Mercoledì, 19 Giugno 2019
Articoli filtrati per data: Martedì, 11 Dicembre 2018

Il lavoro manuale, la gestione consapevole del territorio e la tutela dell’ambiente sono alla base di un’agricoltura responsabile che rispetti la salute dei consumatori, un’agricoltura che parta dal rapporto uomo - natura ricercando  tecniche tradizionali o innovative  che siano il meno invasive possibili per arrivare a ripristinare gli equilibri, un’agricoltura da sostenere finché non diventi la norma per tutti. è questo in sintesi il progetto di un giovane agricoltore oltrepadano, Augusto Andi, classe 1998, che ha deciso di gestire la sua azienda agricola a Montù Beccaria, in frazione Moriano.

Augusto, quando è nata la sua passione per l’agricoltura?

«Ho avuto la passione per il lavoro dell’agricoltore da sempre perché sono nato qui in campagna, in una famiglia di agricoltori e fin da bambino ho sempre partecipato all’attività dell’azienda che era di mio nonno ed è stata avviata ai primi del novecento. Era la classica azienda dell’Oltrepò ad indirizzo misto, poi, agli inizi degli anni ’70 con mio padre, è diventata ad indirizzo  prevalentemente vitivinicolo. Ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario “Carlo Gallini” di Voghera, mi sono diplomato all’indirizzo Vitivinicolo e nel 2017 c’è stato il passaggio della gestione da mio padre a me».

La sua è un’azienda vitivinicola non tradizionale, ci vuole spiegare di che cosa si tratta?

«La mia azienda,  di circa otto ettari  è coltivata per la maggior parte a vigneto e poi per il resto a seminativo e frutteto per creare la biodiversità. Da circa un ventennio è biodinamica, cioè un’evoluzione dell’agricoltura biologica, che, pur essendo rispettosa dell’ambiente, permette l’uso di alcune sostanze che si trovano in natura  come lo zolfo e il rame ma che la biodinamica cerca di non usare. Infatti abbiamo dei prodotti che hanno addirittura un’efficacia maggiore sulle piante e da qualche anno stiamo sperimentando l’agricoltura organica che si basa prevalentemente sull’utilizzo di microorganismi. Attraverso la biodinamica abbiamo fatto un percorso di anni per ottenere un ambiente naturale adatto e ora con l’agricoltura organica e l’utilizzo dei microorganismi facciamo una lotta ai parassiti  del vigneto, e non usando da anni insetticidi, siamo riusciti ad avere un equilibrio ottimale».

Che tipo di vitigni coltivate?

«Oltre agli autoctoni storici, abbiamo come esclusiva lo storico vitigno moradella che coltiviamo in campo sperimentale ed ora stiamo impiantando dei nuovi vigneti con delle nuove varietà che stiamo selezionando per la produzione di vini spumanti. Mio padre si è sempre dedicato a vitigni storici come vespolina, uva della cascina oltre alla  produzione di  vini rossi come croatina e barbera. Io, oltre a portare avanti la produzione dei rossi mi sono dedicato a questa nuova esperienza della spumantizzazione. Sono sempre stato appassionato di spumanti e sto creando dei vigneti che serviranno a fornire  le basi per produrre spumante».

Quali tipi di uve sta usando per i suoi esperimenti di spumantizzazione?

«Nell’annata 2017 ho usato la barbera ed è stata miscelata con il pinot per avere un quantitativo che ci permettesse di fare una prova. Ora sto selezionando in campo sperimentale dei nuovi vitigni non autoctoni ma molto particolari per la produzione di spumante. Il vitigno barbera a mio avviso si presta poiché il pinot nero nella nostra zona non ha più quelle caratteristiche di acidità e freschezza che può avere in altre zone più vocate , sia per il cambiamento climatico, sia per le annate sempre più siccitose».

Quindi il suo spumante sarà prodotto con il metodo classico?

«Il metodo che sto sperimentando non è né uno charmat né un metodo classico, è un metodo innovativo  che sto mettendo a punto che mi permette di fare la completa vinificazione in bottiglia. Il vino viene imbottigliato quando è ancora mosto, fa una prima fermentazione in bottiglia, poi viene sboccato e fa la rifermentazione nella stessa bottiglia senza aggiunte di nulla. Abbiamo uno spumante “corto” con 9 mesi di lavorazione il cui obiettivo enologico  è quello di esaltare al massimo le caratteristiche di freschezza e uno spumante con 36 mesi di lavorazione con una base molto più importante e strutturata sempre con caratteristiche di freschezza ma con dei sentori più fini dovuti all’invecchiamento sui lieviti. Utilizzo sempre il remuage come nel metodo classico ma più frequentemente perché si hanno molti più sedimenti in bottiglia. A novembre qui nelle sale dell’agriturismo dell’ azienda  presenterò due  spumanti con annata 2016 che ho chiamato “Giubilo”».

Diventando titolare di azienda agricola così giovane quali problematiche le ha creato?

«Devo dire innanzitutto che mi ha dato molte soddisfazioni perché mi sento realizzato e più partecipe nell’azienda anche se ci ho sempre lavorato ma con meno responsabilità. Si incontrano anche molti problemi dovuti alla gestione e alla burocrazia. Devo dire che la scuola che ho frequentato è stata molto importante per capire le problematiche del mio lavoro e mi ha dato delle competenze teoriche fondamentali».

Ha partecipato a progetti di finanziamento per giovani agricoltori?

«Sì, ho partecipato a bandi per mettere l’azienda in condizione di essere all’avanguardia con le strutture per la produzione. Nel 2007 mio padre ha smantellato una cantina che era ipertecnologica con acciai e resine e l’abbiamo rifatta si può dire con la stessa tecnologia ma in legno perché per la produzione dei nostri vini questo materiale ci aiuta molto. Abbiamo vasche di fermentazione e botti di rovere studiate  nella progettazione e nella scelta dei legni per il miglior contatto tra legno e vino. Ogni vino ha la sua botte adatta e questo ci permette di dare una continuità organica tra natura e prodotto finale».

Quante bottiglie produce l’azienda?

«Produciamo circa 30.000 bottiglie che vendiamo sul territorio e da qualche anno anche all’estero, in particolare in Svizzera, Polonia e  paesi nordici in generale».

Come è riuscito a far conoscere un prodotto per così dire “di nicchia” all’estero?

«Producendo dei prodotti così particolari siamo stati da subito interessanti per il mercato estero che è molto attento alle produzioni artigianali. Abbiamo presentato i nostri vini in alcune fiere di settore fuori dall’Oltrepò e anche all’estero e abbiamo avuto un buon riscontro. I nostri migliori vini rossi sono invecchiati in botti di rovere a botte scolma sui sedimenti, senza travaso. Per alcuni vini facciamo lunghe macerazioni sulle bucce (da uno a tre anni) e quindi il risultato finale è un prodotto molto equilibrato che va in bottiglia senza chiarifiche né filtrazioni. Un vino molto curato e pregiato che viene apprezzato dal cliente intenditore. In Oltrepò a mio avviso ci sono molte piccole e medie aziende che lavorano bene e producono grandi vini e la ricerca dell’unicità ,del prodotto di gran livello potrebbe essere il mezzo per far conoscere il nostro territorio».

Lei è un giovane imprenditore che, a differenza di altri, ha creduto nel territorio ed ha portato innovazione nella sua azienda lavorando con grande passione. è soddisfatto del lavoro fin qui svolto e quali altri progetti ha per il futuro?

«Sono molto soddisfatto del mio lavoro che svolgo con passione e sacrificio. I progetti sono molti ma bisogna fare una scelta in base alle possibilità che si hanno per realizzarli. Proseguirò con il mio progetto sulla spumantizzazione. I vitigni  che abbiamo messo a dimora senza fare più come una volta lo scasso dei terreni e dando sempre un tempo di rotazione che va dai tre ai cinque anni con grande rispetto per l’ambiente, inizieranno sicuramente in cinque anni  a dare una produzione di uve particolari che ci permetteranno di migliorare sempre di più la nostra qualità».

di Gabriella Draghi

Ci siamo recati a Barbianello, presso la sede di uno dei ristoranti storici d’Oltrepò: quel ‘‘Da Roberto’’ che ha perso il Roberto (Scovenna), ritiratosi dall’attività dopo trentacinque anni di eccezionale carriera, ma che ha mantenuto i punti fondamentali. A cominciare dal suo tradizionalissimo insaccato.

Nacque in questo locale, nel 1986, la ‘‘Confraternita del cotechino’’. Chi mai ne ha sentito parlare non s’immagini un gruppo di vegliardi avvoltolati in mantelloni purpurei; un sodalizio, invece, assai lungi da questa risma. Un gruppo di amici di vecchia data, appassionati del buon mangiare e del buon bere. Ma cosa resta, nel 2018, di una tale sacrosanta cultura?

I sondaggi dicono che la cucina tradizionale è, oggi più che mai, la più apprezzata dagli Italiani; a Barbianello lo avevano capito trent’anni fa. Quando ancora non erano nemmeno in ipotesi i ‘‘millennials’’ che, sempre secondo i sondaggi, sarebbero fra i più convinti sostenitori della tradizione gastronomica. Dovremmo sfatare, prima o poi, un certo mito: perché i giovani non mangiano solo ‘‘fast’’, come si dice in giro. Almeno, non a queste latitudini. Gli amici della confraternita, oggi, sono rimasti in pochi; il cotechino di Barbianello, però, è ancora in prima linea fra i piatti tipici. Grazie alla determinazione di Barbara Dagradi, nuova ‘‘profetessa’’ del cotechino, oggi al timone dello storico locale.

Barbara, dopo oltre trent’anni dalla nascita della Confraternita, il Cotechino è ancora un simbolo, qui a Barbianello. Perché?

«Il cotechino è una tradizione dell’Oltrepò. Il perché di questa tradizione in particolare a Barbianello è dato dal fatto che Roberto aveva un gruppo di amici che si trovava spesso qui a mangiare, fra i quali alcuni produttori, ma anche persone di estrazione molto diversa: il notaio, il professionista, il pasticcere, gli amici d’infanzia. Tutti con la passione della cucina e dei prodotti di nicchia. È nata così l’idea della Confraternita del cotechino. Ha avuto un notevole successo, perché è stata fra le prime».

Una compagnia di amici…

«Sì, con una certa componente anche di goliardia. Ecco, questo è il ‘‘registro delle presenze’’ (sfoglia un librone ben tenuto, ndr). Con molte dediche… Eccone una: ‘‘Ragazzi, si vive una volta sola. E allora godetevela, fate che non finisca mai. Fate che si ricordi per tutta la vita’’».

Lei ha ereditato questo gioiellino dalla precedente gestione, storica, del ristorante. E porta avanti la tradizione, nel segno della continuità. Cosa ha di particolare questo cotechino, che lo rende diverso dagli altri?

«Ne facciamo fare di due tipi: uno 100% maiale, e uno con un 10% di carne di manzo, che lo sgrassa un po’. C’è una ricetta naturalmente, ed è un segreto che intendo mantenere!».

Come viene servito il vero cotechino alla barbianellese?

«Con la polenta e la fonduta. Polenta taragna macinata a pietra, noi ne utilizziamo una macinata da un mulino di Casatisma. Quando fa più freddo utilizziamo anche una taragna piemontese, di quelle che si mangiano in alta montagna. Un po’ più dura, mentre l’altra è più delicata».

Dopo il sodalizio storico, come continua la storia del cotechino?

«Resta un punto di riferimento, qui. Alcuni dei vecchi amici sono morti, altri invece vengono ancora a degustarlo. E lo apprezzano, oggi come allora. Molti li conosco personalmente da molti anni, io d’altra parte sono di Broni. Avevano iniziato a proporre anche serate a tema, sempre con il cotechino come protagonista. Eventi che continuiamo, riprendendo anche antiche ricette».

La confraternita si pose fra i suoi obiettivi, in generale, la salvaguardia della cucina tradizionale dell’Oltrepò. Ma l’Oltrepò, che è sempre stato terra di confine, ha spesso attinto le proprie ricette dalle aree limitrofe. Quali sono, secondo lei, i piatti che nel comune immaginario sono davvero tipici e univoci dell’Oltrepò Pavese?

«Salame e pancetta di sicuro. I ravioli, anche questi, sono in Oltrepò diversi rispetto agli altri. In Piemonte li fanno con un misto di carni, il nostro è col brasato. Ripieni di carne se ne trovano un po’ dappertutto, ma il nostro raviolo è proprio particolare. Poi, qui, c’è un occhio di riguardo per tutto ciò che è stagionale e selvatico. In primavera, per esempio, si fa uso di gallinella, di dente di cane. Castagne, funghi in autunno; brasati, bolliti, quando fa freddo. La ‘‘buseca’’».

Pensa che sulla promozione delle ricette tradizionali esista, nell’Oltrepò gastronomico, una coscienza?

«Io sono dell’idea che, senza nulla togliere a nessuno e senza voler fare una critica, molti lavorino bene ma alcuni non siano così veri con il cliente. Soprattutto qui in basso. Meno in collina. Questa tendenza è soprattutto, secondo me, tipica dei giovani; per una questione di comodità. Escono da una scuola che propina piatti molto elaborati. Ma senza nulla togliere agli studi che magari ci sono dietro certi piatti stellati… secondo me non abbiamo bisogno di inventarci niente. L’uomo ha sempre cucinato e mangiato. Certe ricette consolidate da millenni non hanno bisogno di innovazioni. Se poi un giorno arriveremo a nutrirci con la pillolina… pazienza».

Cosa pensa, in linea generale, dell’offerta gastronomica in Oltrepò? È preponderante la tendenza a considerarsi concorrenti e magari anche a farsi la guerra, o esistono forme di collaborazione? Magari proprio la Confraternita poteva essere un tentativo in questo senso.

«Personalmente non mi ritengo una persona invidiosa, però in generale c’è la tendenza a guardare un po’ il proprio orticello. Ognuno va un po’ per sé. Io sono figlia di commercianti e sono sempre stata nel commercio. Ora non so se succede in tutta Italia o solo in Oltrepò, ma secondo me i commercianti qui non collaborano, sono un po’ per conto loro.»

Per esempio?

«Sono arrivata un anno e mezzo fa qui a Barbianello, e in paese, come in tutti i paesi, ci sono alcune realtà associative. Si occupano di feste, di sagre. Io, quindi, sono l’ultima arrivata. Ora io sono molto a favore delle sagre di paese, perché non tutti vogliono andare al ristorante. E devo dire che anche a me piacerebbe partecipare a queste iniziative. Speriamo ci siano occasioni in futuro. In Oltrepò, comunque, ci sono un po’ delle fazioni e qualche problema generale…».

In che senso?

«Arrivo da un’altra esperienza di ristorazione, e da quando sono qui ho l’impressione che siamo un po’ in troppi. Tutti si buttano sulla ristorazione».

E magari, con la diluizione dell’offerta, cala anche l’impatto qualitativo…

«Rispetto al passato, invece, secondo me è più curato, secondo certi aspetti, l’Oltrepò. Un po’ è cresciuta la consapevolezza di guardare alla qualità e non solo alla quantità. Anche per quanto riguarda il vino. Ci sono alcuni giovani che fanno vini ottimi. Secondo me è giusto far lavorare i giovani, anche se non è facile proporre un vino nuovo. A priori il cliente è un po’ unilaterale, non si lascia consigliare».

La sua attività è situata in un piccolo paese contadino, lontano dai grandi punti di interesse. Le capita, comunque, di avere turisti fra i suoi ospiti? Magari spinti qui da qualche guida editoriale…

«Ho scoperto l’anno scorso - vedendo molti stranieri, clienti da Torino, da Piacenza…- dell’esistenza di una guida che si chiama Fuoricasello, dove si propone la cucina della tradizione vera a pochi chilometri dall’uscita dell’autostrada. Uno si trova in zona intorno a mezzogiorno, sulla A21, consulta la guida, esce al casello e passa da queste parti. Ci sono moltissime persone che si fidano solo di queste guide».

Quali sono i feedback che le capita di ascoltare circa le nostre pietanze tipiche?

«Trovano stupendo il cotechino. E i ravioli: se sono fatti a mano e considerando con attenzione quello che ci si mette dentro, sono strepitosi. A volte, dopo averli mangiati come primo, ce li chiedono anche come secondo…».

Trova questo apprezzamento anche sui canali digitali come Tripadvisor?

«All’inizio mi arrabbiavo, adesso rido di queste recensioni. Naturalmente ai clienti, di solito, chiedo se va tutto bene. Se qualcosa non è stato perfetto, sono la prima a scusarmi. So di aver preso un locale difficile. Ma mi fa ridere che se qualcuno ha qualcosa di cui lamentarsi lo faccia dietro un nickname. A volte leggo cose veramente assurde, quindi ho iniziato a rispondere. Per le rime. Almeno a quelli che secondo me hanno torto. Non dico di essere sempre perfetta e di non sbagliare mai, ma dal momento che chiedo sempre se le cose vanno bene, mi aspetterei una reciproca onestà. Se arriva uno e mi scrive che preferisce i ravioli del supermercato, scusate, ma lo mando a quel paese…».

di Pier Luigi Feltri

Ha il carattere del vero combattente, l’autoironia del satiro e l’ironia di chi “sa”. Medico stimato da decenni, sindaco e politico dalla metà degli anni ‘80, chiuderà, la prossima primavera, il sipario della sua vita professionale per, riteniamo, dedicarsi a tempo pieno alle due grandi passioni che da sempre lo accompagnano: l’arte e l’antiquariato. Il sindaco di Casteggio, Lorenzo Callegari.

Un salto a trentacinque anni fa: ci racconta l’inizio della sua passione politica?

«Non avevo nessuna passione. Venivo dal Movimento Sociale Italiano con Michelini, prima di Almirante. Non ero molto interessato alla politica, neppure alla vita amministrativa di Casteggio. Erano nove anni che facevo il medico, e tra i miei pazienti avevo l’onorevole Mario Campagnoli: nel 1985, Sarolli e Campagnoli vennero spesso in ambulatorio per chiedermi di candidarmi alle elezioni di quell’anno. Io non avevo voglia perché la DC non era il mio partito, l’avevo combattuta per tanti anni, e poi perché temevo, col mestiere che facevo, che potesse crearmi delle antipatie: nei paesi, l’appartenenza politica è molto sentita.

Decisi di mettermi in lista, preso per sfinimento, per non vederli più in ambulatorio (ride), premettendo che mi sarei candidato ma non avrei mai fatto l’amministratore. Presi 459 voti di preferenza, risultando primo tra gli eletti, e, alla presentazione delle liste, mi sedetti di fianco al Geometra Renzo Guarnaschelli, detto Mimino. Ci fu subito intesa e simpatia con lui, proprio con lui che era contro la “corrente” di Campagnoli e Sarolli! Quindi, per essere conforme al mio modo di essere, scelsi subito la parte debole, non chi comandava. Per dieci anni sono stato parte della maggioranza, ma della maggioranza dissidente. Determinante per la mia votazione quando, negli anni ’90, il coni ci diede un miliardo e 250 milioni per costruire un velodromo a Casteggio».

(Il sindaco mi anticipa e si pone la domanda sé...)

«Noi avremmo dovuto costruire un velodromo a Casteggio?! Io ero abbastanza scettico, e andai a parlare con Alcide Cerato, storico gregario di Fausto Coppi, delle pompe funebri di San Siro. Così, io, Guarnaschelli ed altri tre o quattro “trombammo”, cioè votammo, contro il velodromo. Nel ’95, non identificandomi più né nella Democrazia Cristiana né in nessun’altra formazione politica, aderii a FI e fui eletto per pochi voti. Essendo io considerato il perdente, misi in fila tutti e prendemmo in mano il comune e da allora non l’ho più abbandonato, salvo per un periodo. Quel milione e 250 mila euro vennero utili per ristrutturare la Certosa Cantù e un tratto di fognatura».

Gli anni ’90, verrebbe da dire, furono tempo di “vacche grasse” per Casteggio, e non solo...

«Andammo persino in TV! Partecipammo a “I Fatti Vostri”, una cassa di risonanza importante per Casteggio. In quegli anni abbiamo fatto tante cose... eravamo “figli” di Giancarlo Abelli».

Cosa ritiene avesse Giancarlo Abelli che mancava agli altri politici del territorio?

«Abelli era il più concreto, non lo dico per amicizia. Giancarlo ha reso possibili tante cose. Gli ultimi soldi che mi ha dato prima che mi ritirassi per cinque anni, periodo di interregno, servivano per fare la teleferica per andare al Pistornile, che sarebbe stato molto importante per ripristinare il valore e l’abitabilità di quella zona, ma quelli che ho fatto eleggere dopo non hanno capito nulla e li hanno spesi altrimenti e malamente. Hanno acquistato un bus, che è costato una barbarità, mai usato, e costruito due rotondine. Con gli stessi soldi avrebbero fatto la teleferica e un percorso per ciechi che avevo concordato con Stilla della Regione Lombardia. Questo percorso, affiancato alla teleferica, avrebbe fatto si che ad ogni rampa il non vedente, attraverso un’essenza odorosa, capisse dove si trovava. Questo è visionario, se vogliamo, ma se non viviamo di visioni… di che cosa si vive? Perché siamo così piatti? Perché non c’è più fantasia!».

Fino a dove l’hanno spinta la sua “fantasia” ed il suo essere visionario?

«La statua che c’è in piazza Cavour: sono stato l’unico Sindaco di un comune Italiano che è riuscito a farsi “regalare” qualcosa da un museo! La statua che troneggia in piazza Cavour è in concessione per 99 anni dal comune di Firenze e dall’allora assessore Clemente. Quella statua è stata a New York, Tokyo, è una delle due copie esistenti dell’Opera “Giuditta e Oloferne”. La vera è a Palazzo della Signoria, l’altra copia è in esposizione fuori dal Palazzo. Il Comune di Casteggio si è inoltre aggiudicato il primo posto, con i complimenti di Regione Lombardia, per un progetto sulla Promozione del Territorio, “Equal Casteggio”. Ed ancora, siamo arrivati 4° in un concorso, a livello Europeo, grazie ad un impianto di depurazione biologico! Anche in questo caso, con i complimenti di Paolo Baratta, ex-ministro, originario di Casteggio. Questi sono bei ricordi che ho, ma si può sempre fare di più».

Il rapporto con la minoranza?

«La minoranza non ci ha mai aiutato, non ha mai aiutato nell’interesse di Casteggio ed ha sempre cercato di denigrare. La cosa è inutile! Mentre, oltre al Geometra Guarnaschelli, vicesindaco per due mandati, voglio ricordare tutti gli assessori e consiglieri che ho avuto al mio fianco in questi anni».

Che cosa può dirci sull’esposto di Arnese?

«Il cavaliere, ex maresciallo, vista la “statura” può cavalcare giusto un ippocampo... Finita l’amministrazione Manfra venuta dopo di me, amministrazione che ha cercato di pormi in cattiva luce in ogni modo anche con una denuncia per la piscina coperta immediatamente archiviata. Decido di ricandidarmi, ritorno sindaco e ci siamo trovati io e la mia giunta con 4 milioni di euro di debiti mal contati... Avevano “creato” una scuola, sulla base di un accordo tra Provincia, Comune ed Istituto Santa Chiara, senza che ci fosse nulla di scritto, e noi ci siamo così ritrovati con una scuola fatta e finita, che sarebbe costata 182 mila euro di affitto più 40 mila euro di utenze, più altre spese… circa 300 mila euro l’anno di costi! Il Comune chiama allora i presunti partner, che non sono disposti a tirare fuori una lira, ed in più il Santa Chiara voleva che i docenti venissero pagati... Ma dovremmo riuscire a risolvere anche questa: il mio ultimo regalo al comune di Casteggio per la mia “dipartita”... Noi già nel 2009 avevamo presentato una denuncia alla procura della Corte dei Conti, chiedendo danni per 2 milioni e 400  mila euro. Sommando questa minus-valenza di introito al debito che abbiamo trovato… soldi che il comune ha dovuto fronteggiare senza avere più gli introiti dell’acquedotto, del depuratore, del cimitero...».

Ha qualche rimpianto?

«Non per il comune di Casteggio: sono dispiaciuto di aver fatto in questi ultimi dieci anni, a causa del dazio che abbiamo dovuto pagare, quello che è stato realizzato nei miei primi dieci di mandato… di tutto e di più, davvero grandi opere. Quello che mi rende orgoglioso è di essere riusciti ad aver risanato quasi tutti i debiti e quindi l’amministrazione che verrà dopo partirà a cuor leggero e potrà programmare lo sviluppo».

Chi sarà il suo successore?

«Ho detto ai “miei” che il prossimo candidato o candidata dovrà essere il frutto di una loro mediazione interna, condivisione. Se non agiranno in modo sinergico, perderanno le elezioni».

Perché non è più stata fatta la Rassegna dei Vini?

«Questo è un altro capitolo negativo per il territorio oltrepadano. Abbiamo inaugurato la Fiera della Birra, mentre quella del vino è morta. L’ideatore della Rassegna dei Vini, Renzo Guarnaschelli, voleva nel suo intento dare uno strumento, legato a quei tempi, di promozione del prodotto. Uno dei primi esempi di marketing territoriale. Naturalmente, non è stato apprezzato dai produttori, che non hanno mai creduto fino in fondo in questa manifestazione, che sicuramente andrebbe aggiornata e rivista perché ciò che era valido nel ’76 oggi non lo è più. Tutte le volte che noi come Comune (e non nell’interesse del Comune), organizzavamo questo evento e andavamo a chiedere 200€ al produttore,  ci sentivamo rispondere che era troppo. Quella che era una volta una bella manifestazione ora è morta e ha lasciato spazio ad altre che non rappresentano l’animo vitivinicolo del territorio. Il risultato è che l’Oltrepò, ad oggi, nella panoramica nazionale del vino, rispetto ad una volta, conta praticamente zero».

Non ha mai pensato, in carriera, di andare oltre? In Regione, a Roma...

«Il merito che mi ha riconosciuto Abelli per me è stato sufficiente. Io amo il mio prossimo, ed i miei pazienti lo sanno. Ho vinto a Casteggio perché i miei pazienti, ai quali ho dato tanto, lo hanno capito. Sono “al dutur”, non il sindaco...».

Vuole aggiungere qualcosa?

«Il futuro di Casteggio dipenderà da chi governerà, e se avrà la forza di far sentire le proprie ragioni. Io ci ho provato: alcune volte mi hanno ascoltato, altre volte no...».

Progetti per il 2019?

«Continuerò a fare il medico e mi dedicherò alle cose belle».

di Lele Baiardi

È stato firmato dal Ministro delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, Gian Marco Centinaio, il decreto per ripartire, tra le regioni interessate, le disponibilità 2018 del Fondo di Solidarietà nazionale. Lo annuncia, in una nota, il ministero delle Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo nel precisare che l'importo totale delle risorse disponibili è pari a 13.005.560. I fondi saranno messi a disposizione delle aziende che, a causa delle eccezionali calamità naturali, hanno subito danni a carico delle strutture aziendali non assicurabili e per il ripristino delle infrastrutture connesse alle attività agricole.

"Abbiamo deciso di accelerare i tempi per mettere in condizione le aziende agricole danneggiate di ripartire il più presto possibile, compatibilmente con i tempi delle pratiche burocratiche. Il fondo di solidarietà nazionale non è illimitato, posso assicurare che abbiamo stanziato tutte le risorse che avevamo a nostra disposizione" ha commentato il Ministro Gian Marco Centinaio. 

Le regioni interessate, a cui saranno trasferiti i fondi per l'erogazione degli aiuti economici alle aree agricole danneggiate, attraverso successivi provvedimenti, sono la Lombardia, il Veneto, l'Emilia Romagna, la Toscana, le Marche, l'Umbria, il Lazio, la Basilicata e la Calabria.

Giovedì 14 dicembre alle 16,30 in Sala Pagano verrà inaugurata la prima rassegna di presepi tradizionali della solidarietà organizzata dal Comune di Voghera in collaborazione con le associazione del terriorio e la consulta per i Problemi Sociali. Verrà esposto il presepe della casa circondariale di Voghera, le opere della Comunità San Pietro, il presepe contadino dell'associazione Clessidra, i lavori delle missioni in Equador dei Frati, Fondazione Don Gnocchi, Sacra Famiglia, Centro diurno disabili, Orti Sociali, Borgo di Ceci e abazia di San Colombano, Una Mano Per. Sono state coinvolte anche le scuole primarie e materne di Voghera.

L'esposizione in Sala Pagano (Piazzetta Cesare Battisti) sarà visitabile fino al 13 gennaio.

Orari: dalle 10 alle 12, dalle 16 alle 19. Per prenotazioni: 3478750285 - 3339755905

INVIATE I VOSTRI COMUNICATI LE VOSTRE NEWS E LE VOSTRE LETTERE INERENTI ALL'OLTREPÒ A "IL PERIODICO NEWS" , ALL'INDIRIZZO MAIL : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

Dopo il grande successo di pubblico riscontrato per Giacomo Poretti con Fare un’anima, il cartellone del Teatro Carbonetti ha in serbo altre serate imperdibili. Tra queste, sabato 15 dicembre alle ore 21, andrà in scena lo spettacolo L’evoluzione arranca che vede protagonista il comico Giobbe Covatta il quale ci parlerà dei Sapiens e del loro destino. Sapiens è l'aggettivo che distingue l'uomo dall'animale. L'uomo sa, capisce, discerne, agisce con consapevolezza e non solo per istinto.
E allora perché non preserva il suo habitat? Perché assume comportamenti autodistruttivi per la specie? Perché si è fatto un'idea di felicità inscindibile dal possesso esclusivo pur facendo parte di una collettività?
Il monologo, mescolando diversi linguaggi, affronta i problemi del terzo millennio - cambiamento climatico, fine delle risorse, inquinamento - analizzandone le ragioni sociali e prefigurando gli scenari futuri.
In causa l'economia contro la biologia; in parallelo l'osservazione del modus vivendi degli animali e delle società tradizionali, guardando all'Africa come paradigma.
Il tono si muove agile tra il dato scientifico e l'aneddoto comico. E tra grafici naif delle differenze tra il cervello maschile e femminile, citazioni di Gerald Durrel e un'iperbolica raccolta differenziata ad opera dell'Arcangelo Gabriele, si plana verso il sogno realizzato della felicità primitiva della tribù dei Turkana.

Per questo spettacolo sono previste agevolazioni sul costo del biglietto per gli associati AMREF (tariffa ridotta) e per i ragazzi sotto i 25 anni (ingresso unico 10€)

Per informazioni www.teatrocarbonetti.it Biglietteria presso il Teatro Carbonetti, via Leonardo Da Vinci 27, Broni. Mercoledì e venerdì dalle 17 alle 19; sabato dalle 10 alle 12. (tel. 0385/54691), acquisto-on line tramite il sito del Teatro Carbonetti.

INVIATE I VOSTRI COMUNICATI LE VOSTRE NEWS E LE VOSTRE LETTERE INERENTI ALL'OLTREPÒ A "IL PERIODICO NEWS" , ALL'INDIRIZZO MAIL : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

Il quartetto propone una musica cantata e cantabile, carica di swing e di tutti quegli elementi (blues, bebop, hardbop, bossa nova, latin-jazz...) che dagli anni Cinquanta in avanti, dalle diverse correnti del jazz confluiscono in quello che viene comunemente definito “mainstream”.

Il repertorio ruota intorno a brani che hanno reso celebri alcuni tra i più importanti pianisti-cantanti della storia del jazz e, più in generale, privilegia quegli artisti che hanno scelto di esprimersi usando, oltre al loro strumento, anche la voce. Gli esempi di musicisti-cantanti sono numerosi e ricchi di una forte personalità, da Nat King Cole a Shirley Horn, da Ray Charles a Tania Maria… e così via, senza dimenticare personaggi come Louis Armstrong, Chet Baker e Antonio Carlos Jobim…

Questo è il mondo che il Tiziana Cappellino Quartet intende omaggiare durante la serata, eseguendo brani riarrangiati in chiave personale, con l’intento di offrire un concerto eterogeneo e vario, nei colori e nei suoni.

Anche per questa terza serata è prevista la presenza di una delle librerie cittadine: sarà la libreria Ubik a occuparsi dello spazio libri esponendo una selezione di libri di argomento musicale.

Come di consueto il concerto si terrà presso il Salone Auser, Via Fam. Cignoli 1, Voghera (PV) dalle ore 21.15 con ingresso a offerta. 

TIZIANA CAPPELLINO QUARTET 

 Tiziana Cappellino - voce, pianoforte e arrangiamenti

Diego Borotti – sassofono

Davide Liberti – contrabbasso

Paolo Franciscone – batteria

INVIATE I VOSTRI COMUNICATI LE VOSTRE NEWS E LE VOSTRE LETTERE INERENTI ALL'OLTREPÒ A "IL PERIODICO NEWS" , ALL'INDIRIZZO MAIL : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

Una vittoria per l’ultima in casa del 2018. I Peppers sono consapevoli di poter vincere agevolmente il match ma la mancanza del risultato pieno da troppo tempo creano un po’ di ansia da prestazione. Le fasi statiche sono dominanti e il possesso viene mantenuto con continuità ma a ridosso della linea di meta non si riesce a concretizzare. Gli avversari hanno dalla loro un buon impatto fisico e, anche se caotici, una sufficiente organizzazione difensiva. Dopo ripetuti tentativi è Mombelli al 20’ che riesce a marcare la prima meta sfruttando un varco dopo ripetuti pick and go. Invece che mettere ordine i padroni di casa si fanno ancora più confusionari, complici un giallo a Panzarasa e l’imprevista sostituzione di Alecci per infortunio nel ruolo di mediano di mischia. I trequarti faticano ad innescarsi e questo tiene in partita il Varese che ha una ghiottissima occasione per pareggiare ma, fortunatamente per Voghera,  Keyta si incespica e permette a Popa di recuperare. Un doppio placcaggio alto su De Marco e l’arbitro commina due gialli per gli ospiti e il primo tempo si chuide sul 5 a 0. Nonostante la superiorità numerica i Peppers faticano ancora e trovar la strada per la meta. Finalmente al 54’ Fogliani riesce a segnare sfruttando l’ennesima superiorità al largo, poco dopo è il turno di Panzarasa che marca sotto i pali permettendo una facile trasformazione a De Marco. Sul 17 a 0 i Vogheresi possono star più tranquilli e iniziano un po’ di cambi. Con un o’ più di metodo viene cercata la meta del bonus offensivo che arriva con Murgia a 5 minuti dal termine. Giovanetti:”Era ora di centrare una vittoria netta,speravamo in un match più semplice ma dobbiamo ammettere che loro sono migliorati molto rispetto all’anno scorso e noi eravamo un po’ contratti nella ricerca del risultato che i ragazzi sentivano di non poter sbagliare. Ancora un match prima della pausa e speriamo di replicare”.

RUGBY VOGHERA – RUGBY VARESE : 22 - 0 

Formazione Voghera: Fogliani, Popa, Panzarasa, Silva, Crevani, De Marco, Alecci (Fiamberti), Ruzzenenti, Mombelli (La Fiura), Losio, Bagnaschi (Murgia), Viscione, Pizzino, Rota (Natale), Averis A disposizione: Ferrara

Allenatore: Paolo Bresciani 

Formazione Varese: Mousare, Sidbe, Diomane, Okoeguale, Modou, Keyta, Soumaro (C), Ousman, Kaba, camara, Teme, Nouhou, Sidibe, Bakayoko, Odulukw

Allenatore: Soldini 

20’ Mombelli, 54’ Fogliani, 60’ Panzarasa tr De Marco 70’ Murgia

Altri risultati:

Valcuvia – Tradate  40 - 14

Malpensa - Gattico    n.p.

Cinghiali Cesano – San Donato  24 -19

Mastini Opera – Rosafanti  42 - 14 

Classifica: Mastini Opera 39, Malpensa 31, Cinghiali Cesano 26, Valcuvia (-4) 19, Tradate e San Donato16,  Gattico 14,  Voghera (-4) 7,  Rosafanti -3, Varese -4

INVIATE I VOSTRI COMUNICATI LE VOSTRE NEWS E LE VOSTRE LETTERE INERENTI ALL'OLTREPÒ A "IL PERIODICO NEWS" , ALL'INDIRIZZO MAIL : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

  1. Primo piano
  2. Popolari