Martedì, 16 Luglio 2019
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Per meglio comprendere quanto segue dovete allontanarvi dalla consueta concezione di vigna, una e vino. Il bicchiere è un mero contenitore, il vino non un semplice nettare inebriante, ma un concetto liquido che racchiude straripanti immagini profumate che esplodono al contatto con il palato. Le ombre, in Oltrepò, che si allungano e avvolgono le storie di vino in un manto oscuro, le conosciamo bene. Questa invece è una storia di luce, di Riluce: il luccichio negli occhi dell’Alchimista che ambisce alla trasmutazione del grappolo, lo specchio della sua anima, in oro. Per Mercandelli l’oro non è nient’altro che il vino, ciò che scaturisce dalla cura e dalla sinergia che solo Giorgio riesce a instaurare con la natura che lo circonda, usando se stesso come cassa di risonanza. Solo 5 ettari di terreno vitato e poche migliaia bottiglie, se l’annata è proficua, non si scende a compromessi. Il compromesso distruggerebbe l’unicità dei vini e dei prodotti di Agrispazio che scaturiscono dall’attenzione prestata a sole, terra e uomo. Tutto ciò a Canneto Pavese.

Qual è la storia di Giorgio Mercandelli?

«Una storia che nasce dalle difficoltà di essermi spesso sentito un problema per la famiglia. Fin da bambino non capivo il motivo per cui vivevo e questa domanda si è trasformata nel tempo in una profonda curiosità verso ogni cosa del mondo. Un mondo che ho scoperto a partire da una famiglia dove il vino era il motivo per tutto, per parlare, guadagnare, ridere e pregare, ed io mi incantavo a vedere la gente che quando beveva si trasformava, il vino per era magico. Dopo la morte di mio padre Giovanni ho sviluppato una sensibilità verso la natura con la quale oggi realizzo un vino che riflette il mio rapporto col mondo: un vino che non ha il sapore dell’uva, che fermenta e muore perché è mortale, ma della sua memoria, che fermenta e vive perché è eterna. Un vino che non ha il gusto della varietà e del territorio ma dell’esperienza che la pianta fissa nei frutti come un ricordo del suo rapporto col mondo. Il mio scopo è di trasferire nel bicchiere questa realtà, come l’esperienza più importante da lasciare alle persone di ciò che definisco: la “meraviglia del gusto”».

Mercandelli è il nome di una famiglia legata al vino per tradizione. Lei si sente portatore di un’eredità spirituale?

«No, perché la mia natura di produttore nasce da un bisogno assolutamente personale che non appartiene se non per un certo periodo di esperienza vissuta con mio padre, un uomo geniale per il quale riservo profonda stima e rispetto. Ma la mia visione del vino non appartiene a ciò che ho vissuto nell’azienda di famiglia perché nasce da una rivoluzione della mia stessa vita di uomo dalla quale ho sviluppato uno stile vitivinicolo del tutto personale».

Perché la sua scelta di produrre vini non convenzionali?

«Perché il mio modo di vedere il vino esprime totalmente chi sono e non ha nessun altro modello. Il mio vino non è convenzionale perché io non sono una persona convenzionale, non sono come gli altri, né migliore, né peggiore e nel rispetto che ho per il mondo riconosco che siamo tutti diversi pur avendo la stessa origine. Quello che ora amo della vita è esprimermi per questa diversità».

Che differenza c’è tra i vini tradizionali e quelli che lei propone?

«Una visione diversa della natura e del mondo che appartiene a un’espressione artistica del vino che riflette la personalità del produttore più che la varietà e il territorio, per i quali nutro comunque un profondo rispetto. Per me il vino è una pura espressione di gesti, pensieri e sentimenti che appartengono al senso più alto del terroir: la sensibilità dell’uomo. Un uomo che riconquista il suo ruolo di artefice, in cantina e nel vigneto, che restituisce al vino un valore di creativa artigianalità».

Quali tipologie produce e perché le ha scelte?

«Produco vini universali, che superano il concetto di varietà e di territorio per esprimere nel gusto l’origine che unisce l’uomo alla natura, quella che definisco “la memoria liquida della pianta”, cioè tutto ciò che la pianta ha vissuto come un’esperienza che ogni anno cristallizza nei frutti. Esattamente come ogni creatura il frutto è una memoria vivente che trasformo in vino per riportarla in vita con l’armonia del gusto. Un vino universale, perché appartiene al mondo, ma che si riflette diversamente in ognuno di noi perché siamo tutti diversi».

Qual è il mercato dei suoi vini?

«Inizialmente quello estero, ma da circa 3 anni, da quando ci siamo trasferiti a Canneto Pavese, abbiamo voluto realizzare una realtà per incontrare le persone e per raccontare la nostra storia a partire da questo magnifico territorio. Un territorio indispensabile per esprimere le nostre idee ed il nostro modo di pensare al vino e a tutte le cose che realizziamo in armonia con la natura, come il pane, le verdure e i cibi che produciamo dall’orto e dal bosco per portare alla luce il valore di questa straordinaria biodiversità».

Come rispondono al suo messaggio i consumatori abituati ai vini convenzionali?

«Ritengo senza alcun dubbio che, proprio perché siamo tutti consapevoli delle qualità del territorio, la vera qualità stia negli uomini. Più che emancipare i territori e le varietà, la cosa più bella sarebbe che i produttori potessero diventare strumenti viventi di questi territori, fenomeni creativi che esprimano la reale potenzialità del territorio, che diventerà importante solo quando diventeranno importanti gli uomini che lo popolano».

Siete l’unica cantina alchemica al mondo?

«Siamo stati la prima cantina alchemica al mondo. Ma non siamo gli unici, perchè offriamo l’opportunità ad altre aziende di trasformare alchemicamente le loro uve. Sviluppiamo anche un’attività di informazione vitivinicola per condividere questa nostra visione agricola. Quello che pensiamo è che il vino sia un’espressione di ciò che la pianta, e quindi la natura, riesce ad esprimere come un ricordo della propria esperienza nel mondo che diventando vino offre la possibilità di rivivere quest’esperienza con il piacere di un gusto che sviluppa le facoltà umane perché ci collega alle nostre stesse origini».

Mi parli della scelta “minimalista” delle vostre etichette, ad esempio l’etichetta del vostro vino rosso Riserva 2006 è una lettera M, O oppure I e A per il 2007…

«Nasce da un rapporto di tipo quantistico con la realtà, noi pensiamo che tutto quello che riguarda la nostra sensibilità si esprime totalmente quando non abbiamo pregiudizi. Le etichette sviluppano dei concetti legati alla sinestesia del gusto, dove ogni persona interpreta in modo personale tutto ciò che percepisce come un’espressione della propria unicità. La stessa unicità con cui viviamo il nostro rapporto con il mondo».

Come mai ha scelto di essere così innovativo e controcorrente in Oltrepò Pavese, dove spesso i modelli sono ultra convenzionali?

«È stata la cosa più naturale, per raccontare tutto quello che sentivo e tutto quello che colgo anche dalla grande qualità umana che appartiene a tanti produttori dell’Oltrepò, con l’augurio che ci saranno sempre più uomini ad esprimere i valori che porteranno il nostro territorio ad avere quel quid che l’Oltrepò è sempre stato in grado di raggiungere. Sono convinto che il territorio, la varietà e i rapporti che si ascrivono ad un concetto di terroir piuttosto ottocentesco, si potranno sviluppare attraverso la creatività e la personalità che ogni produttore è in grado di esprimere».

Lei punta molto sul racconto della sua identità e di quella della terra da cui nascono i suoi vini. Il mercato ha più bisogno di vino o di emozioni?

«Di emozioni e di uomini».

In questi ultimi anni si parla molto di certificazioni volontarie: dai vini biologici ai vini vegani. Chi certifica i suoi vini? Che valore hanno queste certificazioni secondo lei?

«Bios, un organismo di controllo biologico che ci certifica nel nostro personale rapporto con la natura che però non pubblicizziamo in etichetta ».

Lei si definisce un vignaiolo, un arista o un filosofo?

«Nessuno dei tre, preferirei definirmi un uomo che va alla ricerca di se stesso attraverso il vino».

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

«Stiamo realizzando in questa struttura un’attività che si chiamerà Agrispazio. Un luogo in cui sarà presto possibile degustare i nostri prodotti oltre che per condividere idee e esperienze di ciò che ognuno di noi sta sviluppando in questa casa come un modo personale di esprimersi attraverso la natura»

Consorzio Tutela vini d’Oltrepò. Che idea si è fatto delle ultime bagarre?

«Ritengo che proprio perché in natura non esistono ingiustizie le persone che cercano un rapporto armonioso con la natura non hanno contrasti col mondo. Sono certo che nella libertà delle scelte che ogni azienda può fare verso il proprio destino produttivo il Consorzio, nella sua prossima evoluzione, sarà in grado di accogliere le esigenze di chi vorrà realmente emancipare il valore del nostro territorio. Queste tensioni appartengono ad un fenomeno che si può considerare in ultima analisi positivo, se quello che accadrà sarà un riassetto coerente a ciò che la nostra realtà produttiva a bisogno di esprimere per armonizzarsi alle esigenze dei suoi estimatori, presenti e futuri. Parlo di estimatori e non di consumatori, per non utilizzare un termine che a mio parere non è una definizione coerente di chi ama il vino e a chi lo considera come un elemento importante per il proprio sviluppo».

 di Silvia Colombini

Ha ricoperto incarichi di primissimo piano, come quello di Assessore all’Agricoltura e al Turismo di Regione Lombardia. Ma anche quello di coordinatore nazionale degli Assessori al Turismo e di vicepresidente dell’Ente Nazionale Italiano per il Turismo. È Piero Sarolli, e indubbiamente può vantare titoli ed esperienze con i quali in pochi possono competere. Da oltre vent’anni ha abbandonato la politica attiva; ma oggi, a 78 anni, sta lavorando per costruire un progetto di interesse collettivo, che punta a creare nuovi spazi di attrattività in ambito cicloturistico per l’Oltrepò Pavese.

Sarolli, così le è venuta voglia di rimettersi in gioco. Come mai?

«Guai se non fosse così! Per rimanere giovani, bisogna ogni tanto reinventarsi in una nuova attività; prendere atto dei cambiamenti della società e di conseguenza adeguarsi a fare qualcosa di diverso».

I suoi famigliari si occupano di turismo già da tempo, per la verità.

«Non tutta la famiglia, ma mia moglie e mia figlia in effetti sono in questo campo da tempo, con l’agenzia Clastidium Viaggi. Recentemente ho cercato di imprimere a questa struttura un aspetto di innovazione. Puntando sull’incoming, perché ritengo che la nostra provincia, pur tra mille problemi e difficoltà abbia delle notevoli potenzialità in questo settore».

Un esempio?

«Il nostro è un territorio che, non avendo avuto un forte sviluppo industriale, ha mantenuto le sue peculiarità di tipo ambientale e paesaggistico. Di conseguenza, il trovarsi a poche decine di minuti da Milano rappresenta un’opportunità formidabile per chi vivendo tutta la settimana a contatto con il caos della grande città ricerca qualcosa di diverso per ritemprare spirito e morale, ma anche per trovare qualcosa da mangiare ancora come una volta, attraverso i prodotti a ‘‘km zero’’ che qui da noi esistono».

Pensa a una proposta appetibile anche all’estero?

«Anche all’estero cercano molto queste opportunità. Tant’è che in questi giorni ho partecipato a Pavia al workshop Mirabilia, che raggruppa 14 camere di commercio e le aziende di queste aree territoriali che offrono opportunità a buyer stranieri. Una manifestazione collaudata, che incrocia la domanda con l’offerta».

Non la preoccupa la cronica carenza di servizi che è tipica del nostro territorio?

«Trovo negativo, in particolare, lo spezzettamento delle strutture turistiche. In Oltrepò, con la crisi di Salice, non abbiamo più una struttura ricettiva degna di questo nome, se non recentemente quella che si è realizzata a Montebello della Battaglia all’interno della Villa Lomellini, dove esiste un’ottima struttura ricettiva, che è poco conosciuta qui da noi. Devo dire che tre anni fa, durante l’Expo, l’unica struttura che ha funzionato e che ha registrato un buon lavoro è stata quella».

Forse anche perché, date le condizioni della viabilità secondaria, sono in pochi ad avventurarsi oltre la Via Emilia…

«La difficoltà nel raggiungere l’alta collina dalla strada statale è uno degli elementi frenanti che impediscono di sviluppare le potenzialità esistenti. Insieme ad altre questioni, legate anche alla natura di noi oltrepadani, che siamo fortemente caratterizzati dall’individualismo, quando non sconfina nell’antagonismo; per cui si preferisce vedere le difficoltà del vicino piuttosto che pensare ai benefici che si potrebbero ottenere.

Ma a proposito di strade, dobbiamo avere l’onestà intellettuale di dire che il nostro territorio, avendo una costituzione geologica particolare, è fortemente interessato da fenomeni franosi; per cui gli stessi investimenti che vengono realizzati qui, se fossero fatti in altre aree territoriali, avrebbero durate nettamente superiori. Questo senza voler scusare nessuno, è un dato di fatto».

È vero, ma è anche vero che l’Oltrepò non è l’unico territorio collinare d’Italia. C’è anche chi sta meglio…

«C’è un secondo elemento. Ricordo quando i comuni per scaricare i loro costi chiedevano la provincializzazione delle strade. Si è arrivati ad avere uno sviluppo stradale per la provincia di Pavia - e per l’Oltrepò in particolare - praticamente unico in Italia. Abbiamo avuto un incremento eccessivo di strade e stradine provinciali di calibro molto ridotto, che oggi non a caso sono in uno stato veramente negativo».

Tanti chilometri di strade richiedevano e richiedono tanti soldi per mantenerle. Le strade sono rimaste, i soldi no.

«I sacri testi della politica dicevano che programmare vuol dire scegliere: laddove ci fosse la copertura finanziaria per tutto non ci sarebbe la necessità di programmare. Programmare significa avere la capacità e la forza necessarie ad individuare priorità e tempistiche. Ad esempio, pensare di risolvere in un solo tempo tutto il problema della viabilità oltrepadana è assolutamente impossibile. Bisogna allora avere una programmazione sul territorio e sapere bene cosa si vuole realizzare; di conseguenza attrezzare le infrastrutture più necessarie e svolgere su queste gli investimenti, che vanno fatti per gradi».

Una politica ben diversa da quella dei rattoppi, per cui si aggiusta sempre un po’ di tutto per non aggiustare, in fondo, mai niente.

«Perfetto. Ovvero rifare il fondo stradale per qualche centinaio di metri, quando i tratti precedenti e successivi rimangono in una situazione invariata. Si dovrebbero individuare gli elementi portanti capaci di consentire una penetrazione corretta e razionale sul nostro territorio e lavorare su quelli. Programmare. Questo vorrebbe dire avere una classe politica adeguata, in grado di elaborare un’iniziativa di questo tipo».

Una classe politica adeguata: manca solo sul nostro territorio o manca in generale nel panorama regionale e nazionale?

«Manca in generale, quindi manca sul nostro territorio, dove da qualche tempo sono venute a mancare quelle figure che erano in grado di trascinare il territorio a certi traguardi».

Alcuni dei grandi nomi della politica provinciale sono venuti a mancare; altri si sono, magari, defilati dall’attività. Ma abbiamo anche moltissimi sindaci che sono in sella da decenni e, quindi, amministravano anche negli anni che ora tutti sembrano rimpiangere. Si sono dimenticati la formula magica?

«No. Noi abbiamo potenzialmente dei buoni amministratori, ma si trovano davanti a un sistema di rapporti fra i governi centrale, regionale e periferico che è totalmente cambiato. Pensare di affrontare certe nuove situazioni completamente diverse rispetto a un tempo, un sistema che non è più quello di prima, vuol dire dichiararsi perdenti in partenza».

Lei contesta, insomma, le novità introdotte dalla riforma del Titolo V intrapresa dal 1999.

«Ad un ordinamento statale che, nonostante ognuno possa avere il proprio parere, era stato costituito per dare risposte, si è sostituito un sistema non compiuto. La riforma del Titolo V è stata un’enunciazione, cui però non ha fatto seguito la costruzione di un sistema in grado di recepirne le idee formali, che andasse alla sostanza dei problemi. Purtroppo lo verifichiamo tutti i giorni, negli ultimi mesi in modo addirittura paradossale: è la politica degli annunci. Con la politica degli annunci si fa poca strada e si ha un respiro molto breve».

Parliamo allora di un annuncio concreto ed entriamo nel merito della sua proposta, che riguarda l’offerta turistica del nostro territorio. Cosa ha in mente?

«Sto cercando di costruire un progetto cicloturistico che possa godere essenzialmente di due supporti principali: una ricettività alberghiera in grado di ospitare il cicloturista e la sua bici, che è un bene essenziale; poi, la presenza di punti nei quali il cicloturista possa appoggiarsi per le manutenzioni, le riparazioni, gli interventi necessari al suo mezzo. È un’applicazione innovativa delle opportunità offerte dall’incoming, attraverso il tentativo di operare in rete con taluni soggetti per aumentare la visibilità del territorio: soggetti istituzionali e privati che sappiano ribaltare la propria presenza anche all’estero. Cercando di rimanere all’interno di uno sviluppo viabilistico che consenta di spostarsi agevolmente».

Siamo all’anno zero o qualcosa di questa opportunità è già sperimentabile?

«Prima di pensare a lanciare un territorio dal punto di vista turistico è importante costruirvi una rete di strutture a supporto di questa idea. Se riteniamo che l’attività cicloturistica, con i sentieri di media, alta colina e montagna, rappresenti una ricchezza, dobbiamo creare delle infrastrutture per offrire al turista quello che questi cerca, anche in termini di assistenza. Queste cose nell’Oltrepò sono tutte da costruire. Oggi in Oltrepò esistono pochissime strutture ricettive che hanno al loro interno le attrezzature necessarie per ospitare i cicloturisti, e soprattutto le loro biciclette. Se qualcuno vuole sposare l’idea, io dico che noi, io e la mia famiglia con la nostra struttura, siamo pienamente disponibili a collaborare su tutti i fronti».

La Greenway, che oggi unisce Voghera a Salice Terme, dovrebbe arrivare presto a Varzi; e la ciclovia Venezia – Torino, a sua volta, è già un po’ più di un semplice sogno. Quindi il momento potrebbe essere azzeccato per questa scommessa cicloturistica. Basteranno queste due direttrici ciclopedonali per assicurare appetibilità al territorio? Saprà il territorio giocare di squadra e non perdere l’ennesimo treno?

«Le risorse sono limitate, molto più rispetto al passato. Se noi non le utilizziamo in modo razionale e intelligente rischiamo di non dare nessuna risposta. Anche qui voglio fare un esempio. Partiamo da Voghera e percorriamo la Voghera-Varzi: arrivando a Ponte Nizza incontriamo la strada della Val di Nizza, che è in ottimo stato. Un quadrivio di strade che permette il ritorno verso bassa collina, oppure di raggiungere Valverde, Zavattarello e Romagnese. Le ho già delineato un itinerario già disponibile».

Chi conosce il territorio certamente potrà facilmente ipotizzarne decine di altri.

«Se io individuo dei percorsi attorno ai quali costruire un’offerta di tipo turistico - e più in generale economica e sociale - devo avere la capacità di scegliere alcune direttrici rispetto ad altre, e poi il coraggio di investire su queste. Quando nel 1992/1993 proposi di riconvertire la Voghera-Varzi in pista ciclopedonale fui ricoperto di improperi da parte di molti, anche amministratori locali. Del resto ero molto attratto dai sogni, e anche in altri settori vedo soltanto in tempi recenti applicare le idee che io proponevo trent’anni fa».

Quali?

«La tracciabilità dei prodotti agroalimentari è un esempio. In Lombardia fu approvata e successivamente affossata una Legge Regionale voluta dal sottoscritto che, se avesse avuto seguito, avrebbe posto in prima linea Regione Lombardia, con 15 anni di anticipo rispetto all’Unione Europea».

Lei, come San Giovanni, predica nel deserto. Un deserto non di sabbia, ma di idee. Oppure no?

«Devo dire che, presi singolarmente, ci sono privati e soggetti istituzionali che si danno da fare. Purtroppo la mancanza di una coralità di rapporti impedisce di raggiungere i risultati».

Coralità: un termine poco di moda in molti settori; quello vitivinicolo, per esempio.

«Il mondo vitivinicolo è un paradigma da questo punto di vista: riesce a dividersi su qualsiasi cosa».

Quanto può essere grave la mancanza di un contenitore che presenti unitariamente i prodotti enogastronomici del territorio? Mi riferisco, se vuole, anche alla chiusura di Oltrevini, manifestazione che lei ha contribuito a far nascere e che è rimasta senza eredi. Proprio pochi giorni fa nell’Area Truffi, dove si svolgeva la rassegna, si è svolto un evento di promozione delle birre artigianali. I produttori di birra sembrano andare d’amore e d’accordo. È così difficile far incontrare su un terreno comune e fertile anche quelli vitivinicoli?

«Mi ritengo uno dei padri di questa manifestazione, che è finita di morte naturale: non l’ha fatta morire nessuno. Aveva un male inesorabile, contro il quale io ho combattuto, senza riuscire a vincerlo: il localismo».

Cioè?

«Dalla prima edizione, nel lontanissimo 1971, io mi sono battuto perché questa manifestazione diventasse la rassegna vitivinicola di tutto l’Oltrepò. Cercando criteri di partecipazione che coinvolgessero tutte le realtà territoriali e imprenditoriali. Ho sempre sostenuto che la rassegna di Casteggio, piuttosto che quelle di Canneto, Rovescala o San Damiano, prese singolarmente fossero come un bicchiere d’acqua versato nel mare. Sostenevo allora e ritengo ancora oggi che non vadano assolutamente demonizzate, ma che abbiano una funzione, quella di festa popolare, che non è la prima necessità. Dal punto di vista economico di un settore trainante come è la vitivinicoltura in Oltrepò bisogna riuscire ad ottenere una visibilità che regga il confronto almeno a livello nazionale. Questa strada non è stata presa e ne è derivata la morte naturale della manifestazione».

Chi avrebbe dovuto prendere questa decisione? Si è tanto parlato, già in tempi antichi, della necessità di creare un’organizzazione che si occupasse in pianta stabile ed esclusiva di curare la manifestazione e di svilupparne le entrature. Pensa anche questo aspetto sia da annoverare fra le cause della fine?

«Le ragioni principali sono quelle che ho detto prima. E non posso non dare atto al primo presidente Guarnaschelli, mio amico e collega, di avere messo l’anima, e senza interessi personali, per la buona riuscita della manifestazione. Ma era la manifestazione stessa a non avere il respiro sufficiente per resistere ai tempi che cambiavano».

Quindi, per il futuro, se qualcuno volesse reipotizzare una rassegna vitivinicola in Oltrepò, lei guarderebbe con favore non più alla formula della rassegna popolare, bensì a quella di una fiera rivolta agli operatori economici.

«Riuscire a coinvolgere intorno alla manifestazione il mondo vitivinicolo oltrepadano: qui sta il difficile, dato il grande desiderio di frazionarsi nel mondo vitivinicolo. Chiaramente non pensando di fare la guerra al Vinitaly o manifestazioni di questo tipo, ma andando a trovare collegamenti con i livelli superiori. Bisogna avere un orientamento economico. E soprattutto lavorare in rete».

Non succederà mai?

«Sogniamo…».

Forse è anche la presenza di troppi galli nello stesso pollaio a rendere impossibile il reperimento di soluzioni condivise. Cosa pensa dell’idea di frazionare l’Oltrepò in alcune sottozone, come nel Chianti (che pure da quasi un secolo ha adottato un simile modello, seppure per ragioni diverse)?

«Qui si entra in questioni che sono più di carattere tecnico che politico. Io non voglio insegnare che cosa fare alle persone validissime che svolgono questo lavoro e che abbiamo in Oltrepò, perché sarei un presuntuoso. Però a mio avviso uno dei limiti della vitivinicoltura oltrepadana è l’eccessiva varietà dei vini. Non si riesce a svolgere una politica che riesca a dare visibilità ad un unico, determinato tipo di vino, creandogli tutti i supporti necessari».

Posso chiederle perché ha detto basta con la politica attiva?

«Ho capito che la politica sarebbe diventata un’altra cosa rispetto a quella che avevo imparato a conoscere e in cui mi ero sempre mosso la sera in cui Giulio Andreotti, vedendo i cittadini di Berlino che demolivano il muro, ha delineato con una lucidità incredibile quelli che sarebbero stati gli scenari futuri, all’interno dei quali l’Italia sarebbe diminuita sempre di più di importanza. L’Italia non avrebbe più avuto lo spazio che aveva ottimamente occupato fino ad allora. I fatti, da allora, gli hanno dato ragione».

Non le manca?

«Non sono mai stato bene come da quando ho lasciato la politica: nessun rimpianto».

Dopo la caduta della DC e la fine della Prima Repubblica lei non ha più preso alcuna tessera di partito, diversamente da molti altri politici che hanno cambiato casacca, anche più volte. La DC le è rimasta nel cuore…

«Io mi sento totalmente democristiano. Sono orgoglioso e fiero di essere ancora democristiano, con i pregi e i difetti che quel partito aveva. Non sono fra coloro che non ammettono gli errori; ho avuto il tempo di riflettere, per cui ho anche approfondito e capito che ne sono stati commessi molti; ma la somma algebrica delle cose fatte bene e di quelle fatte male dà comunque luogo ad un risultato estremamente positivo. Un partito dotato di una tale capacità di guidare il Paese non è più venuto alla ribalta».

di Pier Luigi Feltri

Gli affitti in nero, possono rivelarsi pericolosi sia per il padrone di casa che per gli inquilini dell’immobile. Infatti la legge prevede per entrambi diverse conseguenze sia sul piano fiscale che civile. L’affitto senza contratto si ha ogni volta che il padrone di casa omette la registrazione dello stesso entro il termine di 30 giorni dalla stipulazione dell’accordo. Altra ipotesi è che il contratto di affitto venga validamente registrato ma con l’indicazione di un canone inferiore rispetto a quello stabilito dalle parti, ed anche in questa ipotesi la legge prevede l’applicazione di sanzioni fiscali e civili.
Se l’affittuario senza contratto espone una denuncia, il locatore rischia di dover pagare: l’Irpef per i canoni non dichiarati, la sanzione amministrativa per infedele dichiarazione dei redditi e le sanzioni per omesso versamento delle imposte di registro (alla quale si applicano gli interessi a partire dalla data di mancata registrazione del contratto). Queste sanzioni possono essere ridotte se il padrone di casa provvede al cosiddetto ravvedimento operoso, registrando tardivamente il contratto.
Per quanto riguarda il piano civilistico, invece, l’affitto senza contratto si considera nullo perciò privo di effetti giuridici. Ne consegue che il locatore non può chiedere al giudice né la procedura di sfratto (se vuole rientrare nell’immobile locato) né il decreto ingiuntivo per ottenere i canoni non pagati. Anche gli affittuari, in quanto complici dell’evasione fiscale, sono soggetti a sanzione: in particolare, la legge prescrive che locatore e inquilini sono responsabili in solido nei confronti del fisco. Quindi gli affittuari possono ricevere la cartella esattoriale che intima il pagamento dell’imposta di registrazione e, se non versano quanto dovuto, rischiano il pignoramento dei propri beni allo stesso modo del padrone di casa.

L'ex senatore Antonio Fosson, di 67 anni, è il nuovo presidente della Regione Valle d'Aosta. Rappresentante di un movimento autonomista (Pour Notre Vallée), sostituisce Nicoletta Spelgatti (Lega) che è stata sfiduciata dall'Assemblea con 18 voti su 35. Fosson guida una maggioranza formata da forze autonomiste (Union valdotaine, Alpe, Stella alpina e Union valdotaine progressiste).

Segni particolari: bellissima. Vanessa Ponce de Leon, messicana, è stata eletta Miss World 2018. Con i suoi lunghi capelli castani e gli occhi da cerbiatto la reginetta di bellezza ha sbaragliato la concorrenza alla 68esima edizione del concorso, andato in scena a Sanya, in Cina. 26 anni, alta 1.74, Vanessa ha conquistato scettro e la corona, battendo oltre 100 aspiranti miss venute da tutto il mondo.

La più bella del pianeta ha trionfato davanti alla thailandese Nicolene Pichapa Limsnukan, arrivata seconda, e alle colleghe di Giamaica, Uganda, Panama e Bielorussia. Per l'Italia era stata scelta Nunzia Amato. Di professione modella, Vanessa vanta una laurea in Affari internazionali ed è attualmente nel consiglio di amministrazione di un centro di riabilitazione per ragazze in difficoltà, chiamata 'Migrantes en el Camino'.

Relatrice per l'Istituto nazionale della gioventù, Vanessa lavora anche come modella e presentatrice. Tra i suoi hobby, oltre alla pallavolo rientrano la pittura e il frisbee. Ha un chihuahua chiamato Wolf e il suo programma televisivo preferito è 'Downton Abbey'. Lei si descrive così: "Sono una donna sempre alla ricerca di uno obiettivo. Credo nell'amore, nell'arte e nel rispetto degli altri. Sono una gran lavoratrice, una che sogna ad occhi aperti e cerco sempre di mettere un sorriso sui volti delle persone che incontro". Il suo motto? "Abbiamo tutti bisogno l'uno dell'altro".

Venerdì sera ore 21 al Salone Del Millenario,si parlerà di Europa, con Leo Sisti , giornalista vogherese e socio onorario di “Voghera è” , che ha ricevuto il Premio Pulitzer per il lavoro investigativo sui Panama Papers nel 2017.

Leo Sisti è direttore esecutivo di Investigative Reporting Project Italy, un centro di giornalismo d'inchiesta in Italia. Laureato in Legge, giornalista, già inviato speciale dell’Espresso, è collaboratore dello stesso settimanale, del Venerdì di Repubblica e del Fatto Quotidiano. All'Espresso si è occupato di finanza, mafia, corruzione politica, Vaticano, crimine organizzato e terrorismo islamico. Ha vinto il Premiolino (1996) e tre Investigative Reporters and Editors Awards (2008, 2009 e 2011), quest'ultimi per tre inchieste transnazionale realizzate con l'International Consortium of Investigative Journalists, di cui è membro dal 2000.

Tra i suoi libri: Il caso Marcinkus (Mondadori 1991), scritto con Leonardo Coen, L’Intoccabile. Berlusconi e Cosa Nostra (Kaos, 1997), scritto con Peter Gomez, Piedi puliti (Garzanti, 1998), scritto con Leonardo Coen e Peter Gomez, L’isola del tesoro (Rizzoli, 2007) e Processo all’italiana (Laterza, 2012), scritto con Piercamillo Davigo.

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"Il PGT uccide l'economia di Stradella" e "Stradella ha bisogno di CasaPound" sono le parole dei due striscioni esposti da CasaPound Italia con le quali il movimento condanna la recente approvazione della variante al PGT da parte dell'amministrazione comunale stradellina.  "Con la nuova variante del PGT si prevede un insediamento di aree commerciali per una superficie di oltre 9 mila metri quadrati- spiega Mallory Sacchi, referente cittadino di CasaPound Italia. Questo significa solo una cosa: la giunta del sindaco Maggi vuole uccidere l'economia di Stradella poiché con la comparsa di strutture di vendita con una superficie di 2500 metri quadrati, molti negozi non faranno altro che chiudere.A dirlo, purtroppo, sono gli stessi commercianti - continua Sacchi - che vedono il commercio spostarsi in periferia desertificando il centro. Oltretutto, in questi giorni, altre quattro attività hanno annunciato la loro serrata. Non solo degrado, quindi, ecco la coltellata all'economia stradellina da parte della giunta Maggi, pronta a sacrificare il commercio di vicinato a favore della Grande Distribuzione.Come scritto in uno dei due striscioni, Stradella ha bisogno di CasaPound- conclude Sacchi - e CasaPound è pronta a scendere in campo a fianco dei commercianti e della città di Stradella". 

Il Piano di governo del territorio (abbreviato in PGT) è un nuovo strumento urbanistico introdotto nella Regione della Lombardia dalla legge regionale lombarda n. 12 dell'11 marzo 2005. Il PGT ha sostituito il Piano regolatore generale come strumento di pianificazione urbanistica a livello comunale e ha lo scopo di definire l'assetto dell'intero territorio comunale.

Il PGT si compone di 3 atti distinti:

Documento di piano

Piano dei servizi

Piano delle regole

Documento di Piano: Il documento di piano definisce il quadro generale della programmazione urbanistica anche in base a proposte pervenute da cittadini o da associazioni di cittadini. Questo significa che i cittadini sono chiamati a partecipare già nelle prime fasi del processo di elaborazione del PGT. Il documento di piano deve anche prevedere un lavoro di analisi del territorio comunale da tutti i punti di vista, inclusi quello geologico, ambientale, paesaggistico, urbanistico, viabilistico, infrastrutturale, economico, sociale e culturale. Questo documento deve anche evidenziare eventuali beni storici o ambientali di particolare interesse. Il documento di piano ha anche lo scopo di definire e pianificare lo sviluppo della popolazione residente nel comune. Tipicamente il documento di piano è il primo atto nella stesura del PGT.

Piano dei servizi: Il piano dei servizi definisce le strutture pubbliche o di interesse pubblico di cui il comune necessita. Il piano dei servizi deve tenere conto della popolazione residente nel comune o che gravita in esso e di quella prevista in futuro dal documento di piano. Il piano dei servizi tiene conto dei costi operativi delle strutture pubbliche esistenti e dei costi di realizzazione di quelle previste, si preoccupa della loro fattibilità e definisce la modalità di realizzazione dei servizi. Le indicazioni contenute nel piano dei servizi circa le aree identificate come di interesse pubblico sono prescrittive e vincolanti per 5 anni dall'entrata in vigore del PGT e decadono qualora il servizio non sia inserito entro questo termine nel programma triennale delle opere pubbliche. La Legge regionale lombarda n.12 dell'11 marzo 2005 prevede che, per comuni inferiori a 20.000 abitanti, sia possibile redigere un piano dei servizi intercomunale.

Piano delle regole: Il piano delle regole definisce la destinazione delle aree del territorio comunale e in questo assomiglia un po' al Piano regolatore generale. In particolare individua le aree destinate all'agricoltura, le aree di interesse paesaggistico, storico o ambientale e le aree che saranno soggette a trasformazione urbanistica. Il piano delle regole definisce anche le modalità degli interventi urbanistici sia sugli edifici esistenti che di quelli di nuova realizzazione. Questo significa che viene stabilito quanto costruire, come costruire e quali sono le destinazioni non ammissibili.

Novità introdotte dal PGT:

Le principali novità concettuali introdotte dal Piano del governo del territorio riguardano:

la partecipazione dei cittadini;

la compensazione;

la perequazione;

l'incentivazione urbanistica.

Progettazione partecipata: Il primo atto che l'amministrazione comunale è tenuta a fare quando decide di iniziare la stesura del PGT è informare la cittadinanza che il processo è iniziato. I cittadini o le associazioni di cittadini sono invitati già da questa fase a formulare proposte in merito. La differenza rispetto al Piano regolatore generale sta nel fatto che in quel caso i cittadini erano chiamati ad esprimersi solo dopo la prima adozione sotto forma di osservazioni al PRG già adottato.

Compensazione: La compensazione è il principio secondo cui l'amministrazione comunale in cambio della cessione gratuita di un'area sulla quale intende realizzare un intervento pubblico può concedere al proprietario del suolo un altro terreno in permuta o della volumetria che può essere trasferita su altre aree edificabili. Questa volumetria è liberamente commerciabile. Ovviamente il privato può realizzare in proprio l'intervento pubblico stipulando un'apposita convenzione con l'amministrazione comunale. I commi 3 e 4 articolo 11 della suddetta legge 12 normano le possibilità di compensazione.

Perequazione: Per perequazione urbanistica si intendono due concetti tra loro distinti. Il principio secondo cui i vantaggi derivanti dalla trasformazione urbanistica devono essere equamente distribuiti tra i proprietari dei suoli destinati ad usi urbani e il principio secondo cui questi vantaggi debbano essere condivisi con la comunità dotandola, senza espropri e spese, di un patrimonio pubblico di aree a servizio della collettività. Questo concetto è introdotto dal comma 2 articolo 11 della suddetta legge 12.

Incentivazione urbanistica: Qualora l'intervento urbanistico introduca rilevanti benefici pubblici aggiuntivi a quelli previsti è possibile incentivare l'intervento concedendo un maggiore volume edificabile fino ad arrivare ad un aumento del 15%. In pratica il privato può chiedere all'amministrazione comunale una maggiorazione del volume assegnato dando in cambio qualche vantaggio per la cittadinanza. Questa possibilità è prevista dal comma 5 articolo 11 della suddetta legge 12.

"Buongiorno segnalo il grave problema che ci tocca affrontare ogni giorno con il temuti cacciatori. Noi qui a Castelnuovo Scrivia, in strada san Damiano non possiamo uscire a fare una passeggiata. Siamo davvero stufe di questa situazione ci svegliamo in mezzo agli spari, in un paese civile viviamo una guerra 

Allego foto scattate da casa mia, di questa mattina domenica, 10 dicembre 2018. Erano molto vicini alla strada e a casa nostra noi viviamo nel terrore ed i nostri animali di casa sono tutti spaventati .agitati e impauriti da i rumorosi e numerosi spari. È vergognoso avere paura di uscire dalla propria casa.

Chiara Travisano "

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Sabato 15 dicembre Ascom Pavia e Camera di Commercio di Pavia presentano  "belturismo. Arte, luoghi e gusti pavesi". Presso la sede Ascom di Pavia verrà illustrato il progetto di valorizzazione territoriale di Camera di Commercio, promosso da Ascom, che verterà su tre azioni integrate: eventi culturali in sei location d'eccezione uniti a degustazioni di sei prodotti enogastronomici locali, sviluppo di servizi finalizzati alla crescita professionale delle imprese turistiche e commerciali, incoming di giornalisti stranieri e  comunicazione strategica per raccontare il #belturismo nel nostro territorio.  Al termine della presentazione, saranno protagonisti i vini d'Oltrepò, il salame di Varzi e i prodotti d'oca di Mortara, il peperone di Voghera, il riso e il dolce di San Siro. 

Alla ore 19 il Palazzo Bottigella aprirà le sue porte ai visitatori che vorranno partecipare ad una visita guidata gratuita e conoscere il programma degli eventi del 2019. Il palazzo nobiliare di epoca sforzesca, fu acquistato da Baldassarre Bottigella, verso la fine del XVIII secolo. I visitatori ripercorreranno anche le vicende e le fortune di una delle più antiche e illustri casate di Pavia, i Bottigella, i cui esponenti si distinsero in campo religioso, amministrativo, giuridico e commerciale. Per la visita guidata è necessaria la prenotazione al numero 0382/530150 o alla mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..  Ritrovo presso Palazzo Bottigella, ( sede Ascom) Corso Cavour 30 a Pavia.

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