Mercoledì, 19 Giugno 2019
Articoli filtrati per data: Venerdì, 14 Dicembre 2018

Nell’estate del millenovecentosessantotto, giovane studente universitario, decisi di chiedere il porto d’armi uso caccia, per poter esercitare tale attività negli anni futuri. In Agosto non partecipai all’apertura in quanto la Questura di Pavia non mi rilasciò in tempo utile l’attestato che mi avrebbe permesso di “fare l’apertura”, come si usava definire il primo giorno di caccia. Il porto d’armi uso caccia mi fu recapitato verso la fine di settembre ma, nel frattempo, era avvenuto un incidente di caccia che aveva tragicamente coinvolto un mio carissimo amico.

Il ventotto di agosto di quell’anno cambiò radicalmente il mio modo di concepire la caccia come sport o sano divertimento: era stata il motivo e l’origine di un dramma che per anni non riuscii ad accettare.

Il tempo come dicono i saggi, guarisce anche le ferite più profonde e, dopo dieci anni dai fatti menzionati, una domenica pomeriggio mi lasciai convincere da mio cugino Mario, ad accompagnarlo a caccia: intendeva mostrarmi le meraviglie di una sua giovane cagnolina di nome Mìrca. Uscimmo e, vuoi l’armonia dell’autunno oltredano, la bellezza e i colori della campagna che si apprestava al riposo invernale, vuoi le azioni ancora acerbe della cagnolina che già prometteva molto bene, mi riempirono l’animo di una serenità e di una pace che raramente avevo provato. Ribadivo a Mario che comunque non avrei mai ripreso in mano un fucile ma improvvisamente, dopo una splendida guidata e ferma statuaria della Mìrca, mentre si involava una fagianella tenebrosa, mi ritrovai in mano il fucile che mio cugino senza proferire parola mi aveva quasi gettato. Istintivamente lo afferrai, sparai e, mentre la cagnolina effettuava uno splendido riporto, capii che il mio destino era segnato: il vecchio amore nato con i cani e proseguito con la voglia di provare l’emozione della caccia, aveva avuto ragione di un impedimento causato da un fatto dolorosissimo il cui ricordo non mi avrebbe comunque mai abbandonato.

Si cementò in quell’istante il sodalizio tra me e mio cugino che, negli anni, crebbe condiviso con un ristretto numero di amici per i quali lo stare assieme, affrontare serenamente le varie vicissitudini della vita, mangiare e bere in compagnia, dividere momenti belli e brutti, divenne più importante del motivo primario della caccia. C’era anche la caccia, ma gli altri motivi continuavano ad avere un posto importante nel nostro modo di concepire la vita. Tanti, troppi anni sono passati da quei giorni lontani e i ricordi di tante avventure si affastellano nella mente sino a diluire in immagini offuscate da un presente che non trova più spazi per la semplicità e la poesia di un mondo lontano superato dalla fretta e dall’aridità odierne. Mario era spesso impegnato nei molti lavori a cui attendeva e, conseguentemente, mi ritrovai a cacciare spesso da solo con la fida Mìrca sempre più attenta e brava in tutte le fasi di caccia: era un bracco tedesco massiccio e robusto che fermava magnificamente, recuperava e riportava benissimo ma si distingueva per la calma olimpica in ogni frangente e per un innato senso del selvatico che la faceva decisamente emergere dalla media. In realtà non ero io che andavo a caccia con lei, ma era lei che mi portava a caccia con la sua sagacia, con la sua pazienza e con certi atteggiamenti compiaciuti che assumeva nei casi in cui, e non erano molti, le cose andavano bene. Una fresca mattina di settembre dopo aver fermato tre fagiani di cui uno involato prima che riuscissi ad imbracciare il fucile portato stancamente in spalla, e due vergognosamente sbagliati, il cane mi si parò davanti guardandomi quasi a rimproverarmi o a chiedermi cosa succedesse.

La accarezzai dolcemente e quindi le dissi “Hai ragione, non è la mattina giusta, forse è meglio andare a casa”. Il cane senza guardarmi e senza mugolare come di solito faceva quando smettevamo di cacciare, prese a seguirmi senza più accennare alla pur minima azione venatoria, quasi a sottolineare la sua delusione per i miei scarsi risultati, e così continuò per il resto della mattinata. Solo chi ha avuto la fortuna di avere un cane speciale sa che certi atteggiamenti razionalmente poco comprensibili, sono la normalità o per questi splendidi animali.

Il territorio di caccia abitualmente frequentato, era vario e multiforme ma, sostanzialmente, alternavamo i terreni o i vigneti di fondovalle ai boschi oltre il torrente Ardivestra su verso il crinale che dominava la valle sovrastante l’abitato di Sant’Eusebio. Nel primo caso la fatica era minore ma la concorrenza maggiore, man mano che le difficoltà aumentavano verso il crinale in alto o, per meglio dire, verso gli altopiani che dominavano la valle per degradare successivamente verso una ulteriore profonda valle percorsa da un torrentello a nome Tizzone, le difficoltà aumentavano in modo esponenziale ma i concorrenti diminuivano drasticamente sino ad annullarsi nei posti più impervi e scoscesi.

L’altopiano che domina la valle verso l’Ardivestra era la mia destinazione abituale sia perché l’età mi permetteva escursioni di questa difficoltà, sia perché i selvatici residenti da quelle parti erano di caratura diversa rispetto a certi fagianelli liberati al piano e decisamente poco stimolanti per chi provava l’emozione di incontri diversi. Su quell’altopiano ebbi la ventura di vivere momenti di caccia che non ho dimenticato e che non dimenticherò mai. La parte dell’altopiano che degradava verso la vallata, era un vecchio campo incolto di proprietà del signor Bagini Camillo di Sant’Eusebio; le erbacce dominavano il terreno e costituivano un hàbitat naturale e una fonte inesauribile di semi e sementi a disposizione della selvaggina che, in quei luoghi remoti, era eccezionale. In quel luogo di magia, oggi frequentato quasi esclusivamente da cinghiali, vissi con la fedele Mìrca, avventure stimolanti e diverse ma, di queste, una indimenticabile. Nell’esteso incolto era facile incontrare branchi di starne veraci, fagiani nati in quelle remote località o lepri che, l’hàbitat e la presenza vicina del bosco, smaliziava e rendeva difficili da insediare.

Una mattina di ottobre, splendida come solo sanno essere le mattinate in Oltrepò quando il tempo è buono, con la mia “professoressa” che ispezionava meticolosamente il bosco, giunsi in vista della parte bassa dell’altopiano ed il cane, dopo cento metri di cerca spasmodica, rallentò guidando per alcuni attimi per cadere in ferma catalitica. Io avevo imparato dall’animale a non fermarmi incantato dall’azione, ma a seguirlo attento per essere pronto alla bisogna; in caso contrario il cane mi sbirciava di sottecchi invitandomi a chiudere l’azione. Segui quindi con ansia e trepidazione la cagna che guidava e fermava, saliva , scendeva non raccapezzandosi dello strano incontro con un animale scaltro e determinato a non farsi impallinare. L’ho definito genericamente animale perché ancora non avevo capito, come avrei dovuto, che dato il tanto cammino, non poteva che essere un fagiano smaliziato.

Lo scaltro pennuto, dopo aver risalito zigzagando l’incolto facendo letteralmente impazzire il cane e il cacciatore che lo seguiva, infilò velocemente il sentiero che correva sul crinale e, dopo pochi metri, si involò rimanendo per pochi attimi alla luce del sole e gettandosi successivamente in una picchiata mozzafiato tra gli alberi del ripido pendio. Era uno splendido fagiano maschio di piumaggio scuro con lampi iridescenti nelle piume del collo e del petto, frutto di un raro incrocio tra un fagiano mongolia e un tenebroso. Rimasi inebetito mentre il cane furiosamente percorreva gli ultimi tratti prima dell’involo non rassegnandosi ad averlo perso e senza guardarmi con aria di rimprovero perché cosciente del fatto che il selvatico non mi aveva neppure lasciato il tempo di guardarlo, non già di colpirlo. Sceso a valle raccontai a Mario e a suo padre l’accaduto ricevendone comprensione e buoni auspici per il futuro. Camillo sentenziò che ogni selvatico che resta libero e’ buono per l’indomani.

Il giorno dopo tornai sul luogo dei fatti ma non trovai l’animale che ormai popolava i miei sogni; tre giorni dopo ero in zona e, mentre mi accingevo a scendere a valle a caccia finita, vidi il cane fermo sull’altopiano verso il crinale superiore. Guidate e ferme mozzafiato percorrendo in lungo ed in largo l’incolto senza riuscire a vedere lo ormai mitico e scaltrissimo fagiano.

Improvvisamente il cane partì verso il bosco che confinava con il lato inferiore dell’altopiano e prima ancora di vederlo tra gli alberi, sentii il rumore metallico delle ali del mefistofelico essere che si involava insalutato ospite verso la libertà della vallata sottostante.

Guardai il cane stravolto dalla fatica e dalla tensione e non verificando rimproveri nei suoi occhi, conclusi che anche questa volta Päsqualòn, così l’avevo battezzato nei miei incubi notturni, era riuscito a buggerarmi senza mie colpe specifiche. Tornai a raccontare i fatti a Mario e ad altri cacciatori esperti che, sorridendo, mi incitavano ad insistere garantendomi, nel contempo, che quel selvatico non l’avrei dimenticato mai.

Dopo altri tentativi miseramente falliti secondo il medesimo canovaccio, un pomeriggio convinsi Mario a far visita comune a Pasquale, come da tutti era ormai conosciuto. Non appena il cane accennò ad una ferma, immediatamente ci ponemmo ai suoi lati per impedire al mitico fagiano di involarsi dalla parte opposta rispetto alla posizione del cacciatore.

Come al solito guidate accorte della Mìrca, ferme statuarie, rotture attente per reiniziare la guidata e di nuovo ferma solida. Continuammo per ore sotto un sole al tramonto ma ancora caldo, sino a che le lunghe ombre delle piante del vicino bosco, lasciarono campo al primo crepuscolo. Profittando di questo, della stanchezza del cane e della nostra, Päsqualòn si infilò nel bosco laterale disdegnando i luoghi di involo sino ad allora seguiti, fece una rapida pedinata e si involò coperto dalle fronde dei molti alberi e dall’incipiente oscurità. Non riuscimmo neppure a scorgerlo: udimmo solamente il rumore metallico delle ali che battevano furiosamente ed il classico co-co-co-co... che sapeva di leggera presa in giro. Ricordo che dopo un attimo di sconcerto cominciai a ridere mentre Mario mi guardava inebetito e impressionato dalla scaltrezza del selvatico. Pasquàl o Päsqualòn come era da tutti ormai chiamato, divenne un mito per gli altri e un’ossessione per me che, giovane cacciatore, avevo la possibilità di dimostrare la mia valentia in caso di successo sulla sua scaltrezza.

Le vicende si protrassero per qualche tempo con i noti risultati che, per verità, non raccontavo più per paura d’essere canzonato sino a che, una freddissima mattina di novembre, mentre mi avvicinavo al luogo fatidico elaborai un piano di battaglia che coinvolgeva anche la mia buona cagna; in silenzio mi portai nella parte alta del bosco confinante con l’incolto, ordinai a gesti alla Mìrca di sedere ed aspettare nuove indicazioni, mi incamminai in assoluto silenzio verso la parte bassa del bosco, uscii dallo stesso richiamando a gesti l’attenzione del cane che si mosse cominciando a cercare lontano da me che ero fermo nel bordo inferiore dell’incolto. Solita manfrina di guidate, ferme, ricerche affannose ed ancora ferme; io, contrariamente  al solito, senza seguire il cane rimasi fermo e in silenzio in fondo al pianoro.

Dopo un pò di tempo lo scaltro animale, avendo il cane a monte, iniziò la manovra per fregarlo involandosi a valle: sfortunatamente questa volta c’ero io prima del bosco e, non potendo tornare indietro, l’animale si involò davanti a me in direzione del bosco. Chiaramente un simile infernale arnese partì, senza cantare questa volta, a modo suo: sembrava un aereo supersonico da combattimento piegato su un fianco e desideroso di portarsi fuori tiro. Sparai quando il maestoso avversario era sopra le piante, lo vidi traballare ed ebbi la netta sensazione che stesse cadendo nel bosco.

Mentre il cane partiva verso il folto per il riporto, rimasi come inebetito non provando soddisfazione per un gesto che avevo più volte sognato; ripensai in un attimo a tutte le avventure che avevo vissuto con Pasquale e provai una stretta al cuore sapendo che non avrei più vissuto momenti come quelli senza il mio amato formula uno. Intanto Mìrca non tornava e dopo averla chiamata un paio di volte, mi sedetti sulla sponda umida senza minimamente dubitare che il cane, specialista nel riporto, potesse perdere il selvatico.

Ad un tratto la sentii persino abbaiare nel bosco e, dopo poco, tornò bagnata, stanca, stravolta dalla fatica e dalla delusione senza il luciferino animale. La guardai incredulo e, dopo un attimo, mi addentrai nel bosco seguito da lei, per verificare la misteriosa sparizione di persona.

Mìrca si rimise di nuovo alla cerca ispezionando ogni centimetro di bosco seguita dalla mia ansia che stava mutando in delusione. Provai persino a riavvolgere mentalmente il filmino degli avvenimenti: riandai al momento dell’involo, a quello dello sparo, all’impressione di vederlo cadere ma, dopo un’ora di affannosa ricerca sempre meno retta dalla certezza di un risultato utile, mi arresi; accarezzai il cane e mestamente feci ritorno a casa nonostante l’orario permettesse ancora di cacciare. Non ho più incontrato Pasquale: ho pensato che, stanco delle continue molestie, potesse aver cambiato zona, ma la cosa e’ decisamente improbabile. Quello che invece può essere successo e’ che il mio amico, pur lasciandoci le splendide penne, non mi abbia voluto concedere il privilegio di accarezzarlo, come si accarezza un essere degno del rispetto che lui meritava. Come abbia fatto ancora me lo domando e, fino alla sua morte, penso se lo sia domandato anche la Mìrca che ritengo, abbia lasciato sul terreno di caccia solo quell’infernale pennuto in tutti i suoi quattordici anni di caccia.

Il gerbido di proprietà di Camillo per me e per i miei amici e’ diventato “al s˘èrb ad Päsqualòn” e il ricordo di quello splendido animale non si e’ mai allontanato dalla mia mente come avevano giustamente pronosticato gli amici.

Oggi Päsqualòn c’è ancora, ne sono certo, è lassù nei beati territori celesti di caccia di Manitù a confrontarsi con gli indiani, con gli Angeli in cerca di svago o, perché no, a far impazzire Mario, Camillo, Tulio, Giancarlo, Piero e Angelino, amici fraterni che ci hanno lasciato e che come me e spesso con me, hanno condiviso una passione nata in tempi e luoghi che segnano per sempre la grama esistenza di noi comuni mortali.

di Giuliano Cereghini

G.A.S. non è solo una fonte di energia, è anche l’acronimo di Gruppo di Acquisto Solidale, un metodo di selezione e acquisto dei più svariati generi alimentari privo di quelle macchinazioni industriali che spesso possono danneggiare gli alimenti stessi.

Da anni a Santa Giuletta ma anche, a livelli diversi, in altri centri d’Oltrepò, un gruppo di persone si impegna a fornire un servizio sempre più indispensabile al giorno d’oggi.

Susanna Denicolai di questo gruppo di acquisto è una dei referenti  e spiega con quali metodologie e secondo quali processi si svolge il lavoro. I prodotti vengono acquistati  scegliendo i produttori e fornitori con attenzione mirata alla solidarietà sociale, all’etica e alla sostenibilità ambientale. Ad operare questa scelta è «un semplice gruppo informale di famiglie che ha in comune il consumo critico, la ricerca del biologico e del km0 con la voglia di fare rete con altre famiglie. Lo scopo finale è condividere il più possibile una nuova possibilità di acquistare in maniera differente alcuni prodotti essenziali per chiunque.

Denicolai, quando è nato qui in Oltrepò il G.A.S. e di chi è stata l’idea?

«Il GASGiuletta è il terzo in Oltrepò ed è nato quattro anni fa dalla volontà di due famiglie di sensibilizzare la comunità su questi importanti temi. Ad oggi sono 25 le famiglie che fanno la spesa in modo “insolito”».

Chi ne fa parte? Siete tutti abitanti di Santa Giuletta?

«Per lo più sì, siamo abitanti di Santa Giuletta e dintorni: altri invece abitano lontano e si affidano ad amici o parenti che hanno qua in Oltrepò per gestire le varie consegne».

Che cosa vendono le aziende? Si tratta di materie prime (frutta, carne, …) oppure si possono trovare anche prodotti artigianali come dolci, pane, insaccati?

«Abbiamo iniziato con alcuni prodotti semplici di genere alimentare a km0 e in seguito abbiamo cercato di ampliare sempre di più: ora possiamo acquistare praticamente tutto! Verdura, frutta, uova, pane, trasformati, miele, carni bianche e rosse, tonno, formaggi, olio, prodotti del commercio equo e solidale, pasta, farine, caffè, riso, prodotti naturali per la casa e per l’igiene personale, ma anche altri ancora»

Esistono degli standard qualitativi particolari da rispettare?

«I prodotti sono tutti di ottima qualità. Solitamente scegliamo di sostenere aziende attente all’ambiente, che hanno la certificazione biologica, oppure che sostengono a loro volta progetti solidali. Sono presenti anche aziende che adoperano uno stile privo di quelle tecniche invasive e dannose per la natura e per gli animali di cui si sente spesso parlare. I generale favoriamo quelle aziende che si avvalgono di un metodo biologico nell’affrontare la produzione di ogni alimento».

Ci sono dei vantaggi di tipo economico nel fare parte del vostro gruppo?

«Acquistare direttamente dal produttore significa saltare tutti i passaggi intermedi (quindi trasporti, supermercati, ecc) e conoscere direttamente chi produce quello che mangi o utilizzi. Questo modo così diretto di acquistare è possibile solo unendoti ad altre persone per acquisti cumulativi, dando certamente la possibilità di risparmiare».

Quali sono i prodotti più venduti, soprattutto in questo periodo dell’anno?

«Solitamente in questo periodo dell’anno si tratta più che altro di prodotti come frutta di stagione ma per quanto riguarda il resto, gli acquisti sono costanti tutto l’anno e hanno scadenze annuali, semestrali, trimestrali o bisettimanali in base al tipo di conservazione: si va quindi ad acquistare in genere tutto ciò che è di necessità e non solo la frutta che è disponibile in un dato periodo dell’anno, ma anche prodotti artigianali di pasticceria, uova, latte, pani, farine».

Che genere di acquirenti si presentano alle vostre riunioni?

«Oltre ai gasisti aderenti al gruppo di Santa Giuletta partecipano coloro che sono incuriositi, a volte anche alcuni fornitori e ci si confronta e si gusta la bellezza di far gruppo e di condividere anche solo una cena! Spesso i fornitori elencano i loro prodotti e spiegano quali sono i metodi di coltivazione o allevamento».

Parlando dei mezzi che utilizzate per farvi pubblicità, quanto è importante il classico passaparola nella vostra attività?

«Il passaparola è l’unico modo che abbiamo utilizzato in questi anni per far conoscere il GASGiuletta ad amici, parenti e conoscenti... i gasisti (Così si chiamano gli aderenti) sono molto entusiasti e oltre a parlare del gruppo e dei loro acquisti, fanno anche proprio assaggiare i prodotti ad amici e parenti, magari, raccontandone la storia e la provenienza: la bontà e genuinità parlano da sé e siamo sicuri che siano sufficienti per avvicinare nuove persone al nostro gruppo».

è vero che attraverso gruppi come il vostro si potrebbe fare a meno dei supermercati?

«I supermercati sono sempre più una risposta alla mentalità del “tutto e subito” che dilaga in questo periodo storico e finché non ci sarà un cambio di questa mentalità crediamo sia difficile che la modalità di fare la spesa attraverso Gruppi d’acquisto Solidali possa essere una risposta per i molti».

Crede possibile che il vostro tipo di commercio si espanda e che venga accettato dai molti?

«La nostra speranza è che un numero sempre maggiore di persone si fermi a riflettere chiedendosi dove vanno a finire i propri soldi nel momento in cui si fa la spesa e che scelga responsabilmente le realtà che va a sostenere: grandi catene o piccole aziende del territorio? Produttori vicini o lontani (o lontanissimi? Ad esempio frutta e verdura dall’estero)? Aziende che sfruttano i lavoratori o attente al benessere dei dipendenti? Grandi allevamenti intensivi o realtà in cui gli animali non vengono maltrattati? Il G.A.S. si impegna a scegliere in modo responsabile e critico chi lavora per un mondo migliore, pulito e giusto».

Quanto è importante, per voi del G.A.S., evitare lo spreco? è uno dei vostri principi fondamentali?

«Assolutamente sì! Questo modo di acquistare ci permettere di evitare gli sprechi sia riutilizzando gli imballaggi rendendo i vuoti direttamente al produttore (evitando plastica usa e getta), sia acquistando da aziende che sono, già di loro, assolutamente attente all’ambiente. Si spreca anche meno cibo perché gli acquisti sono mirati: non si tratta più di acquistare prodotti alla rinfusa senza uno schema logico per ammassarli in un armadio e aspettare che scadano, ma si fanno le scorte necessarie alle proprie esigenze e ci si “affeziona” talmente tanto a certi prodotti che sicuramente, poi, non verranno dimenticati nella dispensa, ma cucinati e mangiati».

di Elisabetta Gallarati

Ritorna la Commedia Dialettale Varzese con due spettacoli in programma per Sabato 5 gennaio 2019 alle ore 20.45 e Domenica 6 gennaio 2019 alle ore 15.00, presso il Salone della Casa di Riposo "Fondazione San Germano Onlus" in Via Repetti, 12 a Varzi.

La Compagnia Teatrale Amatoriale di Varzi Viva, con la regia di Fiorenza Lanfranchi, porterà in scena lo spettacolo dal titolo "RA NOT STRAURDINORIA" (Varzesi a Betlemme).

La commedia, composta da un atto con epilogo, racconta di una famiglia di pastori della Valle Staffora che parte dal villaggio di Vörs per la Palestina alla ricerca del figlio Gelindo, avventuratosi con alcuni mercanti verso l'Oriente per assistere all'apparizione della stella cometa...

L'evento è organizzato dall'Associazione Culturale Varzi Viva con il patrocinio del Comune di Varzi e della Fondazione San Germano Onlus.

È possibile acquistare i biglietti in prevendita presso la CARTOLERIA DEGLIALBERTI SILVANA - Via Pietro MAZZA, 7 Varzi- TEL. 0383-52690 a partire da giovedì 20 dicembre, oppure  presso la BIGLIETTERIA DEL TEATRO solo in caso di posti ancora disponibili.

(I posti sono numerati: posto unico prezzo euro 12,00 - per i soci 2019 di Varzi Viva il costo del biglietto è di 10 euro).

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Pavia: 28 denunce in stato di libertà, 42 contravvenzioni elevate, 5 arresti e ben 2923 persone identificate. Questo il bilancio dei controlli settimanali effettuati dalle forze dell'ordine nel periodo compreso tra il 3 e il 9 dicembre. Codacons: "E' evidente come le linee ferroviarie siano poco sicure e malfamate, il numero delle persone coinvolte in reati lungo la rete ferroviaria è enorme ed è indispensabile aumentare i controlli per evitare il verificarsi di fatti di reato. I pendolari sono già costretti a vivere un incubo fatto di ritardi e soppressioni, ne sia almeno garantita la sicurezza".

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Apertura speciale della stagione musicale 2018/2019 della Polifonica Vogherese A. Gavina che si inaugura ogni anno con il tradizionale concerto di Natale (Duomo di Voghera, sabato 15 dicembre ore 21), il XXXI, che sarà diretto, insieme al maestro del coro Michele Viselli, dal maestro Magdalena Pawlisz, direttore d’orchestra polacco. Verranno eseguiti brani di Bach, Händel, Pergolesi, Hummel, Saint-Saëns, Alfonso Maria de' Liguori. Accompagnerà l’Orchestra da camera di Voghera guidata da Giorgio Pertusi ed interverranno il soprano Chiara Amati e la violinista Camilla D’Onofrio. Per l’occasione il Consiglio Direttivo ha il piacere di presentare alla città il nuovo logo celebrativo del centenario di attività del suo coro lirico. Un traguardo significativo che rappresenta un aspetto importante della cultura vogherese. Non è un caso che da sempre lo stemma della Gavina sia quello del Comune di Voghera. La prima corale lirica nasce infatti nel 1919 con il nome “La speranza”, quasi un augurio di intraprendere un nuovo cammino dopo la fine di un periodo bellico così drammatico. Nei volti di quei pionieri del bel canto che le foto di archivio ci offrono, se ne percepisce lo sguardo ancora segnato dagli eventi, ma speranzoso nel futuro. Questo sodalizio svolge attività corale fino al 1949 per poi confluire nel coro che oggi è la Gavina. Il nuovo logo vuole quindi evidenziare fin dalle origini la tradizione e lo stile che le appartengono e sarà l’immagine che accompagna le manifestazioni e gli impegni nell’anno del centenario.

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