Capisco che qualcuno faccia fatica a capire questi ingranaggi».

Parliamo invece di quello che sta facendo lei per la sua città. Da tempo ormai ha iniziato incontri con la popolazione…

«Abbiamo iniziato con le assemblee per spiegare la differenziata porta a porta: da lì i cittadini hanno ovviamente chiesto anche altre cose che riguardano la città e ho proseguito con questi incontri. I nostri incontri si articolano in due momenti: prima si parla dei problemi, delle cose fatte e si cerca di capire il grado di soddisfazione. Poi ci sono  delle domande che faccio io a loro e chiedo cosa vorrebbero che venisse fatto in città e per la città».

E riuscite ad accontentare la popolazione?

«Il problema purtroppo è sempre di risorse, se avessimo quelle di dieci anni fa sarebbe diverso e sarei per tutti un sindaco molto più bravo! Ma purtroppo non è così. Non si può fare tutto e servono delle priorità. Logicamente in questi anni abbiamo fatto dei lavori e messo le basi per il futuro: una legislatura sola non basta più per portare a casa risultati soddisfacenti perchè non ci sono le risorse adeguate».

Dagli incontri fatti ha percepito soddisfazione per il suo operato?

«Da quello che vedo io, le scelte che ha fatto questa amministrazione sono condivise. Come ho detto prima, cinque anni sono un tempo breve, bisogna saper impostare il lavoro anche per gli anni successivi».

Vi rimane qualche punto del programma da attuare?

«A voler vedere, l’area sgambamento per i cani. Ne avevamo individuate due ma le persone che abitavano vicino si sono un po’ risentite e quindi abbiamo dovuto cercare altrove».

Tornando sulla raccolta differenziata, Scagni della Lega l’ha definita un vero disastro…

«Questa me la deve spiegare. Siamo a partiti a marzo con un 30% di differenziata e siamo a novembre al 60%...lo chiamiamo disastro? Non direi proprio. Abbiamo già raggiunto l’obiettivo che era prefissato per il secondo anno. Ma questo non è un merito mio, è un merito dei cittadini. Non tutti, certo, ma la maggioranza collabora e lo fa nel migliore dei modi».

Per le prossime elezioni sono previsti molti volti nuovi?

«Assolutamente sì. Rinnoveremo almeno il 50% la lista».

Punterete sui giovani?

«Per quanto riguarda i giovani, devo dire che sono sempre i primi che cerco di contattare, ma non è semplice. Agli incontri ne ho visti due, solo due. I giovani interessati alla vita amministrativa della città sono davvero pochissimi…ma spero che capiscano che le scelte e il futuro della città di Stradella sono nelle loro mani. Se hanno amore per la loro città devono dimostrarlo e mettersi in gioco.

Non si chiede loro di candidarsi a sindaco, ma di iniziare un percorso che magari un domani potrà portarli a quello».

Pensa che lo scarso interesse sia una colpa da imputare ai giovani?

«Faccio fatica a criticarli, perché in realtà penso che sia stato fatto loro un grande torto a livello di scelte politiche in generale dal dopoguerra ad oggi: non ci si è mai occupati abbastanza dei loro problemi e, negli ultimi anni, non si è stati in grado di garantire loro dignità e lavoro. Secondo me il loro disinteresse parte da lì. Sono poi dell’idea che i giovani devono fare anche degli sbagli e devono ragionare con la loro testa, non con la nostra».

di Elisa Ajelli

Da alcuni anni è un seguito “Blogger” sui principali Social networks, grazie alla sua Pagina Facebook “La Zanzara”, originariamente titolata “La Zanzara di Voghera”. Il riferimento specifico alla località oltrepadana è stato poi rimosso, per dar maggior respiro e copertura d’intenti allargata a problematiche, o comunque notizie, anche extra-territoriali, nazionali ed internazionali. È lampante il riferimento immaginario, o forse anche non immaginario, ad un’entità... pungente! Abbiamo incontrato il “pungente” Renato Faller.

Abbiamo saputo che alcune settimane or sono è stato Ospite della nostra Ambasciata a Beirut, città che lei ha militarmente pattugliato ad inizio anni ‘80...

«Ringrazio voi de Il Periodico, mai come questa volta! Siete l’unico organo d’informazione del territorio che mi ha contattato e mi ha dato la possibilità di parlare di questo importante accadimento, sia della Storia sia della mia vita, a differenza dei vostri, se posso dire, colleghi...».

Sulla sua Pagina “La Zanzara” Lei attacca sovente gli Organi d’Informazione...

«Non è esatto: io non “attacco”. Semplicemente esprimo un dissenso quando ritengo ve ne siano valide motivazioni, come in questo caso».

Andiamo però per ordine: perché questo invito ufficiale a Beirut?

«Dal 1982 al 1984, l’Esercito Italiano, unitamente agli Eserciti Francese, Inglese e Statunitense, con la Sigla “Missione Italcon” (l’Operazione unificata degli Eserciti suddetti andava sotto l’acronimo MFL, Forza Multinazionale in Libano, n.d.r.), partecipò ad una Missione di Pace in Libano. Io presi parte, in quanto militare di una Forza Speciale, a due periodi della stessa, tre mesi nell’82 ed altrettanti l’anno successivo. Lo scorso fine Ottobre, l’Ambasciatore Libanese ha invitato parecchi ex-militari della Missione ad una 3 giorni molto emozionante a Beirut, in ricordo appunto della Missione di Pace. Siamo stati ospiti della nostra Ambasciata, ed abbiamo ripercorso molti “tragitti” di quei giorni, valicato ancora quella zona di Beirut che all’epoca era diventata famosa come “Green Line”, Linea Verde: una zona che abbiamo interamente smilitarizzato, consentendo ai palestinesi superstiti di poter passare incolumi in Siria ed in altri Paesi Arabi... mi vien la pelle d’oca ancora adesso, raccontandoglielo...».

Fu una Missione di Pace costellata, ahimè, di vere azioni di guerra, se è vera la versione che Oriana Fallaci ne diede nel suo libro “Insciallah”...

«Conobbi Oriana Fallaci a Beirut, era l’inviato in Libano per l’Europeo... purtroppo sì, tutto era assolutamente reale! Si sparava, piovevano bombardamenti ed attacchi suicida ogni giorno! Con il mio contingente rimanemmo ostaggi accerchiati, all’interno di un cortile di una costruzione già parzialmente distrutta, per un giorno ed una notte: ci liberarono le Forze alleate all’alba del secondo giorno, con gli elicotteri, quando le nostre munizioni erano ormai ridotte al minimo... a me restava solo la pistola con un caricatore...».

Le notizie che arrivavano in Italia all’epoca, però, non rendevano giustizia a questa situazione così estremamente cruenta...

«Per parlare di Organi d’Informazione (sorride), alcune testate ricordo fossero assolutamente sincere, in questi termini. Più probabilmente, altre notizie “dal fronte” non venivano, per segreto di Stato, divulgate».

Ad esempio?

«Le posso dire che l’Ambasciatore ci ha rivelato proprio in occasione di quest’ultimo incontro a Beirut che noi italiani, che avevamo in carico un grandissimo Ospedale da campo, avendo i nostri militari donato più volte il sangue in favore di feriti palestinesi, in qualche modo, in qualche momento, grazie a qualche “annuncio” negli altoparlanti che scandivano le preghiere della sera... qualche situazione profondamente pericolosa l’abbiamo scampata, a differenza di altri... Ma a noi queste cose non sono mai state dette, negli anni, né alcuno le ha mai scritte, allora, che io sappia. Capisce, credo, che questa era una commemorazione importante, uno stralcio di storia mondiale vissuta dal sottoscritto, in mezzo a migliaia di altri militari e civili, che, a mio parere, andava pubblicato dalla stampa locale, così come hanno fatto giornali di miei commilitoni di Padova, di Ferrara, di Alcamo... io ho contattato un “poverino” per un giornale che pubblica dei pifferi di qualche località e/o la raccolta dei funghi, ma questo manco m’ha risposto! Forse, fa fede il suo cognome...».

Lei, però, mi permetta, è un po’ parte in causa, visto il suo seguito Gruppo facebook “La Zanzara”...

«Io ritengo che la comunicazione sia importante quando viene recepita! Se vuoi comunicare qualcosa, innanzitutto devi “far sorridere”: oggi non puoi essere morigerato! Devi magari essere un po’ dissacrante, satirico. Ce lo insegna “Alto Gradimento”, ce lo insegna “Lo Zoo di 105”, il programma radiofonico più seguito d’Italia... Devi osare, andare oltre lo schema, la barriera. Così ho fatto, nell’ambito locale, cercando di far interagire le persone divertendole!».

E ci riesce?

«A volte sì, a volte no... poi, ho tanti osservatori, diciamo, ma avverto una certa reticenza all’iscriversi, ad esempio. Certo molti si divertono, lo vedo dai dati di lettura, quando pubblico qualcosa, ad esempio, di satirico su Ghezzi, che è una fucina di ispirazione enorme...».

Ma solo lei può pubblicare, o anche gli iscritti?

«Tutti gli iscritti possono pubblicare, certamente! E non vado, comunque, ad esempio solo a “pungere” Ghezzi... anche Barbieri! Io sono di Destra, ma non vado a colpire solo la Sinistra, assolutamente bipartisan! Poi, essendoci molti iscritti di Destra, ad esempio la Vicini non entra, eh vabbè, è così. Però Alessandra Bazardi ed Ilaria Balduzzi si, ad esempio. Che sono persone splendide e dicono tranquillamente “la loro”! A Pier Ezio probabilmente “non vado giù” perché due o tre volte l’ho punto nel modo giusto... Io non sto zitto, non avendo “cambiali da incassare”, quindi... Politicamente, personalmente ho appoggiato Barbieri ed ho gioito quando ha vinto, perché quella era la squadra nella quale mi riconoscevo. Pier Ezio è una multinazionale con la frangia! Adesso stanno facendo una politica su ASM che francamente … non so se la stanno buttando giù di valore per venderla a meno, ma stanno tirando fuori storie allucinanti: comincio a pensare che quel bug che ha mandato in tilt la fatturazione sia stato fatto apposta per svenderla. Son bravi a fare queste cose... Anche la scelta di Monica (Sissinio, n.d.r.): lei è aziendalmente esperta, è brava, ed anche buona d’animo, ma non è uno squalo! Allora la metti dentro per approfittartene? Testa di legno? Fammi capire... Capro espiatorio? Tutto può essere. Poi anche sulla differenziata... non ti piacciono i cassonetti, sono disegnati male, sono scomodi: capisco tutto, ma la differenziata nasce così. Ci son città e paesi che non sono riusciti a farla, nei quali questo sistema è fallito: altri dove è andato benissimo! Come in Emilia Romagna, ad esempio. Che sia difficoltoso imparare può essere, ma insomma: se i pensionati imparano a giocare alle slot-machines... non è che i cassonetti siano poi una cosa così strana! Ci sono poi comunicatori come Giacomo Lorenzo Botteri, che è la faziosità in persona, che pubblicano poi tutto ciò che della Sinistra va bene e tutto ciò che va male della Destra. Ma fai il giudice: dovresti essere super-partes! Non ti mettere in evidenza, usa uno pseudonimo... Una volta mi disse “Pensa che ho assolto uno della Lega!”: ovviamente da lì nacque uno sfottò...! Lui interagisce molto su La Zanzara, è un contraddittorio “rosso”; a me piace questa cosa, è giusto che ci sia. Io ho invitato anche Ghezzi, la Vicini. Alla Vicini avevo anche detto di pubblicare tranquillamente sulla Pagina le notizie di “Voghera è”, oppure Alessandro Traversa, che adesso si è fissato con la Sinistra. Gestisce il gruppo “Politica@Voghera”: se si pubblica qualcosa inerente alla Destra non va bene perché “non riguarda Voghera”, magari... se però pubblichi del Congresso del PD a Canicattì va bene! Cioè... due pesi, due misure... Questa è una comunicazione sbagliata, completamente sbagliata. Montanelli diceva che il giornalista asettico è un demente: uno deve avere le proprie idee. Ma è anche vero che tu non puoi abbattere quelle degli altri, o fare quello che sta solo da una parte... poi, in politica il marcio ed il bravo stanno ovunque. Guardi come stanno massacrando i poveri 5 stelle! Parlando con Romaniello (Cristian, On. Deputato del Movimento 5 Stelle, n.d.r.), che è un amico, mi ha detto molte cose sulla stampa, e come ci gioca... Ma guardi che è facile, sa?! Bastano particolari per manipolare menti semplici. Ecco perché, secondo me, la comunicazione vincente è quella di far ridere le persone! Non esattamente far ridere, ma, diciamo, tranquillizzarle».

Sulla sua pagina non succede sempre, però...

«No, perché io lascio massima libertà d’espressione, non faccio “selezione all’ingresso”. Quindi, ogni tanto, partono anche delle liti, magari tra razzisti, classisti... gente che considero un male aggiunto alla Destra ideologica. Ecco, diciamo che quando qualcuno pubblica qualcosa di cruento, o di forte ma che va oltre, allora cancello, a tutela della leggerezza... Ma se entra Traversa e mi canta “Bella Ciao” non lo cancellerò mai!».

Come si lega però, mi scusi, tutto ciò con il suo dissenso per la non avvenuta pubblicazione della notizia della recente trasferta libanese?

«Io reputo il nostro quotidiano locale un Organo di Partito: ciò è sbagliato, perché prende soldi dallo Stato, quindi anche da chi di Sinistra non è, e non è giusto. Però, cosi va l’Italia... Ritengo venga pubblicato ciò che impone il capo della linea editoriale. Nel caso locale, potrebbe essere che non pubblichino la mia notizia perché magari sto sui “cosiddetti” al giornalista di turno... Ad esempio, il 12 novembre passato c’è stato il tragico anniversario di Nassiriya: dopo due giorni ancora non vedo pubblicare nulla, allora “denuncio” la cosa sulla mia Pagina. Dopo un giorno, di articoli ne escono ben due! Nel mio caso, penso di essere stato vittima di un “personalismo”: ma io non rappresento me stesso. Rappresento una Forza Armata in una Missione Internazionale, in questo caso».

Velatamente sta dicendo che il problema potrebbe essere antipatia nei suoi confronti e/o de La Zanzara?

«Io ho tentato di contattare diversi giornalisti, uno non mi ha mai risposto: allora ho trasmesso la notizia a viva-voce ad un altro giornalista, che mi ha espresso interesse alla cosa, chiedendogli di informare la redazione del giornale.  Ed ancora nessuna risposta. Considerando che il locale quotidiano finisce spesso tra le risate dei lettori della mia Pagina... Talvolta sono apparse notizie che han rischiato di far andare a gambe all’aria Aziende della zona, come la volta che pubblicarono dell’avvenuto sequestro, mai avvenuto, di alcune strutture del Cowboys’Guest Ranch! Poi si pubblicarono, in un trafiletto, la smentita, però... resta comunque un danno d’immagine e, facilmente, economico».

 di Lele Baiardi

Alessandra Bazardi è stata confermata alla guida della segreteria vogherese del Partito Democratico. Eletta con il 90% dei consensi, seppur in una “corsa” dove era l’unica concorrente, avrà il compito di guidare il partito alla difficile sfida delle elezioni comunali del 2020. Recuperare consensi e terreno sui rivali del centrodestra in città non sarà facile. Una sfida che, considerati i numeri di una città da quasi vent’anni “azzurra” come Voghera, risulta ardua quanto quella del piccolo Golia contro il gigante Davide.

Bazardi, partiamo dalla sua conferma alla guida del partito. è stato difficile convergere su una candidatura unica?

«Non so se, come fu nel 2015 per la mia prima elezione, in questo caso si possa parlare di candidatura unitaria, io ho presentato il mio programma e progetto per la città che è stato condiviso da tanti e che ha aggregato la quasi totalità del partito. Non so dire se ci fosse la volontà di candidare anche qualcun altro, penso di sì, è naturale quando occupi un ruolo avere avversari, forse non sarebbe stato male confrontarsi all’interno, ma di fatto nessuno lo ha fatto».

Perché secondo lei?

«Forse perché ha capito che non avrebbe avuto i numeri per vincere oppure perché ho lavorato bene in questi anni e si è deciso di portare avanti il progetto iniziato per completarlo. Sono stata eletta con 106 voti, oltre il 90% dei consensi. Ed è una grossa responsabilità, lo ammetto. Poche schede bianche o nulle, una decina, hanno stimato chi non era d’accordo col progetto. A me il compito di convincere anche loro».

A proposito di persone da convincere. Si dice che il suo rapporto con Pier Ezio Ghezzi non sia idilliaco. Può spiegare che rapporti di forza ci sono all’interno del PD vogherese e come stanno le cose tra lei e l’attuale leader dell’opposizione in consiglio comunale?

«In un partito ci possono essere discussioni, confronti, punti di vista diversi e forti personalità che si scontrano, ma non deve mai mancare il rispetto per le persone, i ruoli e gli organismi. Io questo rispetto l’ho sempre avuto o almeno ci ho provato con tutti e spero che la cosa sia reciproca. Poi certo Voghera è maestra nel creare gossip, nei bar si sente di tutto. Servono lavoro e consensi, non rapporti di forza. Per il resto un bel cucchiaino di zucchero nel caffè e passa tutto». 

Lei condivide la linea di Ghezzi?

«Esiste una linea del partito, condivisa e portata avanti da tutti, non una linea dei singoli. Tutto il gruppo dirigente vogherese sta lavorando per un nuovo progetto che ha come obiettivo vincere le prossime amministrative. Pier Ezio Ghezzi è stato il nostro candidato sindaco e ha dimostrato di essere competitivo assieme al Pd e alla lista civica arrivando a 200 voti dalla meta. Ora è impegnato nel progetto quartieri e in consiglio comunale e resta una preziosa risorsa per il partito».

Parliamo della vostra recente azione relativa al caos bollette in Asm. Facendo prima un passo indietro: può spiegare che cosa è accaduto e a chi crede vadano imputate le responsabilità?

«Asm Vendite e Servizi è sempre stata una società fiore all’occhiello e ben gestita, poi qualcosa si è rotto, alcuni dipendenti hanno lasciato l’azienda, sono stati improvvisamente cambiati i vertici del Cda e inserite persone tramite agenzie interinali che però non sono riuscite a gestire gli imprevisti causando disservizi per gli utenti, fatturazioni strane, bollette a emissione non regolare. Una situazione di emergenza che va avanti da mesi e che ultimamente ha portato addirittura a una riorganizzazione interna come dichiarato dalla presidente Monica Sissinio (alla quale va dato atto di essersi impegnata) e l’annuncio di un nuovo responsabile».

Avete iniziato una raccolta firme su questa situazione. A quale scopo?

«Lo scopo è raccogliere il malumore dei cittadini per renderlo palese agli occhi dell’Amministrazione, alla cui attenzione la raccolta firme sarà poi sottoposta. Nessuno è contento della situazione di ASM, tutti dobbiamo contribuire alla risoluzione del problema, ma è indubbio che il caso bollette assieme a quello della nuova raccolta differenziata sia il tema che tiene banco. Nell’ultimo consiglio comunale sono state presentate alcune interpellanze a cui i vertici di Asm hanno risposto in modo parziale e non del tutto soddisfacente, specie sulla parte relativa ai rinnovi dei contratti. E pertanto continueremo a “interpellare” per avere risposte, a fare accesso agli atti, a batterci per arrivare a una soluzione.

Sui giornali se ne è parlato tanto, ma alla gente non basta sapere che il problema esiste e leggere promesse. Vuole vedere i fatti».

Non crede che la raccolta firme possa essere considerato un mero atto propagandistico?

«No, perché ha lo scopo di dare forma alla voce e al disagio della gente quantificandolo e sensibilizzare l’amministrazione comunale e i vertici di Asm. Vedere la gente chiedere dove si firma e avvicinarsi al nostro banchetto conferma che il problema esiste in città e non va sottovalutato. Il ruolo dell’opposizione è fare politica sollevando i problemi laddove ci sono, con fine ultimo il bene della città».

Quante firme avete raccolto?

«Abbiamo appena iniziato. In due mercati di circa due ore hanno firmato oltre 130 persone, ma stiamo proseguendo la raccolta in sede, organizzeremo altri momenti per tutto il mese di dicembre. Credo che ne raccoglieremo parecchie».

Passiamo al destino del centrosinistra vogherese in vista del 2020. Facessimo dei sondaggi oggi, ammesso che la Lega non decida di “tradire” la coalizione di centrodestra, non avreste molte chance...

«Le elezioni a Voghera saranno nella primavera del 2020. Un tempo medio lungo. E in politica le cose cambiano molto rapidamente. Ora il vento della destra soffia in tutta Europa, in Italia e quindi anche su Voghera. Non dimentichiamoci però quello che accadde nel 2015 e che oggi registriamo: il centro destra andò alle elezioni spaccato, con due candidati. Ora in città abbiamo una situazione strana e per certi aspetti singolare: Lega e 5 Stelle sono insieme all’opposizione di una giunta di Centrodestra, insieme come al governo».

Lei crede in un possibile asse Lega-5 Stelle anche in città?

«No, secondo me si punterà a una coalizione a destra. La Lega è forte e non penso rinuncerà al candidato sindaco. Occorre vedere se il resto del centrodestra è disposto ad avere un ruolo da comprimario o se vuole continuare ad essere protagonista in città. Un partito come Forza Italia che a Voghera ha una percentuale maggiore al nazionale e che al momento guida la città lascerà lo scettro alla Lega? I segnali arriveranno anche dal nazionale e dalle prossime amministrative, in primis a Pavia, anche se Voghera fa sempre un po’ a parte».

Da anni in città la sinistra non ha un “uomo” forte da contrapporre al candidato della destra... Nel 2020 sarà la volta di una donna? Magari proprio lei?

«Siamo reduci da un congresso in cui abbiamo eletto una donna Segretario Provinciale, ma prima dei nomi ci vogliono i programmi. O meglio i progetti. Abbiamo bisogno di gettare le basi per un grande progetto di centro sinistra per la nostra città che sia il più possibile inclusivo e aperto. Un progetto così ambizioso non deve avere solo come tappa le primarie. Deve nascere dalla base, dai contenuti e dal radicamento in città prima che dai nomi».

Avete una strategia?

«è da tre anni che lavoriamo nei quartieri con iniziative che hanno come finalità quella di trovare consensi e persone, in una modalità civica ma che sia di apertura e non di sostituzione. Dobbiamo avere l’umiltà di ascoltare gli elettori e di porci in modalità ascolto anche con le altre forze politiche e civiche della città laddove ci siano punti di unione. Anche se il partito deve tornare ad essere il punto di partenza, il punto da cui ampliare i consensi».

Da ormai 20 anni Voghera è una roccaforte del centrodestra. Dove è mancata la sinistra in questo lungo periodo?

«è mancato il radicamento sul territorio, con il mondo della società civile, c’è stato un allontanamento del nostro elettorato storico popolare e il mondo del sindacato. Il profilo dell’elettorato è cambiato e abbiamo perso quello che per anni ci dava fiducia. E poi se si analizzano i dati delle precedenti elezioni nel Centrodestra ci sono alcuni “portatori di voti” eccellenti che la sinistra non ha avuto.  Quindi occorre trovare punti di riferimento territoriali e politici».

di Christian Draghi

Frederick Magha, all’anagrafe Federico Maga, ha 29 anni ed è titolare già da diversi anni di un bar nel centro di Santa Maria della Versa. A “Santa” ci è cresciuto ed è qui che ha deciso di investire pur continuando a svolgere l’attività di Deejay che lo ha portato lontano dal comune oltre padano, negli ultimi anni ha collaborato con i migliori locali del nord Italia e con noti personaggi dello mondo dell’intrattenimento. Spesso ci si chiede se la realtà di paese possa rappresentare un limite per giovani, non è questo il caso. Federico è andato ben oltre i confini oltrepadani senza però mai dimenticarsi di casa. Iniziamo la nostra intervista approfondendo alcune tematiche, tutte oltre padane, appellandoci all’esperienza come Dj di Federico nonché conoscitore della vita notturna, non solo locale. Agua, Life, Cecil, locali che hanno fatto la storia degli anni 2000 ormai tutti chiusi.

Attualmente, cosa manca all’Oltrepò come intrattenimento e qual è il male che ha colpito in particolare la zona di Stradella?

«Tutto, per non dire di più... La crisi dell’Oltrepò ha colpito notevolmente l’area di Stradella e dintorni. Purtroppo è stata gestita male, molto male. Gestori, PR, ma anche gli stessi clienti, hanno preso i locali in un’ottica completamente sbagliata.

I clienti sbagliavano non dando il giusto valore al prezzo del biglietto e chiedendo omaggi e free drink a dismisura; I gestori e i PR hanno permesso tutto questo e i locali, per rimanere in piedi, erano costretti a chiamare ospiti per dare valore al prezzo dell’ingresso. Ospiti sempre più costosi e di grosso calibro, facendo poi molta fatica a pagare l’intera serata al deejay e allo staff.

Quindi era sufficiente sbagliare tre o quattro serate nel corso di una sola stagione per fare grossi danni al locale e alla proprietà. Questa è in buona parte la spiegazione! L’Agua (di Broni, ndr) invece era un locale piccolo, con poche spese, che stava in piedi con le sole consumazioni, ma senza neanche l’obbligo “di bevuta”, l’ingresso era gratuito e i ragazzi potevano arrivare all’ora che volevano. Faceva addirittura tre serate a settimana: il martedì, il venerdì e sabato. Questa formula funzionava, e funzionava bene. Però poi, nonostante tutto, è stato trasferito altrove…»

L’Oltrepò occidentale invece sembra tenere botta.

«Sicuramente c’è da dare un grosso premio ad un bravissimo gestore, che è Leo Santinoli. Lui ha saputo affrontare questa crisi al meglio, portando il suo Club House a fare numeri incredibili. C’è anche da dire che la clientela del vogherese ha la fortuna di avere molta più scelta e Salice Terme, per quanto possa essere criticata, nel bene e nel male è sempre una zona turistica, che è sempre una carta in più rispetto a Broni, Stradella o Santa Maria della Versa».

Secondo lei, come potrebbe uscire da questa situazione di stallo?

«Non vedo la luce fuori dal tunnel. Non abbiamo più imprenditori e gestori con un’ottica adeguata per la night life. Abbiamo solo tanti bar che lavorano discretamente bene e hanno prontamente abituato i loro clienti a passare alcune ore in più nei loro locali, organizzando intrattenimento nelle serate del weekend».

Sebbene i locali si siano dimezzati la gente non ha perso la voglia di ballare. L’estate scorsa ti abbiamo visto impegnato a far ballare parecchie piazze…

«Sì, è vero. Sono già due anni che sto investendo sulla mia persona nelle piazze, cercando di sfruttare al meglio il periodo estivo, cavalcando molti palchi tra Oltrepò, Valtidone e Pavese. Sfrutto il periodo estivo in questo modo, proprio perché ho notato che negli ultimi anni la voglia di divertimento è salita notevolmente.

L’estate è un forte asso nella manica perché il clima permette di rimanere fuori fino a tardi. Proprio per questo molte proloco mi hanno contattato per portare il mio dj set e format nei loro paesi. Collaborando con Mediastar Service, siamo riusciti a portare tanto divertimento nelle loro piazze. Così ho capito che nelle piazze c’è ancora voglia di divertimento».

Lei è anche membro della pro loco di Santa Maria.

«Da due anni sono membro del comitato pro loco di Santa Maria della Versa con cui sono riuscito a creare, insieme ai ragazzi che hanno creduto nell’iniziativa, una “Beach Silent Disco”. Con 12 colleghi deejay, che si alternavano tra di loro, abbiamo fatto ballare su una vera spiaggia nel centro di Santa Maria della Versa,  tra gonfiabili e ombrelloni, dando vita ad una magica notte che si ripeterà tutti gli anni».

Federico parliamo un po’ di te e di come è nata la passione per la musica che ti ha portato ad intraprendere la carriera da Dj.

«Ho iniziato ad avvicinarmi alla musica dance fin da piccolo perché mia mamma era molto appassionata di quel mondo. Poi però ho iniziato ad amare un po’ tutti i generi.

Le prime mixate le ho fatte nel 2003, quando ho comprato la mia prima console e da lì ho iniziato a mettere i primi dischi nei bar della Valle Versa. Dopo anni di gavetta sono riuscito ad entrare in una vera discoteca nel 2008 in un club di Vigevano, il  Grillo Verde (oggi Grillo Beat ndr). In seguito ho fatto la mia prima apparizione in una festa del Collegio Valla in zona Carbonara Ticino, e subito dopo il golf Club di Salice Terme. Dal 2009 ho avuto modo di suonare nelle migliori discoteche della provincia di Pavia, come: Nirvana, Sole luna Beach, Mulino della Frega, Justin di San Genesio, Golf Club e La Spiaggia di Salice Terme, Milleluci di Zavattarello, Agua, Cecil e Life… e altri locali del piacentino e del lodigiano. Successivamente ho fatto molte apparizioni anche nella Milano by night dove ho collaborato con Hollywood e Alcatraz. Questo mi ha portato a collaborare con i migliori locali di Madonna di Campiglio (Zangola, Rifugio Patascoss, Jumper, Ober1, Cliffhanger), l’Orizzonte di Varazze e Lido di Bellagio, per dirne alcuni; permettendomi di fare serate con molti musicisti, personaggi dello spettacolo e con i rapper attualmente  in voga, nomi del calibro di Gabry Ponte, J Ax, Marco Ravelli, Gemitaiz, Tedua, Shade, Sfera Ebbasta e Fabrizio Corona».

Dal punto di vista lavorativo, qual è stata la sua più grande soddisfazione?

«Uno dei locali che mi ha regalato più soddisfazioni è stato sicuramente l’Orizzonte di Varazze. Anche suonare in Piazza della Vittoria a Pavia davanti a 15.000 persone è stata una grandissima soddisfazione».

E la più grande emozione?

«Sicuramente è stato tornare a suonare, dopo due anni, al Segreta, praticamente la mia discoteca di casa. La sera in cui sono tornato in console mi è stata fatta una grandissima festa con una bellissima sorpresa. Però, a dire il vero, ogni serata è un’emozione per chi ama il divertimento e la musica; ogniqualvolta che vedi ballare una persona con la tua musica è un momento emozionante, perché sai che tu gli stai trasmettendo qualcosa di forte».

Quali sono le differenze sostanziali tra la vecchia figura del dj e quella attuale?

1Purtroppo sono partito, e sto tuttora vivendo, in una situazione che è una via di mezzo tra le vecchie guardie e le nuove generazioni. Certo che c’è stato un abbassamento della qualità non indifferente. Prima nelle discoteche si vedeva veramente chi era di qualità, senza l’utilizzo eccessivo della tecnologia. Era il deejay che selezionava i dischi e i vinili, comprati personalmente.

Ora basta aprire il computer e tutti possono essere deejay, e per noi far valere la nostra professionalità e la nostra qualità è sempre più difficile, anche perche i professionisti hanno costi e sono molti. I ragazzini, invece, promettono di portare “X” persone nei locali pur di farsi vedere in console e il locale, essendo coperto da spese eccessive, spesso decide ti tagliare la parte del deejay professionista favorendo così queste nuove generazioni». 

Non solo dj set, ma anche producer…

«Sì, ho prodotto il mio primo disco insieme al mio socio-collega-fratello Claude Le Boy, vocalits e grande appassionato di musica. Insieme abbiamo pubblicato “Adamathio”, prodotto dalla Bliss&Co. Questo disco prende il nome dalla lega indistruttibile presente nei fumetti Marvel, indistruttibile come la nostra amicizia. Successivamente, sempre insieme, abbiamo prodotto un disco più in versione EDM, “Back in Usa”».

Prossimamente dove la vedremo impegnato?

«Prossimamente ci sarà l’evento di Capodanno di Santa Maria della Versa, serata che abbiamo organizzato anche l’anno scorso con grande successo. Per l’estate faremo tante piazze, cercando di ripetere il successo di questi anni».

Concludendo, cosa direbbe a un giovane che decide di intraprendere una carriera come la tua?

«Ad un giovane gli direi che la gavetta è una delle cose più importanti, è essenziale. Il deejay deve farlo ai fini del divertimento, non per l’apparenza e crederci. Crederci fino alla fine».

 di Manuele Riccardi

"Gentile Direttrice, le scrivo perché lo scorso anno più o meno in questo periodo le scrissi una lettera inerente ad un caso di “morte assurda” avvenuta nel Comune di Brallo e dovuta anche al defibrillatore che aveva le batterie scariche. Ieri ho letto su di un quotidiano pavese che il giorno 20/11/2018 alle ore 8.00 circa, a causa di malore cardiaco moriva la moglie del gestore del Rifugio Pian    dell’Arma posto ad una altitudine di 1470 mt. nel Comune di Santa Margherita Staffora, perché l’ambulanza di VARZI non è potuta intervenire. A quanto è stato riportato è stato chiesto un elisoccorso che giunto in località non ha potuto atterrare per la    bufera di neve e quindi è stato chiesto l’intervento di una ambulanza a Bobbio in Provincia di Piacenza. Nonostante il prodigarsi del personale dell’ambulanza di Bobbio non è stato possibile salvare una vita. Ora mi chiedo, come mi ero chiesto, lo scorso anno se sono possibili certe situazioni, e perché il problema non venga affrontato dalle persone competenti della Sanità, della Sicurezza, dall’amministrazione

comunale. è vero che ogni persona è legata ad un destino e l’imponderabile è sempre presente, ma molte volte l’imponderabile è

dovuto e gestito da persone a cui interessa il proprio profitto e che basano i propri interessi e guadagni sul fatto di non intervenire. Perché non si mettono dei presidi sanitari in località epicentriche con personale paramedico, magari aiutati da neolaureati in attesa di occupazione che si alternano settimanalmente (anziché andare a fare     l’Erasmus in Spagna, Inghilterra, ecc. si riconoscano gli stessi crediti a chi lo effettua a Varzi, Condofuri, o alla Maiella).

Ben venga l’elisoccorso ma chiediamoci a quanto ammontano e a chi vengono imputati i costi se non porta a compimento l’operazione perché il personale medico non è ancora sul posto e non ha potuto valutare i danni fisici dell’ infortunato. In modo approssimativo ogni intervento di elisoccorso servirebbe a mantenere una ambulanza, un paramedico rianimatore e un barelliere autista per un mese in un comune montano.

Sinceramente le scrivo perché vorrei che facesse sul Suo giornale un articolo per sensibilizzare quelle persone che comandano e possono fare tanto per migliorare i servizi delle persone che abitano,  lavorano e pagano le tasse in quei territori isolati ma che vengono regolarmente ignorati nei loro diritti.  Cordialmente.

Piccolino Pietro - Vigevano"

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L’associazione di Santa Giuletta Walking Oltrepò è nata a maggio 2017. Fausto Abbà (51 anni) e Nicoletta Aldecca (39 anni) provengono da varie esperienze di running, nordic walking e trekking; l’anno scorso hanno deciso di creare la loro associazione e specializzarsi nella tecnica di camminata.

Walking Oltrepo è un’associazione riconosciuta?

«Sì assolutamente... abbiamo il nostro codice societario. I soci vengono tesserati con il CSI Pavia; noi, in particolare, siamo una ASD (Associazione Sportiva Dilettantistica)».

Quanti soci contate fino ad oggi?

«Nel 2018 abbiamo iscritto 76 soci».

Avete un organigramma?

«Certo, il Presidente è Nicoletta Aldecca, il Vice Presidente Maurizio Isoppo e Segretario-Tesoriere sono io (Fausto Abbà)».

Abbà chi si occupa dei percorsi?

«Nicoletta ed io. Noi organizziamo l’evento, ma anche i vari allenamenti; condividiamo con il Vice Presidente il programma e le varie uscite annuali».

Quante uscite organizzate durante l’anno?

«Iniziamo a fine gennaio con la prima uscita in Liguria (da Albisola-Celle Ligure “Passeggiata Degli Artisti), poi a febbraio prevediamo solitamente la “ciclopedonale maremonti” da Levanto a Framura (SP, circa 10 km). Iniziamo con questi percorsi extra Oltrepo, solo ed esclusivamente per il problema del clima... solo le prime quattro uscite sono verso il mare, mentre tutte le altre si concentrano nel nostro territorio».

Quali sono i sentieri in Oltrepò che prediligete?

«Prediligiamo le zone intorno a Santa Giuletta, Cigognola, Pietra De’ Giorgi, Redavalle, Torricella, Mornico, Corvino, Oliva Gessi e Montalto Pavese. Poi c’è la via Degli Abbati (da Pavia a Bobbio); da Montalto Pavese c’è il percorso che parte dalla Madonna del Vento e arriva fino a Zavattarello (15 km). Da frazione Moline al giardino botanico di Pietra Corva e da qui fino al Passo del Penice. A volte facciamo dal giardino botanico a Bobbio (pezzo finale della via degli Abbati). Circuito del Monte Lesima e quest’anno abbiamo fatto dal Brallo fino ai piani del Monte Lesima (8km). Per il 2019 stiamo cercando di organizzare la “via del sale”».

Per aderire alla vostra associazione come si fa?

«Per il momento è possibile contattarci alle nostre mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., oppure tramite la nostra pagina Facebook, ma prossimamente apriremo il sito internet ufficiale, già in costruzione. Sia io che Nicoletta siamo istruttori nazionali di camminata sportiva e di Formazione Outdoor in Orienteering e tecnica di nordic. Utilizziamo anche il nuovo brevetto di bastoncini da nordic power (con i bastoncini appesantiti), ovvero una nuova tecnica che richiede un allenamento specifico. Il tesseramento annuale costa 15€ con copertura assicurativa al CSI di Pavia. Prevediamo anche un tesseramento sport con programma allenamento mensile personalizzato da svolgere in autonomia, e un tesseramento walk & power (2 uscite settimanali con l’istruttore)».

Serve una preparazione particolare per poter affrontare queste camminate?

«Per praticare la camminata sportiva occorre una tecnica precisa (ROI – Rullata - Oscillazione Intensità – tecnica della scuola italiana). La nostra è un’associazione basata sulla camminata amatoriale, dove noi controlliamo molto lo stato di salute dei partecipanti; non è agonistica, ma comunque promuoviamo le varie tecniche della camminata. Inoltre, nel nostro statuto c’è la promozione del territorio, in particolare dell’Oltrepò Pavese. In questo modo, mentre si fa del bene al proprio corpo è possibile nel contempo conoscere la chiesa o il castello dietro l’angolo, che vediamo passando in macchina, ma al quale non diamo alcun peso. Spesso veniamo invitati dalle aziende vitivinicole per promuovere la tecnica della camminata e al contempo promuovere i vini e i prodotti locali. Nel 2016 abbiamo organizzato insieme alla Pro Loco di Cigognola e Pietra De’ Giorgi camminata enogastronomica, dove hanno partecipato più di mille persone provenienti da tutta Italia. È capitato di organizzare delle camminate notturne. A piedi si possono conoscere tante informazioni sul nostro territorio che altrimenti rimangono sconosciute...».

A proposito a suo parere qual è il sentiero più bello in Oltrepò?

«Ce ne sono tanti, dipende dalla tecnica, però posso dire che l’Oltrepò ha un vantaggio enorme: essendo un territorio collinare, è adatto per gli allenamenti in cardio frequenzimetro. L’Oltrepò Pavese è un territorio adatto per allenare il cuore e la mente, ed è un peccato perchè potrebbe essere pubblicizzato solo per questo. Noi nei nostri allenamenti usiamo la tipologia del fartlek, e anche l’allenamento frazionato (vari esercizi),  su distanza e su frequenza cardiaca...sistemi molto conosciuti a livello agonistico, che però noi adattiamo ai nostri partecipanti. Ci tengo, inoltre, a far presente che la nostra divisa è arancione per accentuare l’importanza di sicurezza della visibilità sulla strada!».

Se qualcuno vi chiedesse programmi di camminata personalizzati voi potete prepararli?

«Assolutamente! Nel nostro programma abbiamo programmi per tutti. La differenza nostra rispetto all’attività di running è che si va a caricare un peso sulle articolazioni calcolato una volta e mezzo il peso corporeo. Non andando a correre, alleggeriamo il carico sulle articolazioni compensando con l’attività cardio circolatoria...noi facciamo un programma ad hoc. Le nuove tecniche di riabilitazione cardio circolatoria sono proprio orientate ai gruppi di cammino in un programma di fitness base a bassa e media velocità (programma di interval training). Ripresa dell’attività motoria senza danneggiare articolazioni. È più indicata la camminata rispetto alla corsa, a livello articolare, ma anche per dimagrire...camminando si bruciano molte calorie! Consigliato sia per l’obesità e altre patologie, ma anche per sconfiggere la pigrizia! L’OMS dice che per lo stato del benessere della persona, bisognerebbe camminare almeno mezz’ora tutti i giorni, ad un passo regolare e continuo».

Lei e Nicoletta come vi siete avvicinati a questa pratica?

«Sicuramente per passione, ma soprattutto per raggiungere un determinato stato di benessere psicofisico. Io ho iniziato da piccolo, mentre Nicoletta in età adulta...pero siamo sempre stati attivissimi».

 di Silvia Cipriano

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